Archivio mensile:febbraio 2008

Allo specchio

Perché voglio saperlo io quel posto dov’è, quello in cui ti puoi sedere a gambe aperte e comodamente liberare le braccia dal peso facendolo cadere tra le ginocchia. Quel posto dove le chiavi quando le getti via non le puoi più riprendere perché qualcosa le trascina così lontano che ne perdi ogni traccia. Avevo rubato a mio fratello un piccolo camion nero e rosso con il rimorchio, da bambina. Nei primi giorni di estate scesi giù in giardino ed affondai le mani nella terra sopra la quale crescevano le rose rosse. Riempivo il carico sicura che sarei riuscita ad andare fino all’altra parte del giardino senza perderne nemmeno un piccolo sassolino. Li perdevo e non me ne accorgevo. Quando arrivavo lì dove ammonticchiavo tutto ero contenta di aver scaricato la terra rimasta sul piccolo rimorchio. Tornavo indietro, affondavo le mani, e ne prendevo ancora, e ancora. Rifacevo la strada per tutto il giardino, perdevo sassolini e terriccio lungo il cammino, e arrivavo alla montagnetta che piano piano cresceva. Era che io, lì, ci volevo piantare i pomodori. Quelli lunghi e un po’ verdi un po’ rossi. Quelli non ancora maturi per bene. Mi ero preparata una montagna di terra in cui piantare pomodori. Perdevo terra per la strada ed in più volevo piantare qualcosa di cui non avevo il seme. Quando si è bambini si fanno cose bizzarre, e si pensano cose insolite. Quando risalii su a casa, cercando di liberarmi dal terriccio sotto i piccoli sandali ad ogni scalino che salivo, chiesi a mio nonno i semi. Disse semplicemente che non ne aveva. E sorrise della mia domanda. Mia nonna mi sgridò per come mi ero combinata i vestiti, tutti sporchi. E per le mani infangate. Mio fratello, richiamato dalla voce di mia nonna, smise di guardare i cartoni animati alla tv e mi sgridò anch’egli, forte degli adulti, perché ancora una volta mi ero presa il suo camioncino con il rimorchio nero e rosso. Lui non ci giocava quasi mai, ma si arrabbiava lo stesso ogni volta che lo prendevo. Ero sporca di terra fin dentro i vestiti, dispiaciuta per i rimproveri. E senza i miei pomodori. Dopo esser stata lavata per bene, e vestita di pulito, me ne stetti per un sacco di tempo sul balcone, affacciata a guardare giù l’angolo del giardino in cui ancora si vedeva l’ammucchiata di terra che avevo fatto. Mi ero appoggiata con i piedi sulla ringhiera, e mi ero sporta. Stando attenta, stavolta, a non farmi rimproverare per la mia solita imprudenza. Davo un’occhiata alla parte su cui erano cresciute le rose, ed un’occhiata ai miei pomodori che invece non c’erano. Pensai, da bambina, di aver sbagliato terra. Pensai che forse avrei dovuto prendere la terra di sotto ai gigli, o forse quella di sotto le rose gialle quasi secche e bruciate dal sole. E non la terra sotto le rose rosse. Fu un attimo, in cui mi scostai dalla ringhiera del balcone e mi voltai verso lo sguardo dolce di mio nonno seduto sulla sua sedia impagliata a guardare la grande strada più in là. Capii che il problema non era la terra, e probabilmente nella realtà non erano nemmeno i semi dei pomodori che volevo piantare ma che non avevo. È che un po’ matta, forse, ero già da bambina. Un po’ matta, forse, lo sarei sempre stata.

Interviste

Non la faccio accomodare, non sono una buona padrona di casa. Non l’aspettavo. Per me può restare anche sulla porta. Sono affari suoi, non miei. Avvoltoi, ecco cosa siete. Avvoltoi. Gradisce ? Solo whisky, non ho altro per adesso. A meno che non voglia attendere, e allora posso procurarmi della buona birra, quella rossa. Non crede che la birra rossa sia la migliore ? Mi faccia una cortesia. Si sbrighi per favore. Non ho alcuna intenzione di star qui a perdere tempo con un attempato giornalista di buon ordine. Cosa scriverà ? Che mi ha trovata mezza sbronza alle dieci del mattino, che non l’ho fatta sedere sul divano, non le ho dato neanche una sedia, o semplicemente che sono una viziosa ? Scriva. Lo scriva sul suo giornale. Oh, si. Faccia il suo reportage, signore. Cosa vuol sapere, faccia presto. Su. Spari le sue domande come colpi in canna, e trascriva tutto immediatamente sul suo blocchetto di appunti. Attivi il nastro, se non vuole perdersi il mio accento, le mie inflessioni. Scatti delle fotografie. Si, anche lì, vede ? Su, scatti delle fotografie, se non vuole dimenticare nessun angolo di questa stanza. Quando avrà concluso con le sue stupidaggini, quando avrà concluso chiedendomi perché ho rifiutato un ruolo importante, perché mi hanno cacciata via durante un provino, perché quel lurido ha lasciato questo appartamento, perché non vado d’accordo con i registi, e i costumisti, e i truccatori, e chiunque di ogni film in cui mi hanno chiesto di lavorare, quando avrà concluso con tutte queste idiozie mi dica cosa è venuto a fare qui. Mi dica a lei cosa interessa se ho rifiutato un ruolo perché non era da protagonista e me ne sbatto, sì, io me ne sbatto dei copioni da quattro soldi. Cosa interessa a lei se mi hanno cacciata via da un provino perché ero fatta di coca e ho buttato all’aria la sedia sulla quale volevamo che mi strusciassi a gambe aperte. Cosa le interessa se un uomo ha trovato un’altra casa ed un’altra donna. Cosa può mai interessare a lei, dico a lei, cosa le può mai interessare questo. Glielo dico io perché. Glielo dico io cosa. Si guardi. Ma si guardi. Chi dei due è ridotto peggio, io e il mio whisky, oppure lei e il suo registratore scassato ? Io e la mia carriera, oppure lei e i suoi direttori di giornali ? Glielo dico chi sta ridotto peggio, tra noi due. È ridotta peggio di tutti sua moglie. Sì, sua moglie. Lei è quella che è ridotta male davvero, che se sapesse che mentre io parlo il suo buon marito se lo sente duro e sta immaginando di ficcarmelo dentro, e se ne frega dell’intervista e di tutto il resto, lei lo infilzerebbe partendo dal collo. Partendo dal collo sì, mentre i vicini di casa tengono fermi mani e piedi. Proprio come quando si scanna un maiale. Sarebbe un buon film, monsieur. Che ne pensa ? Un articolo d’effetto per la cronaca. Non trova ? Un copione scritto di getto, qualche urletto proveniente un po’ da qui. Un po’ di là. Affascinante. Davvero affascinante. Un noir d’altri tempi. Perfetto. Non le pare ?

Temporalmente

È stato quando mi hanno detto hai cent’anni che ci ho pensato davvero. La sera può calare all’improvviso in certi giorni, e non ti pare ti dispiaccia così tanto. Poi invece accade che una voce qualsiasi tra la folla ti dica una frase come un’altra. Buttata lì, così. Da una intenzione, da una confusione. E cambiano le prospettive, cambiano le direzioni. Cambiano le partenze, i ritorni. Hai cent’anni, e li hai tutti nelle mani. Per aver toccato tessuti o strappato fiori dal terreno o tirato cazzotti contro un muro quando nessuno ti ha vista. Te le sei portate sulla faccia. Ed in qualche modo ti sono servite da recipiente. Hai cent’anni, e li hai tutti negli occhi. Guizzano di meno che una volta, rallentano le rincorse, si chiudono quando hai sonno. Hai cent’anni, e ci penso oggi e mica par vero di averli tutti insieme. Il passo è più docile, i colpi si attutiscono, le parole si misurano, i contorni si definiscono. Ho cent’anni di giochi, di detriti, di foto e di disegni. Ho cent’anni di facce e di schiene voltate. Ho cent’anni di strada, di amori, di lavori, di giardini. E cent’anni di pensieri. Cent’anni di immagini, di abbracci, di lettere e di fuochi. Ho cent’anni di gente e di ricordi. Ho cent’anni che tu non hai. Ho cent’anni che tu non avrai. Nemmeno se provi a toglierti quegli stracci di dosso, e ad imitare le mie facce buffe.

Buone maniere

Appassionatamente ti direi che sei uno che non capisce un cazzo e questo non sarebbe tanto grave se tu sapessi ragionare con il cervello, perché almeno sarebbe un buon modo per controbilanciare la prima mancanza. Ti direi che probabilmente hai seri problemi di stabilità mentale, che quasi sicuramente soffri di mancanze forti di affetto, che di certo hai difficoltà con chi è un po’ più forte di te nel carattere, che a quanto pare non hai capacità di organizzarti e gestirti la vita. Appassionatamente ti direi che sei incapace totalmente di destare in me un pur minimo interesse, non ti trovo intelligente e non ti trovo divertente, non sei simpatico nemmeno, e non sei sarcastico e pungente davvero come credi. Anche l’ironia è un’arte. Ma non si apprende. O la possiedi o fai un buco nell’acqua senza rimbalzo. Appassionatamente ti direi che devo ancora decidere se mi fai più pena o se mi fai più schifo, con una propensione che non nascondo, tuttavia, per la prima opzione, di talchè è chiaro ed indiscutibile che ho più compassione nei tuoi confronti anziché rabbia. Appassionatamente, nel modo che tu conosci molto, molto bene, ti direi che sei troppo stupido per gironzolarmi intorno facendo finta di non chiedere particolari attenzioni, perché evidentemente non hai capito ancora che non mi scalfisci nel modo più assoluto, e che non riesci ad attirarmi perché manchi di contenuti, manchi di forma persino, pensa te. Appassionatamente, ti chiederei per quale recondita ragione ti interessi così tanto della mia vita, delle mie cose, perché mi giro e ti trovo dietro, cammino e mi sbatti davanti agli occhi, e se questo non denoti, come credo sia, una profonda frustrazione interiore ed esteriore che ti porta ad attaccarti come le zecche ai cani per poter sopravvivere alla tua pochezza complessiva. Appassionatamente ti direi che trovo ridicoli i tuoi sforzi, le tue congetture, i tuoi mille e scadenti volti, le tue improvvisate e malriuscite acrobazie. Appassionatamente ti direi che non mi incuriosisci, non mi catturi, non mi ecciti nemmeno nel pensiero. Appassionatamente ti direi che più parli e più non ti ascolto, più ti muovi e più non ti vedo, più fai rumore e più non ti sento, più sbatti i piedi e più non mi curo di te, più ti ingelosisci delle mie attenzioni ad altri e più ne darò, più credi di esser furbo e più ti riveli idiota. Appassionatamente tutto questo già lo sai anche senza ch’io parli e te lo dica ancora ed ancora, perché in luogo della mia voce parlano i miei sguardi di sufficienza, il mio disinteresse totale a al fatto che tu esista o meno, il mio passarti accanto e proseguire oltre, il mio scansarti quando mi sei davanti. Dolcemente però ti faccio una immediata sintesi del tutto. Un comodo, gentile e spassionato vaffanculo. Ops.

Rotolando

Non hai da temere manipolazioni con me, non ho interesse a trasformarti. È come sei che ti voglio, sfacciato così tanto da chiedermi di spogliarmi ancora. E’ animale che ti desidero, d’istinto e di soggiogazione. Mi piace scrutarti e lasciarti il tempo di startene nell’angolo, facendoti credere che tu fossi al posto giusto. Mi piace che accenni con la faccia nella mia direzione, sicuro di sussultarmi dentro qualcosa. Preliminari non ne amo, se non per il tempo che tu mi dica quello che mi accende. Attenderò paziente finché lo farai, e quando avrai detto quel che devi allora forse sì, sarò come tu mi vuoi. Non soffocarmi e non chiedermi. Raccontami invece dei tuoi segreti inconfessabili, quelli di cui nessuno sa. Parlamene a bassa voce, accarezzandomi la schiena. Sussurrami come io faccio con te. Voglio sapere chi ti ha avuto e cosa ti ha dato. Voglio sapere come piangi e cosa ti fa ridere. Voglio vedere i tuoi occhi prima del tuo corpo. Alzati e stammi dietro. E nel momento in cui ti sembra ch’io diventi più distante stringimi il polso. Tirami per un braccio. Voltami e trattienimi. Respirami appena sul collo. Dimmi di non muovermi adesso. Metti le mani nei miei pensieri e fermali. Blocca il mio passo e prendimi. Stringimi la carne e parlami. Sai bene cosa toccare, dove andare, come fare. Piega la mia insolenza. Altrimenti accontentati di spiarmi da lontano.

Ebbene sì, sono un fantasma.

Urge scrivere una cosina fuori tema immediata perché non ne scrivo mai e ora ci ho una certa esigenza che mi devo sfogare e così vengo incontro anche a chi spesso mi chiede come vanno i preparativi del matrimonio e tutto il resto. I lavori a casa stanno per concludersi ( ? ), solo che ogni volta che si finisce una cosa la devono rompere e rifare perché sorgono problemi medio tempore e quindi intonaca e sfascia e poi reintonaca e sfascia n’ata vota e così andando non finiamo più. Ma siamo fiduciosi. Ce la faremo, e il nostro nido sarà pronto nei tempi giusti. L’arredamento della nostra casa non è bello, è di più. Più bello di bello. C’è una piccola lotta sulla scelta del divano, adesso, ma troveremo come sempre un buon compromesso tra il mio gusto tendente al minimalismo assoluto ed il suo gusto tendente al classico. La nostra prima ufficiale riunione di condominio, cui ieri abbiamo partecipato ad ogni effetto anche io e Moleskino, è andata piuttosto bene. Devo dire, i condomini mi piacciono, ed uno di loro è anche mio cliente. Che culo eh. Vediamo cos’altro … ah si. Lista nozze. Mi sono sbizzarrita come un matta. Abbiamo scelto dei servizi, tra cui uno giornaliero molto, ma molto fine che non lo diresti mai che è giornaliero perché io per giornaliero avrei inteso i piatti presi con i punti del supermercati che sono carini dai, ed è bianco e ci ha tutti gli accessori con il rosso scuro. Voglio dire, non è che avrei scelto un colore diverso eh. Mi piace, assai assai. Avrei tante di quelle cose da scrivere comunque su questi preparativi che però proprio perchè sono tante non le scrivo. Se no non ci ritiriamo più. Moleskino merita più di un applauso per come riesce a gestire tutto, scappa da una parte all’altra come un matto. Se avessi dovuto fare le cose che ha fatto lui io sarei morta, ne sono certa. E’ un amore davvero. Si segna tutti gli appuntamenti, arredatori, pittori, muratori, ore tot si va lì, ore tot si va quì, poi si deve far questo, poi prende i permessi a lavoro. Tesoro mio. S’è segnato pure il matrimonio. Se l’è segnato !

La cosa inquietante invece è aver scoperto che io non esisto. Con somma mia sorpresa il mio atto di nascita all’estero non risulta trascritto in questo Comune dove sto io proprio medesima da anni. Adesso dico. Possibile che sia sbagliato il numero di repertorio di trascrizione italiana sulla mia carta di identità ? E’ possibile. Perchè quando mi sono serviti questi documenti c’erano quì. E ora non si trovano trascritti. Ecco. Sono a tutti gli effetti una stracomunitaria. Per giunta pubblicamente clandestina. Questo è. Perdonatemi se esisto, se occupo il territorio italiano, se pago le tasse. Se respiro la vostra aria. Perdonatemi, davvero. Italia, perdonami se sono arrivata quì, se ho studiato, se lavoro e tutto il resto. Italia, scusami se mi sposo. Mi dispiace. Mi pento e mi dolgo. Ehm .. mi pento, e mi tolgo. [ Mi tolgo la soddisfazione di un vaffanculo ]

Post Scriptum della sera tarda: I lavori non stanno al buon punto. Stanno a un punto del cazzo. Ci hanno sbagliato delle cose che devono rifare da capo. Ma io mi domando e dico :

Ma nella vita, uno, non era meglio

che s’imparava zappatore ? eccheccàzz però

( As ) Soluzioni

Mi pento perché ho desiderato di essere quello che non sono. Volevo fare il falegname, l’agente immobiliare, l’ingegnere, lo scrittore, il meccanico, il musicista. Ed invece presto soldi ai poveracci ad interesse del cinquecento per cento che riciclo per prestarne ad altri ad interessi maggiori finché, prima o poi, i capi grossi del mercato non mi pianteranno un colpo a salve dritto in fronte e mi faranno fuori. Mi pento perché ho desiderato la donna d’altri. L’ho desiderata ogni volta che la vedevo camminare fino al supermercato, e quando la seguivo solo per vederle le mani impugnare saldamente il carrello della spesa e spingerlo con la stessa passione con cui di sicuro avrebbe spinto il mio cazzo dentro di lei. Mi pento perché ho desiderato la donna d’altri. L’ho desiderata e l’ho scopata a bestia sul sedile posteriore dell’auto di suo marito. Mi pento perché ho desiderato che il momento di togliermela di dosso, quella giumenta bella come una madonna, non arrivasse mai. Mi pento perché ho desiderato farlo per ore, spogliarla e rivestirla, per il solo gusto di sentirle dire continua. Ed ho imprecato ognissanti quando m’ha lasciato come un pacco postale sotto casa mia. Mi pento perché ho desiderato troppi figli e neanche uno me n’è venuto, ho sparso malamente il mio seme per le strade di notte e nessuna femmina l’ha voluto raccogliere e custodire. Mi pento perché ho desiderato amare mio padre e mia madre, ogni giorno per quel giorno che mi portarono a questo mondo. Ed invece li ho odiati per la terra nelle scarpe che mi sporcava i piedi e per i grembiuli sudici di pomodori spremuti. Li ho odiati per quei centesimi di lira che sempre mi mancavano per comprare al bar il ghiacciolo, per quei quaderni presi in prestito dal figlio del sindaco, per quelle smorfie di vergogna che la zitella vicina di casa assumeva ogni volta che mi vedeva giocare per strada. Li ho odiati per quelle botte che non mi hanno risparmiato i grandi del paese, per quei calci che la maestra mi ha dato perché ero ribelle, per quelle risate dei miei compagni che vivevano il mio stesso disagio e non lo avrebbero mai ammesso. Mi pento perché ho desiderato di avere amici. L’ho desiderato e ci ho creduto fino all’osso. E invece mi sono svegliato di soprassalto nel mio letto di notte, mi sono venuti a prendere e mi hanno fatto schiumare dalla bocca sangue e denti per una scommessa andata male alla corsa dei cavalli. Mi pento perché ho desiderato che il sole tramontasse un po’ più tardi d’inverno, e scendesse giù un po’ prima in estate. Mi pento perché ho desiderato confidare le mie eroiche gesta in un momento di debolezza e riflessione ad un uomo che ha deciso di non potermi assolvere e perdonare, soltanto perché è mio fratello di carne. Ed oggi che m’hanno intaccato la lingua con la lama del coltello, oggi che mi hanno tagliato la mano destra prima ancora ch’io potessi riscuotere il mio denaro dall’ultimo piazzista assoldato per sostituirmi, mi pento perché ho desiderato parlare con il mio vicino di stanza. E tutti questi matti, come bestie senza dominazione nè padroni, fuori dal recinto.

Movimenti

Quando vai giù in stazione a volte piove e non hai l’ombrello. Ti stringi la borsa sulla spalla con un braccio, e respiri il fumo che sale da giù. E ad ogni scalinata che scendi non ti accorgi dei manifesti pubblicitari che cambiano. Quando ci vai, laggiù in stazione, succede che ti siedi sulla panchina in fondo al binario uno. E ti metti a leggere le scritte dei ragazzini con i pennarelli neri che si dichiarano l’amore, quello che poi il giorno dopo dimenticano o odiano. Quello che conservi e non lo dici a nessuno. I binari invece non cambiano mai. Hanno sempre la direzione dell’andata e del ritorno. Ferme e stabili come le valigie che prepari il giorno prima di partire, e che lasci all’ingresso di casa per non dimenticarle. Certe volte ci vai, giù in stazione, per riprenderti un pezzo di quel che hai perso lungo il tragitto. Sai dove, riconosci il momento, ricordi bene quando. Potresti dire oggi ancora una volta quelle stesse parole ed imbarazzarti, non calare l’intonazione della voce nemmeno per un secondo, prodigarti con le braccia in avanti con lo stesso slancio bambino, stringere le mani per un secondo con la stessa forza che scorre tra le dita, guardare dal vetro del finestrino con lo stesso silenzio interrogativo negli occhi. E poi chiuderti sulla poltrona, una volta salita su, con quell’identico peso sulle gambe accavallate. Allora succede che mentre sei seduta alla panchina del binario uno ascolti la voce dall’altoparlante e non capisci quale treno è in arrivo, e quale è in partenza. E ti viene da sorridere perché se in quel momento tu fossi davvero in partenza, o se tu fossi davvero di ritorno, potresti aver smarrito il tuo bagaglio e non sapere se l’hanno portato al deposito. Certe volte, giù in stazione, ci vai per leggere un libro. Poi accade che quando il freddo diventa pungente, e la pioggia si fa troppo forte, e lo sferragliare della corsa si fa troppo rumoroso, e l’odore è acre e ti copri il respiro, guardi da una parte all’altra. Il capo e la coda sono liberi, come liberi sono i binari in mezzo. L’istinto di attraversarli, e la prudenza che cambia i movimenti. E allora riponi il libro nella borsa, e te ne vai. E tutto quello che sai di aver perso lungo il tragitto sta al lato della panchina, quella in fondo. Se ti avvicini lo puoi vedere, che sta tutto lì. Rimane trascritto insieme agli orari stampati sulla carta gialla. Nell’angolo, quello in alto a sinistra. Dietro al vetro, proprio in quell’angolo spaccato. E lo sai che gli orari cambiano ogni volta, ogni anno. Cambiano in ogni stazione, sempre. Ma quelli lì, per davvero, giuro che sono gli stessi.

Punti di ( s ) Vista

Come quando ti siedi dietro di lui, allarghi le gambe nude e piano gliele avvolgi attorno ai fianchi. Ti strusci, ti premi contro. Lui fa per voltarsi, preso dalla smania di strizzarti i capezzoli che sente sulla sua pelle già induriti. Gli alzi tutto il maglione con le mani, su fino alle spalle. Ed inizi all’improvviso a leccargli la schiena. Punto, e a capo.
Come quando incroci la gente per strada che ti fissa manco avesse visto un extraterrestre. Ti fissa e non capisci se ti fissa perché sei figa, o se ti fissa perché c’hai una macchia sul cappotto che manco lo sai. E tu con la faccia davvero convinta di te stessa mastichi stretto stretto tra i denti un bel ma che cazzo tieni da guardà, scè. E prosegui oltre, indifferentemente superiore. Punto e virgola.
Come quando tutti sono seri ai convegni e fanno finta di ascoltare i discorsi sulla sicurezza sul lavoro ma nessuno se ne può fregare di meno della sicurezza sul lavoro. Infatti fanno interventi stupidi, non pertinenti e nemmeno sensati. Il relatore si fa scappare dei carciofoni in italiano che non finiscono più, e tu lo correggi ad alta voce, dal tuo posto, seduta in platea. E tutti si voltano. E si chiedono ma chesta chi è ? E tu assumi l’aria altezzosa come per dire uè, stiamo calmi eh. Due punti.
Come quando nelle conversazioni tra uomini e donne al primo approccio amoroso si parla del vedo non vedo, dici e non dici, capisci e non capisci. E non sai se ci sei. O ci fai. Virgola. E punto.
Mi ci piace e ce lo metto.

Questo post rappresenta il sunto di prove neanche molto tecniche ma certamente mal riuscite di scrittura concisa ad immediato impatto emotivo – sensoriale. Veramente ho pensato, mi metto d’impegno e scrivo una cosa che non scrivo mai. Una bella poesia di quelle strazianti d’amore, quelle proprio che ci devi mettere la canzone a tono, quelle canzoni che ti fanno lacrimare dappertutto. Poi alla fine essendo mal riuscite le prove non molto tecniche di scrittura concisa ad immediato impatto emotivo – sensoriale ho deciso di seguire un altro percorso. Prove tecnicissime di punteggiatura. E a me mi pare pure riuscito bene l’esperimento. Se non vi pare riuscito, per informazioni sullo stato psicologico dell’autrice, rivolgersi presso l’ufficio informazioni a destra. Ivi troverete un addetto che si addice all’ufficio medesimo. Per non informazioni sullo stato psicologico dell’autrice, rivolgersi presso l’ufficio non informazioni a sinistra. Ivi non troverete un addetto che si addice all’ufficio medesimo. Per ogni altra esigenza di carattere tecnico, pratico e/o quantunque, mettetevi tutti in posa che ci sta il fotografo pronto che passerà tra i tavoli. Così vi portate pure il ricordino a casetta. E all’uscita gentilmente compilate il questionario di sgradimento che troverete all’ingresso, indi per cui se non l’avevate già preso dovrete un attimo tornare indietro e poi uscire. Questionario che ancora non c’è però perché mo proprio mo mi è venuto in mente di scrivere questa cazzata. Sono ben accetti suggerimenti, o quant’altro si riterrà adeguato al caso (clinico). Critiche pure ma solo se distruttive. Quelle costruttive me le faccio da me medesima. Grazie assai e tante cose. Oh yeah.
 
[ Scusate. Ma ogni tanto ci ho bisogno anche io ]