Archivio mensile:aprile 2008

Vado, e lo sposo. [ Poi torno ]

E poi dicono che sono diventata meno comunicativa che un tempo, che per di più non mi preoccupo di invitare gli amici. No, dico. Ci avete presente quì di fianco ? Ecco, anche se modificata leggermente rispetto all’originale, ci si ritenga invitati per l’evento nostro medesimo. E’ arrivato, così veloce che me ne meraviglio come una bambina. E ancora voglio stupirmi. Di qualsiasi cosa, della vita, del futuro, di ogni più piccolo o grande giorno che c’è da vivere. Io vado, me lo sposo quest’uomo che mi ha rapita. Vado, e me lo sposo proprio per davvero. Saluti sparsi, tra un confetto e l’altro.

In Side

Un po’ come trovarsi esattamente di prima mano all’apertura del nuovo giro, rimettersi in gioco dopo l’ultima manche, non aver paura del denaro da dare in posta, non temere che ti si leggano le carte in faccia, non guardare intorno a quel che succede, a chi si muove alzandosi da una sedia per andarsene a sedere sull’altra, a chi sposta un bicchiere dal tavolo, a chi ne impugna e ne riempie un altro. Un po’ come ricordare per un attimo una canzone. Dolce, più che posso. Dolce come il mare. Dolce come il sesso. E oggi della mia stessa tenacia, del mio stesso essere più profondo ancora mi sorprendo. Del mio istinto. Delle mie certezze. E oggi diventa come tutte le cose che vorresti dire. Ed invece succede che in una sera di primavera ti siedi sul balcone, a terra, a gambe divaricate. Alzi il naso e ti vorresti orgogliosamente contare le stelle, sapendo di non riuscirci. E pensi che invece sì, potresti rientrare in casa, andare nella tua camera e contarti le pieghe di tutte le notti nel tuo letto, sul tuo cuscino. La verità, la verità è che tu del tuo amore non sai scrivere. Perché nel tuo amore non ci sono copioni, non ci sono personaggi e non ci sono interpreti, non ci sono comparse e non ci sono palcoscenici. Perchè nel tuo amore c’è tutto quello che il mondo non concepisce. La verità è che tu del tuo amore non sai scrivere. Perchè è tuo, e di nessun altro. Lo guardi come si guarda un regalo appena ricevuto, proprio come un grande pacco bianco con un fiocco rosso. Te lo metti sulle gambe, e non riesci a scartarlo per l’eccitazione. È che tu poi hai qualcosa che ti si aggroviglia dentro, qualcosa che ti si rinchiude di forza, qualcosa che non riesci a gestire. Alcuni giorni vorresti che tutto accadesse così in fretta da non darti tempo di pensare a niente. Come è oggi. Chissà se, chissà. Alcuni giorni vorresti che ci fosse qualcosa che non sai. Alcuni giorni vorresti che ti fosse raccontata una storia, una che non conosci e che puoi ascoltare in silenzio, come una bambina. Vorresti che ci fossero da ascoltare parole che nessuno dice e che ancora vuoi imparare. Certi giorni vorresti che i pensieri fossero meno densi. Più fluidi. Come adesso. Certi giorni vorresti che esistessero già tante cose. E se ci saranno giorni per queste cose, ecco allora vorresti che quei giorni fossero già oggi. E se fossero già oggi quei giorni vorresti dirle e scriverle le cose che senti dentro. E manca poco, manca così poco da toglierti il fiato. Da toglierti il respiro, tanto da doverti fermare finalmente e guardare a domani da seduta. Il resto del mondo ed il resto della vita, il resto della musica e delle parole, il resto della gente e delle corse, dei suoni o delle carezze ancora, il resto delle cose, il resto forse verrà da sé. Come è venuta da sé questa calda sera, questo vento silenzioso, questo pensiero inconsistente di me e di te. Questo pensiero inconsistente e piccolo prima che i giorni accelerino sulla nuova strada, prima che tutto si trasformi ancora una volta. E non lo puoi spiegare. E non lo vuoi raccontare. Che noi, è vero, apparteniamo a noi soltanto. Mentre il resto, tutto il resto non ha appartenenza se non a questo veloce ed indifferente mondo intorno.


O.T. Terry, hai vinto lo stesso perché sei stata esattamente quella che sei, quella che conosciamo, quella che viviamo da sempre. Adesso torna da noi, e preparati per bene. Che tra dieci giorni hai da prendere al volo il mio bouquet. Ti vogliamo bene, piccerè.

Ci sono cose che puoi dire, e cose da tacere. Cose da dare, e cose da ritenere per sè. Cose verso cui andare, e cose dalle quali devi partire. Ci sono cose che ami, cose che odi. Ci sono cose che senti, cose che sai. Ci sono cose che vuoi fare, e cose che non ti è concesso mettere in atto. Ci sono cose che vanno in un modo, e cose che vanno in un altro. Ci sono cose che cambiano, e cose che si cristallizzano. Cose che vanno, e cose che vengono. Ci sono cose di ieri, e cose di domani. Ci sono cose piccole, e quelle grandi, più grandi di te. Ci sono cose improbabili, e cose certe. Ci sono cose inutili, e cose vitali. Ci sono cose che squarciano, e cose che ricompongono. Ci sono cose che stanno in piedi da sé, e cose che si rompono appena le lasci andare. Cose che illudono, e cose che si realizzano. Ci sono cose che spiazzano, e cose che illuminano. Ci sono cose che sembrano, e cose che sono. Cose assurde, e cose scontate. Cose che confondono, e cose che chiariscono. Cose che annebbiano, e cose che diradano. Cose che cuciono, e cose che tagliano. Cose che stringono, e cose che liberano. Cose che rincorrono, e cose che rifiutano. Ci sono cose che credono, e cose che disperano. Ci sono cose che guardano. Che toccano. Che ascoltano. Che chiudono. Ci sono cose che sei. E cose che fai.

Un augurio pubblicizzato al mio amore, che domani compie gli anni e diventa più grande, anche se resterà sempre il mio piccolo delfino, come mi piaceva chiamarlo quando ci conoscemmo, ed al quale, tuttavia, non saprò mai regalare abbastanza, abbastanza rispetto a quello che lui è e come merita.

Corro, corro verso, corro verso con il solo desiderio di amare ancora ed ancora essere amata, di essere felice e di rendere felice. Non so quando potrò ancora scrivere, considerato il tutto. Magari mi scappa una storia, e ce la metto se il tempo mi è propizio. Come sempre. Un abbraccio a chiunque passerà e a cui non potrò rispondere se non chissà quando. A Duchessa, Nya, Zoe, Fenila e la sua piccola, Noalys, Angel, Blueroad, a loro un bacio speciale. Vi voglio bene, e so che in qualche modo sarete con me quel giorno. Occhio chi ci capita il tre maggio, sotto al lancio del mio bouquet. E scusatemi, se in questo momento, esattamente in questo momento che butto giù queste parole quì, sono la donna più felice che possa esistere a questo mondo. Chè ad essere la più tosta, quello, si sapeva già. 

( S ) Combinazioni

Che dicono tutti questa cosa che le spose sono nervosissime, prima del grande giorno. E ditemi voi se diversamente potrebbe mai essere, con i mobili arrivati nel fine settimana e la cucina che ha i pensili bianchi anziché ciliegio. No ditemelo voi ! E poi ci sono ancora un casino di cose da fare, che non ci dormo la notte. E quando dormo ehm .. ebbene sì. Faccio sogni virulenti. Perché ? Presto detto. Nell’arco di tre notti ho sognato esattamente le seguenti cose, nell’ordine : 1) si stava tutti in ristorante, era di sera, e tutti ballavano e si strafocavano di robe. Io stavo in un angolo, diciamo, del ristorante. All’improvviso è iniziata a creparsi una parete, e in pochi secondi è crollata letteralmente addosso agli invitati che stavano su quel lato. Ora dico, la cosa in sé non è che sia poi così strana. Non fosse altro che mentre tutto crollava io, diciamo così, mi piegavo in due dal ridere. Ma sul serio eh. Ridevo come una matta. E va beh. Capita. 2) si stava durante la cerimonia del mattino, e al fatidico momento vuoi tu prendere tizio vuoi tu prendere caia si io ti prendo si io ti prendo stabbene così accocchiamoci entrambi una volta buona e non se ne parla più, e zac. Non avevamo le fedi. No dico, un’ansia incredibile nel sogno, che non c’erano gli anelli. E’ stato comunque un sogno di avvertimento questo. Infatti lunedì sera abbiamo visto le fedi da prendere. Che, tra tutti i pasticci e gli ambaradàn infiniti di casa, lavori, mobili e quant’altro non ci abbiamo minimamente pensato. Dico, uno si va a sposare e non tiene l’anello. E chest’è. 3) Ho sognato che al mattino del fatidico giorno non arrivavano né l’estetista né il mio parrucchiere, e così io stavo tutta bella in ghingheri vestita nel mio abito meraviglioso epperò praticamente ero un po’ una cessa ambulante. E allora ho preso un beauty-case che non ricordo adesso da dove l’ho preso, ed in un bagno che però non era il bagno di casa dei miei (dei miei, perché se dico solo “casa” mi vengono le crisi che non so più casa mia dov’è) e dentro ‘sto beauty-case ci stavano un sacco di robe per pastrocchiarti la faccia. Insomma, alla fine mi sono messa solo un filo di rimmel alle ciglia e mi sono sparata un pinzettone d’ordinanza nei capelli che mi parevo pronta pronta per uscire fuori al balcone a stendere i panni. E quindi questo. Niente. Faccio sogni strani e scombinati. Sono una sposa scombinata.
 
Ora io mi domando e dico. Sto stressata, vè ? Ma poi mi domando e dico un’altra cosa ancora. Ma sto stressata assai che si vede proprio tanto ? Ed infine mi domando e dico l’ultima cosa e poi taccio (si fa per dire, è chiaro, ci mancherebbe). Ma è palese o non è palese quando in ‘sto blog ci stanno scritti i cazzi miei (ut supra) e quando invece ci stanno scritte altre cose ? No perché se così è aver creato le categorie di inchiostro a che serve. Me lo sparagnavo. Cioè, me lo risparmiavo. Precisamente. Ecco.

Ultim’ora :
 
 
Avvocato, ma mi è arrivata la lettera vostra … dice che la causa mia ci sta a giugno 2009 …
Eh si, è così, sì.
Avvocato, ma non si può fare prima ? Io devo mietere il grano.
… … …

Reverse

A partire io parto. Io ci metto meno di un attimo. A partire io parto, e parto senza neanche una parola. Come solo io sono capace. E meno di un attimo ancora ci metto a odiare questo posto, perché dall’amore sfrenato all’odio più cieco c’è un impercettibile scalino, che non hai nemmeno da farti i conti se lo salti male, o se devi scalarlo in sù o verso il basso. Non hai neanche da chiederti in effetti se si tratta di salire o di scendere. È questione di tacchi e basta. L’importante è che affondino decisi e senza indugio alcuno. Il resto è solo noia. A partire parto anche adesso. Che mi frega. Parto che mi serve solo il tempo di urlare, urlare sulla soglia. E poi ridere, perché di ridere ho un bisogno vitale. Forse che non potrei chiudere la porta dietro al culo, sbatterla forte così che il rumore nel cuore venga sostituito da altro rumore che almeno sono io a provocare, e andarmene ? Oh si, certo che sì. Certo, dubbi forse ? Che smania mi prende ? Vuoi davvero sapere che smania mi prende ? Mi prende quella smania di quando le stanze ti stanno strette anche se sono di centinaia di metri quadrati e ti stanno strette perché ti sei rotto i coglioni di contarti le mattonelle a terra in lungo e in largo quando passeggi nervosamente. E c’hai bisogno di pavimenti nuovi. Quella smania di quando sulle pareti già miseramente nude ti infastidisce perfino l’unica stampa in bianco e nero appesa. Mi prende quella smania di quando l’odore del fritto di mezzogiorno che esala dal balcone del condomino di sotto ti obbliga a stare con le finestre chiuse altrimenti vomiteresti. Questa smania fatta così. Esattamente. Io a partire parto, mi gioco il tutto per tutto ancora una volta. Mi lancio su un vagone, e chi mi ferma più. E non ho paura. La paura l’ho conosciuta, non molto tempo addietro. E ti fa lo stesso effetto delle belle parole d’amore di un uomo che hai conosciuto sì e no due ore prima del momento. E ti fa lo stesso effetto di quando quelle parole te le senti dietro, leccarti la schiena. Poi non appena ti volti gli leggi d’impatto in faccia che l’unico bisogno primario è quello di una figa qualsiasi che gli si apra come il paradiso davanti agli occhi. E la prima cosa che ti viene d’istinto di fare è coprirti. Fa lo stesso effetto di una canzone messa sul piatto soltanto per vedere se la vecchia puntina graffia il disco, o se magari ancora te lo fa sentire suonare a meraviglia. Mica che la fai suonare perché davvero ti va di ascoltarla o perché credi nelle parole che lancia nell’aria. No, certo che no. E fa ancor più effetto quando cambia la lingua, perché a metter su un pezzo di Dalla che si sente molto furba e carina, dice “ con te non ci rimango ” sembra non far lo stesso effetto di una canzone che suona come baby … I said baby, you know I’m gonna leave you. Vuoi mettere la dolcezza di Dalla con la Gibson di Page. Che poi quando l’hai tolto riponi il tuo secolare gioiello in custodia, e via al macero dell’oblio. Non ho mai avuto paura di camminare di notte da sola. Non piagnucolo. Non è nel mio stile piagnucolare. Se piango piango per davvero, e piango che ci credo e che mi fa male sul serio. E se di piangere non ne ho voglia, e se di spendere tempo non ne ho voglia, non mostro alcuna parvenza. Che non ne ho bisogno. E mi piace non nascondermi, a me. Mi piace tanto. Perché non ho timore di quella che sono. Io a partire parto, ci meno di un attimo. Ci metto meno di quell’attimo che impiego a stancarmi quando mi fanno continuamente i complimenti. Che non so che diavolo farmene, perché ho bisogno solo di incazzarmi. Esattamente come sono incazzata ora. Che poi se ci pensi, messa dentro una minima valigia in cui portar con te l’essenziale, è l’unica cosa che ti serve per davvero.

Il regalo

Sono stata il Suo regalo di compleanno. Non ho risparmiato sorprese a nessuno, neanche a me stessa. Non mi sono preparata la parte, sono andata e basta. Conoscevo la canzone perché tutti bene o male la conoscono. Da sempre. Mi hanno mandata impacchettata come la cosa più nascosta al mondo che mai dovesse essere da alcuno scoperta. Eppure mi sono lasciata sfilare via dalla scatola. Poco meno di qualche secondo. Mi sono lasciata tirare sù con l’aiuto di una mano tesa, e mi sono lasciata venire fuori come la contorsionista quando piano ricompone le proprie membra, verso la totale distensione. Non ho visto gli occhi di chi mi guardava mentre incedevo nel mio passo e seguiva voglioso il ticchettìo dei miei sandali sul pavimento, né sentito gli applausi del pubblico in trepidante attesa della esibizione. Non ho cercato appoggi da nessuna parte. S’è fatto silenzio. Ho tirato aria nei polmoni quanto più potevo, ed espirato il tutto. Come un botto. Il mio unico vero colpo da sparare al bersaglio. Ho tirato dritto, di fronte al mio Presidente seduto ad attendermi. Dritto, di fronte al mio Presidente, a lui che sapeva leggere il pensiero prima che i libri. Mi sono chinata piano. Gli ho preso le mani. Ed erano calde, calde di un calore che non ho sentito prima. Le ho portate alla mia faccia, e gliele ho baciate appena. Ho sentito che tremavano, le sue dita hanno sfiorato leggermente le mie labbra ed ho sentito che tremavano. Nessuna esitazione, Presidente. Continui, la prego. Non si fermi ora. Ci guardano tutti, non si fermi ora. Ho alzato i miei occhi verso i suoi, e ci ho visto dentro imbarazzo e sfrontatezza insieme. Ed il desiderio acceso, divampato, che chiunque, chiunque dicesse qualsiasi cosa, pur di rompere il silenzio in cui eravamo per un solo istante caduti insieme. Il sorriso, per Lei, quello mio migliore, quello mio migliore per davvero. Mi sono allontanata appena. M’hanno detto che sarei dovuta andare verso il microfono. Lassù, sulla pedana. Eppure sono riuscita a vedere il suo sguardo da lontano, divertito e compiaciuto. Happy birthday to you, Mister President. L’ho visto seguire le mie stonature e i miei movimenti lascivi. Buffona. È stato così che m’ha chiamata, me l’ha sussurrato quando mi si è avvicinato. Me l’ha sussurrato ad un orecchio, quello sinistro. Buffona, e sorrideva. E non mi sono accorta che mi ha sfiorato la pelle con le labbra. Ed io ho continuato a ridere per tutta la serata. Ho risposto a tutte le domande della gente, oh si a quelle noiose, a quelle stupide, a quelle intelligenti, curiose, a quelle di circostanza, inutili. Ho atteso la notte e la solitudine mia, guardando la rotta delle lancette degli orologi d’oro le cui cinghie stringevano i polsi degli astanti. E quando tutti sono andati via io e il mio Presidente ci siamo seduti a terra, a gambe allargate sul pavimento, con le schiene appoggiate contro il muro. Ho di poco alzato la gonna del mio vestito. Abbiamo riempito i nostri bicchieri e abbiamo brindato. Alla sua carriera, alla mia felicità, alla gloria dei giorni nostri. E poi ci siamo baciati, di nascosto al mondo. Ci siamo baciati e ci siamo accarezzati. Ci siamo accarezzati e ci siamo chiesti di prepotenza. E poi abbiamo fatto l’amore lì, a terra. Abbiamo fatto l’amore appena svestiti, che a stento ci riusciva di accarezzarci tutto. Che a noi interessava prenderci la faccia con le mani, e mangiarci così. E l’abbiamo fatto su quello stesso pavimento che tutti avevano calpestato, sullo stesso pavimento della mia esibizione. L’abbiamo mondato dalle sozzure della terra. E abbiamo ingravidato il mondo intorno con nuove creature, prima che l’oriente fosse contaminato da guerre e carestie, distrutto da colpi d’arma da fuoco e bombardamenti e falsato con pellicole da pochi dollari. E quando abbiamo finito siamo rimasti sdraiati, vicini, a terra sì. E questo nessuno lo sa, anche se tutti credono di sapere. Il mio vestito era sudicio, le calze stracciate. Il Presidente mi ha preso la mano sinistra e l’ha messa sul suo petto dicendo sottovoce senti, senti come suona forte ora il mio cuore. Ed io ho chiuso gli occhi. Ho registrato il suo battito. E poi non ho parlato più. Perché temevo di essere ubriaca, e come me ho temuto che anch’egli lo fosse. Ed invece semplicemente non c’era più nulla da dire. E non ci sarebbe stato, di lì a pochi giorni, null’altro ancora che avrei mai potuto cantare. Nemmeno per me.
 
Inspired by 19 maggio 1962, Madison Square Garden ( New York )

Poi ( Frammenti Di Carte Disordinate )

Ho una storia da raccontare, una storia da scrivere. Ma non ora. Non c’è tempo. Soprattutto non c’è tempo / E sono contenta che non ci sia tempo. E allora continuo a scrivere quì, proprio quì dove una storia non c’è, per altre due o tre righe appena. Finchè non avrò quella giusta, quella che so solo io, nel momento che è mio. E quella giusta sarà sempre, ogni volta quella che mi scivolerà via, consumata. Come quando viene estirpata una radice, e strizzandola ne defluisce il veleno. Solo allora potrai farne antidoto / Pare che sia stato un vortice. Probabilmente. Sicuramente una cascata a capofitto. Il tonfo sordo in acque torbide. E mettere in palio un pezzo alla volta, per non spaccarsi la faccia del tutto e conservarsi qualcosa di sano ancora. Una ritirata d’esercito. Ed in mezzo, il fiume. Che i detriti, tutti, piano piano se li porti via / E poi la nausea, quella d’abbracciarsi ad un cesso qualsiasi per vomitare l’acido salito fino alla gola. La salvezza ultima dell’anima, come le puttane s’abbracciano ai loro lampioni sulla strada una volta scaricate dall’ultimo cliente. E poi sapere, saperlo per certo come certo è che sei venuto alla luce un giorno da due gambe dissacrate, e che in quello stesso modo sei stato concepito, di non poter più essere quello che eri / Guardarsi intorno, e pararsi il culo camminando di raso ai muri, è quel che vedo fare. Il mentire più spudorato che esista, e l’insinuarsi in luoghi che mai prima erano stati sfiorati. E farlo con il mezzo meno adatto a disposizione. La mia bocca è serrata, ma i miei occhi non tradiscono. L’ultimo passo, è stato l’ultimo, proprio l’ultimo passo che ti ha falsato il cammino. Ed ora comprendo tutto / Non ci sono più chances, sono terminate le fishes per te che hai creduto di bluffare. Il denaro ora non ti serve. Ti sei sorpreso. Ti sei guardarto le carte in mano. Quando non erano esattamente quelle che pensavi, quelle che eri così convinto di avere. Cip / Solo andata / Ed è l’andata migliore, quella senza voltarsi indietro e guardare dritto davanti ai propri passi, ancora una volta. L’andata migliore, quella di pentirsi per poco, poco tempo di aver dato anche senza riottenere indietro. E’ l’andata migliore. L’andata verso. Perché sei splendida, sei splendida come il sole, che quando ti avvicini troppo brucia, ma è il sole e non può rifiutarsi di esserlo e non può non bruciare intorno a sè ogni cosa / Non resta niente più che parole. Ed una nuvola di fumo, che mi sputa fuori dalla bocca dischiusa appena. Rimani dove sei, aggrovigliato tra i tuoi giri di valzer senza vie di fuga. Rimani dove sei, e fai rifornimento per il prossimo ballo. Rimani dove sei, e non toccarmi. Rimani dove sei, e guardati in faccia se ci riesci. Rimani dove sei, perché non c’è altro posto in cui tu possa essere / Avevo preparato un luogo per te, era caldo, di riposo, e di silenzio. Catenacci ai portoni. In alto le inferriate. Quando vorrai tornare grida, grida, grida forte il mio nome per farti aprire, sperando che il fiato fuori dai polmoni ti sia sempre sufficiente, e che non ti sia di veleno sulla lingua / E poi, poi non è salutare cancellare tutte le tracce. Lo è di più mantenere di ciascuno la giusta posizione, quella assegnata nel corso del tempo. Proprio come un fantasma che non possiede nè carne nè sangue, nè anima quieta e riposata, che rimanga così. Che rimanga esattamente nel posto in cui è nato. Nel suo vagare impercettibile, ed intoccabile, nel suo vagare etereo e senza forma, condannato in uno stanzone chiuso a chiave, dal quale non può uscire.