Archivio mensile:maggio 2008

Juan – Yucatàn

Non capisco cosa dici, è pressoché il suo significato. Dello Yucatàn è difficile parlare, ci si dovrebbe andare per comprendere davvero che terra è. E’ forse più facile parlare degli abitanti della penisola, gente allegra e ammaestrata al mestiere, sorridente sempre anche quando il lavoro la tramortisce e la sfiacca fino al midollo. E’ la cosa che più colpisce, la popolazione del posto. Questi omini bassi e tozzi, queste donne con gli occhi leggermente a mandorla e profondi come l’oceano. Ed in mezzo a loro scovi il miscuglio netto delle razze, e la storia che solca un confine non sempre nitido tra passato e futuro, le piramidi maya ed il soffio dei venti di Tulùm che avvisano degli uragani, la lingua d’origine che si innesta su uno spagnolo ereditato e si accomoda come meglio può. La polvere sottile, la polvere delle lunghe e larghe strade verso Cancùn, la polvere che si attacca alle ruote di un pick-up. Sabbia bianca come farina, e acque azzurre che quasi mettono paura. I barracuda di Playa Paraìso, del Caribe messicano, le sfrecciate in jeep su sterrati verso Sian Ka’an, lagune e mangrovie e uccelli di ogni specie, le noci di cocco prosciugate dell’acqua all’interno con una cannuccia e poi mangiate quanto più possibile, ananas bianchi quasi come neve. Il sole, il sole di quaranta gradi all’ombra di giorno da toglierti il respiro non appena varchi la soglia dell’areoporto, scendendo dal volo proveniente da New York. E’ una notte brava al Cocobongo a seguire con gli occhi sbarrati gli spettacoli e ballare e bere fino a non poterne più, e viaggi innumerevoli nei collettivos per due soldi. Santiago, amigo, conduci la truppa. Il grandioso villaggio che ci ha ospitati su spiagge indimenticabili. Yucatàn è guardare i pesci sotto i tuoi piedi, così tanti da ridere mentre la tua faccia a pelo d’acqua si cala per godere della maestria della natura marina. E’ snorkeling alla seconda barriera corallina più grande del mondo, al largo delle coste della riviera maya. Sorride Jose, tiburon ? Si, tiburon. Sorridi José, che leggi sulla mia faccia la paura autentica di scendere in acqua dalla barca. Mi vinco, e guai se non l’avessi fatto. Hai da stare attenta che le tue pinne non rompano i coralli, tanto che si innalzano quasi fino alla superficie dell’acqua in alcuni punti. E lo spettacolo agli occhi si fa grandoso, grandioso davvero. E’ un pranzo a Punta Allen, Andrea il romagnolo che smercia e propone bottiglie di balsamo per capelli all’aloe vera, cento per cento aloe naturale, testato con ottimo risultato se è riuscito a districare la sera i miei annodati ricci tra polvere, mare, vento con solo una punta di prodotto sulle dita. Ed il mio braccialetto di corallo nero e perle rosa, autentica semplicità e bello proprio per questo a fronte della mia riottosità verso i gioielli. E’ champagne in camera, ed un cuore disegnato con petali di rose sul letto. E’ propinas per tutti. Isla Mujeres, o una giornata intera al sole sulla sdraio. E’ per la prima volta nella vita una protezione 45 quella contro il macigno solare che ci piomba nelle giornate trascorse. Eppure t’accorgi di fili di rossori addosso. Incredibile. Mosquitos, si salvi chi può. Iguane dappertutto, che provi ad avvicinarle e fuggono via impaurite. Il pollo della giungla, sembra le chiamino così i messicani. Il pollo, quello nostro invece, cucinato con salse di mille tipi, agli e cipolle e aromi da far bruciare le lingue. Frutta per me, a non finire. Frutta e acqua, contro il caldo. E’ il teatro Kukulcàn, e salsa e merengue da riempirti la pancia solo con la musica ogni giorno. E’ uscire al mare in kayak e vedersi spuntare a mezzo metro di lato una tartaruga così grande che prima non l’avevo mai veduta. Rema, rema, dai, seguiamola. Lei fugge, orgogliosa. E’ i delfini, e le stelle marine rosso fuoco attaccate al fondo tanto da sembrare irremovibili. E’ i negozietti di Playa del Carmen lungo la Quinta Avenida, e fiumi di piña colada e tequila per brindare in ogni occasione con i nostri compagni di viaggio e d’avventura. Questo viaggio è stato ancora di più, più di quel che si può descrivere, nei luoghi, nelle cose viste e fatte, nelle emozioni fortissime. Ma più di ogni cosa, più di ogni persona, più di ogni emozione è il piccolo Juan di sette anni, che gironzola nelle strade luccicanti e peccaminose di Cancùn in piena notte con i suoi  braccialetti di cotone colorato ed intrecciato portafortuna per dieci pesos ciascuno. Si avvicina, offre la sua merce preziosa. I suoi piedi calzano ciabatte di gomma, ed è così basso che gli avresti dato quattro anni, non di più. Gliene chiedi uno solo, lui insiste per dartene due vedendoti in compagnia, insisti per uno soltanto e gli metti in mano il doppio del prezzo. E lui ride. Ride che è bello da innamorarsene. Intasca il suo bottino con la velocità di un consumato commerciante. Poi rialza gli occhi scuri, ti fissa e ti prende una mano. Il bracciale che hai acquistato deve legartelo lui al polso, altrimenti il suo tocco magico svanisce. Le sue piccole dita ti sfiorano e con maestria si impegna, legando la sua sorte alla tua pelle. Che alla sorte di per sè stessa a crederci non ci credi, ma a sperare in un buon futuro per il tuo piccolo venditore lo fai. E lo fai così forte, così forte mentre lo guardi negli occhi e catturi per sempre il suo sorriso così bello che hai da voltarti. Per non far vedere che, mentre Juan ride fiero e soddisfatto della sua riuscita impresa, a te è venuto da piangere. Ed ancora oggi succede quando guardo le foto di questo viaggio ed il suo viso è vicino al mio che si abbassa per mettermi alla sua altezza. Per portalo con me, quì. E non dimenticarlo mai.

A( r )miamoci e Pa( r )tite – Ironia delle sorti

Nemmeno una settimana di galera, in una cella fornita anche di televisione “per seguire i programmi e le discussioni che la riguardano”, e bisogna graziarla. Subito eh. Mo proprio. Non mi stupisco dell’intervento a Porta a Porta della Ritanna Armeni di Liberazione perché è di Liberazione. Per carità. Più mi passa il tempo, più perdo (semmai fosse stato spiccato, e così non è) il classico senso di appartenenza qui o lì. Più mi passa il tempo, più tendo all’analisi delle cose svestendomi di un pregiudizio. Dunque, nessuna questione tra destra e sinistra. Tra Liberazione e Il Giornale, cito per dire. Chissenefrega. Mi stupisco dell’intervento di un soggetto/a qualsiasi esistente al mondo che esponga un fatto e non sappia spiegarne le ragioni poste a fondamento. E mi stupisco della coscienza sociale del nostro paese. Piccata, ovvio, la reazione degli psichiatri. “Avete scelto la Franzoni, perché proprio lei e nessun altro dei detenuti italiani ? Perché il caso più eclatante, sotto il punto di vista mediatico, sociale, politico ? ”. Magra figura, quella della iniziativa proposta, perché messa in piazza da una persona che si è rivelata poco esperta nella materia, oltre che poco capace di ragionamento logico. Sarà colpa degli insegnamenti aristotelici, che deviano il mio pensiero dinanzi a certi modi di essere o di fare ? Si, sarà questo. Di certo sarà questo. Figura ancor più magra se rapportata al sostituto procuratore del Tribunale dei minori di Roma, donna ferrea e brillante quale s’è mostrata tanto da vedersi costretta, ahimè, perfino a spiegare essa stessa, e non la buona conduttrice politicante, l’iter procedurale per la richiesta e l’ottenimento di detto beneficio. Che il caso Franzoni avrà di certo aspetti enigmatici. Ed io mi chiedo quale processo, dalle controversie civili alle penali, dalle tributarie alle lavoristiche, dalle previdenziali fino alle amministrative, non ne abbia. Ogni processo ha aspetti enigmatici. E’ l’uomo, con i suoi fatti e atti, ma soprattutto con la sua volontà e manifestazioni di essa nelle varie forme, ad essere enigmatico. Figurarsi un procedimento giudiziario, un procedimento in cui, vale a dire, c’è da tirar fuori e dimostrare. La tipa ci prova, scava ma non scova, accavalla le gambe e tamburella le dita sul bracciolo della poltrona mentre il colonnello dei Ris di Parma spiega l’andamento delle indagini e la precisione con cui sono stati ricostruiti i fatti. Precisione pur dubitabile, ovvio. Come ogni indagine che possa esistere al mondo. Parte alla rincorsa allora con un provvidenziale e miserevole “La grazia va data perché dobbiamo perdonare, noi di Liberazione siamo aperti al perdono”. Alla faccia d’o cazz’. Questa è da segnare. Evangelico comando, più che consiglio o insegnamento. Siam cristiani, e si deve perdonare. Ma se è vero come tutti sostengono (e la sentenza di appello e di cassazione, che decretano una pena molto ma molto più lieve di quella di primo grado, ne sarebbero la dimostrazione) che gli aspetti enigmatici riguardano mancanza di movente (uccidere un figlio mosso da uno stato psicopatologico molto complesso per poi non dimenticare, ma accantonare in angoli remoti della mente il misfatto), mi chiedo perché questa stessa condizione mentale non debba essere la ragione del delitto. L’arma è di certo la questione più oscura esistente. “Senz’arma non c’è reato”. Dio stesso perdoni la Ritanna per tale affermazione. C’è un bambino sgozzato, che altro vuoi per avere l’evidenza di un reato ? Forse, la tipa, voleva dire che senz’arma è più complesso risalire al presunto vero responsabile del delitto (possesso della stessa, utilizzazione, eventuali tracce organiche su di essa, e così via). Scusasse, sa, se sono puntigliosa. Eppure, forse che nella vicenda di Ustica non è risultato irrisolto il coinvolgimento del Sisde ? O nella strage di Piazza Fontana non sono rimasti buchi neri giudiziali ? O anche che Andreotti e i suoi rapporti con la mafia non risultano inquietanti lo stesso, tra un andirivieni continuo di sentenza di assoluzione e condanna, per poi avere il classico via libera per prescrizione del reato, pur con accertamento e riconoscimento di colpevolezza per i fatti ? O magari ci piace dimenticare per un attimo che si parte da sedici anni di detenzione, con sconti all’anno per buona condotta, applicazione di misure alternative, buoni tre per due per la spesa al supermarket e così via ? Gli anni della Franzoni potranno arrivare a sei, sette. Quattro. E’ troppo. È vero. Da buoni italioti quali siamo, ci lamentiamo a bocca aperta delle facili uscite, semmai ci si entra nella maggior parte dei casi, dalla detenzione. Dinanzi alla Franzoni, questa mamma che dichiara io impazzisco senza i miei figli ci si ferma tutti in un momento di raccoglimento. Pietà. Pietà. Ora pro nobis. È vero. E’ troppo quattro anni di galera. I servizi e le concessioni esistenti per vedere e stare con i propri figli ? Macché. Le detenute mica li vedono i loro figli. O sì ? Ah si. C’hanno anche gli spazi per giocare. Mi pare eh. No, è che per un momento l’avevo scordato. Ma a quanto sembra non solo io. Bisogna subito, subito far partire gli incartamenti per chiedere la grazia al Presidente. Ci pensiamo noi. Figli di madre Italia, solo che abbiamo padri diversi, ma che ce ne frega. Magari approfittiamone ora, che con ‘sto clima politico di accorpamenti di dicasteri, manovre e preludi, tramonti e aurore bor(iose)eali, ci scappa che la otteniamo. Il Presidente si addolcisce. Va a finire pure che saltano l’istruttoria, faranno ‘na cosa bella ‘ambress’ ambress’. Visto mai sperare in un miracolo tutto all’italiana non fa male. Una volta tanto che uno va in carcere lo dobbiamo tirare fuori subito, perché il caso è anomalo. Ci piace, eh, dire anomalo ! La Franzoni è una madre e va tutelata come madre. Scusi, è possibile un attimo chiedere la grazia anche per tutte le madri extracomunitarie e comunitarie che affollano le nostre galere ? La Franzoni è una donna e va tutelata come donna. Scusi, è possibile tutelare anche le donne extracomunitarie e comunitarie detenute, e cioè il novanta per cento delle occupanti le sezioni femminili dei penitenziari italiani ? La Franzoni è compagna di giochi dei bambini (mon dieu !) nell’asilo del paesino dove vive. Scusi, è possibile concedere agli italiani che pagano le prostitute straniere, che magari stanno dentro per chissà quali reati, la grazia di potersele scopare ancora, facendole uscire per un paio d’ore, anche meno, pure ‘na sveltina eh ? La Franzoni è l’ultima vittima di una giustizia ingiusta. Scusi, vorrei chiedere, se possibile, la grazia per tutte le donne che partoriscono e gettano i figli nell’immondizia o per strada. La vorrei chiedere anche per l’assassino di Ciccio e Tore. Se possibile, gentilmente, anche qualche boss che sta scontando l’ergastolo. No, perché poi i detenuti pesano sulle tasche dei cittadini. Oh, ‘sti qui non se li caga mai nessuno. ‘Sta Franzoni mi sta quasi simpatica. No, perché poi ti suscita pure ‘sta cosa compassionevole eh, questo bisogna dirlo, certamente. Cioè io alla Ritanna la capisco anche, figuriamoci. Ti prende quel senso di solidarietà femminile, diciamo. Ti prende quel senso umano proprio forte. Come quello delle mamme che “Amore della mamma, bella stella di mammà, che hai fatto ? Sei andato a picchiare a sangue il tuo compagno di scuola ? Se lo fai ancora mamma non ti fa più giocare alla playstation, capito ? Dai, ora vai. Continua la tua partita. Ma tra cinque ore fai i compiti !”. Samuele .. mmm … chi è Samuele ? C’ho un’amnesia. Perdonatemi. Sarà dovuta al mio stato crepuscolare momentaneo propro di ora adesso testé. Poco orientato in verità.
O forse al fuso orario. Sì. Sarà per il fuso orario, di cui ancora risento. 
Per il resto e per la cronaca, dove la cronaca non è propriamente quel che accade ma il fatto che io proprio io davvero abbia scritto un post del genere, abbastanza inusuale, sono contenta di riportare ma così, eleggendone qualcuna, gli incendi dei campi rom nell’hinterland napoletano ( noi italiani abbiamo sempre avuto questo spiccato … abbraccio caloroso verso gli altri popoli, soprattutto ultimamente), le mazzate a sangue che si sono dati gli studenti de La Sapienza (a noi ce ne fotte della grazia alla Franzoni, poi che i nostri figli ci crescano così appassionati … bah, touché), il papà che accoltella il figlio perché disonorevolmente gay (giustamente …), la monnezza e i gran capi che ci si siedono sopra turandosi il naso (Bertolaso si siede sul ciglio del marciapiede, quando possibile), e cose così. Mi piaceva. Perché noi siamo superiori, migliori degli extracomunitari che vengono quì e delinquono. Noi non delinquiamo. Alla faccia di santa mamma Italia, dei padri succedutisi negli anni. E dei fratelli sparsi nello stivale.
E tante grazie. [ Per tutti ]

One way, more ways – New York

La New York di Manhattan è one way. È one way come i sensi unici scritti sui cartelli delle strade, affollata di gente, con i larghi marciapiedi brulicanti di mani che impugnano i gran bicchieri di carta e cannuccia di long coffee o orange juice, di piedi che battono come tamburi sull’asfalto, per fermarsi ai semafori, e riprendere la danza allo scattare del verde. Tutti nella stessa unica direzione. Ordinata nel suo chiasso. Precisa nella sua vastità. Enorme nei suoi angoli più remoti e nascosti. New York è one way, il senso unico del business. Il business che fa della vita degli abitanti un continuo andirivieni. Si rinchiudono negli uffici, vestiti alla meno peggio con la prima cosa capitata tra le mani, si rinchiudono nei locali, nei negozi, nei musei. Si rinchiudono dappertutto, lavorano dappertutto, fanno tutto, si muovono tutti. Cianciano, ridono, gesticolano. Urlano. Bizzarri. Sono bizzarri davvero. Ed escono fuori tutti come le lucertole a mezzogiorno. Dieci minuti per la pausa, il sandwich imbottito all’inverosimile, l’insalatona, qualsiasi cosa. E si appollaiano lungo i marciapiedi, proprio lì dove può arrivare un raggio di sole dai grattacieli. One way è la vita. Una vita che si somma a tante vite, e tutte sembrano dall’alto delle strade confluire improvvisamente nell’entroterra, da cui esce il vapore di una città oscura, parallela a quella in cui si vive sopra la superficie. Non meno magica, non meno di corsa, non meno divertente. Non meno simpatica. La New York di Manhattan è un albergo sulla W 81st. Un angolo perfetto e meraviglioso di Central Park. Il parco più finto ed artificiale esistente al mondo, eppure stupendo. Forse proprio per questo. E’ Time Square e le sue luci di notte. E’ la 5 Avenue e il lusso. E’ la polizia. New York è il vento appena mattina. Gli alberi ti svegliano, frusciando i propri rami. E la città ti appare come un quadro. Meravigliosa. New York è la Statua della Libertà, quella che ti saluta se ci arrivi dal mare. Quella che dava il benvenuto agli emigrati spossati dal viaggio. Valige di cartone, con soltanto la disperazione nelle tasche. Una libertà che per esistere tuttavia deve, necessariamente, cedere il posto a dei diritti, mortificarli. Denudarli. Nasconderli anche. La New York di Manhattan è Soho ed il vivere un po’ strampalato degli artisti. È il movimento gay. È Chinatown. È Little Italy. È il soffio borderline e sopra le righe di Greenwich Village, i colori che cambiano. Dal grigio dei grattacieli al rosso delle vetrine dei negozi, al giallo del vestiario proposto in vetrina. Ai quadri dipinti per strada. New York è i musei, il MoMA, il Museo delle Scienze Naturali e tantissimi altri. New York è gli hot dog agli angoli delle strade. Gli hamburger al McDonalds, è la pizza di Sbarro. La gente. New York è la gente. È tutta la gente possibile esistente al mondo messa assieme. È l’Empire State Building. È Ground Zero. La tristezza nel vedere lavori in corso ventiquattro ore su ventiquattro, squadre di giorno e squadre di notte in alternanza continua senza sosta alcuna. Il segno di una città, di un popolo, di una politica, di una economia che non si lascia abbattere da nessuno. E per questo, tristemente, costruisce ancora. Costruisce di più. Costruisce più grande. Costruisce sempre. Si alza e si innalza. Si eleva. Finché si può, fin dove si può, fin quando si può. Ed oltre. Perché loro non li fa crollare nessuno. E la pace sia con voi, naufragati sotto le macerie delle Twin Towers. Vi regaliamo eterna memoria con un museo ad hoc. Venite tutti, visitatelo. Sentite il silenzio attorno a Ground Zero, sentite il silenzio delle ruspe a lavoro. Sentitelo il traffico che non fa rumore, la gente che è fantasma, i venti che si placano. Ma noi, noi che siamo ancora vivi, ci tocca continuare a mostrare la grandezza che abbiamo. New York è la metropolitana e tutte le sue linee, è Wall Street e il palazzo di vetro delle Nazioni Unite. È il World Financial Center ed i suoi colletti bianchi. Ed è i ponti. I ponti di Brooklyn e di Manhattan. Il legame indissolubile tra isola e terraferma. E’ il quartiere di Harlem, il Cotton Club ed il jazz. È l’Apollo Theater. Lo respiri nell’aria, lo intuisci tra gli sguardi curiosi della gente che sa, sì, lo sa perfettamente che voi siete venuti, curiosi, a vedere qui come si vive. Qui, a sentire la musica nelle strade impolverate. Qui si vive bene. Il quartiere è nostro, non c’è polizia, non ci sono taxi di sera, provate a scendere dalla metro alla 116st. Noi vi aspettiamo tutti all’uscita, tutti in gruppo alla 125st. I saloni pieni di donne che intrecciano i capelli ad altre donne, il nero sul nero, il nero del nero. È un film degli anni cinquanta. La New York di Harlem è un film degli anni cinquanta. Nessun grattacielo ed il sole spacca i marciapiedi. New York è Starbucks. Ed una colazione pressochè sufficiente. New York è la Broadway. È vedere il musical The Little Mermaid in uno dei tanti teatri che ci sono, ed emozionarsi come bambini. È scorazzare all’interno di un Hard Rock Cafè e restare a bocca spalancata. E tante, molte, troppe altre cose che non si riescono a dire. Perché i giorni sono stati pochi, intesi, magnificamente deliranti. Veloci, e ritmati. L’abbiamo presa a morsi, l’abbiamo consumata. E noi ne abbiamo abusato, insieme agli amici che abbiamo conosciuto durante tutto il nostro viaggio e con cui abbiamo diviso giorni e avventure sia negli Stati Uniti che in Messico, avendo le stesse mete. Ne abbiamo abusato, sì. Ma non abbastanza. Non ancora abbastanza. Non come quando vedrà il nostro ritorno.

Fil Rouge

Hai provato mai tu a sentire l’odore della cenere ? Io una volta. E’ stato per curiosità. Avevo tredici anni, ed ho infilato le dita nel grande portacenere di mio padre, quello di cristallo. Giulio fumava quando si usciva tutti noi insieme, con gli amici dei miei genitori. Giulio aveva trentasette anni, e non ha mai voluto baciarmi. Diceva che il bacio era una cosa intima che andava data solo alle donne che lui amava. E ne amava tante, tante tranne me. Ed io volli sentire com’era fatta la sua bocca, la sua lingua. Tastai con le dita la cenere, e me la portai nelle labbra. Succhiai le estremità della mia mano come se stessi assaporando una punta di marmellata nascosta ai ghiotti ed appena trovata nella credenza. La cenere non sa di niente. Quando l’hai in bocca, l’unico istinto immediato è quello di masticarla. La mastichi e in realtà non hai nulla da masticare. Come fosse briciole di qualcosa che non è niente. Non odora, e non ha alcun sapore. La bocca di Giulio era così. La bocca di Giulio non sapeva di niente. Mi passò d’improvviso il desiderio che lui mi baciasse, e fui felice che non mi stesse amando come amava tutte le altre donne che aveva. C’è stata una sera in cui sono uscita da un incontro fugace con uno studente di filosofia, e vidi un gattino accucciato accanto alla ruota della mia macchina parcheggiata. Con lo studente si passava il tempo per lo più a discorrere di Carl Marx e del suo primo amore hegeliano. Quando le discussioni diventavano più accese smaniava nel ripetere continuamente che in fondo ogni essere umano è solo bestia da macello, pronta per essere uccisa, venduta ed acquistata, mangiata, digerita ed infine espulsa. Il segreto stava, a suo dire, nella manifestazione di volontà in resistenza. In opposizione. Quel che vuoi, quello puoi. Più lo vuoi, più lo puoi. Io volevo che mi spogliasse, proprio con quella bocca che gli si riempiva di passione quando leggeva versi tratti dai suoi libri. Lui in realtà voleva solo una che gli mostrasse di interessarsi a quel che interessava a lui. Io mi prestai al gioco fin tanto che mi stancai. E mi stancai dopo quattro incontri, poche intenzioni, mistificate volontà ed il portafogli rigonfio e pieno di monete. Non appena mi avvicinai alla macchina, il gattino scappò via di corsa. Attraversò la strada per metà, ed fu travolto dal traffico. Ho avuto uno scultore che mi sussultava l’anima fino ad entrare nelle viscere. Quando si stava insieme si fermava tutto intorno e niente più aveva alcuna importanza. Era testardo quando parlava del suo angelo custode, ed era infantile quando parlava di sé. Disse che voleva far di me un’opera d’arte. Prima che accadesse impazzì per trovare i giusti colori, e l’uccise il tedio. Lo lasciai a dormire su una poltrona. Misi il cappotto sulle mie spalle, scivolai via dal suo appartamento e una volta in strada svoltai a destra, verso la piazza. Certe donne camminano così strette che non camminano neanche. Stridono. Stridono e strusciano. Strusciano e strisciano. Strisciano poco. Poco e stretto. Nei tailleurs d’ordinanza. Nelle calze a rete. Negli stivali di pelle nera al ginocchio. Nelle giacche chiuse in vita. Nei cappellini in cui racchiudono i capelli. L’ho pensato appena arrivata a casa, ho messo su il mio caffè, e mi sono seduta a terra nel corridoio. Adesso chiedimi quanto m’hanno dato. O quanto ho dato io. Chiedi, cos’era che volevi davvero sapere ? Cos’è che ho trovato, o cos’è che mi è sfuggito ? Volevi sapere quando, o dove ? Volevi sapere di me, o del resto delle vite che ci sono al mondo ? Oh no, non preoccuparti. Io lo so. Io lo so. È per questo, vedi, che non amo le domande. Io non ne faccio. Perché delle risposte altrui io non mi accontenterei mai. E so che nessuno si accontenta mai delle mie. Siedi qui, vieni. Schiena contro il muro. Sapessi come ti fa star dritto stare con la schiena lungo il muro. Io lo faccio sempre. Schiena al muro, e caffè da bere. Lo faccio sempre. Prima della prossima domanda. Dopo la prossima risposta.

Tre cose prima di

Siore e Siori, toccata e fuga per dirvici due cose velocipedissimamente prima della partenza americana di lunedì, anzi tre cose : la primissima cosa che sto quì a dirvici è che non mi sono mai divertita così tanto come al matrimonio, è stato bellissimo per tutti, è andato tutto a meraviglia e siamo felicissimi. La secondissima cosa sto quì a dirvici è GRAZIE con tutto il cuore da parte mia e di mio marito a Duchessa, Nya, Zoe, Dustinthewind, Angel, Fenila e piccerella, Claudio e Terry per i loro regali, ed in particolare per il poster delle foto e dei messaggi di auguri, vi siamo grati e ci avete davvero riempito il cuore. La terzissima e finalissima cosa che sto quì a dirvici è ADESSO PORTASSIMO A ME MEDESIMA PIU RISPETTO ASSAI EH ! Ed ora ci ho gli Stati Uniti e il Messico che mi chiamano così forte che mi stanno a stonare le orecchie. E perquindi ci si deve proprio andare. Il dovere chiama. E io, quando il dovere chiama, si sa che rispondo sempre. E pure mio marito. Salutandovi indistintamente un pò tutti su e giù, a destra e sinistra, al centro e pure sotto i tavoli, mi raccomando fate i buoni se potete. Che a fare i cattivoni ci pensiamo noi.