Archivio mensile:agosto 2008

Sospensioni

E speriamo che piova, t’ho sentito accennare appena alzando lo sguardo dal tavolo. Un sospiro che non m’è sfuggito. E questo tempo che si strozza con le sue stesse mani, che s’accumula come la polvere sui libri vecchi sa di catrame e granelli di sabbia ancora attaccati alle caviglie. Sa di quelle canzoni che hanno il suono che nessuno conosce più. Tutto da qui sembra più piccolo di ieri. Persino il mare. Persino questa strada di sotto. Io lo so cos’è che stai pensando. Aspettare, aspettare ancora. Lo so, ogni volta che rigiri tra le dita le tazzine di caffè a quel modo. Così, capovolgendole. Non ho fretta di conoscere. Non ho fretta come una volta. Ho perso quell’impellente, smaniosa necessità di avere risposte. Ho perso il senso della immediatezza. Vado lenta. Lenta, e piccola. Come rinchiusa, rotolando. Dall’ombra alla luce. Speriamo che piova, m’è sembrato come fosse salvezza da tutto quello che non si sa spiegare, dalla condanna di cercare. Ad ogni costo, per qualsiasi ragione. Sempre, comunque. Eppure certi gesti ti rimangono densi, nervosi. Tanto forti, che accarezzi e non sai di farlo invece con dolcezza. Certe parole ritornano ancora. Come quando si diceva che ogni cosa può accadere, ogni cosa può esistere. È un tempo diverso, ma è ancora al confine che voglio sedermi, quella linea precisa che vedo marcare il tracciato. Sul solco esatto, nel punto in cui vorrebbe chiudere il cerchio e lascia lo spiraglio intatto. Guardare da lì, e sapere che posso prendere questi oggetti a mani nude. Certe parole ritornano ancora. Scorgo lo stupore di chi si osserva cicatrici indosso di graffi. La serratura della porta di questa stanza è piccola. È stretta perché possano infilarsi tutte le chiavi a disposizioni. Ora, soltanto, non pensarci. Che mentre il pittore pensieroso macina i suoi colori, lo scrittore intinge la punta di una penna nel suo calamaio scuro, un architetto impartisce le misure e chiude gli angoli, il vecchio poeta si illude dei suoi versi, mentre il ciabattino di sotto colpisce un tacco, inchioda la scarpa, io ti guardo. E speriamo che piova, sì. Che io non temo più le sospensioni, non temo più un pensiero che si alza carico e poi ricade vuoto, sottile. Mi infilo piccola nel vestito più grande, e incido l’alternarsi delle parole. Tu puoi ascoltare. Ascoltare ed aspettare, con me. Quando i versi muteranno da deserto a mare. Da strettoia a volo.

Padri e Figli

 

Per cinque volte al giorno mi lavo dalle sozzure della polvere. Mi lavo dalla sporcizia dei miei peccati. Se non riesco a raggiungere la moschea allora piego la mia faccia sulla terra, mi inginocchio sulla stuoia e chino la testa fino quasi a sfiorare con la fronte la sabbia. I miei padri, in qualunque luogo si fosse. Le donne nelle loro casa, ogni dì. Scalzo i miei piedi e recito le sacre parole che il mullah ci insegnò a lezione. Bismi Allah, Ar-rahamani, Ar-rahim. Mi affatico ancora oggi sugli accenti, sforzo silenziosamente la mia lingua al palato perché il mio suono sia perfetto. Ondeggio appena sulle ginocchia. Batto i palmi delle mani impercettibilmente, finché non li porto ai miei orecchi e li copro. Muovo le labbra a stento. Allah il più clemente, il più misericordioso conosce il cuore dell’uomo e ascolta la preghiera dei suoi puri. Allah il più clemente, il più misericordioso perdona le mie mancanze e concedimi osservanza e fedeltà alla tua legge perfetta, prosperità e benedizione ogni giorno, ch’io possa servirti e non sviarmi mai. Non alzo gli occhi al cielo finché non ho terminato. Ho conosciuto gli uomini di Yawhé. Li ho visti, nelle loro mimetiche verdi, invadere le nostre strade. Li ho visti uccidere mia madre e mio padre con i colpi sordi dei fucili imbracciati, violentare le mie due sorelle e gettarne i corpi martoriati in una fossa comune dietro il campo di mio padre. Il tutto perché, riuscii a capire a stento, erano convinti che mio padre nascondesse in casa nostra il mujaheddin che loro cercavano da giorni senza sosta. A parte i miei genitori che stavano sulla porta, le uniche persone che trovarono dentro erano le mie sorelle, intente a lavare le stoffe da vendere al mercato del lunedì. Spararono lo stesso, non ebbero alcuna reticenza. La maggiore delle mie sorelle aveva tredici anni. Era stata promessa al figlio del venditore di ferrami vecchi. Mi racconteranno, poi, che un giorno s’era venduto anche la protesi che riuscì a ricevere dopo esser saltato in aria a causa di una mina, lungo la strada per Herat. L’altra mia sorella aveva quasi dodici anni. E non voleva mai coprirsi la testa. Diceva che non ne comprendeva il perché, visto che nostra madre aveva esitato per anni, fin dalla nascita, nel tagliarle i capelli. Erano il suo vanto.
Ho conosciuto gli uomini di Yahwè, quelli che temono l’invasione del mio popolo e loro stessi hanno invaso per secoli terre straniere, piantando una croce d’oro a simbolo di conquista e vessillo di proprietà eterna e consolidata. Quelli che temono l’invasione del mio popolo e loro stessi hanno per secoli obbligato genti straniere ad abbandonare i propri rituali, affidando nelle loro mani una cordicella con grani da far scorrere tra le dita ed insegnando loro le giuste parole per farsi ascoltare nell’alto dei cieli. Proprio come il mullah faceva a scuola con noi da bambini. Proprio come mio padre faceva a casa con me. Ho conosciuto gli uomini di Yahwè, quelli che temono l’invasione del mio popolo e loro stessi hanno imposto la lingua sacra delle loro terre, hanno eretto monumenti e mausolei con grosse statue pagane di esseri umani ponendoli allo stesso livello di Dio in territori che non gli appartenevano. Hanno sottomesso, hanno costretto. Ho conosciuto gli uomini di Yahwè, quelli che temono l’invasione del mio popolo ed hanno nei secoli ucciso, depredato, impoverito, violentato. Avrei voluto conoscere Allah il più clemente, il più misericordioso. Avrei voluto conoscere la bontà di Yahwè, colui che è da sempre e sempre sarà. Ed invece ho conosciuto soltanto i miei fratelli, figli del mio stesso padre. E non c’è perdono, non c’è tolleranza, non c’è negligenza su cui poter indulgere nell’osservare la canna di un kalashnikov, la stessa identica canna che impugna Ismaele, mentre scruta dal deserto Isacco pronto a far suo il prossimo bottino, con il colpo in attesa di essere sparato come l’unica, rimasta preghiera ai figli di padre Abramo. Inshallah. Dio benedica il suo popolo.
 

Attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe. Ma io farò diventare una grande nazione anche il figlio della schiava, perché è tua prole. ( Genesi 21 )