Archivio mensile:novembre 2008

Under skin

Che poi sono momenti, piccoli. Istanti, impercettibili forse. Che ne sai tu. L’attimo dello sblocco. Che ne sai, tu. Tipo quando pensi ad una cosa e l’unico gesto che può accompagnarti nel pensare a quella cosa è allungare le gambe sulla scrivania. Che scosti la sedia un po’ e ti fai spazio. E ti dici che in fondo non te ne frega niente di chi ti può guardare, entrando. Che importa adesso. Meno di poco. Quasi niente direi. Svelti, momenti tanto svelti che tu neanche immagini quanto, sono quelli in cui perfino ti viene da ridere ripensando a certe parole. Tipo, ma tu chi sei. Eh. Ed il bilancio con il peso fuori misura, quello del cosa sei. La risposta sarebbe stata molto, molto più semplice. Strofinarsi la fronte, e rispondere alle domande degli altri quando sei sola. Come la nebbia. Che così nessuno ti può sentire, gli occhi non te li possono guardare. E le cose sono più leggere e se si disperdono poi conta poco, molto poco. Quante cose che ci stanno tutte insieme e i conti che ancora non hai imparato a fare come si deve. Foglio alla mano, matita sull’orecchio, e quadrature che non quadrano, e metri con cui non sai misurare, e cose da mettere e cose da togliere. E poi niente, questo. Tipo che all’improvviso ti guardi le mani appoggiate sulle gambe allungate. Ti guardi le mani, e sono un po’ screpolate.

Ma davvero devo metterci il titolo ?

 

Siccome ei fu sul mobile e stava coll’impiccio sessuale del momento, stette spogliata pure la memore, con lo spiro di quell’amante sul cor. Intanto che fuori la nebbia sui colli irti saliva nel che piovigginava e il maestrale s’incazzava mentre imbiancava le pareti esterne, il cacciatore marito della donzelletta e amante della memora spoglia che stava con l’ei fu sul mobile, ritornando dalle vie del borgo ubriaco al ribollir dei tini, invece che sparar sull’uscio i due fedifraghi, ferì mortalmente lo stormo d’uccelli neri. Si mise ad urlare la donzelletta dalla campagna, che non s’era accorta che il sole era calato in su da tanto, e manco s’era accorta che il cacciator, suo marito, amante a sua volta della memore spoglia che stava sul mobile con l’ei fu, s’era inasprito con l’odor dei vini. Però un po’ se l’immaginava. Vedendo gli uccelli neri cascar moribondi dal ciel, riconoscendo il fragor dei colpi coniugali, e conoscendo il ciacciator marito suo, pensò che s’era sbagliato bersaglio. Frattempamente, l’ei fu sul mobile continuava a sospirar con la memore spoglia, che era ormai quasi orba, ma ancora non proprio. La donzelletta allora si mise a fuggir di gente in gente, cercando il fratello Giovanni che però era morto. Incontrò l’amica risanata strada facendo, ma tempo tre secondi morì pur’essa. E così s’era concluso il ciclo dei trecento, quelli che erano giovani e forti. La donzelletta, presa al cor da paura, non s’illuminò più d’immenso e camminando camminando, fuggendo fuggendo per la morìa d’uccelli neri che ad essa pure facevano comodo all’occorrenza, evitando di ritrovarsi nella selva oscura e smarrir la diritta via, arrivò fino alle sacre sponde di Zacinto. E lì pianse, pianse amaramente dell’assassinio dei pennuti. Perché pur’essa, ora, non c’aveva più uccelli. Di là, intanto, l’ei fu si spostò dal mobile e portò la memore spoglia sospirante verso il letto. Che ci voleva dar altri due colpetti da bruto, mentre la memore spoglia diceva che fatti erano per seguir virtute e conoscenza. E giustappunto l’ei fu desideroso di conoscenze ancora di più. In quel frangente passò dinanzi al cacciator Luigia Pallavicini tutta fluttuante al galoppo. La Luigia, che era poco ligia ma assai furbetta, cadendo da cavallo si fratturò quattro costole. Il cacciator allora, sbollito il ribollir dei tini nella testa, s’affrettò a chiamare Grazia, Graziella e Grazi’o Cazz’ affinché la Pallavicina si riprendesse presto, e si facesse più vicina ancora. Tanto si fece vicina la Pallavicina, che, epilogamente, l’ei fu mandò via, finito il brutal servizio, la memore spoglia di tanto spiro che non ce la faceva più a sospirar, e andò a cercar la donzelletta perchè nessuno lo sapeva ma loro c’avevano un certo intrallazzo nascosto. Lo sapevano solo i trecento. Che morirono e quindi mai potettero dire al cacciator che se lui c’aveva l’amante, ce l’aveva pure la moglie. La Pallavicina si fece curar della caduta da cavallo dal cacciatore che ripose il suo fucile a terra in mezzo agli uccelli neri morti, e che com’esuli pensieri in quel vespero lì non sarebbero migrati più. Pace pure all’anima dei volatili. Alla memore spoglia, sedotta e abbandonata, non restò altro che uscir, da sola, a riveder le stelle. Lei proprio, che tanto dolce e tanto onesta pareva ma solo quand’ella altrui saluta. Perché per il resto lo sapevano tutti, anche quelli che non facevano parte dei trecento giovani, forti e morti, che in realtà era una gran troia.

Il giorno

 

Io, amore mio, quello che voglio dirti è questo. Il giorno che non potrò più usare le mie mani per toccare, accarezzare, per prendere il mio cibo o per vestirmi, per spogliarmi, il giorno in cui non potrò più capire se il dolore è allo stomaco, o alle tempie, o alle gambe, il giorno in cui non potrò più alzarmi dal letto la mattina, lavarmi da sola, pulire la nostra casa e sistemare tutto prima di uscire, quel giorno non urlare. Il giorno in cui non potrò più decidere a che ora andare a dormire la sera, a che ora mangiare, il giorno in cui non potrò più decidere cosa scegliere, quando scegliere, che colori indossare o come tagliare i miei capelli, ti prego non fartene un male. Il giorno in cui non riconoscerò i miei figli, o te, te che sei l’unico bene grande che ho avuto nella vita, il giorno in cui non potrò parlare, parlare e comunicare, parlare e piangere, parlare e strillare, parlare ed amarti ti prego non ti spaventare. Il giorno in cui non potrò più fare l’amore con te, non avvertirò il bisogno, la necessità, il giorno in cui gli stimoli vitali si confonderanno con la piatta ed indiscriminata sufficienza, il giorno in cui non saprò più liberamente scegliere che disco far suonare, che poesia leggere, quel giorno ti prego, tu non chiamare nessuno. Il giorno in cui non riconoscerò le note della nostra canzone ti prego tu non metterla sù di nuovo. Fa come se quella canzone non fosse mai esistita. Il giorno in cui non potrò andare a lavoro, non saprò distinguere la carta dal metallo, non capirò quello che le mie orecchie ascoltano a tratti, il giorno in cui non potrò più sedermi alla scrivania, non potrò più sfogliare i miei testi o scrivere una difesa, il giorno in cui non potrò più varcare le soglie delle aule, non potrò più indossare la mia toga, sistemarmi la giacca di sotto, schiarirmi la voce io ti prego, amore mio, quel giorno non dirlo ai miei genitori. Il giorno in cui non potrò più uscire, correre o guardare, respirare da sola o cadere, pensare, quel giorno non ti allarmare. Il giorno in cui non dormirò e se dormirò non sognerò, e se sognerò non ricorderò, e se ricorderò non saprò riderne con te al mattino, ti prego non preoccuparti di allenarmi la memoria. Il giorno in cui non potrò guardare te e dirti, dirti tutto, il giorno in cui non potrò impugnare la penna, o coprirla del suo cappuccio, il giorno in cui non potrò dire ciao a nessuno, non potrò capire chi mi sta accanto e chi non c’è, non saprò distinguere niente di tutto quello che ho sempre distinto, quel giorno non ti martoriare. Il giorno in cui non sarò niente di tutto quello che sono oggi, non capirò niente di tutto quello che riesco a capire oggi, non sentirò niente di tutto quello che sento oggi, quel giorno ti prego stai zitto. Il giorno in cui non riuscirò a guardare le foto e riconoscere i posti, il giorno in cui non ricorderò il nome delle strade, ti prego tu non metterti accanto a me a descrivere il passato. Non potrò sentirti. Non accarezzarmi la fronte, e non dire che mi ami. Non potrò capire, non saprò cosa dire, non potrò parlare. Non avrò comprensione di quello che dirai, non avrò sentore di quello che succederà, non avrò desiderio che tu lo ripeta ancora. Il giorno in cui accadrà questo, questo o forse molto altro, forse molto di più di questo, ti prego non portare indietro le lancette dell’orologio. E non chiamare nessuno, davvero nessuno. Non chiamare nessuno, non trasportarmi in alcun posto, non muovermi da dove sono. Il giorno in cui verranno a dirti che qualsiasi strada è inutile, qualsiasi tentativo è ininfluente, qualsiasi azione è irrilevante, il giorno in cui ti diranno questo e non vorranno andarsene, insisteranno per restare, tu ricordati, quel giorno, di trattare tutta questa gente come io ho sempre vissuto. Per una volta, per una volta tu che sei così diverso da me, per una volta tratta tutta questa gente come ho fatto io fino ad oggi. Come farò fino a quel giorno. Ruoli da puttana, ruoli da cliente. Non tener conto dei giudizi. Pagali. Salda con ciascuno di loro il debito che io stessa ho contratto, chiudi i conti con ciascuno di loro per la somma che io stessa ho stabilito. Sii gentile, amore mio, sii gentile come tu sei. E poi salutali. Anche da parte mia. Facendo ad uno per uno le mie piu sentite scuse quel giorno, che non potrò neanche accompagnarli fuori da brava padrona di casa. Poi torna da me. E chiudi la porta. Guardami senza avere paura. Non saprò dirtelo, non ne sarò capace, non avrò i mezzi per farlo, mi sarà impossibile. Ma io, in quel momento, paura non ne avrò.

Distrazioni

 

 

La gente è piccola, come i granelli della polvere. È così piccola che puoi tenerla nel pugno della tua mano e neanche si accorge che l’hai presa. E la puoi stringere e non ti dice che le stai facendo male. La gente galleggia. Un po’ dappertutto. Non la senti parlare perché la gente non parla, no. La gente mormora. Un sibilo che ti fa fischiare le orecchie, che le tendi per capire da dove viene e non ti rendi conto. Ti smarrisci, per esempio. Ti smarrisci cercando. Non la vedi camminare perché la gente non cammina, la gente sguscia via. Come il burro dalle mani. Butti un’occhiata e provi a capire dov’è che è andata. Svolti l’angolo e lei puff. Chissà in quale portone. E la gente non ti guarda. La gente ha mille occhi, ne ha dappertutto la gente. E non ti guarda. Ti vede. Come si vede la propria mano destra ogni giorno e non desta stupore. La gente ride, ride fragorosamente che è davvero convinta che quel di cui ride sia divertente. Ride che guardando la gente ridere ti chiedi se ridere faccia davvero bene. E certe volte io mi sono detta che avrei voluto almeno la metà di quel suo convincimento. Di quella sua sicurezza che la cosa faccia ridere davvero. Avrei voluto almeno la metà di quel suo vedere e passare oltre, di quel suo mormorare sottovoce. Almeno la metà di quel suo sgusciare. Io a volte avrei voluto almeno la metà di quel suo galleggiare. Di quel suo svoltare furtivo gli angoli delle strade e non farsi trovare. La gente è stupida, così stupida da far rabbrividire. Ed io avrei voluto moltissime volte essere stupida allo stesso modo. Esser stupida e non aver cose su cui riflettere, o alle quali pensare, o non avere il mio metro di misura degli eventi, o non avere il mio filtro per selezionare e dividere le scorie dal raccolto buono, oppure non avere nulla di cui parlare davvero. Avrei voluto tante volte che nulla fosse poi importante. Avrei voluto, spesso, non avere cose importanti. Ho lasciato un paio di occhiali da sole lì, lì dove tu sai. Mi ero seduta su un gradino, e la piazza era così grande che non ne avevo mai veduta una tanto grande. Per dei minuti sono stata sola, staccata dal resto del mondo. Giocherellavo con gli occhiali facendone scivolare le aste tra le dita. La piazza era grande, davvero lo era. Ed io ho pensato che in quel momento non c’era nulla che potesse importarmi più di stare lì. E che qualsiasi cosa fosse accaduta, qualsiasi persona potesse venirmi a prendere, qualsiasi evento si fosse verificato, io da quei gradini, per il tempo che avevo deciso, io non mi sarei mai alzata. Mi sono guardata le scarpe, ed ho pensato che erano rovinate. Poi ho alzato il viso, gettandomi i capelli indietro, caduti davanti la mia faccia. In quel momento ho pensato che avrei dovuto tagliarli. Ho posato gli occhiali da sole affianco a me, ed ho passato le mani sulla mia testa. Ho messo le dita sulla fronte, e mi sono detta che deve esserci un segreto, un modo, un motivo o una possibilità, da qualche parte, in qualche caso, non so come, per fermare il flusso dei pensieri. Un bambino mi ha guardata. Aveva un’espressione incuriosita. Io gli ho sorriso, lui ha cacciato la lingua fuori dalla bocca ed è corso via. La gente che era nella piazza stava dispersa. Io invece mi sentivo la persona più raccolta del mondo. Raccolta che nessuno avrebbe potuto sfiorarmi. È stato così che ho pensato che la gente non avrebbe mai potuto sentirsi come mi sono sentita io, non avrebbe mai potuto sorridere come ho fatto io in quell’istante preciso, sorridere di me come io so. Nel modo che io so. La gente non si sarebbe mai sentita grande, grande come la piazza. In quel momento mi sono alzata. Ho girato dietro la mia borsa a tracolla, mi sono stretta un po’ la giacca davanti, ho messo le mani in tasca e mi sono avviata verso gli altri. E adesso, dov’è che si va ? Ho lasciato un paio di occhiali da sole lì, ci giocherellavo tra le mani, li ho poggiati a terra e poi sono andata via senza riprendermeli. Che distratta. Li ho lasciati lì dove tu sai, che un prezzo da pagare per la distrazione ce l’hai sempre. Quando passi di là, io lo so, l’immagine di me seduta sui gradini con le ginocchia al petto è più forte di te e del tuo modo di camminare svelto, è più forte della tua fuga. Quando passi di lì io lo so che il tuo volto mi cerca. Quando passi di lì tu fa uno sforzo. Prova a non fermarti più con gli occhi. Prosegui oltre. Che lo sappiamo tutti e due, non li ritroverò. E lo sappiamo tutti e due che adesso, se ci pensi, neanche mi servono più.

Mani in alto

 

Quando lessi Gomorra rimasi sconvolta. L’ultima volta ne ho scritto qui. Come molti, come tutti quelli che l’hanno letto. La cosa che mi sconvolse al di là di ogni pensiero fu che no, la camorra non è circoscritta. La camorra non è campana. La camorra non è territorialmente relegata. La camorra non è della povertà e non è delle campagne. Mi sconvolse prendere coscienza davvero, diversamente dal passato, del fatto che la camorra è più della piovra che un tempo si diceva essere la mafia. Mi colpì l’estensione, la sottigliezza dell’ingresso e del farsi strada serpentinamente fuori dai confini. E al tempo stesso mi colpì quanto cielo aperto nazionale ed internazionale c’è sul Sistema, e neanche ce ne accorgiamo. Nella città in cui vivo io ospitiamo e paghiamo, a fronte del servizio che ci offrono, società che hanno legami illeciti acclarati. Le ospitiamo pubblicamente ma con garbo. Così come il nostro carcere. Vincono gare di appalto a dispetto di altre grandi società italiane che sono pulite e non si comprende mai bene perché non riescano ad aggiudicarsi le gare o, peggio e spesso, neanche a parteciparvi. Tre o quattro diramazioni societarie, provenienti dal medesimo unico capostipite, fanno fuori tutte le altre. Prestanomi su prestanomi. Qui da noi molti servizi pubblici sono affidati a personaggi poco lucenti. Le strade nostre sono pulite. Qui l’immondizia te la portano via davvero, ad orario fisso. Ogni giorno. Spettacolare. Nessuno si chiede per quale motivo qui non ci lasciano l’immondizia per strada, come succede in altre città. Nessuno se lo chiede perché alla gente di questo posto interessa solo che il sacchetto puzzolente sia portato via. Qui è così. Io pago, tu mi porti via l’immondizia. Cosa ne fai non mi frega. Finché non ci sparano addosso, va bene così. Che c’importa. Questa è una regione dove tutto va bene ed il marcio non si vede, perché è così che piace alla gente del posto. Alla gente qui piace non vedere. E se vede alla gente del posto piace non dire. E per questa ragione le voci che si levano contrarie non sono gradite. Ne so qualcosa, per esperienza diretta anche professionale, e ne so qualcosa anche perchè il sangue è diverso e te lo senti dentro. Qui, inoltre, puoi camminare alle due di notte da sola e non si ferma neanche un’auto. Puoi lasciare la macchina aperta sotto casa. Il mio scooter è da quattro anni quotidianamente appostato sotto al portone di notte, per tre anni e mezzo sotto casa dei miei e da sei mesi sotto casa mia e di mio marito. Semplicemente a sterzo bloccato con il giro della chiave. Non possiedo catene, non le ho mai avute neanche per la mia bicicletta. Qui nessuno ti tocca niente. Perché qui non hanno bisogno di toccarti nulla. Non hanno interesse a toccare i tuoi beni. La tua auto, lo stereo, le cose in generale. Qui manco ti rubano in casa, e se succede quando è successo è stato accertato che l’autore non era uno del posto, ma un extracomunitario. Al mio incontro con la Duchessa lei provvidenzialmente mi intimò di girare l’anello che avevo al dito anulare. Ehi, giralo, che qua ti staccano il dito. Da noi nessuno si abbassa a questo. Qui si fa tutto ad un livello più alto. Quando vado in giro per l’Italia per lavoro o comunque quando sono sola in qualche posto mio marito non manca mai di farmi il decalogo di tutto quello a cui devo stare attenta. Occhio alla borsa, per esempio. Mi raccomando, occhio alla borsa che ti conosco, e non è in tutti i posti come qui. Da noi non esiste stare attenti alla borsa mentre cammini per strada. Io giro in scooter e me la porto in spalla penzoloni. Figuriamoci se qui ti scippano. Qui puoi davvero giocare nei cortili o nelle piazze senza la presenza dei genitori. E qui non c’è grossa imprenditoria, non ci sono grossi capitali da muovere sui quali guadagnare ulteriormente. Qui, da me, c’è la regina del malaffare italiano. La pubblica amministrazione. E’ un luogo di lavoratori pubblici. Qui tutti, o quasi, sono impiegati della pubblica amministrazione. Ed ecco perché la gente del posto non vuole vedere e se vede non vuole parlare. Perché qui si sta tutti sotto grande mamma p.a. che è stata e forse sempre resterà santa protettrice degli affari pubblici più loschi. La Regione, la Provincia, i Comuni, le Comunità Montane, l’Azienda Sanitaria, enti pubblici anche non economici o grosse società a partecipazione statale per la maggiore che quindi comunque assicurano la serenità del cosiddetto posto fisso, sono il fulcro di questo territorio. Tutto, allora, diventa meno evidente e più nascosto. Qui è così. In questo territorio non ci saranno mai, probabilmente, né sparatorie né discariche abusive né faide sanguinolente. Qui c’è la parvenza della legalità. Qui ci sono le carte bollate, le autocertificazioni, investimenti minimi. Qui non c’è estorsione, non c’è il racket, e non si paga il pizzo. Perché i commercianti non rappresentano la ricchezza del posto. Qui i commercianti campicchiano, e sono pochi rispetto ad altre categorie di lavoratori. E gli imprenditori si muovono sul mercato senza fare troppo danno e senza guadagnare in fondo molto. Le società illegali che operano alla luce del sole in questa regione lo sanno. La strada percorribile per ottenere quel che si vuole, qui, deve necessariamente essere un’altra. Si deve entrare dalla porta principale con il vestito buono. E così l’illegalità passa attraverso gli uffici, si spoglia dei colpi sparati a salve, scende dai motorini, toglie il casco e si va a cambiare per indossare i panni eleganti, salire in auto blu e recarsi alle riunioni politico-istituzionali. La maggior parte dei reati esistenti ed oggetto di processi nei nostri tribunali appartiene ai reati contro la pubblica amministrazione. E se altrove puoi dire di aver guardato in faccia un assassino mentre sparava con il suo kalashnikov, qui non sai mai contro chi e per cosa incazzarti. Ti senti spesso un don chischotte contro troppi mulini a vento nascosti dietro la legge ed i poteri che la legge concede. Allora non la si chiami camorra, e non la si circoscriva ad un territorio come altrove fosse inesistente. La si chiami illegalità, consentita e gestita pubblicamente. Una illegalità che tale non sembra solo perché non ci sono morti ammazzati, ma che più ci vede silenti e più ci rende conniventi con essa.
A Roberto Saviano, come scrittore e come persona, l’onore di aver avuto il coraggio di mettere nero su bianco, e di portare alla conoscenza di tutti la camorra dei Casalesi ed altro ed il loro operare. A noi il compito di raccogliere il frutto seminato in terra nazionale buona. E di vedere che l’ignoranza è la vera sudditanza di ciascuno a qualsiasi sistema illegale ed illecito.
 
Raccolgo l’invito di Artista1969 e volentieri passo la parola a chiunque si trovi a fermarsi qui.
 
Il Progetto Gomorra gestito dalla fotografa Speranza Casillo raccoglie i volti di chiunque vuole mettere la faccia a sostegno della lotta per la legalità. Nel rispetto del diritto di ciascuno alla libertà e alla opportunità di partecipare, potete avere ogni informazione visitando questo link.
Se vuoi inviare la tua foto o fotografare chi, con Roberto Saviano, ha la volontà  di alzare una mano puoi farlo entro il 20 dicembre 2008 inviando un’email a [email protected]. Se le foto sono molte possono essere caricate su http://www.senduit.com (spedire il link unico a [email protected] ). Se sei un fotografo o semplicemente hai una macchina fotografica, se puoi, coinvolgi chiunque voglia aderire. Se sei un artista mandaci pure la tua foto oppure facci sapere dove possiamo venirti a fotografare.
Se sei a Roma : Martedì, 18 novembre ti aspettiamo all’Università  La Sapienza dove scatteremo le foto durante il concerto "Siamo in onda". Venerdì 21 novembre puoi farti fotografare presso il Caffè¨ FANDANGO, piazza di pietra 32/33 dalle18:30. Per info: 0645472913.
Da martedì, 25 novembre e per ogni martedì, fino al 20 dicembre, sempre presso il Caffè Fandango si organizzeranno altri shooting. Per info: 0645472913.

Eluana, inettitudine ed ipocrisie

 

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha stabilito il diritto alla salute di Eluana. La Costituzione sancisce il diritto alla salute all’art. 32, non il diritto alla non-salute. Se non vi è più alcuna possibilità di cura, di regressione e/o miglioramenti delle patologie, di speranza, per far vivere Eluana ebbene sì, il suo diritto alla salute che nei fatti le viene negato, perché impossibile concederglielo, è un diritto superiore a quello etico. Soprattutto perché lei ha scelto, tempo fa, di sottrarsi a qualsiasi insistenza di cure. Voglio però dire questo, voglio dire una sola cosa. Forse non è da buona cristiana, o forse non è da brava credente, e forse non è neanche da morale spicciola. Ma probabilmente è sì, da giurista. Il diritto non è l’etica. E la legge non è la moralità. L’etica ha il suo posto, la moralità ha il suo posto. La legge ha il suo. Intangibile, un posto intangibile perché è questo il sistema giudiziario e legislativo che l’Italia ha voluto nei secoli. Provo rabbia quando sento le trombe vaticane tuonare. Provo rabbia perché, appunto, il diritto non è l’etica. La Cassazione ha stabilito, in assenza di una legge, la sua interpretazione delle norme a disposizione per risolvere il caso. Se è vero come è vero che in Italia il diritto alla salute è inviolabile, perché rientra tra i diritti fondamentali di elevato rango costituzionale, è vero anche che Eluana non ha la possibilità di esercitare questo diritto e ricavarne beneficio. La sua condizione impedisce l’attuarsi del diritto alla salute. Lei stessa, tempo addietro, scelse liberamente, prestando quindi il suo consenso, di non farsi curare nel caso fosse diventata così come è oggi. E’ come se io facessi causa per chiedere al giudice di accertare il diritto di proprietà mio su una casa che in realtà non ho. Faccio una causa inutile. Non ho diritto perché non ho il bene materiale ad esso collegato. Parliamo di una cittadina italiana che invoca la legge italiana, o meglio che chiede un diritto costituzionale, senza poterne trarre beneficio perché versa in situazione di impossibilità oggettiva del suo realizzarsi. Perchè non vi è scampo, non vi è speranza. Tenere in vita Eluana è il concretarsi del diritto alla non-salute. Ebbene la Cassazione ha colmato, per questo caso che di certo farà giurisprudenza forte ed innovativa, un vuoto legislativo. Questa è la cosa più drammatica perché oggi numerose voci si elevano per dire che i Giudici sono degli omicidi. I giudici hanno questo compito, non se lo sono preso. Ce l’hanno. Quando una legge ad hoc non c’è e viene proposto un caso, il Giudice non può dire tornatene a casa perché non ho la risposta da darti. Non può. Non può perchè la Costituzione e l’ordinamento giudiziario nazionale lo impediscono. Per ogni caso giudiziario deve esserci risposta e risoluzione. E’ questo il nostro sistema. E’ questo il nostro Paese. Lavoro a contatto diretto con la magistratura, e potrei raccontarne di cotte e di crude. Non sempre i togati ( ed anche gli onorari a dire il vero ) godono della mia stima. Hanno il mio rispetto ma non sempre la mia stima professionale. Ma non posso non dire questo, che la Cassazione ha fatto il suo lavoro. Il suo lavoro è anche giudicare un caso colmando vuoti di legge. L’etica, la moralità non hanno posto. Se vogliamo che in Italia nella legge vi sia posto per l’etica e la moralità dobbiamo farle, le leggi etiche. In fondo, abbiamo leggi dello Stato sul divorzio, leggi sull’aborto. Non era forse anni fa anche questo terreno scottante sul piano etico e/o religioso ? Eppure in Italia si può abortire, e si può divorziare. Dobbiamo farle le leggi etiche, se le vogliamo. Magari ascoltando i moniti vaticani. Se vogliamo dar contro la Cassazione dobbiamo fare una legge che regoli i casi, i modi, i tempi, le condizioni per la eutanasia, altrimenti si taccia. Abbiamo voluto uno stato laico. Lo Stato laico è questo. Quando qualcuno perde una persona cara per malattie gravi e mortali, deleterie fino all’inverosimile di solito dice "sapessi, in fondo ha smesso di soffrire, meglio così". Vorreste forse dirmi che nessuno di voi ha mai sentito persone dire frasi del genere, dopo atroce sofferenza, lunga o breve, conclusasi con decesso del familiare perché tanto speranze non ce n’erano fin dall’inizio ? Io l’ho sentito moltissime volte. Le persone erano come risollevate. E chi forse non avrebbe voluto, se si fosse potuto, risparmiare al proprio caro una settimana di sofferenza, qualche giorno, anche solo qualche ora come le ultime che sono le più terribili per il malato ? Mi chiedo, e questo me lo chiedo da persona e non da giurista, perchè a fronte di uno stato terminale giunto alla fine ( cito ex plurimis ) diciamo "ha smesso di soffrire" ed oggi ci si scandalizza della decisione delle Sezioni Unite ? Che cos’è che ci fa scandalizzare così tanto, che si stacchi un macchinario ? E quell’intimo desiderio al capezzale di chi sta per morire "Dio, ti prego, fallo smettere di soffrire", quel pensiero non è forse intimamente omicida ? Ci consoliamo perché nel caso di Eluana la fine arriva dalla mano di un medico, di un padre, di chicchessìa mentre nei nostri casi la fine arriva dalla natura ? Questo ci consola ? Questo ci legittima ? Siamo coerenti. Riconosciamo le cose per come stanno. Una legge non c’è. Il Giudice deve risolvere il caso senza legge, argomentando sulle norme a disposizione che non sono specifiche in materia ma vanno interpretate e coordinate tra loro. Possiamo condividere o no la decisione della Corte. Ma dobbiamo farlo giuridicamente, non eticamente. Perchè la Corte non è chiamata ad attuare leggi etiche. Perchè leggi etiche sull’eutanasia non ce ne sono. E non mi sento, questa volta, di dire che i magistrati fanno morire le persone di fame e di sete. No, non mi sento di dirlo. Perché conosco la legge. E perché diversamente non poteva essere. Ed anche perchè non ho il coraggio di schierarmi umanamente in difesa di o contro alcune situazioni senza averle vissute. Come gli aborti. Come i divorzi. Lo ammetto, io questo coraggio di far suonare le trombe della mia elevata e immacolata moralità non ce l’ho. Perché se mio marito, se mia madre o mio padre, se mio fratello, se un mio figlio dovesse vivere, o meglio non vivere, proprio come Eluana io, forse, io probabilmente sì, io chiederei la stessa cosa che ha chiesto suo padre. Se fossi in quella situazione io farei lo stesso. Forse sì, forse no. Ma non ho il coraggio, oggi, di escluderlo. Ebbene sì, sono una vigliacca. Probabilmente pregherei e cercherei il miracolo totalmente disperata fino all’ultimo respiro del mio caro. Probabilmente però no. Proprio come quando poi ai funerali "mah, che ti devo dire … una liberazione .. meglio così, almeno ha smesso di soffrire". Finchè l’ipocrisia come persone, e l’inettitudine come sistema legislativo, tiene in vita ciascuno di noi in questa Nazione non avremo grandi frutti da raccogliere. Di certo però continueremo a chiacchiericciare con frasi fatte da buoni samaritani a suon di atti di dolore. Che chiacchiericciare con frasi fatte ci piace tanto. Tutti a batterci il petto pubblicamente. Tutti a giudicare il padre di Eluana. Che padre screanzato, non ama la figlia, come si può amare la figlia e volerla morta, che razza di esseri umani sono questi. Mi pento e mi dolgo, sì. Mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati che però nessuno conosce perchè li nascondo bene, per fortuna. Mi tolgo, io mi tolgo e forse non mi pento nemmeno. Che soltanto l’idea di alzarmi e giudicare un padre che arriva ad una decisione del genere, chiedendo che venga accettata dallo Stato, solo l’idea di giudicarlo ed additarlo come se io fossi il padreterno delle vite altrui mi fa venire i brividi alla schiena.

[ IL TESTO DELLA SENTENZA ]

Afonia ( con post post )

Quando ho paura le gambe non mi tremano quasi mai. Quando accade basta trovare un modo per sedersi e nessuno se ne accorge. Le mani le puoi mettere in tasca o dietro la schiena. Così nessuno le vede. La voce puoi camuffarla distogliendo lo sguardo dall’interlocutore e fissando un punto impreciso della parete. Fissi un punto impreciso della parete e tutto il tremore viene ricacciato dentro. Gli occhi puoi abbassarli. Nasconderli. Fin tanto che ti passa. Poi, quando tutto si calma, vorresti poter dire qualcosa. Qualcosa che avevi in mente prima che tutto accadesse e che è stato distratto dagli eventi. Volevi poter dire qualcosa che dopo poco non è più nel suo tempo, nel suo spazio. E allora mentre tutti si siedono, tu ti alzi. E resti lì impalata senza voce. Resti in piedi davanti a tutti e non t’esce la voce. Che poi alla fine non sono gli altri che aspettano te che parli e che dica loro qualcosa. Perché lo sai, in fondo, che loro si distraggono. Fanno finta di ascoltarti mentre in realtà fanno i disegni, fanno i fumetti sui loro fogli bianchi. Stai in piedi, e tutti seduti. Ti chiedi che ti sei alzata a fare. Te lo chiedi tu che un momento prima sapevi esattamente cosa ti sei alzata a fare. Sapevi esattamente cosa volevi e dovevi dire. Lo sai ancora. Ma spiegare il silenzio poi è così difficile. E così dopo interminabili istanti, torni seduta. Ti rimetti al tuo posto aspettando che il tremore non sopraggiunga di nuovo. E, per assurdo, in quel momento tutti si alzano. Tutti si alzano, ed urlano come matti.

Post post : Aggiornamento del 14.11.2008. Considerazioni varie. Mi appresto.

Passino le contestazioni, le voglie di riforme e cambiamenti, le opposizioni, e vabbé. Ma di grazia avere sulla strada sotto studio una fiumana di studenti che cantano una mattina mi son svegliato o bella ciao mi fa paura. Che facciamo, anziché spegnere i fuochi di questi tempi ci soffiamo sopra col rischio (rischio ?) di arrivare ad una ripetizione di tutto quel che accadde negli anni di piombo ? Mi sono affacciata alla finestra. Il primo pensiero che mi è venuto è stato cantare appresso a loro. Poi mi sono detta diamine, questa canzone è di un italiano assolutamente arcaico. Contempla termini che hanno un senso, o meglio specifico che hanno il senso realistico, fattuale, contenutistico, definito e circoscritto soltanto se inseriti nel storico contesto di nascita e/o di uso. Oh partigiano portami via. L’invasor. Al di là di tutto e precisando che queste considerazioni non si sostanziano nella posizione da un lato o dall’altro dico, accorgersi della vetustà di una canzone, che pure è storia italiana sì, ma storia trascorsa, non è già sufficiente a dimostrare che l’errore più grande, da qualsiasi fazione provenga, è quello di restare ancoràti a ieri, anziché pensare a domani ? Come si deve fare a far comprendere che avere il piede destro nel passato ed il sinistro nell’oggi non serve a costruire un buon futuro che sia del tutto innovativo e diverso rispetto a qualsiasi cosa abbiamo avuto finora ? Si salvi chi può.

In bianco e nero

14th street Greenwich Village – New York City

Questa foto l’ho scattata quando siamo stati a N.Y. Mi colpì così tanto il fatto di vedere dei lustrascarpe di colore inchinati davanti ai piedi di bianchi che non ho potuto fare a meno di dire a mio marito aspetta, guarda lì. Mi colpì il fatto che ci fossero ancora per strada dei lustrascarpe di colore. Mentre mio marito mi chiedeva di sbrigarmi nel camminare, dal momento che mi fermavo ad osservare qualsiasi angolo percorso delle strade, qualsiasi persona che corresse nell’attraversare i marciapiedi, non ho resistito. Greenwich Village, meglio noto come The Village, è uno dei sobborghi più incantevoli di Manhattan. Per le strade si respira l’aria artistica della gente che lo popola, è tutto un fluttuare di colori, locali, circoli culturali. Anche di giorno. C’è un’atmosfera frizzante, elettrica. Che va per i fatti suoi. Che non si fa contaminare dalle strade circostanti, così diverse, e che non contamina il resto. The Village è un mondo a parte. E’ un luogo in cui i grattacieli spariscono e all’improvviso il sole ti tocca la faccia e riesce ad arrivare sul suolo dei marciapiedi. Niente finanza, niente distretti economici, negozi vagamente naif. Ho scattato questa foto perché conosciamo tante cose, ma vederle o sentirle o farle proprie è tutta un’altra storia. E vedere dei lustrascarpe in un sobborgo che rappresenta storicamente il via di numerosi movimenti sociali, di proteste per diritti civili, di pensieri del tutto alternativi alle regole comuni, è stato quasi assurdo. Ho scattato questa foto, anche se non riusciii pienamente a capire quanto l’immagine che avevo davanti fosse una sorta di rito culturale, di tradizione in senso lato come moltissime altre cose, e quanto invece fosse davvero, ancora, attuale e quotidiana, lucida separazione razziale.