Archivio mensile:dicembre 2007

*

Voglio che finisca in silenzio questo anno, ed in silenzio inizi il nuovo. Voglio che non ci sia troppa gente, non ci siano voci che annaspano nell’aria, mischiandosi senza poterle riconoscere. Voglio che non ci sia rumore, troppo rumore. Voglio che tutto arrivi come la neve quando scende di notte, e si posa dove vuole. E voglio stare alla finestra ad osservare. Poche parole. Voglio poche parole. Voglio continuare a confondermi davanti alle cose, davanti alla vita, perché è così che sono, e non voglio cambiare. Voglio riuscire ancora e sempre ad entusiasmarmi per poco, molto poco. Voglio continuare a credere in quel che faccio, in quella che sono. Voglio continuare a guardare oltre l’apparenza, più in alto della bassezza, più in profondità di quello che posso toccare con le mie mani. Voglio continuare ad essere all’altezza, sempre. Ogni giorno. All’altezza di vivere quello che ho, oggi, e in avvenire ancora. Questo anno mi porterà tante novità. Le aspetterò seduta magari, tranquilla forse, indaffarata probabilmente, entusiasta di certo. Me ne starò lì, ad attendere che il tempo passi più in fretta perché è il tempo che dentro di me il cuore rincorrerà in segreto, finché avrà fiato. È del tempo che vorrò scrivere. Sono le ore, i minuti che passeranno forse troppo lenti, sempre troppo lenti, che vorrò cucirmi addosso come un vestito nuovo. L’attesa. In silenzio. In silenzio. In silenzio. Come quando sai che riceverai il regalo per il tuo compleanno. E stacchi le pagine del calendario contando sulle dita delle mani i giorni che ancora mancano. E se le dita non ti bastano te li scrivi su un quaderno. E il giorno del tuo compleanno leggerai tutte le pagine, e ti sorprenderai a pensare. Com’è possibile aver atteso tutto questo tempo per tanta felicità.
Che la linea di confine tra il vecchio e il nuovo sia marcata a tratti scuri e riconoscibili, e che il passo sia deciso e stabile finché non si arrivi alla meta. Per poi tornare a camminare. Ancora. E fermarsi di nuovo quando sarà necessario, e riprendere la corsa quando si avrà nuovo obiettivo da raggiungere. E riposarsi ancora un pò, e ricominciare sempre.
 
Buona fine, e buon inizio a tutti.

Circoscrivendo

Ci cammino per queste strade troppe strette, troppo affossate. Incespico con i piedi tra i gradini delle scalinate, ma so rimettermi in equilibrio al prossimo passo. Ci so stare ferma, senza muovermi. Per non più di un secondo. E so pensare a quello che voglio. Per ogni mio giorno. E voglio la serenità eppure non la ricerco. Mi avventuro su fili tesi in aria e provo a non cadere. Il mio gioco preferito è questo. Se mi siedo è per pensare dove posso andare adesso. Se sono felice è solo in attesa di un altro dolore. A volte ti guardo. Ti guardo così intensamente da perdermi per un attimo. E quando torno dai miei viaggi ti guardo di più. Perché è guardando che mangio, è guardando che faccio l’amore, è guardando che rido, è guardando che ascolto, è guardando che vivo. E mi riprendo quello che ho perso. E più guardo e più ne voglio, ed è così che mi riempio l’anima delle cose che ho intorno. Fa’ un passo, io ti seguo. Se mi lasci indietro io correrò più veloce ed eccomi. Ti ho raggiunto. E se avrai svoltato già l’angolo non prenderò scorciatoie. So fare la mia strada. So seguirla. Nuda. E’ così che mi troverai. Prenditi quel che vuoi. Prendimi quando ne hai bisogno. Prendimi per gioco. Prendimi senza chiedere. Gioca le carte che hai, giocale tutte dalla prima all’ultima e non aver paura. Se sarà necessario prendi un nuovo mazzo, ed io sarò di scena al momento opportuno. Ti difenderò, e gli occhi del nemico saranno annebbiati, la bocca si farà secca, il suo volto si contrarrà e le mani si sfregheranno nervosamente. Non avrà pace quando sentirà il tuo gemito unito al mio. Dammi meno di un attimo. Adesso, si. Adesso dammi meno di un attimo. Il tempo di pensare che le tue mani sono le gocce d’acqua che mi scivolano addosso. Raccogliere i capelli, mettere su qualcosa di leggero. Il tempo di guardarmi allo specchio, e ricordare che ti piace ogni cosa di me. Sorridere immaginando la tua faccia. E poi scendere le scale e vedere i tuoi occhi attraverso il vetro. Il tempo di sedermi accanto a te, e lasciare che la mano ti accarezzi appena il viso. Guardare per un istante a ieri, ad oggi, e ai giorni a venire. Il tempo di dirti che ti amo. E poi se vuoi baciami.
 
Foto di Blueroad

Il regalo di Natale

Ho detto alla tua mamma ieri che potrebbe chiamarti Gesù senza risultare troppo presuntuosa. Un bambino che nasce in questo giorno non potrebbe avere un nome diverso. Le ho detto anche che potrebbe chiamarti Joshua, tanto per depistare la gente. Lei si è fatta una risata, sicuramente pensando che la tua zietta sarà matta sul serio, e mi ha risposto che ti chiamerai come si è deciso tempo fa. Qualunque sia il tuo nome, piccolino, ti voglio già bene. Vedrai, imparerai quanto poco ci vuole per voler bene a qualcuno al mondo, quanto poco basta per emozionarsi, per ridere o per piangere. Quando aprirai gli occhi chissà che faccia farai, appena ascolterai i rumori intorno a te. Chissà se il tuo pianto si calmerà non appena ti daranno in braccio alla tua mamma. Quanto vorrei vederti stasera. Non fosse che devo andar via, l’ho detto alla tua mamma, verrei a festeggiare Natale lì stasera. Chissà come sarai a maggio. La tua mamma ti metterà addosso un vestitino bellissimo, già lo so, e sarà bellissima anche lei. E anche il tuo papà. La tua mamma una volta ha detto che tu giocherai con i bimbi miei. Io anche l’ho pensato. E poi quando crescerete sarete come me e lei. Ci pensi ? Io si. Sapessi come siamo io e lei. Lo vedrai. Immagino la faccia di tutti, oggi, in quella sala di ospedale. Verrai a scombinare il mondo tu. Lo sai che sei un miracolo, vero ? Si, sei un miracolo. Vorrei dirti tante di quelle cose, piccolo. Tante, tante, tante. Ma non ci riesco. Perché non ci riesco ? Non lo so. Non ci riesco. La gioia è così grande che non trovo le parole per scriverne. Ieri la tua mamma ha fatto una cosa che non mi aspettavo. E’ venuta qui, in questo posto.
Questo posto così strano, dove esiste tanta gente ed in realtà non esiste nessuno, dove tutto ed il contrario di tutto accade. La tua mamma è una delle poche persone che mi vuole bene per come sono, e non ha mai cercato di cambiarmi. Credo che venendo qui, leggendo, abbia riconosciuto in tutto esattamente la stessa donna che conosce da diciassette anni. È in gamba, tua madre. È in gamba. Lo capirai, te ne accorgerai, lo vedrai. La amerai. Il tuo papà ti insegnerà tante cose, ti farà camminare tenendoti per mano. Ti lascerà andare quando sarai capace di muoverti da solo. E forse anche allora, come ieri, non riuscirà a parlare per l’emozione.
 
Questo Natale è speciale davvero. La mia amica di tanti anni, di tante avventure, di tanto cammino, di tanta vita, Cecia, che sarà anche mia testimone al matrimonio, oggi farà nascere il suo piccolo incorporato. Dopo tante disavventure e paure in questi mesi, è riuscita ad andare fino in fondo. A farcela. Io non ho tante parole. Ho un nodo alla gola. Non riesco a dirti quel che voglio. So, però, che tu sai leggere anche dove non c’è scritto. Metticela tutta oggi. E appena torno, io e il mio amore verremo presto da te, da voi. E diremo a questo cucciolo ehi … non potevi che nascere il giorno di Natale eh … finalmente piccolo sei arrivato … benvenuto al mondo.
Zia e Zio Rmlk

Alejandra

Si, mi piacerebbe si. Magari accendere le candele al centro del tavolo, su una tovaglia rossa tutta ricamata e con le forchette che luccicano, quelle in argento vivo. E poi maneggiare con le pietanze in cucina, e sapere che i panettoni che sono sotto l’albero saranno sufficienti per tutti gli invitati. Si, mi piacerebbe, si, aver fatto l’albero con le palline colorate e le luci e i regali sul pavimento. E poi mettersi tutti seduti. Grazie Dio, amen. Ci starebbe da tener fermi i bambini, che sentono il richiamo al gioco imporsi sulla compostezza. Va che è Natale per tutti. È molto buono, brava, l’hai cucinato da sola ? Si, ho fatto tutto io, sapessi quanto tempo mi ci è voluto, ma è buono davvero ? Meno male, io sono una schiappa in cucina. E poi che si fa, si attende la mezzanotte per il brindisi. Che il brindisi è per gli auguri veri e propri. È il momento in cui ci si abbraccia, va a finire che anche una piccola lacrimuccia esce dagli occhi e ti voglio bene, auguri. Si mi piacerebbe. Ma credo che a Natale sarò quella di tutti gli altri giorni, con la vita di tutti gli altri giorni, con la merda di tutti gli altri giorni. Questo figlio che ho in pancia, siano maledetti quei porci schifosi. Tutti. Nemmeno so chi è stato. Nemmeno la paura delle malattie li ferma, quei maiali. Forse mi porteranno da una dottoressa che vive a cento chilometri da qui, all’incirca tra due settimane. Si dice così, abortire. Dire che è un omicidio non sta bene, fa paura, fa tremare. Cerco di non pensarci troppo. Solo da qualche giorno mi si sono allargati un po’ i fianchi. E i soldi ? Quando ti va bene, te li danno. Perché spesso succede che annaspano come i bufali per qualche minuto tra le tue cosce, e puzzano, puzzano come i cani della strada. E poi si richiudono i pantaloni, ti aprono la portiera della macchina, ti prendono per i capelli e ti sbattono fuori. Sparisci puttana, te lo dicono come se avessero il diritto di darti un nome diverso da quello che hai fin dalla nascita. Tutto perché vorrebbero prenderti la borsetta e rubare i tuoi soldi, il tuo guadagno. Chiami la polizia ? Quale ? Chi ? Dove ? Tornaci senza soldi da quel bastardo. Ti prende a pedate nello stomaco. E se ne frega se dentro c’hai un figlio. Ucciderlo a pedate stasera, ucciderlo tra due settimane per lui è uguale. Una volta un tizio mi ha dato di più di quello che gli avevo chiesto. Era un uomo calvo, e grasso. Dopo che avevamo scopato si è tolto il preservativo dal piccolo uccello ormai flaccido, e si è messo a piangere. Aveva detto che sua moglie stava con un altro, uno che era stato suo amico per tanti anni, e che nello zaino di scuola di sua figlia aveva trovato per puro caso un pacchetto di sigarette. Era disperato perché la figlia fumava di nascosto. Io non gli dissi niente. A me non me ne frega niente delle stronzate che questi vengono a raccontarmi. Sono cazzi loro. Io ho i miei. Mia madre non la vedo da sette mesi, e così mio fratello e mia nonna. Non so se sanno. Non credo che ci crederebbero. Amuh, la mia amica nigeriana, è morta un mese fa. L’hanno trovata sgozzata dietro una panchina del parco. A terra. Aveva le calze e le mutande strappate, la faccia nera. Ma quella l’aveva da sempre. Amuh un po’ mi manca. Certe volte ridevamo, di questi che vengono a fottere con noi. Ci raccontavamo cosa facevano, come si muovevano, quanto fingevano. Forse più di me, più di lei, più di tutte noi sparse per il mondo e messe insieme. Qualche spostato di cervello l’avrà prima massacrata di botte, e poi probabilmente tirato fuori un coltellino di quelli che questi tipi si portano a volte nelle tasche. Forse era un suo cliente fisso. Forse l’ha uccisa perché lei non voleva succhiarglielo gratis. Una ragazza ucraina a settembre è stata uccisa da uno che, diceva, era direttore di una banca in città, e che aveva preso il liscio a stare con lei almeno tre sere la settimana. Raccontava a me e ad Amuh che lui aveva un sacco di soldi, che una volta si sono anche messi a parlare del tempo, e del freddo che faceva. La pagava regolarmente, ed una volta le aveva portato una rosa. A trovarlo uno così, che almeno c’ha la faccia che sa di dopobarba. Poi quello che successe chi lo sa. Qui nessuna di noi si chiede niente. Le risposte possono essere pericolose tanto quanto le domande.
Un tizio che fa dentro e fuori le sbarre, e che ho conosciuto una settimana fa davanti ad un bar, mi ha organizzato un viaggio per Milano. Mi ha chiesto se volevo andarmene, così. Senza mezzi termini. Io gli ho risposto di si. Gli ho dato mille euro ieri per farmi portare via, ma gli ho detto che ci andrò solo se porteremo con noi Domnica, quella piccola rumena di diciassette anni. Io non ce la voglio lasciare qui, Domnica. Lei alcune sere si siede sul gradino del marciapiede e piange perché non ha potuto andare a scuola come tutti gli altri del suo paese. A me un poco Domnina fa pena. Forse, se la porto via con me, riuscirà a combinare qualcosa di buono, via di qui. Dicono che l’Italia del Nord sia diversa da quella del Sud. Credo che dovunque andremo tutti ci leggeranno in faccia che siamo puttane da strada. Non sappiamo ancora quando si parte. Il tizio che si è preso mille dei miei sudati euro non lo vedo da due giorni. Quei mille euro in meno dai miei soldi mi sono costati due calci nella schiena e qualche pugno in faccia. Quel lurido ci ha fregate, ma non posso crederci. Aspetterò stasera. Lunedì sarà già Natale, e magari sarà tardi. La mia pancia ingrossata, forse, si vedrà un po’ di più di adesso.

Che il Natale sia bello e buono per tutti.
Auguri.

Movie

C’è qualcosa di ridicolo nell’aspettare di rivederti dopo tutto questo tempo. C’è una sfida mentre davanti a me prende forma la tua faccia, attaccata ad un corpo forte e robusto di ritorno da un viaggio la cui meta mi è a tuttora sconosciuta, la tua faccia dolcemente deformata dalla contemplazione dei mostri che attanagliano la tua anima bambina. C’è un qualcosa di vagamente e solo superficialmente sovversivo nel sentirti dire che ritorni, nel sentirtelo dire come se fossi davvero contento di tornare per vedermi, come se tu volessi davvero soltanto vedermi. E c’è un desiderio sfrenato in quest’attesa di saperti piegato, piegato e stanco, di sentirti gridare l’eco delle bugie dalla torre del tuo castello, di guardare la tua mano dispettosa e sicura di sé che si solleva fino a sfiorarmi soltanto. C’è qualcosa di tristemente teatrale nel film con te che non finisce mai, mai un epilogo seppur incerto ma definitivo. Sai, c’è qualcosa di sottilmente glaciale nel sapere che i tuoi desideri verso di me sono sempre gli stessi, così lievemente filtrati attraverso qualche parola di circostanza, così leggermente velati attraverso le grate di una finestra, così docilmente sottomessi al tempo che è passato. È meraviglioso sapere che le cose, le persone, le inclinazioni non cambiano mai. È meraviglioso sapere che sei sempre lo stesso. I tuoi occhi grandi e profondi quasi quanto i miei, le tue belle mani serpentine sempre un pò più veloci dei tuoi pensieri eppure più lente delle mie congetture, le tue dissonanze colorate, le tue braccia che sanno stringere e fare male. È meraviglioso sapere che torni sempre lo stesso perché anch’io sono sempre la stessa. Sono sempre la stessa che ha quel no al sapore di una sublime arroganza, della mia maledetta presunzione, di un’atroce dolcezza, come un filo invisibile da legarti tutto intorno alla schiena e al petto, da stringere appena per vedere che persino il dolore può farti godere se è con me. La stessa che ha quel ti odio sussurrato solo per te, lento e senza inganno alcuno, disegnato sulle mie labbra appena umide, da farti scivolare piano piano lungo la vena più gonfia del collo. Neanch’io sono cambiata. Ho lo stesso ti odio di una volta da farti ingoiare tutto giù cominciando dalla punta della lingua, come il mio frutto più succoso. L’unico che può servirti per digerire l’ultima scena.

Vezzi

Avvocato allora questi documenti soltanto mancavano, mi sembra …
Si solo questi. Grazie, Le farò sapere al più presto.
Avvocato ma quegli altri me li devo riportare ?
No, certo che no. Mi serviranno tutti.
Avvocato io mi fido di Lei eh.
Oh beh … Guai se così non fosse no ?
Si, è che la prima volta che l’ho vista mi sembrava una ragazzina e allora …
Capisco, accade a molti, stia tranquillo. Non si preoccupi.
No, la prima volta per quello volevo parlare con l’avvocato titolare, perché lei è così …
Giovane ?
No, si, giovane ma se l’avvocato ha la sua collaborazione allora sarà brava …
La ringrazio, sarà così certamente. Ci rivediamo al più presto allora, ok ? Stia bene.
Si, avvocato, grazie tante eh. Davvero molto gentile.
Ma prego, ci mancherebbe. Arrivederci.
Arrivederci avvocato mi raccomando, faccia presto.
Si, stia sereno, La chiamerò non appena sarà tutto pronto.
Mi saluti anche tanto l’avvocato di là eh ?
Si, non si preoccupi, porterò i suoi saluti. Arrivederci.
Arrivederci avvocato, grazie. Davvero.
A presto.
Allora mi fate sapere voi avvocato ? Non chiamo io ? O chiamo io ?
Le farò sapere io, non si preoccupi di nulla, mi creda. Arrivederci.
Arrivederci avvocato, grazie ancora. Mi saluti l’avvocato di là non si dimentichi …
Al momento è impegnato. Lo farò appena si libera, buona serata e arrivederci.
Anche a Lei avvocato, e buon lavoro.
Grazie.
Prego.
 
No. Non ho avuto pensieri delittuosi diretti ad attentare alla incolumità del soggetto di che trattasi. Ho solo pensato che se avesse continuato avrei … perso la pazienza. Diciamo.

(S)Travolta

La prima volta che vidi questo film lo davano in televisione su Italia 1, era inverno. Non ricordo nemmeno più quanti anni avevo, tanto il tempo che è passato. Ero una bambina, ma avevo  visto e sfogliato tante volte il libro, di mia madre. Del libro mi incuriosivano le foto. Da morire. Erano lisce e patinate, e a furia di sfogliarle iniziavano a staccarsi le pagine. Non so dire quando mia madre lo acquistò, forse in Svizzera, non lo so davvero. Di certo in Svizzera. Sulla copertina c’era una scena del film, questo tipo con il vestito bianco e pantaloni a zampa che pareva venuto fuori da un altro mondo. Il libro lo avrei letto tempo dopo, ma moltissime scene del film, che vidi quella sera, mi rimasero impresse anche se ero una bambina. Ho letto sul giornale che Saturday Night Fever compie oggi trenta anni. Un film nato quando sono nata io. Anzi, io sono nata un mese e mezzo prima. E questa cosa mi piace molto, e mi fa sorridere. Figlio di emigrati italiani, un lavoro precario presso un rivenditore di ferramenta e latte di vernice, lezioso e a tratti presuntuoso. Un dramma familiare tutto nascosto, nascosto sotto il sudore in fabbrica di chi ha lasciato la sua terra per fame, un dramma familiare consumato silenziosamente dinanzi ad un piatto di pasta asciutta ad ora di cena, nessuno che poteva proferir parola, a meno che non si trattasse del capofamiglia. La noia, o forse il senso di ribellione di ciascun uomo legato e stretto dalle catene di una routine insoddisfacente, porta il protagonista ed i suoi strambi amici a sfidare il ponte, quel ponte che ha tutta la magnificenza di un paese che diventa ricettacolo di gente e culture di ogni specie, ma che si eleva, così in alto, che viaggia così in lungo, da ricordarti chi è il vero padrone. E il sabato è il giorno del riscatto. Un rito di preparazione, dinanzi ad uno specchio. Indossare una maschera, o far venire fuori quell’io nascosto che ha bisogno del suo spazio per muoversi ? Un fratello prete, il figlio buono, quello che ha la vocazione, quel fratello a cui mostrare, per vincere finalmente il senso di inutilità e di disagio, di inferiorità, di essere il Re. Un santone a modo suo. O semplicemente ad indicare che ogni dio ha il suo regno da governare. E tutto inizia a muoversi al contrario. Le donne diventano merce di scambio, oggetto dei baratti più turpi e mal ricompensati. Annette, le tette grosse di Annette. Nient’altro che le tette grosse di Annette. Fino a che non ci si scontra con l’arroganza e la diffidenza di chi sogna di vivere a Manhattan per fare una vita interessante. Basta portarsi un libro di poesie sotto il braccio, in giro per la città, darsi un pò a chi capita, e si conduce una vita interessante. O si rischia di rendersi conto che io uso te tu usi me tutti si usano, tutti. Glielo urla, quando lui va per aiutarla a traslocare, e trova la sorpresa di un altro uomo. Tutto diventa allora più critico, e fa montare l’insofferenza fino a che non si decide che il ponte va attraversato, non sfidato. Eppure per un solo attimo, che magari neanche basta a convincersene per davvero, ci si ritrova che non è necessario mostrare, per essere. Non è necessario individuare, per capire. Non è necessario nemmeno sudare, per ballare. Non volevo in realtà recensire il film, che tutti conoscono bene, credo, e non volevo nemmeno dilungarmi così. Mi piaceva l’idea di festeggiare questo compleanno quì da me, pensando a mia madre che balla sulle note dei Bee Gees, ricordando cose del passato, riflettendo sulla forza di chi ha il mio stesso sangue, e sorridendo al pensiero di mia nonna che non sapeva parlare bene il tedesco, ma faceva delle facce che alla clinica in cui lavorava la capivano al volo. A volte non serve agitarsi, per farsi comprendere. Così come per vincere il primo premio, ad una gara le cui regole volevano falsare ad ogni costo. Loro vinsero. Bisognava, forse, impegnarsi di più, per farli fuori.

Ebbene si, More Than A Woman è una canzone che adoro, fuori nevica da morire ed è bellissimo.

Non c’entra niente, lo so chiaramente.

Ma tant’è.

La sedia

L’ardere del fuoco che brucia la legna in un camino, dimmi, lo puoi spiegare ? Parlami delle tue teorie e del calore che si propaga, lento a nuvole invisibili nell’aria, ma convincimi che dovrò crederci, perché io non ci credo. Non ci credo, perchè non c’è spiegazione alla follia che ti divora, quando ti anima e ti sconvolge, quando ti prende per le caviglie e ti fa cadere a terra, quando ti incita alla furia e ti fa distruggere la tua opera. Non ci credo, perchè non c’è spiegazione del desiderio che ho di te, che mi prende e mi assale, si mi assale improvvisamente quando i pensieri deviano verso il tuo letto. Non ci credo. Alla tua scienza io non ci credo. Dimmi, sei capace di alleviare la tua gola secca se hai un convulso desiderio di bere e no vai a prenderti dell’acqua ? No, non ci credo alle tue supposizioni. Perché a me il sangue nelle vene non raggela mai, neanche quando l’inverno è fitto come adesso. Perchè a me il cuore in petto di buttar sangue in giro per il corpo non si ferma, nemmeno se sono stanca. Perchè a me gli occhi che scrutano e cattuano istanti e momenti e fotogrammi e voci e visi e lasciti diroccati non si riempiono mai abbastanza. Perchè è follia e ragione il nodo della corda, quella che hai messo attorno ai miei fianchi. Perchè è follia non divincolarsi, è ragione temerne gli effetti. Io sai cosa voglio ? Io voglio prenderti per mano, e accompagnarti su una sedia. Farti accomodare, e accarezzarti dal viso, piano. Spuntare appena qualche bottone di questa tua camicia azzurra. E guardare il tuo petto e la tua pelle scura. Io voglio osservare i lineamenti della tua faccia che si distendono tutti. Vedere i tuoi occhi chiudersi come per non far scappare un sogno e poterli toccare e farli riaprire. Perché è così che li voglio vedere. Io voglio che tu stia comodo. Voglio pensare quel che pensi tu adesso, sentire quel che senti tu adesso, dire quel che dici tu adesso. Io voglio darti acqua da bere, e bere con te dallo stesso tuo bicchiere. Voglio sedermi sulle tue gambe e baciarti appena. E dire niente di più di quanto sia necessario. Adesso. Tra un po.

Quelli che

Quelli che me la dai una mano ?

Quelli che domani è un giorno nuovo dai

Quelli che non ci pensare

Quelli che ti ho sempre stimata lo sai

Quelli che io sono modesto, non te ne accorgi ?

Quelli che il Natale è una festa consumistica e però andiamo, i panettoni sono in sconto

Quelli che come stai tutto bene ? a me sapessi che m’è successo

Quelli che non ti facevo così .. così .. così

Quelli che a Natale siamo tutti più buoni tranne loro

Quelli che non c’ho voglia di far un cazzo ma devo

Quelli che secondo me

Quelli che io sono io e tu chi ti credi di essere

Quelli che piacere sono l’ultima arrivata

Quelli che hai sentito ? Quella lì ha fatto un rutto, che schifo

Quelli che non arrivo, non arrivo a fare tutto

Quelli che hai la lingua lunga

Quelli che ma come scrivi bene complimenti

Quelli che non ho capito un cazzo di quello che hai scritto ma ti dico lo stesso che scrivi bene

Quelli che tu ce l’hai la playstation ?

Quelli che dovresti fare così ma scegli tu

Quelli che vado dall’estetista a fare la ricostruzione delle unghie

Quelli che le statistiche parlano chiaro

Quelli che si schifano di chi chiede l’elemosina

Quelli che una tragedia, mi si è ammalato il merlo indiano

Quelli che faccio beneficenza per un gruppo di indigeni dell’Amazzonia

Quelli che tu non sai chi sono io

Quelli che io mantengo la linea

Quelli che Lentamente Muore di Pablo Neruda ci ha fatto due palle così

Quelli che io so chi sei tu e me ne frego

Quelli che io sono buona e cara ma non farmi arrabbiare

Quelli che non dirmi niente guarda, oggi la giornata è proprio nera

Beth

Ricordi quanto le ore fossero lente tanto da credere che alcuna ruga sarebbe mai apparsa sul collo, che alcun capello sarebbe mai ingrigito, che la voce non avrebbe mai calato il suo tono acuto ? Così è di oggi. Mi snocciolo tra le dita i minuti appesi all’orologio come un rosario da sgranare all’infinito, mentre guardo in tutti i posti in cui ti ho cercato fino a ieri. Le stanze in disordine e gli angoli impolverati, gli armadi chiusi e il profumo della lavanda invecchiata tra le giacche, le credenze ingiallite e due bicchieri consumati dai denti, sorseggiando acqua e veleno. Mi sfido il passato appena per un attimo ancora, e nel cassetto prepotentemente mi sfugge una foto mentre frugavo alla ricerca delle tracce di te. Ho saputo delle acque scure nella notte e delle tue parole racchiuse in ogni granello delle spiagge del sud, mescolando sabbia e sale di giorni malvagi. Ti ho cercato nelle pieghe di un lenzuolo bianco e margherite ricamate. Credevo riposassi ancora, affannato e rumoroso, attento e guardingo. E ti eri appena svegliato invece, e ti eri appena vestito invece, ed eri appena uscito invece. Non c’era sogno più grande ch’avessi mai custodito che vedere il sole nascere dopo la notte. Mi si è smagliata una calza urtando sbadatamente un chiodo sporgente in campagna, e allora ti ho chiamato spaventata mentre ne ridevi. Non si credeva a quel tempo che i fiumi potessero essere violenti, non si credeva a quel tempo che le mareggiate potessero essere prepotenti, non si credeva a quel tempo che i temporali potessero frantumare i vetri delle finestre. C’eri tu, sì, c’eri accanto. C’eri accanto e c’eri fuori. C’eri dentro e c’eri dall’altro lato della strada. Ho allungato una mano per toccarti e mi sei sparito dagli occhi. Ho atteso. In silenzio. Ed in silenzio ancora ti ho amato un poco, ancora ti ho amato un poco. Tra le pagine dei calendari scoloriti, tra le carte stropicciate racchiuse in un cofanetto rosso, tra i buchi delle persiane contro la neve ed il ghiaccio, sulle rive di questo fiume di inchiostro che si slava piano piano slabbrando le trame del foglio, per ancora una goccia soltanto, per una sola goccia ancora che rimane, e non mi sarà mai sufficiente per firmare sull’ultimo rigo, così per intero, senza spazio e tempo, il lungo nome che un giorno mi hanno dato.