Archivio mensile:luglio 2008

Richiami

Non mi ricordo cosa c’era precisamente, e cosa invece non ritrovo più al suo posto oggi. Il troppo tempo rende le cose effimere, annebbiate, come evanescenti. Ho visto per anni i miei vecchi preparare la sera le bucce di patate sotto la cenere del fuoco spento. Ho visto per anni i sacchi di farina di venti chili rubati nelle rimesse agricole dei vicini. Sono scesa nei nascondigli nelle cantine, confondendoci i respiri con lo squittìo dei topi. Ho passeggiato sotto il braccio delle zie più vecchie, ho indossato le gonne bianche a fiori rossi regalate dalla signora che veniva  in paese una volta l’anno dall’America. Ho sofferto il caldo afoso della campagna in luglio, e nei fienili in cui ci si rinchiudeva dopo aver mietuto il grano. Ho respirato il fumo dei terreni arsi di sera. Pronti per il prossimo lavoro. Ho visto volpi catturate con le trappole, ho sentito la mia pelle prendere lo stesso odore acre del mosto nelle botti. Ma io, io alcune cose non le ricordo proprio più. Non ricordo se anche una volta c’era questa scalinata di pietra, così ripida, con i gradini così alti. Troppo alti. Semmai io l’abbia percorsa un tempo, non me lo ricordo. Eppure non potrei aver dimenticato il dolore e la tensione alle gambe che provo ora, mentre passo dopo passo arrivo fin sù. Mi dev’esser stato pesante anche anni fa, far queste scale. O forse da ragazzini era tutto un correre su e giù per le vie, scalzi e senza soffrirne. Non ricordo ci fosse, qui sopra, una chiesa diroccata. La ricordavo più in là, verso la campagna. Né, guardando in basso, ricordo c’era quella piazza vuota e triste, al centro della quale signoreggia una fontana. Io una cosa che ricordo con certezza assoluta è il fiume di sotto al vallone. Lo stesso fiume in cui un tempo si andavano a lavare gli stracci di casa ed i vestiti da lavoro nella terra, quelli degli uomini. Ricordo perfettamente lo sfregare dei panni tra le mani di mia madre. Ricordo il giorno in cui zia Elisa ebbe il suo quarto figlio. Quello nato male. Accompagnai mia madre al pomeriggio giù, al fiume. Chiesi perché teneva le lenzuola tutte rinchiuse, lei che di solito portava i panni a lavare piegati anche se erano sporchi. Mi rispose che le aveva chiuse perché puzzavano. Vidi del sangue misto a macchie giallastre. Lei sfregava, sfregava nell’acqua. Io però le macchie le vidi lo stesso.  Poi ricordo che cercammo di strizzarle insieme. E che io sperai che fossero venute pulite davvero, altrimenti quello sporco sarebbe andato tutto sui miei piedi nudi e m’avrebbe fatto più schifo della terra bagnata su cui camminavo. Ricordo nitidamente la sera in cui è morto il padre di mio padre. Venne tutto il paese a casa, persino il sindaco, e poi c’era Don Giancarlo, che s’era messo la stola lunga e nera. Ed io pensai che era per l’occasione, e me ne andai fuori a giocare con i figli del padrone del frantoio. Ricordo che la sera stessa del funerale le sorelle di mio padre aprirono la credenza, a casa nostra, e si presero le piccole tazze, quelle bianche con i bordi consumati, e tutti i cucchiai. Ricordo che mio padre le maledisse mentre loro dicevano che si prendevano e si portavano via le cose che erano appartenute alla loro madre, e che adesso che anche il padre non c’era più non aveva senso che quelle tazze e quei cucchiai li tenesse lui lì. Dissero anche che mio padre aveva ucciso sua madre a furia di dispiaceri. Dissero che mio padre era uno scapestrato fin da bambino. Ed io ricordo che se ne andarono sbattendo i loro gran culi, su per la stradina verso la piazza. Io le vidi, proprio mentre andavano via. Pensai che erano cattive. E di mio padre pensai che forse lo era anche lui. Mia madre taceva continuando ad attizzare il fuoco. Non riesco a ricordare, ad esempio, chi abitava qui. Qui proprio qui, dove c’è questo portone chiuso con una sbarra di ferro ed un lucchetto enorme. Nemmeno ricordo se questa sbarra c’era già, a suo tempo. Ricordo però la notte in cui ho visto Elena e Antonio, il primo figlio di zia Elisa, abbracciarsi dietro casa del dottore. Ero di ritorno dalla masseria, e ricordo che li vidi, che lui le metteva una mano di sotto al vestito e lei lo lasciava fare. Ricordo che pensai che stavano in disparte perché non potevano farsi vedere da nessuno. Io però li vidi e li sentii mormorarsi cose che non riuscivo a decifrare. Poi Antonio armeggiò con le sue braghe, si slacciò appena la cinghia dei pantaloni, ed Elena disse per tre volte no. Io le contai le volte che disse no. Erano state tre. Poi lui fece mettere a terra lei, e le si mise di sopra. E si muoveva. Vedevo le scarpe di Antonio come impuntarsi nella terra. Elena non la vedevo più, tranne i suoi piedi. Sentivo appena la sua voce ma non la distinguevo. Sentii ah, due volte. Poi Antonio si alzò, mentre Elena si abbassava la gonna del vestito. Io scappai via verso casa. Per giorni non riuscii a dimenticare quel ah che avevo sentito. Mia madre per un paio di volte mi chiese perché non salutavo mio cugino quando veniva a casa. Elena non l’ho più vista. I suoi genitori la mandarono a studiare in un collegio in città. Non ricordo dov’era la scuola elementare. Né il cimitero. Sono qui e se mi guardo intorno non riesco a riconoscerli. Ho seppellito coscientemente, con ogni mia forza anche il più piccolo degli anfratti di questi luoghi. Li ho seppelliti il giorno in cui mia madre e mio padre m’hanno messa su un treno e m’hanno detto che dovevo andare dove si guadagnavano i soldi e non c’erano pecore da pascere o granturchi da pulire. Dovevo andare dalla cugina di mia madre che mi avrebbe fatta lavorare al suo ristorante. Dovevo andare dove potevo fare la signora e trovare un marito. Tutte cose che non ho fatto. Tutte cose che non ho preso. Io a queste pietre che calpesto oggi chiedo chi mai ha lasciato che andassi via da qui un giorno, per tornarvi oggi. E costretta, obbligata dal tempo, sbeffeggiata dalla mia memoria e dalla sorte, neppure ricordare dov’è che andavo a raccogliere ciliegie, mentre in bocca ne sento ancora il sapore.

Il tempo buono

Per tendere le mani. Riempirle. E chiuderle. Di nuovo. 

Ed è il tempo buono per non perdere tempo. Per non aspettare di fare, di dire, di pensare, di andare. Per cogliere tutto come se fosse quello, e quello soltanto, il momento in cui farlo. Anche se sai bene che non è altro che l’inizio di una prosecuzione che fine non può avere. E così è un istante, quello che devi aver voglia di cogliere davvero, fino in fondo. E’ un istante che si decide, si prende la macchina in piena mattinata così, senza pensare. Senza chiedersi e domandarsi oltre. Perché il momento è quello, e non puoi lasciartelo sfuggire. E andare. Perché se dispiace non esserci, dispiace anche a chi ti vorrebbe presente. E così tra il sei una testona di questa quì, il ti adoro, pazza di quest’altra, il sei una grande di quest’altra ancora beh, non ci vuole poi molto a farsi quattro ore di strada, con gli annessi e connessi, per stare con loro il tempo di mangiare una pizza insieme. Di parlarci come se ci vedessimo ogni giorno, senza discutere del superfluo ma sempre, ancora, comunque del nostro quotidiano. Un grazie all’uomo migliore che avessi mai potuto desiderare nella mia vita, che mi lascia libera di essere la donna che sono e che mi ha fatto il regalo oggi di niente treni ? ok dai, vai ma sta attenta. Un grazie al marito di Nya, che l’ha portata così vicina a noi abitanti di Terronia da poterle sorridere guardandola negli occhi. E un grazie a Duchy, Nya e ad Angel, perché stare con loro è stato esattamente come tra queste pagine. Simpatia, affinità anche se tutte e tre molto diverse, risate e parole sussurrate da intendere soltanto noi, ed il resto dell’affetto che ci lega fortemente è tutto quello che noi sappiamo. Difficile da scrivere. Più facile da vivere.

30.07.2008

Polli allo (S)pseudo

Giacché non ci ho voglia di scrivere cose serie e impegnate, procedo con lo scrivere cose non serie e non impegnate, perché mi gira così. Uno poi pure ogni tanto fa il resoconto di certe cose. Che io rido solo scrivendole ‘ste cose, perché più che ridere non si può fare.
Se dovessi fare una scelta giuro, non saprei. Se preferire le pseudoanoressiche, le pseudotroie, gli pseudomosessuali, gli pseudomasters e le pseudoslaves o gli pseudoemo (sì, ho imparato chi sono gli emo : in pratica quei quindicenni che si vestono di nero e si fanno la scrima ai capelli e si portano un ciuffo tutto lungo un occhio come Powell (e mi dicono dalla regia che si chiamava Lowell e non Powell ma Powell s’intonava però col titolo del post) del cartone animato Georgie e c’hanno l’aria che sembrano tutti fatti e contestano, contestano sempre, che cazzo si contestano manco ancora si capisce). So’ tutti pseudo qua su Splinder. Ci sono piattaforme dove albergano le persone più bieche e stupide del mondo. E piattaforme dove albergano i più pseudo che esistano. Montano sù, nei blog, certi baldacchini che si scopano virtualmente l’un con l’altro come ricci di campagna. Che cose meravigliose ragazzi.
Se si fa una scorsa tra le foto pubblicate, eh allora la situazione tende al drammatico irreversibile. E’ colmo di ragazzine che si fotografano di tutto. Per carità, non che fotografarsi le grazie di madre natura, quando di grazie trattasi e non di maledizioni, sia una malvagità. Anzi. Però pure è d’obbligo nella vita che ci siano fondamenta e motivazioni quando si fa qualcosa. Mè, mo non mi venite a dire che fotografarsi le tettine o la patatina sia esibizionismo puro, che il vero esibizionismo è quello riservato ed esclusivo, sottile, segreto e per questo ancor più peccaminoso. Non quello indiscriminato.
Ci sta poi tutta una serie di utenti che non ci puoi scrivere manco un commento che subito s’alterano. Cioè tu ci vai che vuoi fare l’amicizia, e quelli si incazzano. Beccai un post in cui c’era una foto di due occhi, e qualcosa scritto accanto molto sinteticamente come penetrare. Gli chiesi se per penetrante era da intendersi, appunto, lo sguardo. Quello mi rispose che di certo penetrante non era la mia mente. Adesso, scusasse tutti. Io non è che ci volessi dire davvero, ma a parte che non rispose alla domanda, in più che a me proprio medesima mi si venisse a dire che la mente mia è una schiappa embè, ma che quì s’arriva alla blasfemìa. C’ho fatto una risata, e gli ho detto vedi se ti penetra il dito medio allora.
Certi meccanismi poi sono davvero eccezionali : tu scrivi un commento a qualcuno, così, di passaggio, trovi una cosa che hai letto e quindi appunto commenti. Tempo manco di chiudere la finestra del commento, tempo manco di tornare alla home page, che in alto già rosseggia il numerino magico 1. Zac, l’utente che hai appena commentato ti spedisce l’invito come amico e ti scrive in aggiunta un bel pivvuttì dove solitamente si entusiasma fuori misura dicendoti ehi ciao grazie della visita sei stata gentilissima davvero grazie delle tue parole spero di ricambiare mi hai reso felice bla bla bla. Che tu se rispondi prego, secco secco, pare che lo fai rimanere male. Se rispondi di niente pare che mostri sufficienza. Se rispondi ma figurati è stato un piacere ti stresserà ancora di più in futuro. Allora non ci rispondi proprio e ti levi il pensiero.
Un perfetto sconosciuto, che salvo eccezioni si è tutti perfetti sconosciuti, cui scrissi un commento mi spedì l’invito come amico, io l’accettai chè li accetto tutti indiscriminatamente così faccio quella che non offende nessuno, poi mi scrive un pivvuttì dove mi chiede perché non ho neanche un amico nel profilo (che significa t’ho invitato, perché non mi inviti pure tu a me ?). Gentilmente gli ho risposto che non credevo fossero cazzi suoi. Sì, però gentilmente eh. Quello buono fa, cancella l’invito che m’aveva mandato. Hai capito ? Qua so’ cose serie !
No ma perché scusate dei profili ne vogliamo parlare ? No, davvero. Se dobbiamo parliamone, che ci trovi cose tipo :

 

chi sono ? non lo so (quelli indecisi, indefiniti, indefinibili, indefessi a volte)
sono una piuma sull’ala del vento che si posa sul tuo capo biondo (quelli poetici assai)
sn un rgzz ke la squola mi sta sul czz (quelli da sparare)
sono bravo, bello, simpatico, miliardario, allegro (‘nsomma, quelli che sono tutto loro)
sono il diavolo che ti viene a prendere la notte (quelli con intenti minacciosi)
sono la tua ombra (ma chi cazzo ti conosce )
sono la regina vittoria reincarnata (quelli con le manie del personaggio storico importante)
sono uno che ama le belle donne (quelli che basta che c’ha la patata, via)
dicono di me che sono … (quelli che si apparano dietro agli altri)
E così, insomma. Questo. Ci sta poco da fare. Tutto il mondo è paese. La gente com’è pseudo nella vita, è pseudo ovunque. Seguirà quando e se avrò voglia post sulle categorie esistenti di commentatori. Sì, ma là si entra proprio nel meglio del peggio. Io poi non ci voglio le responsabilità eh.

On the road

Cosa si risponde a chi, in pieno terremoto, ti chiede che succede ? Non ci sono le parole per spiegare quello che succede. Ti si apre quasi la terra sotto i piedi e tutto è veloce, incontrollabile. Io l’ho vissuto, il terremoto. E so cosa significa aspettare che la terra smetta di tremare per contare vittime e danni. Questo blog è nato per scrivere storie. Quelle rubate alle donne che ho conosciuto, che ho osservato, che ho sentito, che so esistere al mondo. Senza pretese e per diletto. C’è qualche sprazzo di vita personale e di cui in maniera divertente o semiseria si è resi partecipi i lettori. Sono state create delle categorie, che servirebbero ad indirizzare il lettore sui contenuti degli scritti e sulla loro interpretazione. Non ci sarebbe neanche da dirlo. Spesso ci sono dei giochi di parole, dalla etimologia al senso comune. Beh sì, sono una precisa. Tale, questo blog, continuerà ad essere finché ne avrò voglia e finché mi andrà di farlo. Ci sono necessità, interiori, di spostare le attenzioni. Non che sia una questione di bilanciamenti da fare o fatti. Mi sembra una cosa stupida. Non ho nulla da bilanciare perché ogni cosa occupa il suo posto. Ci sono necessità soltanto, interiori, di modificare il proprio bersaglio. Caricare le cartucce. Cambiare le prospettive, cambiare i punti di partenza. Il cambiamento che c’è non è tra queste pagine, perché volutamente lo tengo al riparo da sguardi e orecchie di sconosciuti, come si fa con le cose preziose racchiuse nei cofanetti antichi. Ed io sono preziosa, eggià. E tutto quel che è mio lo è. Non puoi, perchè no che non puoi spiegare cos’è un cambiamento. Perché se ci provi si crede che non si sia felici, o che qualcosa non vada bene, si crede che non si abbia voglia di cose, di parlare. Ed invece vorrei che fosse tutto così semplice, semplice proprio come lo è per me. Che non ci sono conclusioni da trarre o stop da mettere, sensazioni da studiare o curiosità qualsiasi da soddisfare. Vorrei fosse così semplice, come lo è per me. Ci sono lavori in corso, nel profondo. Così nel profondo che è inutile chiedere cosa accade. Perché per andare nel profondo e capire cosa accade ci vuole di più. Molto di più. Ci vuole crescere. Io sto crescendo, e tutto sta crescendo con me. E fa quasi strano dirlo oggi. Perché solo ieri credevi di essere arrivata, e la vita invece ti offre opportunità di continuare. E sono felice tanto che non lo so neanche scrivere. Perché voglio cose sempre più grandi per me e per la mia famiglia, voglio cose sempre più importanti, voglio cose che non si riescono a raccontare qui, così. Sono felice di sentire dentro l’istinto di seguire il cambiamento, qualunque esso sia. Perché seguirlo mi rende fedele alla natura che ho. Quella di ascoltarmi. Perché sono ancora molti di più di quelli di oggi, i cambiamenti che desidero. Ne sono tantissimi. Sono sogni, e sono bisogni. Perché è impossibile nella vita restare sempre esattamente la stessa persona che un tempo, mentre tutto intorno si trasforma. Chi si preoccupa delle sorti di questo blog stia tranquillo. Un poco ne sorrido, perché questa pagina è nata in un attimo, ed in un attimo può sparire, ma non ne ho alcun interesse. E’ così piacevole avere uno spazio in cui buttar giù qualche parola in un momento di svago che non vedo perché dovrei privarmene. Non è forse questa una bella cosa ? Il cambiamento è fuori, fuori e dentro di me. Voglio inseguirmi. Voglio inseguire ogni giorno che ho. Voglio inseguire ogni cosa. Ogni sentimento, ogni trasformazione. A morsi, a piene mani. Con la stessa famelicità di una tigre e con la stessa caparbietà delle persone che sanno aspettare. Con la stessa libertà. Perché la gabbia sarebbe fermarsi un giorno, in un posto. La gabbia sarebbe accontentarsi. La gabbia sarebbe essere convinta che sia stato raggiunto il traguardo. E’ che io di traguardi ne ho tanti, davvero tanti davanti. Voglio inseguire ogni sogno e molti altri con lo stesso istinto dell’animale che ha da procacciarsi il cibo per non morire. Perché è il mio istinto che sto seguendo. Ancora una volta. E la mia serenità è questa. Non tradire quella che sono, e quella che posso diventare ancora. Perché ancora voglio muovermi da una possibilità all’altra. Ancora voglio che le cose accadano. E non tradire me stessa. Mai.

Senti ( eri )

 

Questo posto è troppo stretto per me. Lo so perché non c’è luogo in cui io possa stare quieta per più di un certo tempo. Sarebbe come voler contenere dell’acqua in un piccolo stagno, finché non intorbidisce. E’ come sentirsi dentro un senso di volersi e doversi muovere che si conosce già, di fronte a cui ti sei già trovata. Un senso come di non potersi fermare più di tanto in una stanza d’albergo perché hai chiavi da restituire ed il denaro contato in tasca. E poi c’è folla intorno. E le folle, come quelle di gente sconosciuta che si raduna per manifestare in piazza per non si sa bene chi o non si bene cosa, non le ho mai amate. Le folle che trovano il coraggio di esprimere una idea solo se in gruppo, mancando ciascuno di pensiero proprio. Le folle che attendono silenziose di vedere chi sia il primo ad andare in trincea, per poi seguire la massa, tutti dietro l’esercito schierato in prima fila. E tu dalla tua piccola finestra guardi ed osservi tutto, mentre gli abiti testardi di un tempo sono appesi all’ingresso a consumarsi di polvere. E un poco ne ridi, che della miseria umana non si deve smettere mai di ridere. E un poco te lo confermi, che delle intuizioni non è sempre detto che fidarsi sia sbagliato. Le folle, il chiacchiericcio senza contenuti, come di quando non si ha nulla da dire, ti accerchiano. La superficie delle cose, l’attrito. Quasi senza volerlo. Accerchiano proprio te che ne desideri sempre meno. Perchè non sono più le parole, grosse e smisurate, quello che ti riempie. Non è più della gente, indiscriminata e qualsiasi, che si sente il bisogno. Ma di sè, di sè e di tutto quello che sia affine. Di sè e di tutto quello che ancora non si conosce. Questo posto è diventato piccolo, piccolo ch’era nato grande. Piccolo, ch’è cresciuto all’inverso. Tanto da conoscerne ogni angolo a menadito, e togliere la curiosità di aprire uno scaffale e guardare dentro cosa c’è. Più in là, oltre. Ed io è solo, sempre oltre l’unica cosa che ricerco. L’unico posto in cui voglio andare.

Insomma, questo

 

 

Questo nel senso che mettiamoci ogni tanto qualcosa di proprio, quì dentro. La vita matrimoniale va bene anche se è difficile vivere gomito a gomito. Oddio, pure culo a culo eh. Forse più che difficile è diverso. E’ tutto completamente diverso. Tipo che se litighi poi non ce la fai proprio ad andare a dormire nello stesso letto senza aver fatto pace, come magari poteva accadere quando tu te ne tornavi a casina tua e lui a casina sua e si partiva con gli sms di scuse reciproche senza però guardarsi in faccia. Moleskino, devo dirlo, è un uomo eccezionale e non ne dubitavo, conoscendolo da molto. Ogni tanto si mette ad imbraschiare in casa, tipo che prende gli stracci e pulisce i vetri. Sì perché c’ha un po sta fissa di pulire i vetri. Oppure mi aiuta a sparecchiare dopo pranzo o dopo cena. Spazza il pavimento, si sistema le cose che gli stiro, quando si fa la doccia e s’allaga tutto il pavimento di casa poi asciuga, e soprattutto annaffia le piante che abbiamo in casa. Cioè il fatto che le annaffi lui è assolutamente meraviglioso. E’ il suo desiderio di vederle fiorire e crescere, contro il mio di togliermele tutte di torno, tranne una che è praticamente un albero. E’ ordinato insomma. I primi giorni non molto, il che mi preoccupava, adesso sta messo in riga e quindi si dà da fare. Quanto a me non tollero nel modo più assoluto l’idea che potesse essere lui a stare ai fornelli, mi sembrerebbe una cosa totalmente fuori luogo. Ragion per cui ho stabilito degli orari per il rientro a casa da lavoro tali da consentirmi di preparare il pranzo o la cena senza troppe difficoltà, fermo restando uno stress latente derivante dal mio modo appassionato di lavorare da coniugare con le esigenze familiari che mi appassionano in egual misura. Che poi lui mangia di tutto, questo anche devo dirlo. Amore, com’è venuto ? Ma stai tranquilla, è buono ! E poi magari lo vedi che con una certa nonchalance si alza da tavola e prende il sale, che io ultimamente ci vado di carenza, per evitare di andarci di abbondanza. Riesco abbastanza bene a sfaccendarmi nelle cose di casa, nelle pulizie, nell’organizzazione generale delle giornate. E poi ci si fa le coccoline, ci si trastulla l’un l’altro e ci si diverte. Ogni tanto c’arriva flotta di gente a casa, e ne siamo contenti. Mio padre ha preso l’abitudine di venire ogni mattina sotto studio per il caffè insieme. Paga, si asciuga gli occhi che gli si bagnano, e se ne va. Ogni mattina. Spesso ne approfitto per affibbiargli una bolletta da pagare, così gli do i soldi e lui mi va a fare la fila in posta. Mia madre invece conserva quel suo meraviglioso modo di essere, quello tipico di chi è felice che sua figlia sia felice, e non si cura e non si dispera perché l’ha persa o perché se n’è andata. Ci sono madri che non lasciano andar via i loro figli. Mia madre mi ha lasciata andare via quando ero piccola. Mi ha lasciata libera di staccarmi da subito, senza perdermi tuttavia mai d’occhio. Ecco perchè potremmo stare giorni interi senza vederci, senza toccarci, ma sentire dentro che l’una sta pensando all’altra, anche senza dirselo. Quel suo vivi e lascia vivere che mi ha dato più di ogni cosa o persona nella vita. E poi i suoi sms. Si, perchè mia madre da quando ha scoperto gli sms non la si trattiene più. Dico, quelli di risposta ai miei. Tipo buongiorno mami, buon lavoro ci sentiamo stasera ti voglio bene. E lei principessa ti serve il basilico ? E ne rido, perchè lei è fatta proprio così. Tu le dici ti voglio bene, e lei non ti dice neanche buongiorno ma si lancia dal trampolino con un ti serve il basilico che non c’entra un cazzo. Ieri sera, che sono venuti a cena mio fratello e la sua futura moglie, si è persino provveduto ad utilizzare finalmente e per la prima volta la lavastoviglie, dico … mica cose da poco ! Ficchi tutto lì dentro e te ne vai. Eccezionale. A volte mi stupisco delle cose di cui mi stupisco. Per me lavare i piatti è ordinario. Per altri no. Quel marchingegno, intanto, fa quel che facevo io o dovrei fare io o che finora comunque ho fatto io. Quando si pensa di essere insostituibili … E poi ci sono tutte quelle piccole cose che non ti riesce di raccontare, di spiegare. Tutte quelle piccole cose che fanno dello stare insieme nello stesso luogo qualcosa che è fuori dall’ordinarietà. Quei momenti in cui basta uno sguardo per capirsi, nelle cose buone come nelle cose brutte. Basta un suo sguardo per farmi capire che ho sbagliato a dire o fare qualcosa, che avrei potuto ferirlo. E basta uno sguardo per dirsi che si vuole fare l’amore finché non ci si addormenta stremati. Ci sono tanti desideri, ci sono tanti sogni riposti. Ci sono ancora quadri da appendere, ed un paio di lampadari da mettere. Ci sono tante cose che ti fanno scoppiare il cuore. A volte pensiamo chissà un domani a chi somiglieranno di più. Se a me o a lui, se al mio carattere o al suo, ai miei occhi o ai suoi, alle mie mani o alle sue. Lui dice che somiglieranno a lui, se li porterà all’Olimpico a vedere le partite della Roma, insegnerà loro a nuotare come i delfini, la matematica, la cordialità con tutti e l’amicizia. Insegnerà loro ad essere calmi nelle circostanze di emergenza, ad essere riflessivi e quieti. Ad essere buoni. Io dico che invece se somiglieranno di più a me quel che ci può venir fuori è tutto dire. Me la rido, mentre lui assume l’aria preoccupata, per poi baciarmi e dire amore, scherzo. Se, scherzo. E che non lo so che non scherzi ! Neanch’io però. Insomma, questo. Cose grosse e cose piccole, cose serie e cose bizzarre. Cose, tante. Tantissime. Cose varie. E cose eventuali ancora.

Carteggi

Avrei dovuto bruciare il mio vecchio taccuino. Ho scritto parole sulle mie mani, tra le pieghe delle dita, intorno ai polsi. Te le ho tese come si fa ad un bambino ch’è caduto a terra, te le ho mostrate grandi ed incise, e tu cieco non le hai viste. Ho raccolto le più belle lettere d’amore e le poesie, le ho chiuse in un pacchetto con un nastro giallo e le ho poggiate ai piedi di un albero lungo la tua strada. T’ho visto passare e fermarti per il tempo di guardarti intorno. E poi confuso sei ripartito. Ho aspettato che parlassi nel silenzio dell’ultima notte. Ho aspettato che mi parlassi di tutto quello che non mi hai mai detto. Il tuo silenzio m’ha costretta a mentire allora, nell’attesa della tua ragione. Una ragione che non c’è, né forse era necessario conoscere. Avrei dovuto bruciare il mio vecchio taccuino, darlo in pasto alla pioggia, vedere consumare la carta affogando nell’acqua, fino a che ogni parola annegasse. E non tornasse a galla mai più. Oggi non c’è il tempo per vedere la neve sulle montagne disciogliersi, né per sentire il mare che canta la sua canzone. Non c’è il tempo per bagnarsi con un temporale, né per ripartire. Dimmi almeno che cosa racchiudi nelle tue mani. E se lo vorrai, mentimi come io mentii a te. Perché so dell’inganno della profondità di uno sguardo, e so ch’è la condanna inflitta al tuo nome. E perché io so che una musica può avere l’oscurità di tutte le parole mancate, e la scivolosità della resina per padrone. Avrei dovuto bruciare il mio vecchio taccuino, perché se non era incomprensione, se non era malinconia, se non era nostalgia, allora dimmelo tu cos’era. Era forse timore di cadere ? Non si teme quello che non si conosce. È solo quello che già si conosce che infonde il terrore del suo riproporsi. È solo il vecchio che ti rincorre come il vestito rattoppato, ricucito ogni giorno un po’ meglio, ogni giorno un po’ di più, ogni giorno con un’aggiunta di colore. E se non era parlare due lingue diverse, allora cos’era. Forse era un monologo. Era un monologo ad artificio, messo sù per il solo tempo di soffiare sulla luce di una candela e annusarne la scia nera nell’aria. Era un ausilio di circostanza, come quando si cammina lungo una strada gremita di persone e solo per questo ci si sente al sicuro. Nulla di più che il dispotico voltarsi del vento. Avrei dovuto bruciare il mio vecchio taccuino, perché non ricordo tu abbia mai alzato il bavero del mio cappotto scuro per proteggermi. Non ricordo tu abbia mai messo un maglione sulle mie spalle nude. Dimmelo tu cos’era, se non era carestia d’animo. Era solo freddo. Erano solo ruvidi picchi di ghiacciai. Un punteruolo e qualche scheggia. Forse si sarebbe potuti arrivare all’acqua di un fiume. Quel fiume di cui parlavi spesso, quando la fatica t’attanagliava. Ma anche per guardare da seduti i tuoi detriti scorrere ci vuole forza. Quella forza di reprimere l’istinto di gettarsi in acqua, aggrapparsi ad essi. Ci vuole forza per non farsi affascinare dalla corrente, da quell’impulso di riprendersi tutto quello che vedi scorrere via più veloce di te. Perché proprio mentre il tuo piede farebbe il primo passo, proprio mentre l’acqua ti toccherebbe, sai già, tu lo sai perfettamente, che da quel momento in poi non ti salverai più.

Dirty Coffee (Divagazioni a tema)

La Duchessa teme di perdere le buone abitudini, considerata anche l’assenza (giustificata) della Angel, l’assenza (ingiustificata) della Nya e l’assenza (giustificata e non giustificata) della Zoe. Teme, e le urge un coffee break, e visto che ogni volta che glielo chiediamo lei mette sù la moca, stavolta tocca a me. Ci aggiungo anche il giornale, così ci teniamo informate su tutto quel che accade nel mondo. Sperando che l’informazione provenga da buone ed attendibili fonti, ma ne dubito. Per la cronaca, ieri sera ho visto Dirty Dancing che non lo vedevo dai secoli dei secoli amen. Incredibile, quante cose buffe ci sono in quel film. A cominciare da quel mito assurdo che ti viene propinato, quello che quando vai in vacanza con i genitori in un villagio c’hai il culo di trovare il figo ballerino che in mezzo ad un casino di gente ti acchiappa proprio a te, sfigatissima cessa adolescente, e ti fa diventare bravissima in due giorni, compreso il volo d’angelo nell’acqua e sbattimenti annessi di tettine in faccia. Per non parlare dell’orrendo reggiseno che lei indossa quando si spoglia, nel momento quello proprio fatidico. Quello che non si vede niente, e tu rimani lì a chiederti chissà cosa diavolo avranno fatto quei due poi. Le musiche piacevoli da riascoltare, che She’s like the wind è sempre bella dai, pure se Patrick Swayze è meglio quando fa il fantasma e non quando canta.  Adesso, non che io sia stata una adolescente con crisi esistenziali e cose del genere, ma ho vissuto quegli anni indenne per mia fortuna e pure per mio carattere dalle pippe mentali, quelle pippe proprio tipicamente esagerate. Però io quando ascoltavo da ragazzina she’s like the wind mi ci facevo certi pianti sopra incredibili. Mi prendeva così, mi faceva proprio piangere che poi manco sapevo perché. Chissà se era meglio una volta, oppure oggi che quando si piange il perché lo si conosce, ed anche troppo bene. Riguardi un film così, un film che ha fatto venir sù una generazione di ragazze sognanti, speranzose di trovare un uomo che ti metta le mani leggiadramente sul culo facendole sfilare di nuovo in sù, una cosa proprio romanticissima assai, ed invece ti rimane un dubbio, che non s’è sciolto quando avevi quindici anni, e non si scioglie neanche a trenta. Ma perciò io mi domando e dico. Ma che cazzo di nome è Baby ?

E, sorseggiando il caffè, ci si faccia tutti insieme appassionatamente ‘na sana chiagnuta, come ai bei tempi, guardando quì.

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Ci si aspetta che si sappia impugnarti, prenderti dal verso giusto, accomodarti su una gamba, facendoti sfiorare appena l’inguine. Come sentire presenze e non toccarle. Metterti le mani addosso piano, solo di polpastrelli. E accarezzarti le corde, proprio come si fa con una vecchia chitarra. Ci si aspetta che chi passa accanto ti guardi come si fa con una cosa mai vista. E ci si aspetta che affacciandosi fuori ad un balcone ci siano dei bambini giù in cortile a ricorrere un pallone. Niente di che. Niente di più. Qualcosa di così fragile che va messa ai ripiani superiori, quelli non raggiungibili facilmente. Non si sarebbe mai detto che a sfogliare fotografie ci si sente stringere come da fili legati dalla schiena, passando attraverso i fianchi, arrivando sù al collo, diradandosi verso le mani. Fili come altre mani ancora, quelle che hanno amato la testa che s’appoggiava al petto prima di dormire, o la pelle sudata, o la voce canterina, e tutti i discorsi più assurdi fatti da seduti, a gambe incrociate sul pavimento. L’amore che ti consuma. Il respiro che s’affanna. Lo scambio cercato, voluto. La stretta che non si cristallizza ma s’allenta nel culmine. Come stare nel tempo proprio, quello solo di sé. E poi divincolarsi. Sentire il bisogno di liberarsi ed iniziare a muoversi piano. Piano, serpentino, costante come si fa dei progetti di una vendetta. Potersi riprendere il proprio io ed i suoi gesti, senza padrone alcuno. E dopo poco, dopo poco accade che nessuno mai saprà spiegare perché si desidera di appartenere a qualcuno così profondamente. Nessuno mai saprà spiegare per quale ragione nascosta si desidera di stringersi così forte a qualcuno che viene da piangere, viene da piangere e ci si sente come se ci si fosse perduti ieri e ritrovati oggi. Mentre l’unico bisogno che non si fa ascoltare è quello di chiedersi del mezzo, di tutto quel mezzo che c’è.