Archivio mensile:ottobre 2007

Vanità

Certo che avrei avuto altro da fare. Sarei potuta uscire a passeggiare sotto la pioggia, o magari finire quel benedetto libro che da due mesi sbircio la sera per pochi minuti e poi ripongo svogliatamente sulla scrivania. Certo che avrei potuto prendere l’autobus e andare a fare la spesa o magari uscire a correre. Certo che avrei potuto prepararti un pranzetto con i fiocchi. Ma ieri sera sono andata a dormire con il pensiero di cercarlo, e con lo stesso tarlo in testa mi sono svegliata stamattina. Non sono riuscita a darmi pace. Dappertutto, ho rovistato dappertutto. Dico, non ho lasciato un solo angolo di casa intatto. Ho sollevato i tappeti del salone, ho spostato mobili e cassapanche, ho frugato in tutti i cassetti della cucina. Ho cercato nelle credenze, in alto, tra tutti i servizi da caffè, e i bicchieri, e le brocche per l’acqua. Tra i piatti, le stoviglie, le pentole ed i tegami. Nel forno. Ho svuotato l’armadio in camera di tutti i vestiti, ho tirato fuori libri e quaderni, foto e vecchie riviste, lettere, cartastraccia, disegni. Ho guardato sotto il letto e nella specchiera in bagno, tra gli stracci per le pulizie, sotto il lavandino, dietro la lavatrice, nell’armadietto dei medicinali. E solo pilloline, e bustine ed antibiotici. Ho guardato dietro le porte, nel ripostiglio, tra gli scaffali, dentro ad ogni busta di plastica. La scarpiera, persino nella scarpiera. Ho cercato tra la catasta di legna accanto al camino, tra i pezzi di cartone, qualche sedia rotta. Ho rovistato tra le lenzuola, tra le pieghe delle tende, dietro al divano. Ho smontato tutti i cuscini delle poltrone. Ho messo sottosopra i miei dischi, tutte le videocassette. Ho staccato tutti i quadri dalle pareti. Ho cercato insistentemente nel cassetto sotto il ripiano in corridoio del telefono, tra tutti i numeri, appunti sparsi, mazzi di chiavi, penne a sfera senza cappuccio, vecchie monete. Ho aperto tutte le valigie, le borse, e lo zaino blu e rosa da campeggio. Sono andata sul pianerottolo fuori il portone, ho spostato le piante, e poi sono andata a cercare in cantina. Ho controllato in ogni angolo. Ho aperto e svuotato ogni scatolo, la cassetta degli attrezzi, ho messo mano alle vecchie scansie impolverate. A momenti mi cadeva tutto addosso. Ho guardato persino in alto, sul soffitto. Dappertutto, ti dico dappertutto. Una intera giornata chiusa dentro casa a cercare, guardare, fare e disfare e poi rifare, spostare, controllare. Niente, dico il niente assoluto.
Non guardarmi con quella faccia ebetita, e dammi una mano. Controlla nell’immondizia va. Visto mai che proprio ora non mi ricordo di averlo buttato.

Il violinista

Mi volevano con un fucile imbracciato il giorno dopo il mio ventesimo compleanno. Partii che era mattino e le scarpe si bagnavano ad ogni passo che mi avanzava tra l’erba davanti casa mia. Non mi voltaii per vedere chi mi stesse salutando. Sapevo, ne ero certo, che ci sarebbe stata solo mia madre con una mano portata dinanzi alla bocca per strozzarsi un grido, e l’altra a reggersi al muro di casa, come per non cadere. Ed io non volli vederla. Non così almeno. Forse non l’avrei vista comunque nitidamente, con la nebbia del giorno che iniziava, e che pure via via andava a diradarsi. Io ci andai lì e quando entrai nel grande capannone mi chiesero cosa sapessi fare, se avessi mai sparato, se avessi mai ucciso qualcuno. Ero solo uno studente, ero un operaio, o magari semplicemente un contadino, come tanti dalle mie parti. Ero un insegnante o forse un medico, ero solo un giovane che aspettava trepidante in piazza di vedere alzarsi almeno fino al ginocchio il lembo delle grandi gonne a fiori che indossava Lisa, quando usciva a passeggiare con sua madre e la sorella. Ero un bambino, e giocavo con mio fratello fino ad azzuffarmi per difenderlo dai più grandi. Ero forse un padre, o solo un vecchio troppo vecchio e malato per vedere ancora la storia del mondo muoversi e correre davanti a sé. Ero qualsiasi cosa loro avessero voluto in quel momento. Alla domanda dell’ufficiale risposi soltanto che la guerra io non l’avevo mai fatta. Come se tutti gli interrogativi si sciogliessero in quella mia indolente chiusa. La faccia barbuta dell’ufficiale ammiccò un ghigno stupido, e mi mise in mano un gran fucile. Mi disse che era di precisione e che se non l’avevo mai usato prima era meglio ch’io mi sforzassi di intelligenza e di puntualità. Un po’ come fare la caccia alle galline che tentano di uscire dall’aia, mi disse con aria soddisfatta. Mi diede un borsello che non avrei mai dovuto smarrire da nessuna parte, mi indicò di uscire fuori in attesa di essere chiamato per nome. E guardandomi dritto negli occhi, appuntandosi meglio in petto le medaglie rilucenti, inclinando il viso come per soffiarsi dalle spalle della polvere nell’aria, concluse dicendo che quella era la mia arma per la libertà. Non riconobbi nessuno dei miei compagni, nelle ventitré file di uomini fuori. Un tizio in divisa mi intimò di posizionarmi nella quarta fila. Io eseguii continuando a guardare i volti degli altri, e le loro mani. Ci saremmo dovuti incamminare a breve per raggiungere la vallata oltre il fiume ed unirci al resto degli uomini che lì avremmo trovato. Loro erano quelli veri, quegli uomini forti dell’esercito, quelli nati per la guerra e per il suono tonfo e sordo degli spari. Noi tutti così messi insieme in fila non eravamo più che uno scappellotto sul collo di un bambino capriccioso e disubbidiente. Alzai per un attimo gli occhi in tutto quel trambusto di urla di nomi e ordini e sbattere di tacchi, vidi il cielo sgombro da nuvole, e sentivo il sole che iniziava a farsi caldo. Polveri sottili si alzavano dalla terra ad ogni passo svelto dei militari in uniforme, e si mischiavano nelle mie narici all’odore di un giorno che riconoscevo anche se mai atteso, e che era così tutto precisamente disegnato davanti a me da risultarmi impossibile non viverlo e fuggire.
Ho dei pensieri in questo momento e sono così grevi, come fumosi. Mi viaggiano da soli, incondizionati e concitanti. Mi sovviene l’immagine di casa mia, della vecchia sedia di mia madre e le mani rugose di mio padre. Per un attimo vedo i fiori della gonna di Lisa che si confondono con i colori della piazza nei miei occhi sbarrati in attesa del suo passaggio. Fossi riuscito almeno una volta a scriverle un rigo, o a parlarle. Chiederle se la giornata le fosse gradevole, o se avesse avuto il piacere di fare una passeggiata con me, con il suo braccio appoggiato al mio. Vedo i miei amici. E sento la mia musica, come evaporare dalle vene. Abbasso lo sguardo ed ho pochi secondi ancora per riconoscere questo nero e sporco fucile accanto alla mia gamba, eretto come una statua consacrata, il vessillo di libertà e potenza, e la mia incauta mano a reggerlo per non perderlo. Per non farlo cadere a terra. Per non disfarmene. La guerra non l’ho mai fatta prima. Non vorrei mai uccidere nessuno. Se mi accadrà oggi l’avrò fatto perché non potevo farne a meno. Se mi accadrà di uccidere oggi io fingerò di stare al centro di casa mia, con tutti gli altri intorno a me davanti al fuoco, che mi ascoltano e applaudono. Fingerò di avere il mio maestro accanto, compiaciuto. Fingerò che Lisa mi stia guardando con i suoi occhi neri. Fingerò che non avrò allora altra scelta che continuare a suonare. Per me. Per tutto. Fingerò che lei senta scorrere come un brivido sotto i vestiti il mio desiderio di averla accanto a me, distesa. Fingerò di sfidare finalmente il mio coraggio. Fingerò davanti a tutti di sentire la sua voce sottile parlarmi, dirmi che mi ama, e confondersi con le note. Fingerò di guardare i suoi occhi, di vedere le sue mani, di sentire la sua voce alzarsi in aria come il mio primo colpo che sparerò e mi andrà a vuoto. Mentre d’improvviso, dal nulla di fronte a me, un altro oscuro mi risuonerà dentro. Per questa mia ultima composizione.
 
 
Ringrazio Jack Pummarolino per avermi concesso di utilizzare il suo quadro Il Violinista, acquerello su carta, 11 Gennaio 2007, per scrivere questo racconto.

Helen

Sapevo che ci sono ore del giorno così calde da far sudare anche all’ombra, da agitare le mani per farsi vento, da sedersi a terra in un campo sola con gli occhi chiusi. Sapevo che c’è un castello grande e fortificato, una strada impervia e storture di tracciato per raggiungerlo, un piccolo specchio d’acqua, ed una torre in alto, lì a picco contro il cielo. Sapevo che ci sono luoghi in cui qualcuno si rintana, nascosto al mondo. Sapevo che ci sono notti in cui si dorme per stanchezza e notti in cui si dorme per disperazione, che ci sono vulcani di fuoco e vette di montagna con la neve. Sapevo che le strade di città sono polverose e sporche di brevi e frenetiche camminate, semafori lampeggianti e andirivieni di persone dallo sguardo in traiettoria contraria alla mia. E sapevo che il buio non fa paura e che le ombre sono ombre e i suoni sono solo la vita del mondo intorno che si muove e che le porte che si chiudono la sera al mattino si riaprono solo se si allunga la propria mano. Sapevo che un abbraccio stretto può essere così dolce da far male ed un bacio dato per sbaglio può far piangere e sapevo come perdere un mazzo di chiavi e come correre senza inciampare e sapevo come si disegnano le finestre con le tendine colorate e come si ascoltano i silenzi. Sapevo che le carezze non servono e sapevo che si può vivere per qualcosa in cui si crede e che si può sorridere davanti a chi crede la partita persa. Sapevo che si può quasi morire, sì morire di tristezza quando tornando a casa sai che chi vuoi che ti aspetti arrivare non c’è. Sapevo che i sogni non fanno male e che l’istinto può guidare in un vicolo cieco in cui solo chi lo percorre sa di non dover guardare dove mettere i piedi per non cadere. Sapevo che ci si riposa dopo aver seminato, aspettando i giorni, contando i temporali, chiudendosi al caldo finché il ghiaccio dai vetri non si infranga e sapevo che si poi si può tornare ad uscire per prendersi il primo raccolto. Sapevo dell’odore del sesso che ti si attacca sulla pelle e il profumo di un corpo che ti resta tra le dita dopo averlo lasciato andare via. E sapevo che il piacere è solo un attimo intenso e che non c’è passione senza pensieri che si incontrano. Sapevo che può mischiarsi sempre ogni carta nel mazzo e che un gioco è un gioco ed una lotta è una lotta e che le armi non sempre sono molte e che l’importante è saperle usare. Sapevo che ci si può perdere anche di giorno in una città che non ti appartiene e che le fughe sono dei codardi e che si può star sospesi su un ponte e non guardare di sotto l’acqua nera, non sentirne il richiamo. Sapevo che si può impazzire aspettando un treno che non arriva mai e le valige pronte davanti ai piedi e gli occhi degli astanti fissi sulle tue scarpe con i lacci sciolti. E sapevo che ci sono gelati che si sciolgono in una sola goccia, una soltanto, una sola goccia che si chiude con un bottone bianco. Sapevo che quando vuoi cantare la voce trema e che quando vuoi fermarti allora devi andare più veloce. Sapevo che si può scrivere fino a consumarsi tutto l’inchiostro sulla carta e comprare ancora carta ed avere altro inchiostro. Sapevo che le parole, le parole non vanno mai contate. Sapevo che le parole non vanno mai chiuse, non vanno mai dimenticate, non vanno mai lasciate a marcire. Sapevo quasi tutto in fondo. Eppure solo oggi so così tanto di più di te e della tua blasfemia, così tanto di te e della tua immortalità, di te e dei tuoi sogni, così tanto di più di te, sì. So così tanto di sconosciuto ed invisibile per me fino a ieri, così tanto di inutilmente reale, così tanto di realmente stupido, così tanto di stupidamente triste, così tanto di tristemente vero, che voglio sapere anche come riderne adesso. E se non mi dirai come riderne prendimi di forza i polsi e serrami le braccia contro la parete. Provaci, tu provaci ancora a far scivolare le dita della tua mano tra le mie gambe. Le troverai aperte ancora, in attesa del tuo arrivo. E se non mi dirai tu, proprio tu, come riderne allora beffati di me e fallo adesso. Racchiudimi sotto di te senza resistenza e sbrigati, e guardami solo di profilo e bestemmia al cielo la tua maledizione. Respira, respira, respira. La mia risata nascerà dal tuo colpo più violento e deciso, la sentirai scivolare via, venire fuori perdendosi, e si asciugherà con il primo alito di vento.

RMlk in affitto ad Angel Sty1e

Quando nel blog si conoscono persone interessanti e gradevoli che si possono scoprire giorno per giorno nasce una sinergia difficile da spiegare, e che nemmeno avresti mai immaginato. Tralascerò ogni spiegazione, e dirò soltanto che per oggi il mio blog è in affitto ad una ragazza che non può più gestire il suo per problemi di natura personale. Pubblicherò una cosa che ha scritto lei, e la pubblicherò quì proprio perchè il suo blog ormai è chiuso. Io non perdo la speranza che lei presto o comunque non appena possibile ritorni a scrivere, perchè leggere quel che lei scrive e come lo scrive è entrare nell’occhio del ciclone emozionale. E farsi travolgere. Ci siamo scambiate qualche mail un paio di giorni fa e le ho scritto che se voleva poteva darmi il suo post e l’avrei pubblicato quì. Certe volte scriviamo delle cose e crediamo che non ci sia la necessità di comunicarle sempre. Quando pensiamo questo è perchè magari siamo tristi, e ci diciamo che non sia il caso di comunicare la nostra tristezza. Io credo invece che ogni cosa che scriviamo, che pure scriviamo per il nostro unico piacere e per il nostro personale bisogno, sia sempre un canale per comunicare ad altri quel che abbiamo dentro. Di qualsiasi cosa si tratti, che sia uno stato d’animo bello o sia uno stato d’animo brutto. Lei sulle prime si è fatta pregare … poi ha ceduto, volendo rendere noto a tutti i suoi amici di penna, che più o meno sono anche i miei quì, quel che parrebbe il suo ultimo post ma sono sicura che in qualche modo, da qualche altra parte riuscirà a tornare. Me l’ha mandato e insieme alla fine mi ha piazzato pure la canzone da mettere ! Quante pretese ‘sta benedetta ragazza ! Le do spazio volentieri. Aspettando però che lei ritorni presto. E che ogni salita che deve percorrere la renda sempre più forte, la faccia esercitare di fiato, la abiliti allo sforzo di gambe più di quanto finora non abbia già fatto, e la conduca al suo traguardo con un sorriso stampato sul viso. Alla faccia di tutti.

RMlk

Non pensavo che un giorno mi sarei sentita cosi, credevo questa certezza cosi lontana dalla mia persona ed invece adesso mi appartiene … averla dentro di me mi fa sentire vuota.  Vuota .. e non si può definire in modo diverso, nessun altra parola renderebbe giustizia a tutto questo.  Nel giro di una settimana la mia vita è cambiata, o forse semplicemente questo schiaffo ricevuto mi ha fatto finalmente vedere la mia realtà. Non sono una persona che si piange addosso, non potrei mai arrendermi, non potrei mai smettere di combattere per le cose in qui credo, eppure questa consapevolezza mi ha cambiata profondamente. Calma .. sono cosi calma e tranquilla che quasi mi faccio paura da sola. Passo le giornate nel silenzio più totale ad osservare quello che mi succede intorno. I gesti.. le persone ..  gli atteggiamenti …  il mio mondo .. e quasi come se me lo guardassi dal di fuori.
Mi affascina ! Cerco di capire gli altri come fanno a vivere questa realtà. Cerco di captare la loro forza, capire la loro rassegnazione, cerco un motivo che mi spinga di andare avanti.
E non provo odio. Non riesco a provare odio. Ma solo calma interiore nonostante sia costretta a passare le giornate con gli artefici del mio dolore.
Pace, parola senza significato nella mia vita, rincorrerla per anni mi è costato un caro prezzo. E me ne rendo conto solo ora, persa la mia voglia di farcela, la mia convinzione di essere, di sapere … di meritare .. perso tutto ciò non mi rimane altro. Non è un arresa la mia, ma semplicemente la consapevolezza di aver fallito nella mia vita. Che tutto quello che avrei potuto dare, me lo sono giocata ad una partita di poker. La consapevolezza di aver corso come una pazza invano .. di essermi arrampicata negli abissi inutilmente, di aver fatto quel patto senza riceverne niente in cambio. Mi sono resa conto .. che quella salita non finirà mai …che forse ho sbagliato le scelte.
Ho fallito  … è questa consapevolezza mi lacera dentro. La mia vita è  una fottutissima bugia .. e non mi resta che arrendermi a questa mediocrità.
-….- chi nasce quadro non muore tondo. 
E questo ….. è semplicemente il mio destino ( rido ! )
 
“ ringrazio una persona straordinaria .. di aver capito la mia necessità di comunicare  queste parole
 

Mettiamole in tasca

Mettiamola così. Mettiamola che non tollero costrizioni e deviazioni. Mettiamola che non tollero indicazioni e giudizi, riflessioni momentanee dettate dall’altrui pensiero sull’essere o sull’operato, che al più non si condivide. Mettiamo che non tollero chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere. Non tollero le conclusioni spicciole. E gli ammiccamenti. La saggezza. Va, che forse non tollero la saggezza. Mettiamola così, non tollero la saggezza. Me la sento addosso come una catena che mi stringe al collo, e vedo gente che tira di lato con le estremità degli anelli ben stretti tra le mani. Un giogo. Come quello dei buoi che arano. Mettiamola così. Mi innervosisce e mi fa scalpitare come un mulo chi crede di conoscere quel che non sa, chi parla di quel che non ha mai sentito. E si riempiono la bocca come fa la gente da maiali ingordi ai pranzi di matrimonio. E sudano sotto il calore dei loro stessi giudizi lerci e unti. Mettiamola così, mettiamola che non sono una che si può comandare, che si può giostrare, con cui si può argomentare. Perché sono una che tace anche mentre parla. E parla di molto ancora, tacendo. Che allora non sai mai se sono come si crede. Mettiamo che io decido, e se io decido è perché so, e se io so è perché ho vissuto. E che quando decido non mi si smuove in alcun modo. Mettiamola così, mettiamo che ho la testa dura. E allora io stabilisco come, quando, perché, chi e cosa. Consensi ? Ad maiora. Il resto mi scivola addosso, come la pioggia sui tetti delle case. Catalogare, etichettare, prendere e disfare, aggiustare, coprire, rompere ed incollare. Andare, venire. Mettiamola così. Metto queste parole tutte insieme prendendole una ad una da sopra a sotto, da destra a sinistra. Non me ne faccio scappare neanche una. Me le chiudo tutte in una mano, me le metto nella tasca della giacca, le accartoccio, le faccio piccole piccole. Esco. Ci giocherello camminando per strada, intrecciando le dita l’una all’altra e stando attenta che non mi sfuggano via i pezzi. Si consumeranno pure, magari, fino a non esistere più. A furia di giocarci si consumeranno, si logoreranno. Io le avrò create, io le avrò distrutte. E se poi mi viene fuori un ghigno, incontrando gente lungo il marciapiede, credo proprio che lo terrò finché non oltrepasserò la strada ed arriverò a casa. Toglierò la giacca, pescherò nelle tasche i resti del tutto, e trovandomi le mani vuote non mi dispererò. Mi allungherò sul divano, accenderò una sigaretta e mi guarderò le dita lunghe ed agili con attenzione. Ci riderò su si, io ci riderò su. E riderò sola perché ridere quando nessuno mi vede mi piace di più. Ho vita in abbondanza per riempirmi ancora le tasche, camminare e sbeffeggiare, inventarmi qualcosa e demolirlo all’istante. Per sedermi, fumare e ridere. Da sola. Così come ora. Mentre in bilico tra ieri e domani mi respiro l’aria densa di questo prossimo inverno aspettando la nuova primavera, mi guardo intorno e mi riempio gli occhi delle facce attonite e smarrite della gente, ed arrogante e presuntuosa come mai volto le spalle al resto, e continuo ad appuntarmi su un foglio di carta la vita che vorrò. E mi scrivo il mio stesso nome sul palmo della mano. Con tratti precisi, lineari e decisi, forti. Per non dimenticarlo mai.

Rosso (S)fumantino

Tipo no, ma io vorrei sapere. Che cazzo vengono a fare le persone quà alle sette e mezzo di sera a sfracassarmi a me che non ce la faccio più considerato il ritmo delle giornate e l’usura, ormai al limite, delle mie già relativamente proficue facoltà mentali ? Cioè voglio dire in sostanza, mi stai a portare soldi ? E stabbene ! Sennò, che sei venuto a fa’ ? No dico, ma davvero dai. Cioè te non c’hai da cucinare a quest’ora ? Non tieni marito che ti apparecchia la tavola mentre tu dovresti o sbucciare le patate o lavare la verdura o chennesò se proprio si vuole esagerare calarti mezzo chilo di pasta in pentola ? Cioè non c’hai il cane da portare giù a fare la pipì o da raccogliergli la cacchina dal marciapiede, oppure stare a urlare dietro ai tuoi figli che ancora si stanno a scervellare sui libri dopo tutto il pomeriggio che sono stati a giocare alla playstation ? Possibile che a quest’ora tu vieni quà a chiedermi sempre e comunque la stessa cosa ? E la risposta la sai già ! Ma che vieni a fa’ ! AFFANCULO NON MI STRESSARE. A-F-F-A-N-C-U-L-O. Oh.

Diamanta dice di me come di una donna fumantina, e, aggiungiamolo, mi chiama precisamente Rosso Molesto. Comunque lei dice che io sono rosso fumantino. Dicesi fumantina di personalità e/o l’atteggiamento agguerrito e/o violento e/o appassionato e/o idealista e/o comunque che fuma insomma dai. Lei dice in sostanza che scrivo cose serie e seriose, ma si vede che ha ben intuito che nel mio profondo sono una che può dare decisamente molto, molto di più in questo universo virtuale.

Un affanculo per la signora e un post fuori di testa per te cara !

Va là !

Che poi apro e chiudo discorsino che non c’azzecca nulla col resto, ma aprire e chiudere le parentesi e sguazzare nel mezzo mi piace da morire. Mi fa pensare ‘sta cosa della gente che si preoccupa di chi va a leggere quello che scrive, del perché, del percòme, del perquàndo, del persè. Bah. Io che ne so, scrivendo in risposta ad una lettrice che m’ha chiesto ieri ‘sta cosa quì, perché questo blog ed i suoi scritti non riceverebbero almeno 400 commenti al giorno. Chennesò perchè. Ma poi che m’interessa. Bah. Sissì, che siamo tutti pochino pochino vanitosi, a dire il vero io tantissimo, chiaro. Vanitosa e maestrina, come mi ha scritto Akamota. Ma poi a me mi frega zero se uno viene o non viene, commenta o non commenta. Scrivo per me e non per gli altri. Gli altri sono eventuali, io molto meno. Oggi c’ho il cervello spaiato secondo me. Me ne sto rendendo conto strada scrivendo. Credo di aver scritto una serie di boiate. O delle boiate serie. Dipende. Chiudo la parentesi però specificando che si sarà pure notato che ho poco tempo per cazzeggiare, poco tempo tempo per scrivere i commentini trastullanti agli amici di penna, ho poco tempo financo per me stessa. Figuriamoci per i post fumantini .. mo’ mi escono solo cose serie ! E a scrivere le cose serie io ci metto sempre pochissimo tempo perchè stanno tutte tutte nella mia testa, che ci posso fare. Ma che diamine ! Io SONO una persona seria ! E … detto inter nos … se m’arrivo ad infumare io … non è che la cosa si faccia poi tanto divertente … si sa. Meglio ch’io non mi infumi. E se succede siate lesti nello sfumarmi. Gradisco del buon vino bianco. Eggrazie.

Liliana

M’avessero detto un giorno che avrei fatto questo mestiere sarei scoppiata in una risata così fragorosa da attirare tutto il vicinato. Nemmeno sapevo chi fosse poi quel gran signore che avrebbe dato lo spettacolo in piazza per tre giorni di seguito. Io me lo andai a sbirciare di nascosto da mio padre, vestita di una gonnellina azzurra ed una maglietta bianca, stando attenta a non far schioccare le mie scarpine a terra nella corsa fino alla piazza. Volevo andarci chè se incontravo la signora Maria sapevo già mi avrebbe comprato le caramelle al limone. Avevo tutta la curiosità di chi sa starsene dietro l’angolo a spiare gli altri senza stancarsi, e fino alla fine. Quelle ragazze erano delle vere dive, come quelle che si dovevano vedere alla televisione, pensai. La Clara mi parlava delle signore della televisione e diceva sempre che loro erano delle dive, delle signore importanti che quando passavano davanti alle persone tutti battevano le mani, e che potevano comprarsi tanti vestiti. Io ad ogni racconto che la Clara mi faceva con quel suo stupido entusiasmo mi chiedevo se le signore della televisione portavano quelle scarpe con il tacco alto che avevo visto ai piedi della benefattrice del paese, e se anche loro portavano quel grande cappello con una specie di fazzoletto appeso, che svolazzava dappertutto mentre camminava. La Clara la televisione l’aveva in casa, e la sera di riuniva con tutta la sua famiglia e chiamava anche le sue cugine, quelle che abitavano dietro al fiume, e se ne stavano seduti tutti davanti a quella scatola a ridere e canticchiare motivetti. Io non ci andavo mai a casa della Clara. Non mi invitavano a dire il vero, ma l’unica volta che lo fecero io dissi di no, che non potevo andare perché avevo da preparare il brodo al mio papà di ritorno da lavoro. E se non lo preparavo io il brodo, che mia sorella era al convento del paese già da un anno per il noviziato, rischiavo che al mattino dopo mi toccasse, anziché andar a scuola, scendere prima giù con il mio papà alla stalla. E poi guardare il naso arricciato delle mie compagne al momento della mia entrata in classe. Il mio brodo era buonissimo. Forse neanche la mia mamma sapeva prepararlo così. Perché quel signore venne a casa mia, quella sera di agosto, non lo so dire ancora oggi. Mi scappò dalle mani il mestolo di legno sul pavimento, quando sentii dire da mio padre che delle due poteva dargli la figlia più piccola, che era indomita ma sveglia, mentre l’altra s’impratichiva per diventar monaca ed era già destinata. E disse che io sapevo cucinare. Sbirciai senza far troppo rumore. Vidi solo che mio padre stringeva la mano di quel signore. Che dire. Partii con lui senza neanche una valigia, con in mano solo il mio vecchio quaderno con le lezioni della scuola scritte su. Chi immaginava che avrei avuto vestiti colorati e scollati dietro la schiena. Mi portarono via la stessa sera del nostro arrivo la mia biancheria, e la sostituirono con delle stoffe che prima di allora io non avevo mai toccato. Nemmeno quando mi abbracciò a scuola la benefattrice del paese. Io sapevo solo fare il brodo, da bambina, con indosso un vecchio grembiule stracciato ed unto. E lo facevo per far mangiare mio padre, chè altrimenti mi avrebbe mandata a dar da mangiare alle vacche. Chi immaginava, mentre mi chiedevo silente dove mi stessero conducendo, chi immaginava mentre mi chiedevo perché quel signore non mi parlasse durante il viaggio nonostante stava portandomi via dalla mia casa, dal mio paese, da mio padre, chi immaginava che un giorno avrei confidato il mio menarca improvviso ad una vecchia donna che faceva la sarta nella compagnia, dopo avermi trovata tremante con le mani in mezzo alle gambe, chè me le stringevo come avessi ricevuto una bastonata. Chi immaginava che avrei baciato per la prima volta uno sconosciuto sotto le luci forti di un faro bianco, e quello che puzzava come una bestia, con un caldo asfissiante. Così davanti a tanta gente. Chi immaginava che sarei stata applaudita per questo. Chi immaginava che avrei ricevuto fiori e strette di mano, che sarei stata guardata da tutti nelle piazze mentre ero in alto e gli altri in basso, di fronte a me, tutti attorno a me di sotto del nostro vecchio palco scricchiolante. Chi immaginava che non avrei sposato mai un uomo, che non avrei mai avuto figli, che chi avrei amato sarebbe andato via non appena sorto il sole. Chi immaginava che avrei imparato a piangere quando non avevo nulla di cui soffrire, che avrei imparato a ridere quando dentro ero triste. Quel signore che mi venne a prendere, chi immaginava che avrebbe vissuto con me fino a ieri, per tutti questi anni. Se m’avessero detto che questa sarebbe stata la mia vita avrei riso sì, avrei riso. Il suo ultimo respiro, e la mano che stringeva la mia all’improvviso lasciata cadere sul letto. E questo è tutto. E questo è stato tutto. No, non mi sento smarrita. Non sono infelice. Non amo e non odio, non rido e non piango. È solo che volevo tornare qui nella mia piazza. E spiare da dietro l’angolo tutto. Rubarlo, con lo sguardo. Mangiarlo, nascosta. Divorarmelo, in silenzio. Come a me fu portata via la piccola gonna azzurra e la maglietta bianca. Come tutti mangiarono di me il migliore brodo che avessero mai assaggiato prima di allora.

Dell'inchiostro e di altri ruggiti

E così vorresti fare lo scrittore ? Se non ti esplode dentro a dispetto di tutto, non farlo. A meno che non ti venga dritto dal cuore e dalla mente e dalla bocca e dalle viscere, non farlo. Se devi startene seduto per ore a fissare lo schermo del computer o curvo sulla macchina da scrivere alla ricerca delle parole, non farlo. Se lo fai solo per soldi o per fama, non farlo. Se lo fai perché vuoi delle donne nel letto, non farlo. Se devi startene lì a scrivere e riscrivere, non farlo. Se è  già una fatica il solo pensiero di farlo, non farlo. Se stai cercando di scrivere come qualcun altro, lascia perdere. Se devi aspettare che ti esca come un ruggito allora aspetta pazientemente. Se non ti esce mai come un ruggito, fai qualcos’altro. Se prima devi leggerlo a tua moglie o alla tua ragazza o al tuo ragazzo o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno, non sei pronto. Non essere come tanti scrittori, non essere come tutte quelle migliaia di persone che si definiscono scrittori, non essere monotono o noioso e pretenzioso, non farti consumare dall’auto-compiacimento. Le biblioteche del mondo hanno sbadigliato fino ad addormentarsi per tipi come te. Non aggiungerti a loro. Non farlo. A meno che non ti esca dall’anima come un razzo, a meno che lo star fermo non ti porti alla follia o al suicidio o all’omicidio, non farlo. A meno che il sole dentro di te stia bruciandoti le viscere, non farlo. Quando sarà veramente il momento e se sei predestinato, si farà da sé e continuerà finché tu morirai o morirà in te. Non c’è altro modo. E non c’è mai stato.

                                                                              
Henry Charles Bukowski, tratto da  " E Così Vorresti Fare Lo Scrittore ? "
 

Mrs. Opera

È mai possibile che debba pensare a tutto io, che debba sempre preoccuparmi di ogni minimo particolare ? Guarda che io sono stanca eh. Tu non ti rendi conto, io inizio a non farcela più. Mi chiedo dove sei quando devo sistemare i bambini per la scuola, e li vedessi, dico li vedessi che Matteo devo obbligarlo a lavarsi i denti rischiando di impiastricciarmi anch’io di dentifricio, e Paola devo staccarla da davanti i cartoni. Maledetta televisione, li distrugge questi bambini di oggi. Sempre quei mostri stanno a guardare. Ed io mi devo sbellicare per urlare dietro a loro due, ché uno poi non mi si vuol vestire e l’altra che mi rovescia costantemente ogni mattina il latte sul tavolo. E non ti dico, per portarli a scuola, infilarli in macchina. Mi vergogno quasi con i vicini quando usciamo di casa. Ci fosse una volta che stiano attenti a non mettere i piedi sui sedili, ormai non glielo dico nemmeno più. Mi fanno venire le crisi isteriche ogni giorno, e per tutto il tragitto fino alla scuola strepitano e schiamazzano, fin tanto che ovviamente finiscono a litigare. E si prendono per i capelli, ed io dimmi, dimmi tu, come devo fare per farli smettere ? Dovrei forse staccare le mani dal voltante dell’auto, tirare loro un bel paio di sberle assestate come dico io e andare a sbattere contro chi mi sta davanti fermo al semaforo che io poi, ovviamente, non vedrei. Perché se devo pensare a loro due come faccio, due mani ho io, non certo dieci. Le vedi ? Ho solo due mani, cosa credi. E così scaricali a scuola parcheggiando all’angolo, ché davanti a queste benedette scuole non c’è mai parcheggio e così ti becchi anche una multa, come è successo ieri. Stronzo di un vigile, a me l’ha fatta la multa e alla Punto dietro no. Che giustizia è questa ? Pensi di avere un minuto la testa libera ed invece rientra in casa e sistema tutto, e quando dico tutto significa t-u-t-t-o. Hai idea di cosa voglia dire, dopo che quelle due pesti mi abbiano già tolto metà del respiro a disposizione per la giornata, dover rifare i letti ? Dico, e tira su le lenzuola che qualche giorno, io lo so, lo so mi verrà uno strappo alla schiena come si deve di quelli che mi bloccheranno in ospedale, vedrai. E metti in ordine, e apri le finestre, e chiudi le finestre, e inizia a fare il ciclo medio di quattro, dico quattro lavatrici ogni giorno, ché fino a sera sai quante volte stendo e ritiro i panni ? Ah, ma non li ho stirati mica oggi eh, e no oggi no. Pulisci, spolvera, lava, e inizia a pensare al pranzo e alla cena. E risistema tutti i vestiti, tutti. E tu, che io dico sei adulto e non so più come farti capire che i calzini vanno messi nel cesto dei panni sporchi in bagno. Perché ti ostini a lasciarmeli ai piedi del letto ? Non è possibile che oltre a dover sopportare quei due delinquenti dei tuoi figli, che non ubbidiscono neanche sotto minaccia di privarli per un giorno della playstation, devo anche sopportare te e le tue pessime abitudini. Ma cosa ti ha insegnato tua madre ? Sarebbe stato meglio se ti avesse insegnato che ad una moglie la si accompagna a far la spesa, che ci si vada insieme così non deve portarsi tutte le buste cariche di roba da sola. Lo sai che oggi mentre attraversavo fuori dal market per tornare qui mi si è rotta la busta dell’insalata ed è venuta fuori tutta la cappuccina ? Lo sai ? Ed io da sola come una stupida che arrancavo per prenderla dalla strada, la tua cappuccina appena comprata, ché voleva farla con le mele tagliate a fettine per stasera, sì per stasera. E volevo farla per TE, ché a me la cappuccina non piace e poi con questa colite che ormai non mi abbandona più non potrei mangiare insalata neanche se fossimo in tempo di guerra, ecco. Una stronza fighetta ci è passata sopra alla cappuccina con la sua Bmw che quasi mi tagliava una mano. E le ho urlato dietro che era una stronza, e quella, quella non si è nemmeno girata indietro, pensa te cosa devo sopportare io ogni giorno. Vai a riprendere quelle due pesti a scuola, e falli mangiare con una che ti lancia un maccherone contro e l’altro che il sugo se lo fa entrare persino nelle mutande. E allora, rifai un’altra lavatrice, per la mia camicia, per la tovaglia, per le mutande di Matteo e per tutti gli stracci che ho usato per pulire. I tuoi figli non vogliono neanche fare i compiti il pomeriggio, ti rendi conto ? Non vogliono fare i compiti, ed io che vorrei riposare un po’, dico giusto un po’, ne avrò anche il diritto no, devo stare dietro di loro altrimenti nemmeno la tabellina del due imparano e mi crescono ignoranti come il padre, sì proprio come te. E così ogni pomeriggio mi perdo le puntate dello show della De Filippi, ché ormai ci ho perso anche mordente visto che non so più chi è la nuova tronista e quindi cosa lo guarderei a fare se non lo posso guardare dall’inizio ? Io ti ci metterei io a te sul trono, che mi sembri un re comodo, sereno, tranquillo, ogni maledetto giorno ché tanto tu ci hai la schiava in casa, mica te ti preoccupi per qualcosa eh. Niente, zero, zero assoluto. Ah, ma stasera te la faccio pagare. Io sono stanca davvero di occuparmi di tutto. Stasera cucinatela da solo la cena, e giacché ci sei prepara anche qualcosa per Matteo e Paola, ché io non ne voglio sapere niente. Ecco. Io non voglio sapere più niente. Non potete ridurmi in questo stato voi tre, non potete solo perché tu lavori tutto il santo giorno e quei due che abbiamo creato hanno deciso di togliermi la salute. Allora ? Eh ? Allora ? Non dici niente ? Eh ?
 
Anche stasera mi do una mano da solo.

( Ri ) Scossa

Gennaio : viene la befana. Febbraio : viene carnevale. Marzo : viene la primavera. Aprile : viene Pasqua. Maggio : vengono le rose. Giugno : viene l’estate. Luglio : viene l’afa. Agosto : viene il temporale. Settembre : viene l’autunno. Ottobre : viene il terremoto.

Porchimmòntocheciòsottipiéti.

O.T.

HO STATA SPIEGATA

VERO ?

 E STAVOLTA SPERO PROPRIO DI SI.