Archivio mensile:giugno 2008

Watching

  Lo senti, il fiato sul collo. Lo senti ogni volta che tu resti nel tuo posto, ti muovi in tondo nel tuo spazio e qualcun altro ci prova ad oltrepassare il muro. Lo senti ogni volta che ti accorgi che non hai bisogno di parlare perché ti sta bene così, ti sta bene di startene in silenzio per i fatti tuoi. Lo senti, il fiato sul collo, ogni volta che ci si stupisce delle troppe o delle troppo poche parole. Ogni volta che ci si stupisce, e ti si rincorre. Ti si rincorre e ti si vuole prendere. Ti si vuole prendere, e non ti si può contenere. Lo senti, vorrebbe essere leggero ed invece t’inchioda poco più giù, lungo le spalle. E allora ti scansi, sgusci via. Scivoli fuori, scivoli oltre. Poi in certe ore che non lo credevi arriva il temporale. All’improvviso che non te l’aspetti l’odore fresco dei pini lungo i marciapiedi si fa strada nell’aria, la grandine si schianta contro i vetri, i violenti sbuffi che provengono dal cielo incupito richiamano l’attenzione su profondità inaccessibili per chiunque. E finalmente, in un attimo, tutto si distrugge. Anche quell’assurda, ridicola idea della gente di poterti fare piccola, adagiarti nel palmo ben disteso di una mano, e portarti in giro con sè in ogni momento, tra le dita ben racchiuse nelle tasche.

Inci(n)tamenti

L’uomo incinto cioè questo mi destabilizza. Una persona nata donna che si sente uomo e decide di cambiare sesso ma in realtà non lo cambia, si riempie di ormoni e fa cure continue per sottolineare caratteristiche maschili come barba e quant’altro, il pistolino non se lo fa mettere e conserva, come molti fanno e nonostante il suo sentirsi maschio, gli organi di riproduzione femminile. Si fa inseminare in qualche modo possibile, e rimane incinto. Rimane incinto ma dovrebbe dirsi che rimane incinta, non incinto, perché a quanto è dato sapere questa persona ha mantenuto gli organi femminili di riproduzione, e quindi almeno biologicamente e fisicamente è una donna. Con la barba, diciamo. E va bene, ce ne sono tante in giro. Questo pure è vero. Perdonate l’ironia, che notoriamente mi appartiene soprattutto nei momenti peggiori della vita, e senza la quale morirei. Ma, voglio dire, quello che mi destabilizza è proprio la meta scientifica di un uomo incinto. Tipo che ti chiedi dove glielo ficcano un ovulo da fecondare. Un ovulo che poi sarà di donna, perché prima dovrebbero allora trovare il modo per far ovulare un uomo. Che non sarebbe nemmeno tanto male così magari imparano che significa soffrire di quei fastidiosi doloretti nel periodo precisamente a metà del ciclo mestruale. Ciclo che … ce l’avranno poi il ciclo ‘st’uomini ? Bah. Comunque lo fecondano con sperma maschile, credo. O no ? Cioè, dico. Un uomo farà un figlio con un altro uomo in sostanza. Ma poi il seno maschile aumenta ? Se parte la montata lattea ? C’ha bisogno del reggiseno con le coppette ? Le contrazioni che possono esserci nel corso della gravidanza … ma che gli si contrae se l’utero non ce l’ha ? E quindi insomma tutto parte daccapo, prima con l’installazione uterina, poi ci ficcano l’ovulo, poi una spruzzata di sperma, e cresce la pancia. Dev’essere per forza così, sennò quì davvero le cose poi non tornano. I parti sempre cesarei … perchè scusa, da quale buco esce poi il bimbo ? E a papà lo chiamerà mamma praticamente. E alla donna la chiamerà zia. Vero anche che la mamma non è sempre, solo ed esclusivamente la donna che ti fa nascere. Potendo essere anche una donna diversa che non ti ha generato ma ti ha cresciuto, ad esempio. E lì c’avrai due mamme, una biologica ed una no. Non si potrà più dire di mamma ce n’è una sola, che già non si dice adesso quando per esempio vieni adottato. Se invece si tratterà sempre di transgender, e allora vuol dire che uno si sente maschio ma vuole mantenersi le ovaiette e l’uterino per far i bimbi. Quindi ti senti maschio ma poi neanche tanto scusa. ‘Sto quì dell’Oregon parla di desiderio di figli, che non è nè maschile nè femminile. Ci mancherebbe fosse un desiderio solo femminile ! Il punto è che le femminucce c’hanno l’ambaradàn per tutta la situazione. I maschietti no. Quindi non è che sei maschio, la verità è che sei femmina. Insomma, dici che ti senti maschio ma sei rimasto femmina per fare i figli. Capisco … Ok. Adesso irrompete con le vostre fantastiche e spicciole conclusioni sulla libertà di essere nella vita quel che si è, fatemi sentire le urla di sdegno sulla fobia della diversità, termine che non è offensivo ma lo è diventato, e cazzate così. Auguratemi il peggio, tacendomi di mente chiusa, moralismo di ‘sto paio di tette e robe del genere. Via, strada aperta a tutte le manfrine sul rispetto.  Questo modo confusionario di buttare giù le cose per iscritto non mi è conferente. Ma succede anche ai migliori. Lo ammetto. Quanto all’uomo(donna) incinto io mi confondo assai. E pure quanto all’incinto uomo(uomo).                                                                                      ( Punto e a capo )

Strade

Volevo dirti che c’è un tratto di strada quasi sprofondato a valle delle montagne che mi fa pensare a te ogni volta che lo percorro. Dall’ultima volta che sei stato qui la carreggiata è cambiata. Non si capisce bene dov’è la possibilità di svoltare per tornare indietro senza rischiare la vita. Ci sono strisce bianche disegnate a terra prima continue, poi discontinue, poi continue di nuovo. Più in avanti ci si accorge che il tutto segue esattamente la direzione indicata dai cartelli. Prima no. Prima prendevi una direzione ed invece ti ritrovavi altrove. Forse erano sbagliati i cartelli. Adesso è tutto così confusamente ordinato. Sai, semplicemente si fatica a seguire la strada ora che la traiettoria è precisa e nitida. O magari forse è solo perché adesso è estate. Ed i tuoi giorni a pensarci bene, su quella strada, furono soltanto giorni dell’inverno. Volevo dirti che sì, mi succede ancora, sì. Di avere quella sensazione come di una carezza ch’è rimasta impigliata tra le dita. Succede ancora di trattenerla per me. E succede ancora che uno sguardo mi resti intrecciato tra le ciglia degli occhi, uno sguardo che ho lasciato andare voltandomi indietro per un piccolo istante. E poi accade ancora che mi restino delle parole incastrate in bocca, così incastrate per bene che mica ti riesce di dirle. E quando succede guardo fuori. E loro tacciono. E mi succede come una volta di pensare alle cose che mi sono rimaste ancora, a quelle che avrei voluto dare e non ho dato, a quelle che non volevo dare ed ho dato invece. O forse è solo che, certo che si, con me stessa sono sempre, ancora come una volta troppo dura. Esigente, intransigente. Ho ancora un cioccolatino da regalare per i compleanni, ed ho una lettera cui rispondere. Il foglio di carta da scarabocchiare è già pronto. Ho sempre voce da sprecare in urla e risate. O in sussurri silenziosi quando nessuno mi sente. Volevo dirti anche che ho imparato ad aprire i cancelli elettronici. Ora so farlo da sola. Non ho più bisogno di aiuto, non devo più lanciare la chiave a qualcuno oltre l’inferriata. Non devo più affidarmi ad altri per entrare, o per uscire. E non ho più paura di sbagliare. Ecco, questo. Questo era quello che volevo dirti.

Sta stitica mente

Poi dice ma perché metti il contatore delle visite su un blog. Perchè anche questo ti fa aprire gli occhi sugli infiniti segreti della specie umana, allarga i propri confini sulla intensa e vitale ricerca delle risposte ai grandi dubbi dell’esistenza, dubbi che vengono a sciogliersi come neve al sole tra le tue (eccioè mie) pagine virtuali :

come saprei sexy (come cosa ?) – come una giumenta (hop hop ahi !) – disegno tigre (ci penso io, vieni quì) – doccia vasca combinata (lasciamo stare, che per pulirla ci vogliono sette ore) – foto donna piange (?) – foto in bianco e nero con una persona seduta alla sedia (poche pretese insomma) – limoni mangiarne troppo fa ritardare il ciclo mestruale (sì, un po’ come per i maschietti che se ti masturbi troppo diventi cieco) – mi piace guardare e non te ne accorgi, spostare lo sguardo quando ti volti (questo cercava qualcosa di chiaro) – prendi è solo un cuore prendilo nella tua mano e quando viene il giorno apri la mano perchè il sole lo scaldi (poverino/a) – qualcuno dovrebbe schiaffeggiarti (anche a te, s’è per questo) – realizzare un qualcosa perchè nello stesso giorno mi sposo ed è il compleanno della mia amorosa (che culo !) – se ci pensi quant’è meraviglioso cerchi le cose e non le trovi le lasci andare e ti vengono dietro (si chiama sfiga, altro che meraviglioso) – signora in culo (cioè lei in culo a chi ?) – ti lecco tutta (bravo) – ti penetro piano (ecco, grazie) – vuoi tu prendere la sposa (e lanciarla fuori la chiesa ?) – scorpione (quindi, si faccia attenzione) – "sono il vostro idolo" splinder (non lo sapevo …) – a 15 anni feci il mio primo pompino (eri già brava ?) – bambino da regalo alla mamma (touché) – benissimamente avverbio (infattamente sì) – bocca con mano davanti (capisco …) – calze rete e stivali (insomma, tipino soft) – che cos’è fil rouge (questo forse …) – che ne sai di un campo di grano conosci me il nome mio titolo (ma che cazzo, la sanno tutti !) – come faccio a farmi allungare i capelli (provato ad aspettare ?) – come si fa bacio sulla labbra e sulla lingua (fai prove con le dita delle mani) – gli ho fatto un pompino (ancora ?) – la mia sposa pompino (e dalle …) – mi piace farmi scopare in culo (non ne dubitiamo) – perchè il sordo non può fare carriera nel lavoro (chi l’ha detto ?) – quando le parole finiscono (sei morto/a) – video di puttane con cazzi nella fissa (nella fissa ?) – come escono a new york le donne (si lanciano dai grattacieli sai) – istruttoria per andare sui pattini (seguire un corso di dodici giorni) – prendere a mazzate (sempre e comunque) – scusa ma ti chiamo cojone (quando ci vuole .. fai, fai) – si può fare la lampada solare con le mestruazioni ? (si, solo che rischi di restare incinta se i raggi ultravioletti ti entrano nella patatina) – voglio una donna che scopa quando lo dico io, se voglio dormire non mi disturba, se voglio uscire non mi rompe i coglioni, che sta ad ogni mio comando (minchia !) -.

So' cose

Situazione parcheggio per cicli, motocili, velocipedi con o senza motore e robe circolanti che comunque posseggano meno di tre ruote. Di fronte al mio bestiolino parcheggiato in apposito spazio solo il muro, e un marciapiede largo sì e no un metro. Cioè che salirci sù, manovrarsi e provare a rimettersi in strada è cosa da Spider Man. In questa situazione si innesta l’altra situazione e cioè l’ostruzione totale dietro, già ostruito inizialmente a destra e sinistra da altri scooter(s), del mio mezzo di locomozione principale, ovvero essenziale, ovvero quantunque (ma quanto mi piace scrivere quantunque, mi piace proprio come suona), ad opera di una Audi A3 color antracite. Reprimo l’innata ed immediata insofferenza che mi sorge in casi del genere, e provo a smerciare un sorriso educato. Che certe volte mi riesce anche. Certe volte quantunque.

RMlk – Senta signore .. scusi .. dovrei uscire … sa, lo scooter .. (accenno al mio amorino a due ruote con sguardo frettoloso di uscire da lì tipo no, voglio vedere adesso io come cazzo faccio ad uscire da quì, che ti sei venuto a mettere proprio in culo a me).

Sign – Oh .. si .. no no scusi lei .. (getta un’occhiata veloce alla distanza di centimetri dieci circa tra la targa del mio scooter e la fiancata sinistra della sua macchina).

Rmlk – No sa è che non vorrei sfiancarle o paraurtarle la vettura .. che sono pure un po’ maldestra io eh .. (voglio dire, se non ti spicci a spostarti di quì ti assicuro un bel servizietto a ‘sto cesso di macchina che ti ritrovi anche se cesso assai non è perché alla fine mi piace pure, voglio vedere poi come la mettiamo).

Sign – Ma no, stia tranquilla .. guardi la sposto subito .. (si accinge ad aprire lo sportello).

RMlk – Grazie (davvero, non ho parole), ma anche giusto giusto qualche passo più avanti eh, e riesco ad uscire senza far danni (speriamo sempre).

Sign – Certo, subito. Sono io che sono in difetto. Mi scusi sa (entra in macchina, accende il motore, si fa di un paio di metri più avanti, scende dalla macchina, chiude lo sportello a chiave, sorride e se ne va).

Cioè mica che sono cose gentili di tutti i giorni. No, voglio dire, mi ci meraviglio. Ma mi ci meraviglio quantunque proprio tanto.

Sara

Il caldo era ancora asciutto e morbido, si sopportava senza troppe smanie. Sarebbe ben presto diventato fastidioso, ed il paese avrebbe assunto la sua ordinaria funzione di ricettacolo indiscriminato di zanzare e tafani di campagna. La strada stretta e piccola si chiudeva con le mura disfatte di vecchi edifici, il cui spazio interno, una volta protetto dal tetto, adesso veniva indegnamente offerto al cielo. Un profumo di pane si racchiudeva dall’angolo del marciapiede per poi liberare la sua scia fino alla fine della strada principale, lì dove le stoffe a fantasie riflesse dal sole di mezzogiorno davano vita al muto grigiore delle vie. L’ingresso a vetro apriva un piccolo laboratorio e un negozio. Brandelli di stoffe scucite e tagliuzzate facevano da cornice al bianco graffiato del pavimento, insieme ad intrecci infiniti di piccoli fili. Rotoli colorati padroneggiavano lungo le pareti giallastre, invecchiate di umidità e muffe. La signora Sara dietro al suo bancone grigio sembrava più piccola ogni giorno che passava. Ricurva nelle spalle, quasi che fosse di peso il leggero chignon sulla nuca, aveva la voce ancora più piccola che una bambina. Conservava di grande solo l’abilità consolidata nel cucire, e quello strano ed indefinibile pallore del viso che la faceva sembrare sempre debilitata pur godendo di ottima salute. In mezzo a tanti colori il suo vestito blu, stinto a tratti, sembrava voler conferire austerità al luogo suo malgrado. Osservava i passanti fermi di fronte la vetrina da dentro la sartoria, seduta sulla sua vecchia sedia di paglia ed appena nascosta dietro al grande tavolo su cui poggiava i lavori che le venivano commissionati. Si portava le mani in grembo, stanca, e riprendeva a sferruzzare pensando alla cena. I suoi piccoli occhi scrutavano ad ampio raggio, con lentezza ed attenzione insieme, tanto da non farsi scappare nemmeno un dito estraneo che scorreva lungo il vetro ad indicare una preferenza del giallo o del rosso scarlatto. Piegava ed imbastiva lembi di gonne di tulle e gambe di pantaloni di velluto, ago e filo prima, macchina da cucire poi. Le mani ferme e grandi, le nocche esposte e rugose. Ad ogni passante si chiedeva chi avrebbe acquistato l’unico rotolo rimasto di seta bianca e rosa, che ancora le restava integro e dal quale non aveva mai tagliato nemmeno un centimetro. Pensò spesso che qualche signora prima o poi sarebbe venuta ad acquistare quella stoffa, per farne rivestimenti di un cappellino o magari per le rifiniture di corpetti. Ogni tanto era nell’aria solo lo scricchiolio delle vecchie e laboriose grandi forbici a punta. E poi di colpo la sera appena subito dopo un sospiro nel guardare fuori e vedere il buio scendere di sorpresa. Proprio come quando non si è avuto il tempo di finire la preghiera nel letto, ed il sonno arriva prima di poter toccare il liscio dell’unico vestito a fiori di raso che possedeva, rinchiuso da tempo a chiave nel vecchio armadio.

Come muoversi e studiare gli spigoli dei palazzi per non urtarvi. Come camminare a vuoto in un pensiero, cercare in qualche modo le parole e non trovarle, addormentarsi con le dita di una mano che fanno da segnalibro nell’ultimo capitolo di una storia. Come saltare a gambe divaricate sui tombini delle strade, cadere a terra incespicando sui gradini dei marciapiedi, frugare in borsa e non trovare. Come guardare chi ti guarda. Come toccare. Come l’amore quando è sudato, scivoloso, di poco svestito. Come riconoscere un odore e la sua provenienza. Come sentire. Sentire la metropolitana quando il treno ancora non apre le porte davanti ai tuoi occhi. Saltarvi su. Piegare il biglietto tra le mani. Tirarlo fuori soltanto se il controllore te lo chiede. Come fregarsene di conoscere chi ancora è rimasto in carrozza, salire attraverso i sottopassaggi stringendosi la giacca sul petto, scrutare la piccola piazza all’uscita, incrociare le facce nere, farsi sorprendere dalle luci e svoltare. Fermarsi a pochi metri dietro l’angolo. Semplicemente condursi, fin dove sai di voler arrivare.

( In ) Comunicabilità

E sono stata io a dirti di andartene ? No, non sono stata io. Se l’hanno fatto le mie parole non era il fiato mio che espirava sulla tua faccia, e se sono state le mie mani non erano le mie dita a spingerti dalla schiena verso la porta e se è stato il mio urlo non era mia la voce strozzata sul picco del volume, no. Perché se fossi stata io t’avrei atteso sul letto. T’avrei atteso come il più sperato degli arrivi, come la corda tirata giù nel fossato al disperso, t’avrei atteso come un figlio che non vuole saperne di nascere. T’avrei atteso paziente, docile. Se fossi stata io a dirti di andartene t’avrei preparato il tuo piatto preferito, e tagliato il pane a fette spesse come piace a te. T’avrei guardato mangiare con la tua fame annoiata, con la tua consuetudine di scostare nel piatto le briciole per non mischiarle al cibo caldo, t’avrei osservato silente e sorridente delle tue manìe. T’avrei riempito il bicchiere per metà, ed avrei chiuso la bottiglia con il tappo. T’avrei desiderato mentre sorseggiavi la tua acqua, t’avrei desiderato all’improvviso. Uno sguardo complice sarebbe trapelato dalla tua faccia alzata dal piatto. Al diavolo. Se t’avessi chiesto io di andartene sai cosa, io ti avrei fatto sedere sul divano. Ti avrei fatto sedere sul divano e avrei preso le foto delle vacanze. E avrei goduto delle tue mani forti che sfogliano le immagini, pensandole su di me quando circuiscono ogni centimetro del corpo. Se fossi stata io, t’avrei preparato il caffè, e t’avrei sistemato la giacca sulle spalle, t’avrei augurato buon lavoro e avrei atteso di rivederti per fare l’amore. Ma io non ti ho chiesto niente. È stato solo questo, tutto questo vociare intorno, tutti i sibili del vento della scorsa notte. Io non ne sapevo nulla e tutto d’improvviso mi ha sorpresa. Al mattino ho solo visto che le tue cose non c’erano più. Adesso torni per lasciare le chiavi. Io, io non so cosa dire adesso, io non t’ho chiesto di farlo. Io, io se vuoi ecco, sì, ti preparo un bel bagno caldo. E poi, te lo prometto, starò zitta.