Archivio mensile:gennaio 2008

Scusa MA ti chiamo coglione

Io e la mia amica Lamatriciàna solitamente si va al cinema almeno una volta a settimana, e ci si va essenzialmente per una ragione : strafocarci un hot dog enorme, accompagnato da una pepsi che non finisce più. Dopodiché si passa alle cipster. Il film, ovviamente, va in secondo piano. Ora, sta bene che non abbiamo un genere preciso da andare a vedere, per cui variamo da Ratatouille a Giorni e Nuvole, da American Gangster a Una moglie bellissima, da Il nascondiglio a Come d’incanto, fino ad arrivare alle pellicole più demenziali possibili, che una risata, appunto perché pellicola demenziale, sempre poi ci scappa. Credevo che Maria Antonietta, a quanto ricordo almeno, fosse stato il film più brutto ch’io abbia mai visto. Mi sbagliavo. Ieri sera ho avuto la terrificante esperienza di vedere il film di Moccia. Cioè voglio dire, Moccia già non mi piace come scrittore, e non perché si diriga verso il lettore adolescenziale, per carità. Non mi piace chè monti su certe storie che non reggono davvero. I miei post, quando sto in fase premestruale ed assumono toni alquanto inverosimili e deliranti, c’hanno un senso al confronto delle storie di Moccia. Orbene, io non so cosa voglia dire fare l’amore e non goderci. L’ho sempre immaginato come uno strangolamento. Vuoi respirare e invece ti strozzi. Ecco, Scusa ma ti chiamo amore mi è parso così. Mi si chiederà perché non abbiamo visto qualcos’altro. Ebbene, Lamatriciàna è donna sensibile assai, di talché ieri sera ha esordito dicendo andiamo a vedere qualcosa di leggero e stupido … ed io ho acconsentito. Anche perché se vediamo film con scene un po’ hard quella povera stella si copre la faccia per l’imbarazzo (chè io dico stai al buio, chi cazzo ti vede !), e se vediamo film troppo impegnativi o mi si addormenta oppure non ci capisce niente della storia però dice comunque che le è piaciuto assai. Nei ricordi resterà, a tal proposito, sempre e per sempre il film di Spike Lee Inside Man. Un po’ la curiosità, un po’ Roul Bova fa pure la sua bella figura nell’immaginario collettivo, ho detto Lamatricià, vediamo ‘sto Bova va, sarà la classica cagata e bla bla bla. Che Dio ce ne scampi e liberi ora e sempre nei secoli dei secoli amen. E’ stato peggio. La prima cosa che ti chiedi è com’è possibile che le adolescenti di oggi siano tutte dei mini grissini. Dico, ma a ‘ste tipe di oggi, in adolescenza, non gli viene da metter su nemmeno mezzo chilo sui fianchi ? Cioè solo ai tempi miei le ragazze improvvisamente si allargavano come anfore per poi consolarti con chi ti diceva che era l’effetto dello sviluppo ? Mbè, ‘ste qui di oggi evidentemente non si capisce che e dove sviluppano. Il film inizia presentando le quattro gallinelle dei tempi moderni, trucco a non finire, capelli sistemati da parrucchiera or ora, gambe in bella vista. Chè poi c’hanno quella odiosa parlata lagnante che proprio è insopportabile. Il divertimento principale di ‘sti giovincelli è quello di mettersi nelle macchine e giocare all’autoscontro in piazza. Si sfasciano le macchine, forse si fanno anche male loro, ma loro sono contenti perché così si sfogano. Preferisco sul punto non infierire oltre. È meglio. Comunque, tornando alla trama, in sostanza ci sta sto tipo trentasettenne, creativo pubblicitario di mestiere, che va in crisi perché la sua femmina (stronza e pure un po’ troia) lo lascia improvvisamente con un biglietto. No, dico già sto fatto che tu c’hai trentasette anni e ti lasciano con un semplice biglietto significa che sei uno sfigato. Non è che la va a cercare, per parlare, per tirarle una sberla, che ne so. Niente. Va in crisi. Punto. Dopo una notte in cui i suoi amici, per consolarlo, gli riempiono la casa di figazze russe con cui però non si conclude granché, al mattino esce di casa ‘sto tipo e si schianta contro un motorino su cui viaggia la bella addormentata nel bosco moderna che però per fatti suoi è più che sveglia, tutta fronzoletti al polso, capelli lunghissimi stile Maria Maddalena, inguardabili devo dire, ‘ste cosce di fuori che pare pronta per andare in discoteca, la borsetta a tracolla che ti chiedi se dentro ci sta almeno la pochette con un paio di tampax, ed invece scopri che quella sta agghindata così perché va a scuola. Ora, non voglio dire, ma se io mi schianto contro una macchina con lo scooter faccio un putiferio per strada che si rigirano tutti. E lo faccio pure se c’ho torto, chiaro. Questa qui ridacchia e fa le smorfie, per poi ficcarsi pure in macchina dicendo ora mi porti a scuola. Ma ti pare ? Cioè io devo andare a faticà, e tu ti ficchi nella mia macchina dicendo ora mi porti a scuola ? Ma vafangùl prenditi un tram, chiama tuo padre, fai l’autostop, che cazzo ti infili tua sponte nella mia macchina ? Non paga, la tipa appoggia i suoi piedini, cui calza delle orrende ballerine rosse, sul cruscotto. Il cazzone trentasettenne gentilmente la invita a toglierli perché non si fa. A questo punto capisci subito perché la tipa troietta l’ha piantato con un biglietto. Perché se ci parlava a voce con ‘sto qui non avrebbe capito una mazza, e manco si sarebbe arrabbiato. Ergo, non ci sta sfizio a sprecare fiato con uno così. E magari ha fatto pure bene ad essere un poco troia. Ma tant’è. Comincia la storia d’amore di questi due, lei chiama lui sul lavoro con insistenza per farsi venire a prendere davanti la scuola, si vedono continuamente, si stramazzano di risate per un frappè, se ne vanno pure al mare, e tempo quattro giorni lui se la porta a casa. E qui scatta il momento clou del film. Dopo mezzora che stanno a casa lei, che ci ha diciassette anni, prende la manina di lui e se la mette sulla coscia dicendo io non porto le calze. Bene, io davanti a questa scena sono scoppiata a ridere. Lamatriciàna mi ha sgomitata, ridendo anch’essa ed intimandomi il silenzio. Ma io, si sa, quando rido poi rido di brutto. E così, mano su coscia, non mi sono potuta trattenere. E si sono girati tutti in sala. Fatto sta che dopo la mano sulla coscia parte l’amplesso. ‘Sti due si dicono cose stranissime, l’uno con l’altra, finché non trombano come piccoli ricci di bosco. Però la trombata come ricci poi in sostanza non si vede. Forse manco si intuisce, ma nella mente del regista probabilmente ci poteva stare. E così mentre lei gli fornisce le idee per una nuova pubblicità tra una trombatina e l’altra, mentre lui inizia a svalvolare sul serio per questa ragazzina, girano intorno i genitori di lei chè in sostanza non se ne sbattono un cazzo chè la figlia dorme a casa di uno e non si ritira manco la notte, le tre amiche di lei che sono tutto dire e sorvoliamo, gli amici storici di lui che sono per la maggiore sposati e si dedicano essenzialmente ad attività cornificatrice continua e costante l’un con l’altra fino ad assumere investigatori privati, ed in più un adolescente cafonazzo hippoppàro, cioè l’ex fidanzato della diciassettenne trombarola, che tira pure un cazzotto al trentasettenne in un centro sociale per gelosia. Lui, chiaramente, non reagisce mica. Io l’avrei schiantato di mazzate. Ci scappa pure un incidente d’auto di un’amica di lei che si fa non so quanti giorni di ospedale, giorni durante i quali le fide amiche vanno a romperle le palle con i ripassi di storia e quant’altro per la maturità, per poi risvegliarsi come nulla fosse mai accaduto. Improvvisamente, la troietta pentita ma nemmeno molto pentita torna dal trentasettenne il quale non ha il coraggio di restare con la piccerella perché per l’appunto è un idiota e questo si era capito fin dall’inizio del film, la diciassettenne ci rimane malissimo e si deprime a livelli esagerati, ovviamente, e tutti vissero infelici e scontenti, perché poi si sa che l’amore è più forte della ragione. E così quando lui scopre che la sua femmina s’è trombata settecentocinquatrè colleghi di lavoro di lui, la molla mettendola alla porta, si ritira in religioso silenzio a pescare, no dico a pescare, cioè canna e mulinello e bigattini e cestello e così via eh su un’isola, finché la fraffoncèlla non ricompare magicamente. I due, abbracciati e pieni d’amore, salgono su un faro, e vivranno lì il resto dei loro giorni. Ora, credevo che almeno guardare Roul Bova valesse la pena, e mi sbagliavo. Come abbia fatto ad accettare un ruolo in ‘sto film giuro che non lo capisco per davvero. Ad esser bello è bello assai, inutile dirlo, ma non si può guardare in quelle vesti. Alla fine, poi, se uno ci pensa, il personaggio più incredibile è una delle amichette di lei, quella che s’è fatta i giorni in ospedale e che vuole aspettare il tempo giusto con la persona giusta. Invece si capisce lontano un miglio che la tipa non se ne può fregare di meno e ci ha una foga sessuale incontenibile, dal momento che sul finire del film se ne va a letto con un cesso ambulante brutto quanto la morte, solo perché lui le ha prestato i soldini per la macchinetta delle merendine a scuola. L’amore sarà pure cieco, ma cieco così a me mi pare pure un poco esagerato. A me l’amore così mi pare scemo per davvero. Fine recensione. Statevi bene. Indistinti saluti.

Dall'alto

Me lo dissero ma io non volli crederci. Perché mai avrei dovuto credere che tutta quella gente avesse ragione. Non è male ritrovarmi qui sola. Ho il tempo di pensare, prima di parlare. Di ricordare, prima di conoscere. Di ascoltare, prima di scrivere. C’è qualcosa, qualcosa che non so dire in tutto questo. Ma ha un sapore così buono e così dolce che non tornerei mai indietro. È questione di conti. I conti tornano, e questa è la cosa più importante. Non è necessario ritrovare foto o riprendersi pagine già scritte e rileggerle da qualche parte, in qualche modo, a qualche ora del giorno. Non è necessario cercare. Ripescare, stravolgere e rimettere in ordine. Hai tutto davanti così chiaro, preciso, definito, che ti pare quasi di non crederci. Perché c’è un istinto di complicanza tutto da comprendere. Ma qualcosa ti abbandona strada facendo. E non sai dire se è il sogno o se è la disillusione. Eppure non ti può abbandonare il respiro finché vivi. E la disillusione … io ci intingo il pane, e mando giù il mio boccone, affamata come sempre. Perché oggi ti guardo e non mi emozioni. Ti sento e non comprendo quello che dici. Ci scontriamo appena, e siamo di due mondi separati. Ti vedo, sciolto e assoluto. Ti vedo da lontano. Un po’ ti confondi nel nero, un po’ ritorni quando piove. Ma chiudo gli occhi e per un attimo non ci penso. Succede che li riapro e non so dire se stai seduto dietro di me o se ti sei fermato in stazione, a prendere l’ultimo treno. Perchè ci sono cose che esistono, e cose che non esistono. E poi sai cosa. Io me ne vado girando per la città con le molliche di pane sul cappotto e non me ne accorgo. E solo di rado alzo una mano e le scanso via. Faccio i miei giri, compro quel che devo. E poi, io comunque vada, torno. Da qualche parte, in qualche modo, per qualche ragione. Torno da me.

Pezzi

Senti, ti posso chiedere una cosa ?
Si dimmi figurati.
No, senti è una cosa particolare …
Che c’è, ti sei dimenticata qualche scadenza ? T’è scaduto qualcosa ? Siamo scaduti tutti ?
No è che … Ma che per caso ti ricordi come faceva quella canzone, quella .. quella canzone lì ?
Mah, non ho capito quale .. com’è che faceva ‘sta canzone ?
Faceva qualcosa come cos’è la vita senza l’amore .. è come .. un coso .. un raggio …
Come che ?
Cos’è la vitaaaaa … senza l’amoreeeee … è come un foglio quando .. non la so più poi
Comunque sia non diceva è come un foglio, ne sono certa.
E ma allora come faceva ? Cos’è la vitaaaa senza l’amoreeee …
Ma che ne so come faceva, faceva che però non faceva come un foglio …
Secondo me faceva come un raggio allora.
Come un raggio, dici ?
Si, come un raggio. Cos’è la vita senza l’amore … è come un raggio che …
Che ?
Che … scalda ?
Ma dai, ma che raggio che scalda. Sarà stato come … com’è che dice, scusa ?
Cos’èèèèèèèèè la vitaaaaaaaa senza l’amoreeeee …
Sarà stato come … come un pianto, o come la solitudine … forse diceva come la solitudine
Ma no, quello è Marco.
Marco chi ?
Quello della solitudine, dico. Quello è Marco. Questo qui invece non si chiama Marco.
Ah, e come si chiama ?
Non lo so. Però poi si alza un vento, un vento freddo …
Oh, ma sei fuori o che oggi ?
Ecco come faceva !
Che ? Oh !
La canzone si ! Ecco ! Faceva così ! Cos’èèèèèèè la vitaaaaaa senza l’amoreeeeeee .. è come un … nannà nannannà … eeeeeee si aaaaaaalza il veeeeento .. un vento freddooooooooo …
Bene, solo che ti manca un pezzo. Non ti pare ?
Si, ma suona intero uguale, eh ?

Deliri

Lei … Lei .. ma lei lo sa con chi sta parlando ? Lei non si rende conto, ma come si permette di lasciarmi così, con il culo per terra all’improvviso ! Lei è soltanto una sottospecie di esaurito mentale capace di mettere insieme un paio di bulloni per far partire il marchingegno quì, lo vede ? Questo marchingegno ! Lei non è laureato, non è diplomato, lei è un subidiota, lei non è un cazzo, questa è la verità. Lei non si rende conto di quale affronto ha posto in essere in questo giorno, lei non si rende conto di cosa significhi questa sua insubordinazione nei miei riguardi ! Io la punirò maleficamente per questo suo atteggiamento da riottoso, vedrà quante gliene farò passare, vedrà. NESSUNO PIU LA PRENDERA’ A LAVORARE ! Nemmeno l’elemosina le farò fare, vedrà. Cosa crede, che io, io si, io, uomo di talento e amato e stimato da tutti quelli che sono del mio stesso rango da anni e anni e anni, cosa crede che io me ne stia quì in silenzio dinanzi al suo berretto posato su questa scrivania ? Ma cosa crede, che io accetti per caso le sue dimissioni oggi ? Ma lei è matto. E perché mai poi dovrebbe dimettersi oggi ? Andare via, perché se ne vuole andare ? Ebbene, forse non sono io il capo quì dentro ? Chi cazzo è il capo quì dentro, spiegatemelo. Lei non sa cosa significhi lavorare, lei non si rende conto che io, si sono io, io soltanto che do il pane ai suoi figli, non lei. Sono io che gli do da mangiare, perché se lei non lavorava quì col cazzo avrebbe portato uno stipendio a casa ! E se non c’ero io quel giorno a dirle va bene, la prendo, mi serve una unità in più alle catene di montaggio, lei col cazzo che poteva comprarsi dei pantaloni per sè o per i suoi figli. Come li avrebbe mandati a scuola, eh ? Mi dica, stronzo ! Come ! E pensare che mi fidavo di lei, pensare che un anno fa le ho anche dato tredici euro in più sullo stipendio proprio perchè il suo caporeparto diceva che lei era tanto ligio al dovere, sempre puntuale, sempre preciso nelle sue mansioni, sempre perfetto ! Perfetto ? Lei è una bestia, lo sa ? Senza neanche un minimo di preavviso, ma cosa crede, che io sto quì a piangere della sua dipartita da questa azienda ? Si metta in testa che lei vale meno del pavimento su cui sta poggiando i piedi, lei vale meno della terra di strada, lei vale meno di un essere umano che potrebbe pur valer qualcosa per qualcuno. Lei vale meno dei miei cani, ecco. E tutto questo, pensare che raccolgo la gente dal marciapiede, e poi si lamentano che non trovano lavoro, e si lamentano che non hanno stipendio, e se ce l’hanno si lamentano che è troppo basso, e se non è basso si lamentano degli scatti di anzianità, e se ce li hanno attaccano brighe sul fondo per il trattamento di fine rapporto e così via. Si lamentano sempre di tutto questi dipendenti del cazzo. Ingrato. Ecco cos’è lei, lei è un ingrato. E adesso sparisca di quì prima che le metta le mani addosso perché oggi non rispondo di me, se ne vada. Idiota ! Lei è L – I – C – E – N – Z – I – A – T – O   !

Scusi, forse si confonde … Io sono il tecnico delle caldaie del seminterrato. Ho aggiustato tutto ed ora vado via. Se avrete ancora bisogno, a disposizione. Si riguardi però eh. Che la vedo male.

La tigre sulla schiena

Ci sono vari gradi di pazzia, e più sei matto e più la tua pazzia risulterà evidente agli occhi degli altri. Per quasi tutta la vita ho nascosto la mia pazzia dentro di me, ma è qui, esiste. Per esempio, un tale, uomo o donna, mi sta parlando di una certa cosa, bè, quando inizia a rompermi l’anima con i soliti luoghi comuni, me lo immagino con la testa sul ceppo della ghigliottina, oppure dentro un enorme tegame, a friggere, e intanto mi guarda con occhi terrorizzati. Se queste fantasie si avverassero, molto probabilmente tenterei un salvataggio, ma mentre sono lì che mi parlano non posso fare a meno di immaginarmeli così. O, più pietosamente, li vedo allontanarsi di corsa in bicicletta. Il fatto è che ho dei problemi con gli esseri umani … La gente non ha senso dell’umorismo, si prendono tutti così cazzutamente sul serio. Ad un certo punto, e non so più da dove sbucata, mi è venuta l’idea che avrei dovuto diventare uno scrittore. Forse potevo scrivere le parole che non avevo letto, forse così facendo mi sarei scrollato dalla schiena quella tigre … Questo trent’anni fa … Sento ancora la follia scorrermi dentro, ma ancora non ho scritto le parole che avrei voluto, la tigre mi è rimasta sulla schiena. Morirò con addosso quella figlia di puttana, ma almeno le ho dato battaglia.

 

Confessioni Di Un Codardo 1995, "La mia pazzia" Henry Charles Bukowski. 


( Questo post ha pres il post di altr post ma il concett non cambia mica. Anz )

Under Ground

Puzza di piscio questa piazza di città, come ci fosse passato un branco di cani randagi nella notte ed invece sono solo uomini, resti di vite, brulicanti come formiche che escono dal loro piccolo buco d’inferno dove di giorno sono nascosti. Certe facce sembrano mostri, distorte nelle smorfie di chi trattiene il pensiero del repellente davanti agli occhi. Gli spigoli delle labbra piegate come un joker urbano dei nuovi tempi. Un’arancia meccanica che ha perso il meccanismo naturale. Non c’è violenza. La sordina è il ruolo di punta. Le pellicce scure bastano a scaldarsi tanto quanto basta mettersi una maschera di cera ed inventarsi il personaggio del giorno. C’è sempre tempo. Un clown, voglio un naso rosso come le palline del circo, le guance gonfie e buffe, un cappello con una margherita ritta in testa. Un pierrot a lacrima invisibile, voglio vedere la compassione di chi ti riderebbe invece in faccia. Lucida. Lucida che al sole di mezzogiorno viene fuori un riflesso accecante. Voglio vedere la gente coprirsi gli occhi con le mani. Una mosca, voglio ali leste, posarmi sulla merda della strada e dire cazzo, è utile a qualcosa. Una puttana, portami in casa tua. Mettimi le mani tra le gambe e fai salire su la gonna, poche accortezze, meglio istantanee voglie. Scopami subito, prima che io dimentichi che il giorno finisce per un altro giorno. E ti giri, e ti volti, e ti rigiri. Passi l’angolo ed il negozio che ti serviva oggi è chiuso per lutto. Chiedi informazioni, e un tipo con i pantaloni abbassati fino alle mutande dice che non sa chi sia morto, ma se c’è un cartello allora sarà pur morto qualcuno. Questa è gentaglia. Girano con i coltellini a serramanico nei calzettoni verdi sotto i pantaloni consunti. Eppure quando parlottano tra di loro dopo le sei di sera, all’angolo vicino all’edicola, ridono. Mica male. Lei è l’architetto ? Si, mi dica. Cercavo il proprietario di quest’auto, ma come cazzo si è parcheggiato. E’ sua per caso ? Si, mi dica. Ieri ho visto che un ragazzo ha picchiato un vecchio, giù in centro, lei c’era ? Si, mi dica. Ho da proporre un reclamo per un disservizio. Le bollette iniziano ad essere esagerate e mi par troppo strana questa cosa. Posso spiegare a lei ? Si, mi dica. Il problema oggi è la comunicazione, secondo me. Non si comunica. Se si comunica non ci si capisce. Se ci si capisce mica ci si capisce bene davvero. Secondo lei ? Si, mi dica. Scusi sa, ma quì c’hanno tutti i coglioni girati. Si, mi dica. Le pare che il mondo sia a pezzi ? Si, mi dica. Il televisore nuovo non funziona bene, che facciamo ? Si, mi dica. Ho perso il tram. Piove come un dannato. La porta me la sono chiusa a chiave stasera, nessuno mi disturbi chè ho da farmi due conti con la giornata. La notte, si sa, porta consiglio. Magari riuscirò a tirare le somme, anche senza il calcolatore.


Ventiduegennaioecosìsia

Per essere una influenza di merda ci siamo. E’ un’influenza di merda. Senza ma e senza se. La salute m’è dovuta tornar sù di botto. Le chiamano "urgenze". Io le chiamerei rompimentidicazzo. E anche questo metterò in conto parcella. Ci sono ? No, non ci sono, almeno ancora fino a domani. Oggi è solo l’altra me che c’è. Quella troppo ligia. Fanculo va. E punto.

Al cinema

Ho comprato due biglietti per il cinema questa mattina. Li ho presi uscendo di corsa da lavoro, ma non sapevo quale film avresti voluto vedere. E quando sono arrivata la ragazza del gabbiotto mi ha detto che, va bene, per noi due avrebbe fatto un’eccezione. Si sarebbe potuto decidere stasera. E però i biglietti io ce li ho, qui. In tasca. O in borsa. Comunque ce li ho, davvero. Si. Ti direi vengo a prenderti io, ma credo tocchi a te venire. La tua macchina è più spaziosa e comoda del mio scooter. Che però, dillo dai, anche regge bene contro le intemperie dell’inverno, lì fuori il portone sotto casa. Visto quanta neve ha retto, il mese scorso ? Neanche a crederci, chè l’altro giorno son bastati tre o quattro colpi di pedale ed è partito. Sul serio. Si, la batteria si. Lo so. Non parte con la batteria. Parte solo se gli dai un bel colpo. Come me. Preparati allora, stasera sono solo per te. Ho soldi in abbondanza per tutti i pop corn che vuoi, birra, sigarette. Offro io. Tutto io. E chiacchiere fino a stancarsi e non si piomba nel sonno. Tu mettici le tue battute, il sorriso, la stupidità che mi fa ridere come nessun altro nella vita. E a me basterà. Va, che abbiamo una sala solo per noi, ci mettiamo sulle poltrone che ci pare, e se vuoi allunghiamo le gambe su quella davanti. Nessuno ci controllerà. E se qualcuno entrerà a rimproverarci, dirò che abbiamo il permesso del regista. Chi vuoi si metta contro il regista. Nessuno. Io lo so, le luci si spegneranno. Tu dirai qualche cavolata come inizio, ed io ti tirerò una gomitata dicendoti di tacere, ma poi in fondo non c’è nessun altro oltre noi. Me lo fai notare. Chè io me ne dimentico. Lo schermo di fronte inizia a proiettare una flebile scena. Non si distinguono le figure, qualcosa si confonde. Poi si sente un grido. E c’è neve. Dio, quanta neve si vede. Dove l’avranno presa tutta questa neve. E poi all’improvviso parte una musica che non so dire chi è, chi canta. Che disco sarà. Forse tu lo conosci ? Ah si, certo. Io sono l’esperta della musica, dimenticavo. Te sei l’esperto dell’arte. Già. Io che dell’arte non capisco un fico secco, te che ci vivi ogni giorno, e la divori. Pane e arte. Dignità e fantasia. Ti posso dire una cosa ? Ti devo dire una cosa. Io ti voglio bene. E non te lo dico mai, vero ? Si lo so. Ma io ti voglio bene. Tanto, si. Io sono felice di averti, perché senza di te niente sarebbe stato com’è stato. Non avrei avuto una spalla su cui piangere, non ci sarebbe stato il mio compagno di giochi, non avrei imparato a litigare per affermare i miei diritti, non avrei saputo dove andare. Non avrei avuto chi mi difendeva. Dove ripararmi. Con chi ridere. Ti ricordi le botte che ci siamo dati ? Io si. Eh, si te ne ho date tante. Ma te ti mettevi sempre in mezzo. Sai cosa, che mi piace quando dici sei una grande donna. Un po’ meno quando mi dici che mi manca un pizzico di autocontrollo in più. Sarei perfetta. Lo dici sempre. Tu invece, tu. Tu hai il cuore come un bambino, ancora. Sei pulito, trasparente, limpido. Ho sempre voluto assomigliarti nel carattere. Solare e allegro, riflessivo eppure coraggioso e capace di scelte importanti senza tornare indietro, confidente e divertente. E invece ti sei ritrovato accanto sempre una logorroica forse noiosa, scontrosa e litigiosa, infastidita e presuntuosa. Sono noiosa, vero, quando ti chiedo di fare lo stupido per me ? Si, lo so. Oggi era una brutta giornata. E mi spunti fuori tu. Chè stai un passo più indietro di me, e mi segui. Quasi mi affianchi. Quasi mi proteggi. Ti frega di guardare ‘sto film, ora ? Neanche a me. Cambiamo sala, andiamo alla 7, quella in fondo. Va, che sono sicura, ci scapperà da ridere. E quando invece un nodo si stringerà alla gola, e le lacrime potrebbero avere il sopravvento su di noi, allora ci prenderemo la mano. Ci guarderemo negli occhi. Senza paura. Dai, che ci mettiamo ancora più vicini. Chi ci può far qualcosa. E se siamo ancora qui, con le mani strette strette, e le spalle che si toccano, allora vedi. Vedi, si. Io e te siamo più in gamba di tutto. Più in gamba di tutti. Chi ci separa a noi due. Chi ci uccide. Chi ci spaventa. Niente. E nessuno. Nemmeno il regista.
 
A mio fratello

Esistenze

Pare scoppiata la primavera improvvisamente, come quando gli alberi hanno i nuovi fiori e l’aria è frizzante, e mettere il cappotto ti fa caldo e allora te lo porti piegato sull’avambraccio. E ti vesti leggera, colorata. Pare questo, e poi non è vero. Chè fa caldo così all’improvviso che non te l’aspettavi, la gente per la strada ti sembra più contenta, come nelle giornate di sole, e invece è gennaio, inverno pieno, e sul letto c’è ancora il piumone. Pare che ti guardi, e ti dici che non ti stanchi mai, che sei una fonte inesauribile di energia, che la forza che hai di ricominciare sempre sia davvero unica, quella forza che pochi altri possono avere. Pare che ti guardi, e ti dici che hai passioni inestinguibili, che si infiammano per le minime cose, che ci ridi e ci scherzi su con gli altri, chè non parlano sempre la tua stessa lingua. Tu hai parole, loro hanno gesti. Pare che ti guardi, e ti dici che nessuno ti può fermare, che niente ti può ostacolare, che sei capace di andare esattamente nel posto che ti eri prefissata di raggiungere, che la strada non ti spaventa mai, che a cadere cadi, e però anche ti rialzi. Quasi subito. Pare in giorni così, che il caldo entra dalle finestre come succede in primavera ed invece è inverno, che ti guardi, e ti dici che sei una bella tosta. Pare anche che guardi il mondo intorno, e non ti sembra vero che la gente sia avvilente, sconclusionata, persino vomitevole. Pare che guardi il mondo intorno, e non ti sembra vero che la gente non abbia il coraggio di metterci la sua faccia, nella sua vita quotidiana. Pare che la gente si nasconda dietro gli specchi in casa propria. Ti invita, e succede che lei vede te, e tu non vedi lei. Pare che guardi il mondo intorno, e non ti sembra vero. Non è logico. Non ha un filo. Non è normale. Quasi niente ti sembra vero di quello che pare davanti ai tuoi occhi. Chè ti chiedi se non sono veri loro, o non sei vera tu. Ti chiedi se non sono veri i luoghi dove vivi. Ti chiedi se non sono vere le case ammassate le une accanto alle altre, i tetti svettanti verso il cielo, i vicini di casa, gli altri, o non sei vera tu. Io mi faccio sempre troppe domande, e per le troppe domande non ci sono mai le risposte. Chè se non te lo insegnano, lo capirai da te che ci sono risposte per una domanda sola, se è quella giusta. Le altre le devi accantonare. Va, che finisce che devi fare una cernita delle tue stesse domande, e giocarti il jolly auspicando di aver fortuna e di beccare la carta rivolta giusta. Mi sto toccando le gambe. Le ginocchia. Mi do un pizzico sul polpaccio destro, e mi faccio un po’ male. Tocco la mia pancia, e se lascio la mano su di essa sento il gorgheggiare della fame. Salgo al collo, me lo circondo con una mano, e se stringo mi tolgo il fiato, e la faccia mi diventa rossa per qualche secondo. I miei capelli sono aggrovigliati in riccioli scombinati, come sempre quando decido di lavarli ed asciugarli da sola. Però mi piacciono. Sono i miei. Metto un dito tra i denti, e se faccio pressione mi viene fuori un solco nella carne. Penso a persone, penso a cose. Di tutto quello che questa falsa primavera oggi mi mette davanti, l’unica risposta che è certa, sicura, incontrovertibile, è che io esisto, io e le cose e le persone mie. Il resto è fantasmi, il resto, tutto il resto è fantasmi come nelle vecchie pellicole in bianco e nero. Come a luci spente.