Archivio mensile:marzo 2008

Il titolo non ci sta ( gli auguri però si )

Driiiiiin, driiiiin, driiiiin. Risponde la segreteria telefonica di RMlk, sono momentaneamente assente causa eccessivo lavoro, casa che mamma mia quant’è bella non si può dire, mobili in arrivo, marriage in progress elevatissimo, fatti vari, scazzi annessi, mazzi eventuali, cip e ciop che non c’azzeccano niente ma ce li voglio mettere. Se ci avete pazienza a parlare con le segreterie telefoniche, chè io per esempio non ci ho pazienza per niente quando scattano ‘ste robe e mi sento una deficiente totale anche se lo sono già per natura ma a volte faccio finta di essere intelligentissima e mi riesce pure bene devo dire, lasciate un messaggio dopo il segnale acustico. Sarete richiamati non appena possibile. Cioè non so quando. Ma l’importante è crederci. Almeno, così dicono. Grazie. BURP

Ops. Scappato. ‘Sti segnali …

 


Post scriptum del giorno di poi : Oggi primo aprile che è pure pesce di aprile ci volevo fare gli auguri pubblicizzati a quel pesciolino unico ed incredibile di mio fratello, che per l’appunto in questa data odierna di scherzi e allegrezze e risarelle varie esso stesso proprio compie gli anni. Tanti auguri fratellozzo mio, ti voglio bene assai assai assai, baci baci baci, il regalo te l’ho già fatto. Passo e chiudo. 

Lie

Io ci credo in certe bugie e mi viene così semplice, così facile. Io ci credo, e ci credo per davvero. Io ci credo come credo alle mentite spoglie degli angeli o ai colori dei vestiti dei passanti lungo la strada, ai castelli diroccati su per le colline e ai ponti su cui si sfreccia d’estate in macchina, quando si va al mare. E per tutte le bugie in cui credo nient’altro, davvero nient’altro chiedo se non che me ne vengano dette ancora, ed ancora, ed ancora. Perché voglio vedere ridere la gente, voglio vederla quando ride per davvero. Voglio vedere ridere la gente più di ieri. Come quando si ride dopo aver fatto l’amore e ci si stupisce delle gambe ancora allargate, dell’asciugarsi degli umori e della saliva. Del corpo impudicamente esposto al sole. Come quando si perde l’equilibrio. Come quando mandato giù l’ultimo sorso si tende la mano verso la bottiglia perché il bicchiere in compagnia sia pieno ancora. Voglio vedere la gente ridere, come quando alla fermata del tram ti guarda attentamente, così attentamente da non staccarti gli occhi di dosso. Ti guarda attentamente e ride. E tu ti chiedi cosa succeda, cosa ci sia da divertirsi, cos’è che ti sfugge. Ti osservi le calze. Ti chiudi meglio il cappotto. Ti scruti le scarpe. Ti stringi la borsa al petto. Tiri sù la lampo delle tasche. Ed una sferzata di sfida negli occhi ti assale. E non hai nulla poi di così strano per esser fissata a quel modo, se non fosse per quel ricciolo bagnato, incondizionato, inatteso che d’improvviso ti è sfuggito dall’intreccio. E sciolto rovina, forse, il perfetto disegno del tuo viso. E fa ridere, sì. Fa ridere da morire questa tua così affannosa gestualità, continua, intesa a risistemarti alla meglio. Fa ridere e la gente ride infatti, e ride di cuore. Perché la più piccola, la più stupida, la più scontata, la più sicura delle cose come solo un ricciolo dei capelli può essere, che ti scende lungo una guancia e non te ne rendi conto, che dovresti sentirtelo sulla pelle della faccia e non lo avverti, che dovrebbe un po’ toglierti la visuale da un lato e non te ne curi, ecco quella sì, è proprio quella cosa così fortemente scontata l’unica verità, in un mare di bugie, in cui dovresti iniziare a credere. Sono certa, lo so. Scenderò alla prossima stazione. E scenderò con il fiato corto. Perché preferisco far la strada a piedi anche se piove a dirotto. Ora intanto salgo sù, al volo. E magari sarà una bugia anche questa. Per i capelli ben raccolti, fermati, chiusi, e per la più misera ed inoppugnabile delle verità nascoste, lo sappiamo, c’è sempre tempo.

Compro una vocale

Ora come ora ci ho un momento che non saprei mica come dirlo, cioè lo saprei pure ma non lo so proprio bene. Allora … ecco sì. Ci ho un momento di forte ( s ) pressurizzazione interiore. E mi sento un poco spresciata. Come quando si sprescia il limone, per esempio. Ma il limone, diciamo no, si sprescia o si spruscia ? Comunque, così. Esattamente. Circa. Che poi mi sono svegliata con ‘ste parole quì degli Stadio, quelle che vanno dentro le scarpe, dentro una malattia, in quella nave là che il mare si porta via davvero, sulla finestra, sopra la ferrovia … che sono pure canzoni di tanti annetti fa e non le ascolto da secoli e nemmeno più per caso in radio. Va che appena mi metto fuori da ‘sto ( s ) pressurizzamento lo so, schizzerà il succo dappertutto. Occhio chi mi viene a tiro eh. Non ci voglio responsabilità.

Varie, comunque giù di lì

La Duchessa, la Angel, la Zoe, la Fenila, la Nya, la sposa. No, la sposa sarei io, ecco. Insomma, questi vociferamenti, queste vociferazioni, queste vociferaggini alle mie spalle di sera, ore in cui le gentil donzellette, già coniugate e non, si incontrano per chiacchiericciare di me e di questo matrimonio mica mi vanno giù eh. Si, lo so. Lo so. Lo so che sono il vostro idolo, che mi amate e che senza di me non potete vivere, lo so. Lo so che sono entrata nei vostri cuori con la delicatezza di una libellula che aleggia sulle acque placide di un lago di campagna, ehm di montagna. Lo so. Grazie ragazze, grazie davvero. Grazie. Sono commossa. Saluti e baci indistinti. Pure ai gatti della Duchessa va.

Comunicazioni di servizio uàn ciù trì dove uàn ciù trì sta per spic e span (mi pare chiaro) : viaggio di nozze stabilito per Stati Uniti e Messico e stiamo facendo tutte le cartarelle varie per il passaporto e bla bla bla, per venerdì i pittori a casa avranno finito e così si metteranno le porte nuove e quanto ancora resta da rifinire tipo battiscopa negli spigoli non ho capito bene e robe di ‘sto genere. Attendiamo i mobili che sono bellissimi e non vedo l’ora di vederli a casetta nostra. L’altro giorno sono stata a sciare e a pattinare sul ghiaccio provvedendo ostinatamente ad eliminare i chili acquisiti in eccesso a Pasqua con degni nonché ripetuti attriti tra il mio culo e la neve. Mi si sono squagliati i cuscinetti che è stato una bellezza davvero. Al Palaghiaccio però sono stata magistrale, parevo una di quelle che fanno tutte le figure ballerinistiche in televisione. Roba da non credere. Mi sono strascinata dietro un cinquanta persone circa, a rotazione, perché per non cadere io sui pattini meglio che sono cascati tutti gli altri. E questo pure mi pare giusto. Vediamo .. cos’altro ? Ah si. Domani appuntamento nel pomeriggio dal fioraio io e la mia mamma, che insiste con le sue cazzo delle spighe di grano, vallo a capire perché c’ha la fissa delle spighe di grano da mettere un po’ di quì e un po’ di lì. La prossima settimana ho : appuntamento in atelier per il mio abito da sposa che di certo si dovrà restringere un po’ perché attenzione attenzione sono dimagrita, appuntamento dalla mia estetista che già mi disse a novembre che non mi farà fare più di una lampada che se no vengo fuori nera come un tizzone dal camino ed io proposi degno scambio di favori : io mi faccio fare una sola lampada, tu mi trucchi poco e bene. Poi ? Poi niente. Questo. Ah ecco. Ho sistemato in camera un sacco di libri miei, e molti sono della mia mamma. Sto cercando di convincerla a regalarmeli, certo non tutti ma molti, solo  la lotta è dura ed estenuante. La libreria di mia madre è infinita. Se n’è uscita con nenné, se vuoi ti faccio portare via La Rabbia Degli Angeli, eh ? Il bello è che me l’ha detto così convinta che quasi mi faceva paura. Sa che sono molto legata a quel suo libro. L’ho guardata in faccia e le ho detto mamma, grazie, sei davvero, davvero unica, troppo buona mamma, troppo. Tanto io me li porterò via lo stesso quelli che voglio. Chiaro. Devo solo escogitare il sistema giusto. Dall’altra parte c’è invece mio padre che non gli puoi dire mezza parola, non lo puoi guardare in faccia, non ti ci puoi avvicinare nemmeno di un millimetro, che appena ti muovi … scoppia a piangere. Cioè davvero, non gli puoi dire niente, sono tre o quattro mesi che va avanti ‘sta storia. Piange. E a me mi dispiace pure un po’ dirlo .. però quando papà piange io e mio fratello ci schiattiamo di risate, perchè la situazione è di una comicità surreale. E poi ci mettiamo d’impegno. Perchè mio padre, questo va chiarito, piange a comando. Tipo mio fratello mi da una sgomitata, ed io capisco che vuole che si passi all’attacco. E parto. Perché, questo anche va detto, il suo punto debole sono proprio io. Gli dico solo papi … con voce un po’ sommessa. Lui si gira e mi guarda. Io assumo una espressione così, un po’ commovente, un po’ come per dire papi me ne vado. E lui … zac. Piange. E noi, si ride a bestia. Il bello è che piange solo quando si parla del fatto che mi sposo io. Perchè quando si parla del matrimonio del mio fratellino, che sarà a settembre, non fa nessuna faccia. Nè piange, nè ride. Si eclissa totalmente. E non so quale cosa sia più comica e divertente. Se i pianti a comando per me, o la total eclipse facciale per mio fratello. Infine ? E infine un sacco di altre cose, ma un sacco davvero. Solo che ora mi sfuggono un attimo perchè sono troppissime. Appena le riacchiappo, vi farò sapere. Fine comunicazioni di servizio uàn ciù trì.

E la sintassi si fotta. Olè. Spic e span. ( Lasciatemi stare che mi ci piaceva spic e span di mettercelo sul finale e ce lo mettessi veramente quantunque ). Punto.

Schegge

Non mi hanno insegnato a scegliere. Non mi hanno spiegato regole, non mi hanno messo davanti tecniche, non mi hanno detto cosa si deve e cosa non si deve. Dai silenzi, dagli sguardi, dai gesti mancati e dagli spigoli, dagli angoli e dalle porte, dagli stipiti e dalle fessure. Da tutto ciò contro cui sono sbattuta ho imparato. Non mi hanno insegnato a scegliere. Ho imparato da sola. Quando cadevo da bambina e mi sbucciavo le ginocchia nessuno mi raccoglieva da terra. Ma nessuno davvero. Guardavo le persone intorno sperando in un attimo di bonaria pietà. Niente. E così iniziavo a frignare, perché le lacrime e i singhiozzi prendessero il posto dei miei occhi e colpissero dritti al cuore. Niente. Allora facevo una cosa. Mi sbattevo di pancia a terra come un’ossessa, mi procuravo dei lividi dappertutto che diventavano peggiori delle ferite sul ginocchio. E tutto si ingigantiva, la stanza diventava più larga oppure la strada vedeva il marciapiede non finire mai. E nessuno alzava un solo dito. Allora con le mani sporche mi asciugavo gli occhi e piano iniziavo carponi a mettermi in piedi. Tentennavo un po’, spossata dall’inutile dispendio di energie per attirare l’attenzione e farmi prendere a piene mani e coccolare. Tentennavo un po’ finché non stavo dritta su di me, finalmente. Mia madre mi sorrideva, mi sorrideva del suo sorriso più fiero che aveva. Mi sorrideva e tendeva una mano per accarezzarmi la testa. Io probabilmente ero contesa tra rabbia e desolazione, forse mancanza di fiducia. E di quel suo largo sorriso in quel momento non ne volevo sapere. E di quelle sue sicure carezze non avevo cosa farmene. Però ero in piedi, però ce l’avevo fatta. E ce l’avevo fatta senza che alcuno mi sollevasse da terra. Senza che alcuno accorresse. Solo, semplicemente, ce l’avevo fatta. Sotto lo sguardo altrui vigile anche se distante. Ce l’avevo fatta, anche da sola. Da quei momenti smisi di guardarmi intorno se cadevo. Imparai a non cercare più se ci fosse qualcuno che potesse raccogliermi o meno. Semplicemente trattenevo il respiro, puntavo i piedi a terra e le mani davanti alla mia faccia. E mi mettevo dritta di nuovo. Pronta. Le ginocchia non me le guardavo neanche più. E continuavo a giocare senza piangere, e senza troppo chiasso. Finché non cadevo di nuovo. Finché non mi rialzavo ancora. Finché non mi stancavo. E poi tante altre cose. Ma il mio viso è già sprofondato nel cuscino. I miei occhi sono già chiusi. I muscoli delle mie gambe sono già in riposo. La mia bocca è già serrata. Le mie mani sono già chiuse in un pugno. E domani è un altro giorno. Cadevo e mi rialzavo. Finché non mi stancavo. Finché non mi stancavo, e dormivo.

Pesach ( Passare oltre )

Nel nome del padre. Quando nacqui mio padre era disperato. Dormivo poco e infastidivo molto. Un giorno minacciò di prendermi e gettarmi sui binari della ferrovia che sferragliava quotidianamente di sotto casa. Mia madre pianse, sperando che fosse tutto un raptus di follia momentanea. Mi tolse dalle grandi mani di mio padre, mi fece una carezza e sussurrò qualcosa come piccolina fai la nanna ti protegge la tua mamma. I goccioloni delle sue lacrime bagnavano la mia fronte. Venni battezzata così, in quel giorno, senza nessuna festa in chiesa o parenti da invitare al ristorante. Tutto si svolse nella massima riservatezza, nascosta al mondo. Angeli a cantare non se ne sentivano, battiti di mani nemmeno. E che Dio mi benedica. Fu il primo pensiero che concepii nella mia vita.
Sopra le righe. A scuola non ero molto in gamba, faticavo a disegnare i quadretti sul quaderno ed i bastoncini mi venivano come canne da pesca appoggiate sul terreno. Esca in acqua e molto vento. I numeri non mi andavano giù ed inventavo le più fantasiose scuse pur di non dover sforzarmi con le addizioni o le divisioni. Qualcosa cambiò quando mi accorsi che mi piacevano le lettere dell’alfabeto. In soli due giorni le imparai tutte, minuscole e maiuscole, ed iniziai a riempire pagine e pagine. Con il solo problema che uscivo continuamente fuori dalle righe. Scrivevo negli spazi bianchi tra una riga e l’altra. Ero convinta che quelli fossero gli spazi da riempire. Mia madre a casa mi sgridava per questo, imponendomi di stare attenta. La mia maestra, una vecchia zitella con un cesto di cotone bianco in testa, sporco e che pareva quotidianamente annaffiato d’olio, mi prendeva pubblicamente in giro dicendo non si va fuori dalle righe, si sta sopra. A piangere non piangevo. Ma iniziai a discernere la differenza tra la commiserazione per il genere umano e l’odio.
Ti aspetto alle cinque. Il mio primo amore è stato Andrea, un ragazzo che aveva cinque anni più di me. Ed io ne avevo solo tredici. Gli stavo dietro come un cagnolino bavoso, e mi aggiustavo alla meglio per farmi notare quando sapevo che, scendendo giù in cortile a giocare, quello era l’orario in cui lo avrei di certo trovato seduto sulla ringhiera della grande inferriata, a fumare, parlottando con i suoi amici. Impresa pressoché impossibile. Non mi avrebbe notato mai. Un giorno mi feci coraggio e gli chiesi perché non mi vuoi ? La sua espressione era tra l’attonito e il disprezzo. Ma se non hai ancora le mestruazioni, e si voltò a ridere con gli altri, tirando dalla sua sigaretta quasi finita e lasciandosi cogliere di sorpresa da un forte colpo di tosse. Non capii cosa intendesse dire, ma intuii che la sua risata aveva come il sapore di qualcosa cui non si può porre rimedio. Quando tornai a casa feci qualche domanda a mia madre. Quando capii che avrei perso sangue, almeno una volta al mese, per molti, lunghi, forse infiniti mesi della mia vita, decisi che Andrea era un coglione. E che poteva intossicarsi di sigarette quanto voleva. Perdere il mio sangue che magari sarebbe andato sparso in terra camminando, o avrebbe macchiato le scricchiolanti sedie di legno a scuola, o improvvisamente sarebbe venuto fuori davanti a mio padre in casa, era un prezzo troppo alto da pagare. E Andrea non ne valeva nemmeno una sola goccia.
Ricordati di me. La mia migliore amica è stata la mia compagna di banco delle superiori. Era alta e grossa, sembrava un soldato. Simpatica e gioviale, non si sapeva mai come prenderla esattamente. Rideva, spesso. Solo che sul più bello rideva così tanto che iniziava a piangere. Una sola volta le chiesi se piangeva dal ridere, o perché soffriva. I suoi singhiozzi erano improvvisi e così forti da spaventare. Piango perché rido. Tutto qui. Oggi è responsabile della selezione del personale alle dipendenze di una importante catena di alberghi canadese. Ogni tanto mi chiama e chiacchieriamo del più e del meno. L’ultima volta che l’ho vista è stato molto, molto tempo fa. Mi dice da sette anni verrò al più presto. Credo però che il suo cuore sia rimasto in Brasile, in quel viaggio. Ed un poco, perché no, anche tra i nostri piccoli banchi verdi, con il chewing-gum attaccato di sotto, e le scritte delle canzoni sui diari. Le mie, però, erano più belle e colorate delle sue.
Offresi ripetizioni. Prezzo modico. Mancavano pochi esami ancora alla mia laurea. Non che mi interessasse molto sbrigarmi, ma avevo preso un ritmo niente male che andavo a sedermi nello stesso appello per due materie diverse, a distanza di neanche tre giorni l’una dall’altra. Che il biondino chiacchierone sempre seduto in terza fila, a lezione di semantica, mi guardasse con una certa aria da sbruffone me ne ero accorta. Che lo fosse davvero uno sbruffone mi ci volle del tempo per capirlo. Aveva un’aria da latin lover sfigato. Solo i suoi occhi azzurri lo tradivano, e se ci si cascava era finita. Andava psicologicamente brutalizzato nell’approccio. Ed io non mi feci pregare per questo. Lo snobbai come meglio mi riuscì, finché non decisi che bere una birra con lui, alla prossima serata universitaria giù al Macumba, sarebbe stato un buon modo per porre una tregua. Che fai, ma sei matta ? Stronza. Si, è vero. L’ho lasciato col cazzo ingrossato e ritto come un palo di luce mentre cercava di ficcarmelo dentro. Gli avevo chiesto di parlarmi a bassa voce. Non ne era capace. Urlava come un ossesso solo perché non gli avevo fatto un pompino. Si è laureato un anno e mezzo prima di me.
Speriamo faccia caldo. La prima volta che ho mangiato un melograno è stato in campagna, da alcuni zii di mia madre che andammo a trovare. Era morto un non so chi, e scoprii che c’era un po’ del mio sangue sparso in giro per il mondo. Volli andare con i miei a far visita a questi qui, e mi ritrovai davanti quelle facce intorpidite, rugose, granose. Ma che eravamo parenti per davvero io e questi ? Avevano i conigli, le galline, tre mucche e le pecore. Per il latte, per la lana, per avere in futuro degli agnelli da vendere. Il più anziano degli zii di mia madre, il cui padre era deceduto tre giorni prima della nostra visita, mi disse vieni con me, ti faccio vedere una cosa. Io lo seguii fuori di casa, facemmo un po’ di strada a piedi, finchè lui non imboccò un sentiero che partiva dall’asfalto ed improvvisamente si trasformava in terra bruna. Seguivo il suo passo meticolosamente. Le impronte. Le tracce. Scendemmo di poco, finchè non vidi davanti ai miei occhi una distesa di verde e alberi. Tanti alberi che si ergevano precisamente uno dietro l’altro, in fila. Sembravano esser spuntati dal nulla. Quella è tutta frutta, disse il vecchio. Scese ancora addentrandosi nella campagna ed avvicinandosi agli arbusti. Lo seguii, chiedendo che frutti facessero tutti quegli alberi. Fanno i frutti che vuoi, quelli che semini quelli nascono. Mi porse un grosso pomo, dopo averlo staccato da un arbusto cespuglioso assai. Era pesante, gonfio, duro. Poi me lo tolse dalle mani e con le sue lo spaccò con forza in due parti. Una la tenne lui, l’altra la diede a me. Vidi i granelli rossi, piccoli acini succosi, ed iniziai a staccarli con i denti. Tiravo via gli acini e la scorza bianchiccia. Buttavo giù tutto. L’aspro e il dolce insieme nella mia bocca avevano il sapore di tutte le cose che non volevo guardare, che non volevo dire. Ci stava dentro tutto. Il vecchio rise grassamente di me, e strofinandosi il dorso di una mano sulla bocca, per pulirsi, accennò soltanto, voltandosi e guardando verso l’alto della strada in asfalto, che secondo lui quello era il frutto migliore che si potesse mai seminare. Se è vero non lo so. So che oggi faccio scorta di melograno, quando è tempo. Mi siedo alla finestra, mi spacco il frutto tra le mani, con un po’ di pressione che parte dai polsi e arriva fino alle dita. E che non me ne perdo nemmeno un acino.

Istantanea

Guardare alla finestra la pioggia sulla strada di sotto. E sentirsela un po’ sui vestiti. E’ come respirarsi addosso, scaldarsi. Tirare i fuori i pugni dalle tasche ed allungare le mani. Prendersi qualche goccia. Il tempo di soffiare sulla pelle per asciugarla. E in un attimo è la neve. in un attimo così. L’attimo appena dopo. E tu non ci puoi credere che tutto si trasformi in un solo istante. Veloce, dispettoso. Per quell’istante che forse ti sei distratta. O per quell’istante in cui, semplicemente, non hai pensato che potesse mai accadere. E ti stupisci. Il naso all’insù, contro il vetro. E sapersi ancora sorprendere di tutto quello che ti viene dato in un solo momento. Senza neanche averlo chiesto. E poi fa freddo. Si, fa freddo. E ti stringi dentro un pò di più. Così. 

Siore e Siori

Bisogna immortadellare un avvenimento importante in ‘sto blog quì che soffre la mancanza di fatti miei. Ebbene si, piccole donne crescono. Piccoli uomini si inguaiano. Grandi famiglie ed amici vari lacrimeggiano dappertutto. Tanti fiori, pure le sterlizie che sono i miei preferitissimi, ricchi premi e cotillons per tutti. In un momento di estrema commozione ( cerebrale ) e di forte contusione ( emozionale ), ieri pomeriggio ci siamo ritrovati sgomenti nel constatare che in scarsi dieci minuti e grazie ad una firma messa alla meno peggio con le mani tremolette abbiamo promesso che a maggio saremo i signori Moleskine. No, voglio dire. Sì, va beh, ‘sta storia che le donne dopo i diciotto vanno chiamate signore per cortesia e bon ton è una gran cavolata. A me signora finora non mi ci ha mai chiamata nessuno, sempre signorina. E già c’è da ringraziare quando a primo impatto riescono ad azzeccare l’età che ho, che ne dimostro di meno con il mio faccino giovincello e bambino. Però quì adesso ci avete proprio la signora io quale sto per diventare, sono diventata ieri non l’ho ancora capito e diventerò nei secoli dei secoli e così sia. In attesa di maggio, in cui sarò per l’appunto bella come ‘na rosa ‘e maggio ammesso ch’io possa essere ancora più bella di quanto già non sia va là fermatemi adesso se no la mia autostima diventa una cosa intollerabile anche per me stessa che a volte mi schifo per quanto mi amo, saluti e baci sparsi un pò di quì un pò di lì, grazie a tutti per gli auguri e la vicinanza anche se lontani, e vediamo di iniziare adesso a portare rispetto come si conviene eh. Ah.

Mi faceva notare qualcuno che ancora non sarei signora. Sentite, fatemi una cortesia. Chiamatemici lo stesso. Che mi piace. Ecco.

Metamorfosi

Donne, l’uomo ormai è caduto nella rete: andrà dalle Baccanti e lì pagherà la sua pena con la morte. Dioniso, ora è compito tuo: tu non sei lontano. Ci vendicheremo. Per prima cosa fallo diventar pazzo, infondi in lui una folle passione per le frivolezze, perché, se resta in sé, non sarà mai disposto a travestirsi da donna, ma, se lo fai uscire di senno, si travestirà. Farò di lui l’oggetto dello scherno dei Tebani e, trasformato in donna, me lo porterò a spasso per tutta la città, lui che prima, con le sue minacce, sembrava così tremendo. Ora vado a far bello Penteo e così agghindato se ne andrà all’inferno, sgozzato dalle mani di sua madre. Saprà chi è Dioniso, il figlio di Zeus, saprà la sua natura di dio vero, terribile, sì, ma il più dolce per gli uomini.

 
( il dio vendica l’arroganza della sapienza umana colpendo di follia, in Le Baccanti di Euripide )

( Meno ) Pause – Rewind

Signora mia, per carità non si agiti così. Facciamo una cosa, si accomodi anche lì, sulla poltrona. Signora, forse non ci intendiamo. Lei quando viene qui non deve urlare, come devo dirglielo ? Deve stare calma e serena, tanto non è che se alza la voce caveremo un ragno dal buco sa, non si risolvono mica così le questioni. Piuttosto si rilassi e mi dica da quanto tempo è che lei e suo marito non lo fate. Ci pensi, signora, è importante. Ci rifletta, non mi dica bugie altrimenti tutto questo lavoro è inutile, glielo dissi già al nostro primo incontro, è necessario che lei sia sincera e non si vergogni di nulla, tutto quel che mi dirà resterà qui tra di noi in questa stanza, gliel’assicuro. Si fidi signora. E poi, non è mica il primo caso che sento, lei e suo marito non siete i primi ad aver di questi problemi, sa quante coppie soffrono la stessa situazione, vuoi per colpa maggiormente dell’uno, vuoi per colpa maggiormente dell’altro, vuoi magari perché subentrano altri interessi e così il desiderio si raffredda ? Oserei dire che con l’avanzare degli anni è una cosa talmente ordinaria che non ci sarebbe nulla di cui disperarsi a questo modo. Non la faccia così grave, non è mica detto che un fuoco spento non si possa riaccendere. È solo necessario che ci si metta d’impegno, che si prendano i giusti ceppi di legno per cominciare, e poi attizzando pian piano, con un leggero ma costante sfregamento, vedrà signora come sale il calore. Per esempio, ha mai provato a recarsi in uno di quei negozi specializzati, in cui se ne vendono per tutti i gusti giustappunto per migliorare una prestazione o, perché no, per far sì che una mano lavi l’altra dandosi un aiutino ? E deve provare invece ! Signora, mi ascolti, lei è pigra a mio avviso. Lei è talmente pigra da trascorrere le sue giornate così comodamente che poi mi è diventata pigra anche nella testa, persino nelle emozioni. È pigra talmente tanto che la sua mente non concepisce nemmeno di dover essere aiutata in tutto questo. Lei non è più abituata a provare quel senso di eccitamento mentale, prima che fisico, perché conduce una vita troppo, troppo sedentaria, troppo comoda. Mai una azione contro le regole, mai una serata fuori casa a cena, mai un film al cinema, mai una partita di pallone allo stadio. Vede ? Ho ragione signora. Non è normale che lei mi venga a dire che sente il desiderio solo se sta in posizione orizzontale. Non è normale questo. Perché lei, signora, se ce l’ha davvero il desiderio di tornare a farlo con suo marito come lo facevate una volta, dovrebbe sentirlo anche se è in piedi ! Anzi, signora, direi che se sta in piedi, anziché allungata, dovrebbe sentirlo molto, molto di più. Il desiderio dico. Capisco, in piedi non è mai accaduto. Camera da letto ? Sono sconcertata … Lei vuole dire … mai in cucina, mai in bagno sul bordo della vasca, mai nella doccia, mai lungo il corridoio, mai in un ascensore degli uffici pubblici ? Sempre e solo a letto ? Come prevedevo. Più vado avanti nella professione, più terapie prescrivo, più storie raccolgo in questa stanza, più ne sono convinta. Il letto è la rovina delle coppie. L’avete fatto sempre e soltanto allungati ? Non è mai capitato di farlo magari seduti, oppure in piedi, o che so con suo marito dietro e lei davanti, un po’ così, un po’ animale ? Suvvia, non mi caschi così nella pudicizia della regola “occhi negli occhi” ! Beh, signora, ci vuole anche un pizzico di fantasia. Lei deve disabituarsi a questo torpore, a questa routine, e iniziare per prima a scuotere suo marito. Se comincia lei, vedrà che poi il gioco è fatto. Si procuri un abitino chic, esca per una mezz’oretta di casa e si rechi in uno di quei negozi che le dicevo poc’anzi che lì c’è davvero l’imbarazzo della scelta, usi poco profumo che non è mica una ragazzina alle prime armi, passi prima dal parrucchiere per una piega fashion, metta un paio di scarpe con tacco dodici se non ha problemi di schiena che così, vedrà, sarà alla giusta altezza, poco trucco che mi par comunque una bella donna o almeno ancora discretamente accettabile per certi versi, entri in casa e se suo marito dovesse trovarsi sul divano a leggere il giornale lei faccia una cosa. Non si deprima, nel vederlo così placido e quieto. E’ lei che sente questo fuoco dentro no ? E allora prenda in mano la situazione. Non si scoraggi. Con passo felpato, se le riesce dato il peso, si avvicini da dietro e piano piano faccia scivolare le mani sul viso di suo marito. Lo accarezzi leggermente. Non appena avvertirà il tocco pungente della sua barba sui palmi delle mani gliel’assicuro signora mia, lei si sentirà divampare. E allora sarà il momento giusto per far sì che il fuoco che una volta ardeva dentro ritorni a bruciare anche fuori. Faccia il giro del divano, non lo prenda per mano conducendolo in camera da letto ma si sieda a cavalcioni su di lui dolcemente, alzandosi appena il vestito, liberandogli le mani dal giornale, e con un leggero sospiro inizi ad avvicinare le labbra a quelle di lui. Gli faccia solo sentire il suo desiderio, gli faccia solo avvertire che sta iniziando a vibrare, gli faccia intendere che è tutto merito della sua vicinanza. Non appena vede la bocca di suo marito dischiudersi come se volesse baciarla, lei stia già pronta a far scorrere un paio di dita nella borsetta. Prenda il piccolo astuccio che avrà acquistato in uno di quei negozi ed estragga due confetti. Furtivamente uno lo infili nella bocca di suo marito, mentre l’altro lo prenderà lei. Inizi signora. Piano, molto piano. Ammicchi a suo marito con gli occhi. E vedrà, signora mia cara, se non ritorna la passione giovanile di far gare di palloni con il chewing gum.