Archivio mensile:settembre 2008

Under

È accaduto senza che me ne rendessi conto. Non c’ho pensato più di tanto, non c’ho riflettuto. È accaduto soltanto perché senza volerlo ho messo il piede nell’impronta lungo la strada, l’impronta più grande di te. Appena un palpito, e poi lo sprofondo inavvertito. Non il viso, non le mani, non la voce. Quanto invece quella sensazione di mantenersi in equilibrio sulle tegole disunite di un tetto, provando a camminare per arrivare dall’altra parte. Lì in alto, che puoi osservare tutti giù, lì in alto dove ti senti più forte ed invincibile. Il brivido di un tocco tra la folla, sempre troppa. Una folla fatta di tutta la gente ch’esiste al mondo in quell’unica strada dove stai camminando. E la compostezza dei gemiti, delle mani che reclamano altre mani. Desideri sfrenati, sciolti. Impazziti. Come le cinture slacciate dei pantaloni, le asciugamani cascate a terra di notte. Ed insieme a tutto questo uno strano, sottile assaporarsi senza che le lingue si sfiorino, prendersi l’un l’altro senza che vi sia lo spazio adatto, quello sufficiente a godere. Ritrovarsi in un vicolo stretto, riconoscere gli odori, i colori. I vetri. E poi le notti. E gli interminabili battiti dei baci che metti nel posto che tu scegli. Sulla schiena, languidi lungo le cosce, lenti intorno alle caviglie. Dietro la nuca, leggeri. So dirti solo di questo. Dopo molto, come un tempo. Con le stesse parole che quel giorno. Con quello stesso lampo negli occhi. Lento, lento da morire. Lento come i minuti che si snocciolano prima di andare a dormire. Te li passi tra le dita nel silenzio della notte credendo che guardare indietro il trascorso possa insegnare per il futuro. È lento si, come l’attesa all’aeroporto di un volo in ritardo, seduto in un angolo con il libro in mano ad ingannare il tempo. È lento come il treno che si prende la sera per tornare a casa dopo esser stati via. Qualcosa frena la corsa sui binari come per aumentare il peso del distacco da chi si è lasciato altrove. È fluido, maledettamente fluido come lo scorrere del sangue nelle vene attraverso i più piccoli condotti del corpo. Sotterraneo come le metropolitane che viaggiano veloci, piene di gente, di rumori, di cuori che battono nella confusione. È la pioggia che penetra il terreno arido. Che riempie le insenature. Sono le dita esperte che accarezzano ed acquietano il tremore della pelle svestita. Un nodo ribelle e testardo tra i capelli che si scioglie. È un foulard di seta che avvolge le spalle. È spogliarsi nella penombra, nel silenzio mentre senti un respiro posarsi sulla tua schiena. Qualcosa come la punta della lingua che ruota avidamente attorno ad una caramella. Pianissimo. E ancora più piano. Fino a consumarla tutta. Qualcosa che più o meno suonava come scrivimi ancora. Qualcosa che più o meno sì, è andata così.

Volti

M’hanno chiamata Miriam da prima che nascessi. Sussurravano il mio nome quando ancora ero nella pancia di mia madre. A lei piaceva il fatto che le sue labbra dovessero unirsi per ben due volte per chiamarmi. Come se ogni volta che nella vita dovesse pronunciato il mio nome avrebbe potuto baciarmi prima la fronte e poi scendere sul naso. Mio padre era geloso di tutti quei baci. Per questa ragione mi chiamava piccola. Me lo sono portato addosso questo nome come il marchio di fabbrica nella produzione delle merci. Un po’ come ciascuno porta addosso il proprio. Impresso negli occhi. Scandito a fil di voce. Ammorbidito dalle bocche. Calcolato. Quando fui più grande mi spiegarono che il mio nome aveva la radice forte nella sua sillaba iniziale. Una sorta di accentrazione, di possesso, di determinazione e stabilità. Di efficacia. Di forza. E così sono cresciuta convinta, sicura, di poter esserci sempre. Di poter decidere. Di poter programmare. Un po’ come si fa delle partenze, che giorni prima si organizzano i biglietti e i pernottamenti. Non avevo mai pensato che un giorno mi sarei ritrovata a guardare a tutte le cose che non ho deciso io, e che pure sono accadute. Qualcuna l’ho subìta, qualcuna ho saputo piegarla al mio volere. Delle cose che non ho deciso io, la maggior parte mi sono state affidate come fosse l’obiettivo finale di un grande progetto da concludere. Non ti viene dato di conoscere il tempo che dovrai impiegare per raggiungerlo, non ti vengono forniti gli strumenti di lavoro, non ti vengono precisati i ruoli che dovrai svolgere o i luoghi presso cui dovrai recarti. Tutto è rimesso alla tua volontà ed alle circostanze. Confusamente, come confusi sono alcuni sogni che si fanno di notte quando vai a dormire pensando a qualcosa che vorresti. E poi c’è tutto quello che viene chiamato occasioni. Come fossero le briciole che devi impinzare nel piatto con la punta delle dita. Arrivano furtive, tu arranchi come in equilibrio precario, ed a volte non cogli. Frutto di alberi troppo alti. E ci sta poi tutto un voltarsi di volti, che s’inseguono e s’incrociano. Si guardano e non si toccano. Di tutte le cose che non ho deciso io alcune le ho prese come schiaffi in pieno viso. Ti porti i segni indosso e nessuno li sa identificare. Neanche tu. C’hai queste tre o quattro dita che ti solcano la faccia e non sai rispondere a chi ti chiede se t’hanno fatto una carezza così dolce da non poterla dimenticare o se t’hanno massacrato. Di tutte le cose che non ho deciso io, alcune si sono appiccicate sulla schiena come un parassita. E la beffa più grande è saperlo. Sì. Ma non riuscire a toglierle di dosso. Ed ancora tutte le cose che credi di aver lasciato ieri, ed invece ti aspettano al varco un giorno sì ed uno no. Ti scrutano nascoste con la costanza del tempo segnato da un metronomo. Tic tac tic tac tic tac. Ballano da sole. Ne ascolti il ritmo. Ma non riesci a starci dietro davvero. Per esempio un pianoforte da accordare. Da accordare che ti dia un bel suono. Armonico. Per esempio guardarsi allo specchio e provare inutilmente a distendere le rughe che si formano tra le sopracciglia. Quelle che qualcuno chiama di espressione. E poi quelle cose che quando torni a casa dopo un lungo viaggio credi di ritrovare nello stesso esatto posto in cui le hai lasciate, ed invece qualcuno in tua assenza le ha spostate. E t’affanni a cercarle mentre ti salteranno in faccia nel momento preciso in cui smetterai di rovistare dappertutto. Verranno probabilmente fuori da quell’unico angolo che non hai violato. A volte vorrei aver avuto un nome diverso. Perfino certi nomi, perfino certi nomi sembra ti stiano attorno, anziché dentro, e ti prendano in giro. A volte, perfino i tuoi stessi sogni. Un nome, come alcuni sogni. Che il primo sai, in fondo, di portare con te dovunque. Mentre gli altri, gli altri fatichi a riconoscerli. Fatichi a riconoscere perfino, in certi giorni, se sei tu che hai deciso di lasciare indietro qualcuno di loro, o se qualcuno di loro ha deciso di lasciare indietro te.

Richiami più tardi

Tenga a portata di mano il codice fiscale e il numero cliente. Il tempo d’attesa stimato è inferiore a … quattro minuti. (Musichetta). Cade la linea.
Tenga a portata di mano il codice fiscale e il numero cliente. Il tempo d’attesa stimato è inferiore a … quattro minuti (ma sono sempre quattro minuti qua ?). (Musichetta). Chiudo io.
Tenga a portata di mano il codice fiscale e il numero cliente. Il tempo d’attesa stimato è inferiore a … quattro minuti (se, vabbuò). (Musichetta). La chiamata è stata trasferita all’operatore n. … Pronto sono Cira per cortesia chiami piu tardi. Cade la linea.
 
Dopo un’ora e mezza :
 
Tenga a portata di mano il codice fiscale e il numero cliente. Il tempo d’attesa stimato è inferiore a … due minuti (che culo !). (Musichetta). Cade la linea (volevo dire io …).
Tenga a portata di mano il codice fiscale e il numero cliente. Il tempo d’attesa stimato è inferiore a … sei minuti (ma come ?). (Musichetta). La chiamata è stata trasferita all’operatore n. … Pronto sono Marco di Enel Servizio Elettrico abbiamo tutti i sistemi bloccati, per cortesia chiami piu tardi. (Fanculo Marco).
 
Dopo tre ore e qualcosa :
 
Tenga a portata di mano il codice fiscale e il numero cliente (un altro po’ pure in bagno me lo porto ‘sto cazzo di numero cliente e codice fiscale). Il tempo d’attesa stimato è inferiore a … quattro minuti (ok, chiamano tutti ora insomma). (Musichetta). La chiamata è stata trasferita all’operatore n. … Pronto Enel Servizio Elettrico sono Davide, dica. Buongiorno Davide, senta io volevo sapere per quale ragione viene applicata la tariffa di non residenza sul nostro consumo elettrico. Poi, gentilmente, volevo anche capire come mai il nostro contatore riporta un tipo di fornitura differente da quello indicato in bolletta, e per concludere vorrei sapere, visto che siamo residenti da quando abbiamo fatto il contratto, se e come pensate di stornare le somme in più che appunto non erano dovute. Mi dia codice fiscale e numero cliente signora. Non si preoccupi, ora controlliamo tutto. (Santo Davide del Paradiso !). Signora … deve chiamare più tardi. Ci sono dei problemi ai terminali. La saluto. Anche te, Davide. Tanti saluti, pure in famiglia sa. Salutami proprio tutti. Con tanto affetto.

 
A parte la chiacchierata con il call center di Enel, volevo comunicarvici anche, visto che non ho molto tempo per rispondere a tutti ma lo farò appena possibile, che scusa se non vengo, ma mo tengo troppo che fa’. (op. cit. mia nonna).

Another one

Poche cose amo al mondo quanto la pioggia. Proprio quella di oggi. Sottile, leggera, neanche te ne accorgi. Viene giù ininterrottamente e placida. Lenta. Se ne frega di tutti. Fa quel che vuole, e si posa dove vuole. Poi, voglio dire, certe cose accadono proprio quando sei dell’umore giusto. Fosse successo nei giorni scorsi non sarebbe stata la stessa cosa. A volte ti lamenti dei ritardi, ed invece le cose accadono semplicemente nel giorno giusto. Tipo oggi che piove. Guardare l’acqua venire giù, attraverso i vetri di casa con le tende nuove, appena messe, è davvero meraviglioso.

Fili, lacci e catene

Di mia madre ho sempre amato, adorato davvero l’atteggiamento di conquista e mai di soccombenza, nonostante tante situazioni difficili e difficoltose. Il suo modo di porsi con positività alle cose e alla gente e mai di critica o giudizio. Il suo così particolare modo di trarre da ogni cosa il senso, quello nascosto. Quello che ad occhio nudo non vedresti mai. Quello viscerale, in profondità. A volte fatico a parlare con lei, sì. Perché sa mettermi davanti delle verità così spicciole in maniera assolutamente chiara e determinata che mi disorienta. Poche parole, dritte al bersaglio. Pum. Niente giri, niente rocambolesche curve, niente risalite e discese improvvise. No. Dritta, all’obiettivo. Chiara, più chiara della chiarezza stessa. Ieri sera siamo stati a cena dai miei. A volte lo facciamo, non sempre. Ci piace star a casa nostra, mangiare insieme, ripulire la cucina o mettere a posto le cose. Le coccole, l’amore. Una doccia, andare a dormire all’ora che ci va. Mentre mio padre non mi molla una sola mattina, mentre lui non vivrebbe senza il nostro caffé quotidiano preso insieme giù al bar, vedo poco mia madre. E quando la vedo abbiamo poco tempo per parlare davvero, come facevamo una volta. Ma ieri sera è stato diverso. Le ho raccontato una serie di cose, una serie di episodi su cui volevo il suo parere. Pochi secondi dopo aver parlato me ne ero quasi già pentita. Ecco quà, con una frase lei liquida tutto. E tu invece vorresti che capisse meglio, e allora racconti meglio un fatto, con tutti i particolari. Tutte le circostanze. E chiedi ancora il suo parere. E vorresti che il suo parere fosse riferito alle cose così come si vedono, senza andare oltre. Vorresti, a volte, che lei non avesse una spiegazione per tutto. Ed invece lei ci va oltre. Lei non guarda mai alle persone di per sé stesse, ma oltre. Nei gesti della gente ci vede l’animo che le muove. Nelle parole che dicono ci vede il senso che in realtà non vogliono tirare fuori ma c’è. E lei, come prima, di nuovo. Una sola frase per sbrigliare una matassa intricata, complessa. Contorta. Una sola frase che non riesce a lasciarmi da ieri sera. Non riesce ad acquietarsi, perchè sì, ha centrato l’obiettivo anche questa volta. Tu stai lì a chiederti perché alcune persone fanno delle cose, e perchè vengono approvate, perché tutti ne parlano ma nessuno ha il coraggio di dire chiaramente che ci sono degli errori, perché si convive come nulla fosse con qualcosa che invece è del tutto sbagliato. Perché la gente cade in cose assurdamente fuori luogo, perché ci si comporta in un modo del tutto incredibile. E lei, con i suoi occhi grandi e neri, quegli occhi che sanno fulminarti d’amore e di intuito, lei ti dice una sola frase. Lei che mi ha insegnato che parlare è la cosa più importante nel percorso della comunicazione con gli altri. Lei che mi ha insegnato che le parole hanno un peso, un senso esatto, una forza come poche altre cose. E tutto un cerchio si chiude. Ed io ancora ci sto pensando. Perchè è vero, anche questa volta è vero. E anche ieri sera non ho potuto fare altro che rilasciare la tensione dalle mie spalle nel chiacchierare con lei, accasciarmi più comoda sulla sedia, sorriderle disarmata. Disarmata. Per abbandonare le armi mie, e fare tesoro delle sue. Ancora una volta.

Vedi, c’è gente che entra in un luogo o dentro qualcuno con dei fili. Con il tempo tessono lacci. E prima o poi saranno catene. Ma tu non dimenticare mai che non esiste catena al mondo che non possa essere spezzata.

Fiat Lux

In questi giorni c’avevo un bel post politicamente [s]corretto bell’e pronto da pubblicare. Uno di questi di tendenza oggi, questi che tutti si sono svegliati dal sonno all’improvviso. Tutti c’hanno mo mo la coscienza civica lesta e saggiata. Una coscienza civica veicolata. Non si sa chi ha votato Berlusconi, e quello intanto sta là a fare i suoi giochi. E nessuno si raccapezza di questo fatto. Me compresa. Un post di quelli che almeno uno volta ogni quattro giorni devi azzeccarcelo, devi chiacchierare di grilli, travagli senza parti conclusivi, dipietrini d’assalto che non sanno più dove mettere le mani finanche ai campi d’olivo della terra natìa attendendo un’autostrada che non ci sarà mai, maroni interni che si sono fatti come le mongolfiere, precariati da affondare come clandestini sbarcati a Lampedusa e che in realtà, ma solo se sei capace di rifletterci più di mezzora e se possiedi gli adatti strumenti di traduzione e comprensione di un testo normativo, vengono salvati dall’ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit. Insomma, c’avevo un post bello serio e documentato. Uno proprio fatto con i fiocchi eh. Robe che volevo un attimo chiacchierare di ‘sta cosa del grembiulino obbligatorio alle elementari, che come idea è fantastica. Pure quella del maestro unico. Insomma, è pure giusto che ci si preoccupi di questo mentre la scuola ormai va a rotoli. E mentre che tutti i bimbettini vanno a scuola come noi si faceva una volta, che ti chiedi se anche loro c’avranno il colletto bianco fatto ad uncinetto dalla nonna, ai piani superiori si inserisce il malefico sette in condotta. Che fa media, occhio. Insomma, cose serie per i ragazzi. Cose che loro si spaventano e la smettono di fare i bulli, di palpeggiare le professoresse e di riprendere con il telefono cellulare le mazzate contro le lavagne per gioco. Volevo fare un bel post[icino] sul federalismo, su ‘sto Bossi che s’è ripreso dai malanni al solo sapere che tanto ha fatto, tanto ha detto, riuscì ad ottenere il futuro affossamento di mezza Italia circa. Come dire campo io, ‘sti cazzi che non camperai tu. E no, perché con la sanità finirà così. E vedrete se non finirà così. E cito la sanità per dirne una. Perché il problema è la gestione polico-amministrativa delle regioni del Sud. Ma loro dall’alto ci rassicurano, dicendo che saranno gentili. Che culo. Una suppostina insomma. Se si pensa poi che adesso manco più a puttane si potrà andare perché la cosa è talmente deplorevole che oltre a pagare loro pagherai anche una multa … non si può dire che manchino bersagli da colpire eh. E poi nel post ci volevo pure mettere la paventata e futuribile riforma della giustizia, che è diventata peggio di un incubo. Il presidente di ANM non ci dorme, il Presidente della Corte Suprema di Cassazione non ci dorme, il Presidente della Corte Costituzionale non ci dorme. Solo i GOT ed i VPO ci dormono. Come sempre, dormono. Anche in udienza, sono coerenti almeno. Per concludere ci volevo anche infilare una cosina sulla questione Alitalia, se penso a tutti i mila posti di lavoro che faranno fuori e a questi sindacati che stanno trattando col Governo per evitare fallimentari game over insert coin. Ma poi si vola troppo in alto. Ed io, blogger di bassa lega, non me lo posso permettere. Ma perché poi come si fa a dialogare di questioni politiche in due battute ? Diciamoci la verità, mica è tanto soddisfacente. Voglio dire, per me non lo è. Sei obbligato ad una sintesi allucinante, e se la sintesi ti difetta di natura meglio continuare ad affrontare questi discorsi senza guardare l’orologio, e muniti di birra o caffé. Faccia a faccia, come da sempre. Insomma, volevo fare tutto un post così, ed invece niente. Niente perché su questi argomenti non riesco ad essere sintetica. E’ più forte di me andare oltre il due più due fa quattro solo perché lo dice il Papa [ che poi oddio, se lo dice il Papa allora c’è proprio da diffidare ], che c’è pure rimasto male che i vescovi di alcune diocesi italiane rifiutano di uniformarsi al motu proprio di un anno fa sulla messa in latino. Il Papa ha così tanta paura dei cambiamenti che onde evitare si lancia col ritorno al passato sulla lingua. Per cominciare. Sperando che non mi venga ad inquisire ed incendiare nella qualità storica di eretica per il mio distacco d’anni fa dalla chiesa madre.  E così, affranta dal dolore di non poter contribuire all’ondata di coscienza collettiva risvegliata, a mo’ di pentecoste moderna, m’è sovvenuto il mesto e triste pensiero di defilarmi silenziosamente.
 
Poi, all’improvviso, un lampo.
 
Situazione ore otto e trenta circa di stamane. Sono in un ufficio sanitario per prenotare un esame di controllo. Sedute, in attesa, accanto a me due ragazze. Una raccontava dell’azienda in cui lavora. Diceva che si è rotta le palle del suo capo ed anche di fare la segretaria. Dice che è sobbarcata di lavoro tanto da non arrivare mai, la sera, a terminarlo tutto. Parla affannosamente, gesticola. Si lamenta. Poi pausa. Ma a che numero siamo arrivati ? Uffa che palle ‘ste file oh. E riprende a lamentarsi. Ancora, di nuovo. Troppo lavoro, troppo lavoro, troppo lavoro.
L’altra per pronta risposta :
Pensa te … All’ufficio informazioni del distretto militare dove lavora mia madre, le colleghe sbucciano i piselli per tutto il giorno. E pigliano pure lo stipendio.
 
E la luce fu.

Punti

Quest’estate ho sciroppato quattro libri. Il cacciatore di aquiloni, che non avevo letto ma di cui avevo visto il film. E m’è piaciuto tantissimo. Mille splendidi soli non poteva non seguire, visto che il primo l’ho divorato in tre giorni. E Mille splendidi soli è un libro che non può lasciarti così com’eri prima di leggerlo. La solitudine dei numeri primi, che ti fa restare inevitabilmente con l’amaro in bocca sul finale. E poi questo, Il seppellitore di bambole, che è datato ma che non conoscevo. Aveva attirato la mia attenzione in libreria per il titolo, come spesso accade. Ecco, se dovessi consigliare un libro, consiglierei questo. Per chi fosse interessato a comprendere alcuni meccanismi, che sembrano folli ed invece sono perfetti, nella mente umana. Uno si chiederà, che c’entrano le tue letture ? Niente, che c’entrano. Non c’entrano infatti. E’ che ogni tanto ci sta bene di infilarci un pensiero che non c’entra. Se no si perde il vizio. Punto.

L'Artista e la Dolcezza

Quando le giornate non ti danno respiro c’è poco da fare. Hai da stare in apnea finché trovi un secondo per prendere aria. Allora in un secondo che è velocissimo, più veloce della luce, non posso fare a meno di scriverlo. S’è atteso un anno e più per organizzare quest’evento, così come per organizzare quello mio di quattro mesi fa. Ci sono famiglie in cui i figli faticano a staccarsi, e famiglie in cui i figli si staccano tutti d’un botto. Eggià. Noi siamo figli decisi. Decisi e sicuri sempre delle proprie scelte. In ogni cosa. Ed infatti, noi ci si stacca come quando si fa la ceretta. Una botta secca e via. E’ per questo che un anno e mezzo fa s’è deciso che si sarebbero messi a dura prova i nostri genitori, annunciando sia io che mio fratello che nell’arco di questo anno corrente avremmo preso le nostre strade con le persone che amiamo da molti anni. Devo dire, mammina e papino sono eccezionali e all’urto dei due unici figli che prendono la loro strada nella vita a distanza di pochi mesi l’uno dall’altra reggono bene [ tranne mio padre che a volte, sotto mia esplicita provocazione al pianto disperato, va nel pallone totale e si mette a frignare. E io rido troppo ]. La verità è che loro c’hanno lasciati andare da sempre, liberi come solo la libertà di camminare nella vita con le proprie gambe e secondo le proprie responsabilità sa essere.

Al mio fratellino, che è il cuore mio e l’unico grande artista che adoro nella mia vita, e alla dolcezza di donna che ha scelto di avere accanto per tutta la vita, cui sono legata da un rapporto di estrema complicità e grande affetto, gli auguroni grossi grossi grossi di me medesima, anche virtualmente che esisto oltre che fisicamente, e del mio marituccio. Siate felici, vivete ogni cosa come fosse sempre nuova, non abbiate paura. Di nulla. Non abbiate paura mai.

06.09.2008

[ ‘Orca ladra. Non sta bene commuoversi in diretta. ]