Archivio mensile:novembre 2007

(De) Composizioni Sparse

E’ sottile, la soddisfazione mia è sottile. Quanto grande, quanto importante, quanto vincente, quanto rassicurante, però, mai saprete. Un filo appena visibile. Un nodo che non si scioglie. Una trama che si tesse con piccoli movimenti. Una matassa che non si sbroglia. Un anfratto scuro. Una caverna ridotta. Non vi è permesso entrare. E’ da dentro, da dentro, che vedrò le vostre carni raggelare. E magari chissà che la pietà non trovi il suo giusto posto, e che una volta venuta fuori in soccorso io stessa non vi scopra ormai cadaveri. Inutili, putrefatti. E torni dentro, allora. Per ricominciare. Tutto daccapo.

In fieri silenziosamente ( de ) compongo.

I pezzi stanno quì e provi ad incastonarli. Sono disegnati e tagliati per stare ciascuno al posto esatto. Io comincio sempre dal mezzo. Perchè non dalla cornice ? Mi perdo, se inizio dalla cornice. Come i bambini che nei grandi market lasciano la mano della mamma e iniziano a piangere nel bel mezzo di cappotti e pantaloni, sovrastati dai tessuti. Cosa scatta quando ti chiudi e non parli, non lo saprei dire. Succede che hai tutto dentro e che non lo vuoi raccontare. Succede che stai quasi bene così. Succede che pensi alla inutilità di alcune cose, di alcuni atteggiamenti, delle molte parole. Del troppo riso. Succede che il cielo quando si fa grigio e vorrebbe buttar giù acqua fa nascere una luce che vedi solo tu. Ed intorno, tutti a lamentarsi del cattivo tempo. E dentro, l’unico pensiero tuo che la nebbia sia finalmente una buona compagna nel viaggio. Qualcosa fu chiamata contaminazione, qualcos’altro fu detto come di un’avversione. Io le parole ce le ho e mi sfuggono. Forse.

Il passo nella nebbia.

Come mettersi seduta e chiudere gli occhi la sera. Dirti, sentirti, toccarti, parlarti.

Io e me stessa.

Contorni

Che ci starebbe bene ora chiudere la porta a chiave, invece di contarsi il denaro sulla scrivania. Spalancare la finestra. Sentire tutti i rumori della strada. Una sigaretta. Metter le gambe sul davanzale, lasciarsi andare sulla sedia. Scivolare appena. Le calze nere. Le caviglie. E voltarsi di poco per osservare la libreria che straborda. E chiedersi se il rosso del legno è chiaro o è scuro. E’ un pò come il colore del sangue. Nè chiaro, nè scuro. Ha il suo colore. Indecifrabile. Ci starebbe bene ora contare di quante penne ho smarrito il cappuccio. E prenderne una. E scrive ancora. Certi inchiostri non si asciugano mai. Un soffio di vento freddo mi pizzica per un attimo il viso. I capelli li taglierei cortissimi. E penso. Nessuna smania. Devo cambiare la cornice all’ultima foto della mia piccola indiana. E la pelle della mia borsa nera inizia a sdrucirsi troppo. Forse adesso fa un pò caldo. Mi piacciono le mie mani, e mi piace osservarle. Ci starei una vita a farlo. A toccarle, stringerle, accarezzarle. Mordicchiarle. Il calendario è quasi alla sua ultima pagina. L’agenda è chiusa. I conti tornano. Gli impegni anche. E questa pianta quì, che pare allungarsi fino ad arrivare a sfiorare le mie gambe. Chè alcune volte mi chiedo se le somiglio. O se è lei, così arrogante ed indifferente, che almeno un pò somiglia a me. In qualcosa.

L'istante

Io ? Io non ci metto molto. E’ un istante sai. Davvero. Dico, ci vuole un istante. Sai quanto dura un istante ? Ecco, un istante. Mi ci vuole un istante per ridere. Forse anche meno. L’istante sta per compiersi ed io rido già. Cosa ho da farci ? E’ tutto un attimo, pare una canzone di altri tempi. Chè per me, sul serio, è tutto un attimo davvero. E’ un attimo che mi saltano i nervi e urlo. Che mi prende la malinconia e piango. Che mi metto a ballare e chiudo gli occhi. E’ un attimo che amo qualcuno. E’ appena un attimo che ti odio. Ma poi tutto passa. Passa l’allegria e passa il rancore. Passa l’euforia. Passa la vendetta. Passa. Così, in un istante come viene tutto, poi l’attimo dopo passa. Che faccio, quindi ? Niente. Vado in camera e guardo una foto. Mi svesto e mi metto in pigiama. Mi siedo sul divano e avvicino il tavolino basso alle mie gambe. Prendo una birra dal frigo e la sorseggio. Metto sù un pò di musica e canticchio. Guardo il quadro della casa dietro la piazza, giù in paese, e sorrido. Tiro la grande tenda e mi chiudo fuori il mondo. Spengo tutte le luci in giro e lascio accesa la lampada azzurra. Sgranocchio qualcosa e mi scrollo le briciole di dosso. Metto il segno al libro che ho lasciato a metà e lo faccio attendere sulla poltrona. Sparpaglio davanti a me, sul tavolo, tutte le carte del mazzo. E’ il mare dei punti bianchi e neri. Le volto. Così, canticchiando, sorseggiando, sgranocchiando, sorridendo, pensando. Le volto una per una. E provo ad indovinare dov’è che sta il jolly.

Julie

Io lo so. Io lo so a cosa stai pensando. Ti chiamerò, tranquillo. Ti chiamerò. Vedrai. Ti chiamerò e riderò perché se riderò crederai ch’io stia bene, mentre se non riderò inizierai a pensare che forse sono triste. E allora riderò tanto fino a farmi venire la faccia rossa, così tu sarai sereno. Mi chiederai se è vero che ho la faccia rossa ed io ti dirò si, ho la faccia rossa dal ridere. E’ così rossa da non poterlo nemmeno immaginare. Si, davvero. Dirò che è talmente rossa che mi confonderesti con un pomodoro maturo. Credimi, è rossa come un pomodoro. Anzi, ti dirò che sono un pomodoro maturo e che attendo di essere spremuto nella tua bocca. Così tu riderai pensando alle goccie e ai semini che ti coleranno ai lati della bocca, ti sporcherai la maglia e continuerai a ridere. E sarai felice, e mi dirai che adesso, oh adesso si che mi hai ritrovata, adesso sì che hai ritrovato la persona che hai sempre conosciuto. Io lo so che non ci credi a quel che ti dico. E fai bene a non crederci. Io ti dico per un po’ quello che tu vuoi ascoltare, così poi magari finalmente parliamo d’altro. Io lo so che tu non vedi quel che vedo io anche se te lo racconto. Io ci provo a raccontartelo, ma tu non lo vedi. Forse tu non ci senti bene. E allora continua a chiedermi ed io continuerò a risponderti. Perché tu non perda il sottile senso di precario equilibrio sulla fune delle tue convinzioni e non ti faccia meno male di ieri quando cadrai da lassù perché le tue convinzioni sono cenere e quel soffio di vento che ti butta giù all’improvviso. Su, adesso vieni e abbracciami. Si, ma abbracciami piano. Ecco, magari abbracciami da lì va. Si, da lì dove sei. Anche dall’altra stanza, è uguale. Abbracciami, e non pensarci. Chè mi fai caldo se ti avvicini troppo.

Oggi ho fatto un altro passo. Adesso alle mie spalle c’è il passato, davanti il futuro. E in mezzo tutta una vita da vivere. E sono felice così.


Raramente scrivo di cose così. E potrei scrivere di questioni in cui circola denaro sonante, o di questioni politiche, o di grosse imprese. Di intrallazzi. La mia seconda soddisfazione in questo giorno ? Il Tribunale ha riconosciuto l’invalidità ad una bambina di sette anni affetta da leucemia acuta linfoide, in trattamento chemioterapico.  Il beneficio era stato negato dalle commissioni mediche competenti. Di due anni fa, quando i genitori vennero a parlarmi della faccenda sventolando nervosamente davanti ai miei occhi il verbale della commissione, ricordo le lacrime di rabbia. E non era per il mancato denaro conseguente. Era per il principio, il principio di negare un diritto a chi lo ha pienamente. Di oggi, che ho il provvedimento sulla mia scrivania, ho visto le mie. Chè non sembra … ma questa pronuncia mi ha fatta commuovere. E per questa piccola biondina, anche se non c’è guarigione così, almeno un pizzico di giustizia è stata spesa.

La mia terra

Ah si, voi siete l’avvocato, me l’avevano detto che sareste venuta quì. Mi dispiace non potervi offrire neanche un caffé, mi tengono rinchiuso quì dentro manco fossi un pazzo, con questi legacci intorno ai polsi e alle caviglie. Dicono che mi terranno così per almeno tre giorni, pare che una nuova medicina debba fare tutto il suo effetto. Stamattina mi hanno ficcato un ago nel braccio, ho chiesto che roba era e nemmeno mi hanno spiegato niente. Quì sono tutti degli stronzi. Poi forse mi faranno scendere dal letto. Forse potrò anche andare nella sala più in là, a guardare la televisione. Quì c’è tanta gente, ed io non ho capito perché a me hanno dato una stanza singola. Non era meglio se mi mettevano in compagnia ? Che cazzo faccio da solo, che neanche posso guardare fuori la finestra ? Voi siete avvocato davvero ? Mi parete così giovane, così piccola. Ma quanti anni tenete ? Tirate fuori tutte le carte, so che ve le ha date mio fratello. Me l’ha detto ieri che è venuto da voi. Si, perchè io a casa non ci sto più da un pò. Prima mi hanno messo in una stanza puzzolente dell’ospedale, quello in centro. Adesso mi hanno portato quì, da due settimane, chè è pulito, si, meno male. Solo che chissà quando uscirò. Si, ho saputo di quella brutta storia. Ma adesso che c’entra, ne dobbiamo proprio parlare ? Io non c’ero, ero a lavorare. Come, in malattia ? No avvocato ve l’assicuro. Io non c’ero, ero a lavorare. Lo sanno tutti che ero a lavorare, come sempre. Io mi sono spaccato la schiena una vita. Non me ne frega un cazzo se l’hanno sgozzata con il coltello per tagliare il pane. Mi vennero a fare certe domande, quando stavo all’ospedale. Volevano sapere io dove stavo quel giorno, che facevo, com’era la nostra vita, chi erano i nostri vicini. Com’era la nostra vita ? Una vita di merda, ecco com’era. Per me la potevano anche strangolare con uno straccio da cucina. Quella non valeva niente. Quella era una lurida puttana, mi ha fatto passare le pene dell’inferno dal primo giorno che l’ho incontrata. Era una stronza, e quando ci siamo sposati che ve lo dico a fare, avvocato. Quando io rientravo da lavoro lei a casa non ci stava mai. Quando tornava, se ne usciva con la sua bella scusa di essere stata da sua madre, e chi cazzo ci ha mai creduto. Lei pensava di farmi fesso. L’ha fatto per trent’anni. Non sapeva cucinare nemmeno bene. E quando dicevo che bisognava fare pulizie a casa più approfondite lei saltava su come un grillo ed iniziava ad urlare dicendo che io ero un criticone, che non ero mai contento di niente, che cercavo solo scuse per litigare. Una volta mi disse che lei non era nè la mia puttana nè la mia cameriera, e che non dovevo mai dimenticare che tutto quello che lei faceva era gratis. Avvocato, dico, dovevo pagarla per fare la moglie ? Una volta l’ho trovata nel supermercato che parlava con un tizio. Non ci ho visto più, chè faceva tutta la smorfiosa. A quello gli ho mollato un cazzotto e l’ho steso. Lei l’ho presa per i capelli, le ho dato un ceffone e poi le ho detto che il resto lo prendeva a casa, chè a me figure di merda davanti alle persone non piace farne. Pure dei miei figli mi ha privato, quella. I miei figli, avvocato, mi stanno contro, lo sapete ? Si, quei due mocciosi mi stanno contro, odiano il loro padre. Io me ne sono sempre accorto, non ci voleva molto a capirlo. Mi guardavano sempre di traverso. Mai un abbraccio, mai una carezza, mai un po’ di felicità per i regali di compleanno che facevo. Niente. E perché ? Perchè quella troia ha fatto di tutto per riempire la loro testa di fandonie. Diceva ai nostri figli che io ero un bastardo, che lei a me mi aveva raccolto dalla strada e mi aveva fatto diventare un signore, che prima o poi mi avrebbe fatto fuori così potevano vivere tutti felici e contenti, diceva che io non sapevo fare il padre. A Giovanni tre anni fa disse che io non ero nemmeno suo padre. Come potevo sopportare tutto questo ancora ? Se l’hanno trovata crepata a terra meglio così, avvocato. Mi sono tolto un bel pensiero di torno. Adesso finalmente posso vivere bene. Spero solo di uscire presto di quì. No, non vi seguo .. Quelli dicono che sono stato io ? Ma mio fratello non me l’aveva detto. Lo dicono queste carte ? E voi, avvocato, ci credete a ‘ste carte ? La carta la puoi bruciare, lo sapete ? Puff, non c’è più. Che cazzo me ne frega a me, avvocato, di queste carte. Manco giustizia, per quella stronza di merda, manco giustizia voglio. È crepata ? E Dio sia lodato. Io avevo detto a mio fratello che voi dovevate venire quì per un altro motivo. Gli avevo detto di controllare nel primo cassetto del comò, ci stanno certe carte del notaio. Quelle erano le carte che vi doveva dare. Ho centoventi ettari di terreno, stanno oltre il vallone. Me li ha venduti sette anni fa uno che sta in Canada. Sapete il vallone dove sta ? Quello che c’ha la terra accanto alla mia si è messo a piantare pomodori e cavoli e patate sui miei ettari. E c’ha messo granturco e frutta. Di tutto. Me l’hanno riferito tempo fa. Avvocato, a questo gli dovete fare una bella lettera, che togliesse tutta quella roba o se no quello che ci esce me lo prendo io. La terra è mia. Nessuno ha dato il permesso. Nessuno la deve toccare.

Breve cronistoria dell'abito omicida

Il dubbio per me è un guaio. Nel senso che quando ho un dubbio su qualcosa vuol dire che quel qualcosa non va. Io decido di solito nell’immediato. Anche se combino qualche guaio difficilmente rimando. Difficilmente dubito. Difficilmente rifletto. Tutti mi dicono prendi quello, se ti ha colpito. Bloccalo, se ti ha colpito. Fai subito se ti ha colpito. Non vederne altri, se ti ha colpito. Ebbene, mi ha colpito è vero. Quell’abito mi ha colpita. Ed infatti sono andata a provarlo di nuovo, oggi. Perché allora sono andata a provarlo di nuovo ? Perché mi ha colpita ? No. Perchè avevo un dubbio. Perché avevo un dubbio ? Perchè non ho deciso subito. Perché non ho deciso subito ? Perchè non lo so, qualcosa mi avrà fatto tentennare. Però una cosa so. Se non decido subito vuol dire che qualcosa non andava. Si. E’ vero. Quell’abito di lunedì mi ha colpito. Che sia benedetta quella donna, che poco fa ha avuto anche la pazienza di farmelo indossare di nuovo. Ci sono riandata, perchè dovevo rendermi conto se l’effetto dell’altro era reale o se mi sono lasciata prendere da pura emozione. Anche perché pure la signora dell’altro atelier, quello di oggi del primo pomeriggio, si è lanciata nel chiedermi se ho fatto lampade o no. Spiacente di deludere tutti i vostri entusiasmi. Soprattutto i vostri consigli. Ma il vestito che ho prenotato, bloccato, e subitaneamente accontato oggi pomeriggio, senza pensarci sopra più di un attimo, nemmeno un nanosecondo, quello non mi ha colpita. Quello, semplicemente, mi ha uccisa. Orbene, attendete il fatidico giorno. Credo proprio che lo vedrete solo allora. Stronza che sono ? Ma no. Sono solo una che decide. Eh. Volevo resistere fino a domani, anche a scrivere. E non ce l’ho fatta per davvero. Ah.

Cronistoria di un abito benedetto

Forse le amiche più strette della sposa, vale a dire Duchessa, Nya, Angel, Zoe e Malù, vanno soddisfatte, visto che siamo lontane e non ci si può raccontare tutto de visu. Evvabene. Lo ammetto, mi ha preso una strana smania di intimità, e sono sicura che ve ne siate accorti. Non sento il bisogno di comunicare qui tutto quello che sto vivendo, come se volessi tenerlo per me e per me soltanto, ma loro insistono .. e se insiste anche Akamota vuol dire che devo proprio. Direi innanzitutto che la cosa più bella di questi giorni è uscire con mia madre, che a causa del mio e del suo lavoro vedo molto, molto poco di solito. E’ divertente che lei, piccola e minuta, con quei suoi occhioni neri svegli e ragazzini, si metta sotto il mio braccio e dica uagliuncè iamm’ ià, iamm’ a verè, e che mentre lo dice sbatta quei suoi piedini come una bambina che deve scegliersi il regalo di natale. Quella mi sa che si diverte quasi più di me. La prima volta che sono stata in atelier è stato lunedì. Voglio dire, la prima volta che sono andata a misurare degli abiti da sposa. Gli occhi ti escono di fuori, ce ne sono di meravigliosi davvero, e sembra, solo in apparenza, che non si sappia quale scegliere. In realtà devo convenire con Duchessa, il mio abito credo di averlo già scelto, e l’ho scelto proprio lunedì. Tra tutti quelli che ho indossato uno è talmente particolare, talmente fuori da ogni aspettativa, talmente … bello, che credo proprio di puntare su quello. Anche perché sono tre giorni che ci penso di continuo. Le prove sono state divertenti, compreso il fatto che nonostante avessi segnato ogni appuntamento preso per questa settimana, proprio il primo di lunedì l’avevo … ehm come dire … beh insomma … si diciamo che … l’avevo dimenticato. Ecco.
         signorina, ha già un’idea di come lo vorrebbe ? Ampio, semplice, chiuso, bretelle, due pezzi, intero …
         beh guardi francamente no … non saprei davvero … non ho idea …
         è la prima volta che si sposa ?
         eh ? E direi anche l’ultima …
         capisco … quando si sposa ?
         maggio
         va bene, maggio … signorina intanto si spogli, iniziamo a vedere qualcosa.
Mi spoglio, con la mia mamma seduta sul divano, tutta felice. Io un po’ meno perché per quanto riscaldato l’ambiente faceva comunque freddo, vista la neve di fuori.
         signorina, ma lei fa le lampade ?
         veramente no ..
         che Dio la benedica, che bella carnagione !
         grazie !
         e con questo seno le starebbe bene indosso di tutto, che Dio la benedica che bella donna ! Mi vengono qui certe acciughine che alcune cose non possono nemmeno misurarle per prova !
          grazie !
         lei ha un figurino niente male, bella con tutte le cose al posto giusto, ma che Dio la benedica davvero ! Signora (rivolta a mia madre) lei ha una figlia splendida !
         grazie signò … (cioè con tutte ste benedizioni sto a cavallo, penso. C’avrà il vizio questa di dire così)
          iniziamo con questo, e poi questo, e questo ancora, e quest’altro … ma prima di indossarli deve mettere questo body qui. Misura ? Ecco si, questo dovrebbe andare bene.
Considerato che io non tollero nel modo più assoluto qualsiasi cosa possa starmi stretta addosso, e come dentro di me così anche fuori, appena ho visto ‘sto body m’ha preso l’ansia. Ho pensato ecco quà mo mi devo schiattare dentro ‘sto coso, che poi mi da pure fastidio che si attacca di sotto, ma come fanno a mettere ‘ste robe io non lo so .. Comunque, mia madre mi fa un sorriso come per dire già ho capito cosa pensi, fatti coraggio, ed io mi faccio coraggio. Mi ci infilo dentro, faccio un gran respiro e dico mamma, ora iniziano le comiche. E lei, intanto, continua a ridere. Lei è fatta così. Meno male.
Comincio ad entrare e uscire continuamente da una serie di abiti tutti bellissimi e diversi. Inizio a scartare il classico due pezzi, gonna e corpetto, inizio a scartare il classico taglio di sopra stile balcon-terrazzo, scarto anche lo stile bretellina, inizio insomma a fare una cernita. All’improvviso se ne va la luce. La signora inizia ad andare in fibrillazione e chiama la commessa urlando vedi il contatore vedi il contatore, sbrigati sbrigati, tutta colpa di quei faretti della vetrina, sbrigati ! Io e mia madre iniziamo a ridere senza riuscire a fermarci. Torna la luce, continuo a fare la mia cernita finché non arriva lui. Quello. Prima lo guardo. Ancora. Penso che un vestito così non l’avevo mai visto addosso a nessuna. No dico, chè i vestiti, chiaro, sono tutti diversi, ma se li si osserva a parte i particolari precisi la linea, il taglio, il modello, il colore, le rifiniture, i drappeggi, insomma bene o male l’abito è quello. Eppure quello che avevo di fronte non era uno come gli altri. Lo indosso. Mi guardo, comincio a ridere. Ma che ne so perché, mi ha preso a ridere !
          signorina, questo le sta d’incanto che Dio la benedica, non posso farlo provare a tutte perché qui ci vogliono le forme, ma come le sta bene … guardi qui … si giri … la schiena .. guardi … che poi lei ha questo collo .. che Dio la benedica !
          si, in effetti questo è davvero proprio diverso da tutti gli altri …
          ma come sta bene ! Ma che bella ! Ma che figura che le fa ! E poi con come risalta il colore della pelle !
          si, vedo signora .. posso tenerlo ancora un po’ ?
          ma certo, si figuri ! Si guardi, che incanto ! Va solo ripreso un po’ qui, chè lei ha il vitino piccolo, ma le sta un amore ! Signorina, che Dio la benedica quant’è bella !
Guardo mia madre, che guarda me. Ci capiamo al volo. Lei mi intende, io intendo lei. Mi giro dinanzi allo specchio. Ancora. Dietro, davanti. Mi metto un po’ di lato, mi guardo. Penso che si, in effetti questo è bellissimo, più degli altri, e che ha un taglio non classico. Forse mi sta così bene perché unisce eleganza ad un pizzico di originalità. Alcuni conferiscono un’aria seriosa. Altri un’aria frivola. Si, è così, davvero. Dall’abito da sposa che si sceglie sembra venir fuori la propria personalità. Mi svesto, e continuo a guardarlo, la signora vorrebbe che ne provassi altri ma le dico che non serve, va bene così, anche perché c’avevo la testa che mi girava e vedevo bianco dappertutto ! Chiediamo il prezzo, qualche altra informazione come guanti, velo e cose così. Mi vesto, ci lasciamo con l’impegno di farmi sentire entro sabato per una risposta. Ieri ne ho visto qualcun altro, in realtà solo due o tre perché non riesco a togliermi di testa quello. Anche la signora dell’atelier in cui siamo andate ieri mi ha chiesto se faccio lampade o se sono scura di mio. Ho risposto che ho fatto due lampade nell’inverno di quasi due anni fa per gioco e curiosità soprattutto, con una mia amica, e che ne sono venuta fuori come dopo una settimana di mare. Non è proprio cosa far le lampade, io. Si, dovrei decidere subito, è vero. Ma se da un lato forse ho già deciso, dall’altro vorrei rendermi conto anche di come sono gli altri. Credo sia normale, non lo so. Resta che con mia madre da tre giorni non parlo d’altro che di quell’abito specifico. Io ne parlo, e lei anche si entusiasma. Difficile che io e lei non si sia d’accordo su qualcosa. Magari un altro giro oggi lo farò, anche perché gli appuntamenti li ho fissati, guardare e andare non guasta.
Ma se, come credo, l’abito disegnato e cucito per me, per il mio giorno, è davvero quello di lunedì .. che Dio benedica chi l’ha fatto ! E pure la signora dell’atelier !

Il soldato

Voi mi chiedete oggi il perché, mi chiedete perché non parteciperò a questa nuova guerra. Mi chiedete perché io sia così codardo da non appoggiarvi in questo schieramento. Ed io ve lo dirò, che tutto sta dentro, e ha bisogno di uscire. Non vi biasimerò se non vorrete comprendere, non vi odierò se non vorrete condividere. Non vi giudicherò, se non capirete. Eppure io vi dico questo. Avete mai visto i vostri figli dormire nel loro letto, con le coperte buttate giù dal letto ? Vi siete mai accostati a loro di prima mattina senza svegliarli ? Non avete voi provato l’istinto di coprirli dal freddo, anche se continuano a dormire senza accorgersi di essere scoperti ? Io vi dirò questo. Che ogni mattino da quando sono nati, dal più piccolo al più grande, io vado a vederli dormire. Li guardo, fermo sull’uscio della porta. Li osservo, così persi in quel sonno. E quando sono scoperti io rimbocco loro le coperte piano, piano. E se hanno un fremito, dettato dalla presenza del mio essere accanto a loro, io mi allontano di qualche passo, chè non li sveglierei per nulla al mondo. Avete voi mai visto la vostra donna quando è assorta nei suoi pensieri, così abbandonata sulla sedia che preferisce ? L’avete mai vista scrutare l’orizzonte ? Avete mai provato un senso di estraneità, quel senso di star fuori dalla sua vita per un piccolo, eterno attimo in cui lei non vi vede, non vi considera, non vi parla, eppure vive, da sola, per sé stessa ? E la vostra casa. Il vostro denaro, la vostra fatica, ogni chiodo messo anche nel più remoto anfratto del tetto, negli spigoli, negli angoli. L’avete mai osservata la vostra casa dai piani alti, fermandovi su uno scalino a guardare di sotto ? Ora io vi dico e vi chiedo. Sareste voi codardi, se qualcuno venisse ad appiccare il fuoco alla vostra casa, se qualcuno bruciasse le carni e le ossa dei vostri figli mentre dormono, o della vostra donna mentre così si perde nei suoi stessi pensieri, non sareste voi i primi a prendere i bambini dai loro letti, a tirare per un braccio quella donna che amate, e portare via tutti fuori, in cortile, per salvarli ? E in più vi dico, e vi domando. Se per un momento di lucida follia, se per una ragione di giustizia, se per un principio tramandatoci dai nostri gloriosi avi, foste voi stessi imprudentemente ad appiccare quel fuoco, io vi chiedo, sareste capaci un dì di perdonare la vostra stessa incapacità di salvare i vostri cari, i vostri beni ? Sareste voi mai capaci di perdonare il vostro stesso gesto ? E ditemi. Vi sarebbe di consolazione la ragione, il principio, l’origine per cui avete fatto quel che forse mai potrete perdonare a voi stessi, e mai altri perdoneranno alle vostre vite ? Io sono codardo, e solo perché voi tutti lo pensate. Eppure vi dico. Non sarò io, non sarò io ad appiccare fuoco alla mia casa. Non sarò io a bruciare le carni e le ossa dei miei figli, le mie stesse carni, le mie stesse ossa. Non sarò io ad incendiare il mio raccolto nei campi, i miei granai, i miei vigneti. E non sarò io a consumare nel fuoco la donna per cui vivo. Non ho la forza dei miei anni giovani, non ho l’imprudenza delle passioni di una volta, quando braccio a braccio abbiamo combattuto contro i nemici che scendevano dal Nord. Eppure, ascoltate. Che nessuno appicchi mai il fuoco nella mia casa, alla mia donna, ai miei figli. Perché solo allora il mio nemico assaggerà ancora il fendente dalla mia spada riposta da anni. E pietà alcuna avrò quel giorno finché non vedrò il suo cuore smettere di pulsare tra le mie stesse mani.

Oggi ho fatto un regalo ai miei nemici, facendo un passo indietro dalle mie intenzioni. Forse, però, è un regalo che ho fatto solo a me stessa. Non sarò io ad appiccare il fuoco. Lo facciano altri, e difenderò quello che ho con le unghie e con i denti.

Del tempo

E’ il tempo, quello che passa come una litania di rosario sgranato tra dita invecchiate e ricurve. Quello che si fa attendere di puntualità. Perché è il tempo, quello che si rincorre quasi senza fiato, quello che si divorerebbe anche senza denti, quello che si riempirebbe anche senza contenuti. Perchè è il tempo, quello che ci si gioca a rimpiattino, e fuori piove. Quello che si racchiude in un foglio di carta. So aspettare, riflettere. So servire il piatto nel momento della fame. So aspettare e so guardare. So riconoscere. Ogni rumore, ogni circostanza, ogni volto. Mai troppo tardi per tagliare rami secchi. Perché è il tempo, quello del lento fluire di un disegno di vendetta. Mai troppo tardi. E guardare fuori ? E guardare fuori, si. Dimmi come si fa. E ridere in faccia alla stupidità ? Mai troppo tardi. E il freddo ? Il freddo anche, sì. Mai troppo tardi ? Mai troppo tardi. Dammi una penna, lo segno. Insieme al resto.

E intanto, adesso, nevica.

Sofia

Non ti chiederò mai nulla in cambio, disse in un piccolo sussurro sulla porta di casa, con la voce ancora un po’ roca, poco prima che le sue braccia scivolassero attorno ai fianchi ossuti e stretti. Concluse in una presa decisa, avvicinandola un po’ a sé e costringendola a far un piccolo passo verso di lui, sulla punta dei piedi. Il letto era stato lasciato disfatto, con le lenzuola raggrinzite quasi a terra ed i cuscini messi di traverso. Un appartamento piccolo, così piccolo da sembrare di starci stipati dentro come vestiti ammucchiati nell’armadio prima del cambio di stagione. Una nottata brava nell’ultimo locale sulla spiaggia in un turbinio di mani sul culo e sudori mischiati, nell’aria rarefatta di mare, e se la ritrovò davanti. Non le sembrò né bella né brutta. Non le sembrò di particolare intelligenza durante la breve conversazione, sorseggiando un drink seduti sulla sabbia fuori dal locale. Non le sembrò molto stupida, quando disse che credeva fermamente nella democrazia e che aveva fatto la scrutatrice alle ultime elezioni, augurandosi il meglio che lei pensasse. Non era affascinante e non era da buttare. Era solo una donna in fondo, come tante. Niente di più. Non apprezzò l’arredamento di casa sua eppure non disdegnava i colori scelti per le pareti. Non trovò l’ordine che amava in ogni cosa eppure quella combinazione di mobili trovati alla meno peggio ed accostati senza stile e premura gli sembrò simpatica e gioviale. Forse anche divertente in fin dei conti. Qualche minuto per ritrovarsi in una camera stretta e piccola con un letto troppo ampio, qualche secondo per spogliarla del vestito che indossava e scoprirne il corpo spigoloso, pochi baci che si confondevano con la sua lingua distratta, concludendo con una montata decisa e liberatoria, per quattro o cinque colpi ben assestati e un piccolo mugolio inconsistente. La porta scricchiolò spinta impercettibilmente dal vento che entrava dal portone spalancato, tre scalini ed un ripiano più giù di casa. Intascò il biglietto con il numero di telefono e portò via il suo sudore. Chiusa la porta e riavviatisi i capelli con un gesto lento della mano, Sofia si diresse verso la camera. Impalata immobile sull’uscio guardò le lenzuola quasi a terra, piene di grinze. Pensò che avrebbe dovuto riordinare. Chiuse il balcone lasciato aperto per il caldo afoso del primo pomeriggio e si sedette sul bordo del letto a rassicurarsi. Tutto è durato meno di un attimo, meno di un attimo presente nell’attimo che già è andato perso.