Archivio mensile:dicembre 2008

Osservando ( si )

C’è un momento in cui i vestiti iniziano a starti comodi, le scarpe non ti stringono i piedi, i guanti di lana non ti infastidiscono le mani. C’è un momento in cui le parole non ti fanno più male, gli sguardi non ti fanno più voltare. Ad ogni passaggio accanto ad un secchio, puff. Nell’immondizia. Ho svuotato le mie tasche delle inutilità. C’è un momento in cui le strade si fanno più larghe, e puoi saltellare da un lato all’altro senza il timore di essere investita da qualcuno. C’è un momento in cui sai che devi tornare. Prima di farlo però c’è ancora un istante a disposizione. E lì trovi la consistenza di te. Seduta su una panchina nel parco. Guardandoti intorno. Studiando gli angoli dei palazzi. Osservando il camminare della gente. Ascoltandone i rumori. O i silenzi. Frugando nella tua borsa alla ricerca del taccuino e di una penna. La sigaretta che ti casca a terra dalle dita ed una signora ti guarda, mentre trascina senza troppa fatica il suo carrellino della spesa. Annusando l’odore del legno. Annotando i nomi di un paio di strade che ti appartengono, come per ricordarle meglio. Dondolando in piedi su un cancello. Chiedendoti cosa saresti oggi se fossi ancora lì. O cosa non saresti. E tra le domande e le risposte non sempre convincenti trovi la cosa più importante. Le trasformazioni, i cambiamenti, il divenire continuo. Lasciare per trovare. Perdere per recuperare. Partire per stare. Stare, per un tempo. E riandare. È una storia di famiglia, in fin dei conti. E del sangue non puoi fidarti. O forse è l’unica cosa che non ti tradirà mai. La sfida è resistere alla trasformazione senza ribellarsi. E quando il cambiamento fa parte di te come innata esigenza, più che come imposizione della vita, è tutta un’altra cosa. Ci stai sotto, come il ferro caldo sta sotto i colpi battenti del fabbro. Farsi dare la forma che si sa già essere inevitabile. Quella che a volte tu non decidi. O così ti sembra. E, nonostante questo, non soffrirne. Come le più stupide intuizioni lungimiranti. Quelle che ti danno il coraggio di lasciare tutto per un niente. C’è un istante ancora a disposizione. E lì trovi la consistenza di te. Guardandoti dentro e realizzando che i bilanci non ti piacciono. Che dei bilanci non si conserva nulla, se non i ricordi di tutto ciò che li compongono. E non hai bisogno di metterli sul piatto e pesarli. Quelli pesano da sé. Non ammettono misure umane. C’è un istante ancora a disposizione, mentre il tram annuncia Hirschengraben. E scruti nella profondità. I fili tagliati e poi riannodati non ti riescono a tenere in alto. Questo funziona solo con chi non ha voglia di pagare il prezzo. Funziona solo con gli inetti. S’attaccano al possibile, sperano il probabile. Mentre tu sei allo stesso tempo acqua e pietra di fiume. Sono stata di molte cose. Molte cose di cui oggi non sono più Le conservo con segni più o meno tangibili, alcuni sulla pelle, altri sotto di essa. Sono stata di molte cose e di molte persone, di cui non sono più. Il segno vale per il ricordo. La recisione vale per il cambiamento. Le poche parole valgono per il contenuto. Il dettaglio vale per l’importanza. Mentre tutto scorre placidamente io mi muovo ancora con velocità. Mentre tutto corre io mi fermo solo per prendere più fiato. Mi snodo tra le invidie di questo tempo nuovo, sferzo la mia indifferenza a chi mi vorrebbe piegata, chiudo la porta in faccia a chi mi segue credendo di non essere visto. So lange in uns eine Ader lebt, gibt keiner nach. A stare sotto i colpi si impara. S’impara a far dei cambiamenti la propria forza. Come s’impara a sorridere quando non vi sarebbe motivo di farlo. Ed invece sì. Ma lo sappiamo solo io, il mio R&B preferito e questo nuovo anno che verrà.

 


 

A voi tutti auguro una buona fine ed un buon inizio.

 

Per ciascuno dei miei amici, prosit.

Renaissance

C’è qualcosa che ho perso, lunga questa strada. Se mi fermassi in questo istante preciso saprei anche dire dove. Saprei esattamente tornare a quel punto, a quel momento. Sentirei ora ancora quella rabbia tremenda che m’è scoppiata dentro. E se solo volessi, potrei dire perfino dello sgomento, di quella sensazione paralizzante delle scoperte. Quello stupore che non sai dire se ti fa piangere o se ti fa ridere. C’è qualcosa che ho perso. Se mi fermassi ora avrei la tentazione di recuperarlo. Ma le cose perse sono così. Si innestano sulla radice che trovano. La prima utile. La più fertile delle altre. Le cose perse si comportano come le cose appena trovate. Fanno scavi profondi, tirano via tutta la terra, s’affossano e poi si ricoprono da sole. Tu, altro non puoi fare che starle a guardare. C’è questo tempo così lungo che attanaglia, fatto come un quadro incomprensibile su una parete di cui non si vede la fine. E continua, continua. Continua che verrebbe voglia di urlare. Non saper discernere, non riuscire ad entrarci dentro davvero. Sto con me come al di fuori di me. So quello che ho perso, strada facendo. È come esser stati immersi in acque melmose, paludose. Come credere di non potercela fare solo perché la fanghiglia e il lurido terreno di sotto ti trattiene i piedi. Te li incastra, quasi morbidamente te li incastra. E poi annaspare nel respiro. Trattenerlo per paura di disperderlo. Finché il pensiero di non poter vedere cosa c’è oltre si fa più denso. E quella stessa densità ti trascina ancora più giù. Fa peso con il tuo peso. Diventa aria sporca con la tua aria buona, e tutto si mischia, e tutto inizia a confondersi. E spinge, spinge dalla testa. Schiaccia. Ho perso delle cose, lungo questa strada. Sono cose che però non voglio ritrovare. E se la lezione è imparare a guardare in faccia al mio nemico e dirgli che sono più forte di lui allora può darsi che ancora una volta io riesca. Lo farò in silenzio. Senza parlare. Come si fa con gli amanti. Quelli migliori. Perché quando credi di avermi atterrata, allora è il momento in cui devi guardarti le spalle. Quando credi di avermi fatta fuori, allora è il momento in cui devi stare attento a voltare l’angolo. Quando credi che io stia piangendo, allora è il momento in cui mi sentirai ridere. Quando credi di poterti fidare di me, allora, allora è il momento in cui dovrai limitare il terreno che saprò prendermi. Quando credi ch’io sia a terra, allora è il momento in cui mi rialzo senza che tu neanche te ne accorga. Mi rialzo, mi scuoto la polvere dal culo sbattendo le mani, giro sui miei tacchi e vado. Dove, a te, non sarà dato sapere. Al massimo ti sembrerà di sentirmi parlottare in mezzo alla gente in un posto in cui non credevi possibile trovarmi. Provaci, avvicinati. Terrò a bada i miei artigli. Non digrignerò i denti. Non sentirai alcun ruggito. Sarò più forte di te. E’ una questione di effettività. Non ho alcun bisogno, né l’avrò, di dimostrarlo. Ti ho mai detto che ti adoro ?
 
 
Trascorrete buoni giorni. Noi chiudiamo le valigie, e andiamo. Auf wierdesehen.

Sorprese ( amare )

 

 

 

Buh !

 

 

 

Post – Post :

Dopo averne scritto qui, non so se ridere o piangere per questo Ministro che crede di poter sovvertire l’ordinamento costituzionale, ed in particolare quello legislativo in materia di procedura civile e penale. Cioè uno si sveglia al mattino e ehi, tu, se esegui questa sentenza io ti faccio fuori. Grosso modo siamo lì. Ignorantia legis non excusat, SACCONI ! Eccheccazzo, te lo devo dire io ? Le sentenze, i decreti, le ordinanze divenute definitive perché non più impugnabili, e quindi coperte da giudicato sia formale che sostanziale (dobbiamo fare ripetizioni, rectius lezioni di diritto processuale ?), sono esecutive ex lege. Ex lege significa che lo prevede, lo specifica, lo stabilisce nella sua funzione di potere, LA LEGGE. Ministro, se non ti piace la esecutività ex lege di un provvedimento giudiziale SCRIVILO IN UNA LEGGE NUOVA, ED ABROGA LA VECCHIA CHE NON TI PIACE. Qui si deve parlare come ai bambini. Ciaccia, nanna, bau bau, brum brum. Le ingerenze a quanto pare non sono solo vaticane, sono anche istituzionali. Solo che il vaticano fa il suo mestiere secondo la coerenza del suo pensiero. Il governo no. Il Governo s’accoda. E scade nel ridicolo. Conflitto di poteri tra status giudiziario e status esecutivo ? Può darsi. E quello legislativo ? Sotto i piedi del Ministro, che si permette di inviare un atto che nemmeno è possibile qualificare  istituzionale, perché sembra piuttosto personalistico e dettato da un exploit mediaticamente necessario per l’ultima ora, dalla natura squisitamente intimidatoria e dittatoriale alle Regioni italiane, vietando letteralmente di dar corso, presso le strutture sanitarie, al distacco graduale dell’alimentazione artificiale per Eluana Englaro. Io mi domando e dico. Ma in questo cazzo di Paese a cosa vogliono giocare, a chi prima s’inventa la legge o a chi prima vuole sotterrarla ? La verità è che questo è un paese di cagasotto, un paese in cui un ministro rappresenta un governo che soggiace a novanta gradi perfetti al potere ecclesiale, probabilmente godendo l’uno dei servigi dell’altro. Come da sempre la storia insegna. Questo è un paese in cui si sta in dittatura morale. Non giuridica, non politica, non legislativa. MORALE. Che è la peggiore, la più vincolante, la più catastrofica per la ratio mentis dell’essere umano, la più sottomissiva. La verità è che questo è un paese in cui ci stanno le pecore, talmente tante pecore che belano di diritto senza sapere cos’è, che belano di leggi senza conoscerle, che belano di sentenze senza capirne il contenuto, che belano i loro divieti che, a fronte dell’ordinamento italiano, risultano essere pura violenza. La verità è che questo è un paese in cui le opinioni personalistiche e personali vengono sbandierate come atti di indirizzo di governo, i moralismi vengono confusi con le norme, l’etica più scontata viene immischiata nella giustizia, e beeeee beeeeeee tutti appecorati dietro. Dio ci scampi e liberi da due cose. L’ignoranza. E la sudditanza.

Non mi avrete mai. Anche se, lo so, non sarà una gran perdita. Intanto, però, mentre tutti abdicano alle proprie funzioni legislative, giudiziarie, ed esecutive, io al mio cervello non abdicherò mai. Il giorno in cui sarà, morirò. E per favore, non fiori ma opere di pene, ehm bene, pardon. Per le pecore.

Rendez-vous

Sono troppe queste luci in strada, appese come morti impiccati in attesa di esser tirati giù dai parenti per la sepoltura. E tutta la corsa agli acquisti pure pochi che siano, e la ressa di persone nei centri commerciali, e gli spintoni, e le attese alle casse no, non fanno per me. Ci si guarda tutti come in attesa che il prossimo faccia o dica qualcosa. Vai che tocca a te. No, tocca a te. E’ il fastidio epidermico dei giorni del consumo. Spingi, spingi un po’ di più dai. No, passa prima tu. Chi prima parla, pagherà anche. Tutti zitti e giù per terra, che casca il mondo mentre noi siamo in fila. V’abbandono, buonisti dell’ultim’ora, rattrappiti nelle carte da regalo. Mascherine del carnevale intrufolate nella festa sbagliata. V’abbandono tutti, miseri e abietti lustrati. Baci sopra baci, guancia contro guancia. Vieni qui, gattina. Struscia il tuo pensiero sul mio che tanto nessuno lo sentirà. V’abbandono tutti, insane, lugubri, grette personcine perbene. Preparate le bottiglie, alla mezzanotte si brinda. Che il tappo s’infili nelle vostre bocche, v’intasi la gola per qualche secondo e con un sofferto deglutire vi entri per sempre nello stomaco, senza possibilità futura di espulsione. V’abbandono tutti proprio mentre state a scartare i regali. Sguscio via nascosta tra il fruscio della carta velina. Raccattate i panni, riponeteli in un gran lenzuolo, e lasciatelo in strada. Ammirate lo spettacolo di chi si getterà per primo per carpirne brandelli. E di poi, compiaciuti di bontà vostra, sappiate farvi spazio tra la folla riunita. Avanti, più avanti. Prima fila. Permesso. Monetina nel cestino. Prendetevi la mano, stringetela più forte. V’abbandono tutti, prima ch’io m’accorga del viscido liquame che rischia d’entrarmi sotto la pelle, prima che incespichi tra le dita. Prima ch’io mi porti la mano alla bocca e m’intossichi del veleno vostro. Un bacio non si nega a nessuno. Fate i buoni, se potete. Torno presto. Perché la potenza della carta sta tutta nella sua fragilità. Quella potenza di essere umile tanto da farsi fare. Senza recriminazioni. Ogni volta che se ne ha bisogno. C’è una violenza d’amore che l’inchiostro provoca mentre inonda le trame di un foglio. La stessa violenza dell’amante che inonda la donna del suo piacere. E lo fa nel momento stesso in cui la ragione è poco vigile, mentre i sensi all’erta stabiliscono chi è che comanda. La carta è così, vittima e supporto al tempo stesso del proprio carnefice. Cuore e carne di un medesimo corpo. E non sai riconoscere quando è il momento in cui può piacerle. E quando invece ti sputerebbe in faccia per quello che le fai. La fragilità della carta sta nella sua stessa potenza. Richiuso il cappuccio della penna tutto torna al suo posto. Le righe riempite, i pensieri svuotati, le cancellature a correzione degli errori. Tutto si ridimensiona. Ogni cosa riacquista la sua fluidità, la sua spazialità eterea. I volti si ricompongono, e ricomincia il processo di ricognizione. I suoni si riassestano. Perché in fin dei conti una volta sistemate tutte le carte, una volta cestinate quelle inutili, una volta messe in ordine, al loro posto, nella giusta collocazione quelle più importanti, allora esci. Pensieri che pesano non ne hai più. E a te, ti sembra quasi di sentirti un pizzico più felice. O, semplicemente, leggera.

Intermittenze

Avevo dimenticato cos’è fermarsi. Arrestare il passo, e forzatamente trovarsi in una condizione di stasi. Che non è sedersi, che non è zittirsi. Che non è neanche come dire, chiudersi. E’ invece stare all’improvviso immobile con i piedi ben dritti sempre sulla stessa mattonella del pavimento. E fissare non un punto impreciso delle pareti ma tanti, tanti punti e cominciare a disegnarci qualcosa. Tipo legare l’uno all’altro, un po’ come si fa nei giochi dell’enigmistica. Questi giorni sono così veloci che passano e non me ne accorgo, e m’illudo di contarli e non perderne neanche uno ma così no, così non è di certo. Un po’ come stare al telefono aspettando che ti passino la chiamata per l’interno desiderato. E nel frattempo impugni la penna e fai ghirigori sul foglio. Il nostro primo albero di Natale è bellissimo. Ci siamo divertiti nel farlo. Al mattino mi siedo sul divano tutta insonnolita, mi prendo la faccia tra le mani, e me lo guardo. Proprio come fanno i bambini. Abbiamo appeso anche due barattolini di nutella. Sono alti si e no come mezzo dito. E per il resto niente, questo. Non è necessario dirsi sempre tutto, in fondo. Sono tempi così. Con le luci colorate, ad intermittenza, nelle stanze buie. Silenzi che sostituiscono la dolcezza di una neve che non vuole arrivare. Corse che lasciano a tratti il cuore senza fiato. Un piercing in più per non dimenticare l’ultima lezione appresa. E la canzone che intanto va, aspettando che rispondano dall’altra parte del telefono. E non l’avresti mai detto, la canticchi sottovoce che se dovesse finire pure ti dispiacerebbe un po’.

Binari

Sei anni fa ho dovuto fare una scelta importante, che nessuno condivise. Nessuno delle persone a me più care. Scartai una serie di alternative che parevano risolvere il tutto. Parevano, ma non erano tali ai miei occhi. Ho fatta quella scelta da sola, l’ho fatta senza appoggio alcuno, e l’ho fatta così difficoltosamente che io stessa me ne sono molte, molte volte meravigliata in questi anni. Mi sono meravigliata della caparbietà, del rischio che ho corso, della imprudenza, se si vuole. Però ho vinto. Perché qualcosa dentro, qualcosa che non ho saputo spiegare allora agli altri mi diceva che dovevo farlo. Oggi, guardandomi indietro, dico che in fondo non si è trattato di non condivisione da parte di chi mi era vicino, ma di paura. Hanno avuto paura, per me. Paura che stessi sbagliando. Perché sei anni fa è stato come partire per un viaggio con una valigia in mano senza niente dentro. L’ho portata con me, vuota. Vuota del più totale vuoto concepibile ed esistente. Solo io sapevo a cosa mi sarebbe servita quella valigia, e di cosa e quanto e quando l’avrei riempita. Come sei anni fa sono di nuovo a camminare su un filo. Come allora la decisione è in mano a me, e me soltanto. E come allora rifuggo ogni risposta scontata, inutile. Rifuggo risposte così dignitosamente convenienti per non avere traumi, per non mettere disordine. Per stare tranquilli. Come allora rifuggo risposte che tendano a farmi accontentare di una comoda ed indisturbata sufficienza. Come allora non so se cadere da un lato o dall’altro, prima che questo filo che mi sorregge si spezzi. Come allora non so se c’è una rete di sotto a proteggermi dallo schianto oppure no. Come allora non so riconoscere nitidamente se si tratta di porte che si devono chiudere comunque, o se è un momento in cui sono io ad esser messa alla prova, un momento in cui sono io a dover impedire a queste porte di chiudersi. Come allora il bivio, e come allora il dubbio. E proprio come allora ci sto io e io soltanto. Come allora sono forti, irrimediabili, il desiderio e la necessità, perché è di necessità che si tratta, di necessità più che altro per me stessa, di sfidare la vita. Ancora una volta. Un po’ come giocare a scegliersi il domani in un pacco chiuso. Un po’ come stare ore, ore, ed ore ancora alla stazione, avere in mano il biglietto per cui hai pagato ma non ancora riuscire a leggervi sopra la destinazione. E finché non la leggi, aspettare di salire su quello che dentro di te sei certa, imprudentemente e testardamente sicura, sia il treno giusto.

Tertium datur

Io a questo mitico figlio del senatùr(o) ce l’ho sempre dùr(o) ci farei una statua solenne ci farei. Si perché alla fine lui ha studiato le lezioni, sapeva tutto, è andato là, s’è impallato e subito dopo ha dimenticato tutto quello che sapeva. Io ci farei una statua per l’audacia Una statua solenne propriamente per lui, e tante lampade votive piccole e grandi attorno a mo’ di mausoleo sacro. Ci metterei i suoi quaderni e i suoi libri dentro un’ampolla come venerande reliquie. Una cosa proprio da processione con la gente che piange e prega e spera. A futura ed eterna memoria delle sue eroiche gesta scolastiche. Che le generazioni a venire mai abbiano a dimenticar cotanto coraggio. No perché davvero scatta l’applauso incoraggiante al ragazzo, poveretto, e l’inno di Mameli per non farlo sentire troppo solo nel profondo nord. Forza Renzino, provaci ancora dai. Cambia metodo. Prova con i giornalini. Magari ci si riesce.

 

Giorni malefici ultimamente. Il tempo è poco, e quel poco che c’ho m’azzanna il collo. Ed io non mi scanso. Ci sto sotto. Che in fin dei conti mi piace.