Archivio mensile:gennaio 2009

 

 

 

 

 

 

 

 

Di quel che conserviamo,

di tutto quello che conserviamo nel tempo

è la polvere

l’unico scopo.

Per lo smisurato,

intenso,

grande piacere che si prova

nel soffiarla via

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

S’era detto che l’imperativo del nuovo anno è resistere, ed io sto resistendo. S’era detto anche che questi ultimi tempi m’insegnano a guardare e passare oltre. Io sto guardando, moltissimo sto guardando, e passo oltre. S’era detto pure che questi sono tutti tempi in cui, se fossi solo per un momento quella che ero ieri, oggi starei ad urlare e recriminare le mie ragioni. Starei a fare una guerra infinita. Starei a sprecare tante di quelle energie utili. Sono silenziosamente tenace. Silenziosamente attenta. A tutto, a tutti. S’erano dette queste, e molte altre cose. Quel che resta da dire, pian piano, sono le conseguenze di questa logica tritacarne del tempo a cui per un verso sono sottoposta per via obbligata dagli eventi, e per un altro sono io a sottopormi ad essa volontariamente. Tenendo in entrambi i casi duro, tenendo duro come un privilegio. Perché tenere duro, quando stai sotto botta, è un privilegio che il carattere, la personalità, e forse anche la vita, ti regalano. Accorgersi che alcune cose, alcuni meccanismi, alcune stupidità, non ti fanno più male come ieri non ha prezzo. Uno a zero per me. Fischio di continuazione.

Gli impegni sono fitti ultimamente, ed il tempo è tiranno assai. La presenza tra queste pagine è dedicata solo a sporadici scritti ed a commenti ormai centellinati. E tra auguri fatti in ritardo e quelli fatti d’estremo anticipo per non sbagliare, ieri c’ho colto, anche se ero in dubbio. Però mi sono lanciata. Buon compleanno alla Duchessa e alla Stellina, due persone diverse per età e non solo, a cui tuttavia sono legata in un modo indicibile, e speciale. Un filo che, quasi invisibilmente, ci tiene insieme. Fatto di poche parole, a volte. Ma di un affetto grande che non per questo si scalfisce.

 

Un giorno in Comune

Atto Unico Scena I :

Protagonisti : RMlk, eccioè io medesima, e Mlk, eccioè il marito di me medesima che io sono sua moglie.

Senti Rmlk, ho sentito dire ma non ho capito molto che c’è un bando di concorso, del comune mi sembra, che riguarda questo, questo e questo. Perché non vedi di informartene ? Mi sembrava interessante …

Ah ? Va bene, appena ho un attimo di tempo guardo sul sito. Magari lì lo trovo.

(Dopo qualche giorno)

L’ho trovato e l’ho stampato. Dai, leggiamocelo insieme.

(sfogliamento di pagine)

Dice che la domanda scade entro novanta giorni … leggi qui. Novanta giorni … e da quando ?

RMlk, come da quando ! Vedi alla fine del bando no ? In base a quello ti regoli, o in base alla pubblicazione….non sai la pubblicazione ?

Veramente non ci ho fatto caso. Domani torno sul sito e vedo … qui la pubblicazione non c’è …

(domani)

Mlk, senti, io ho ricontrollato. La data di pubblicazione del bando non ci sta. E alla fine del bando non ci sta la data di redazione. Io dico, ‘sti novanta giorni da quando decorrono ? Quando scadono ?

RMlk, fa così, se vuoi vai a chiedere direttamente in ufficio.

Atto Unico Scena II :

Protagonisti : Rmlk, eccioè sempre io medesima, e la signora addetta ad informazioni sportello utenti del comune (dio ci scampi e liberi sempre e per sempre).

Buongiorno scusi, avrei bisogno di un paio di informazioni in merito al bando di concorso del bla bla bla. Sa, l’ho scaricato dal sito del comune e l’ho letto … avrei delle domande perché alcune cose non le ho capite …

(la signora stizzita da morire perché non c’era nessuno, ed io chiaramente l’ho disturbata dal suo dolce far nulla)

Si dimmi che c’è ?

(già ‘sto dimmi che c’è è indicatore di elevato savoir faire professionale, oltre che personale. La mia alterigia inizia a rafforzarsi)

Senta, io vorrei sapere la data di scadenza della presentazione delle domande.

Nel bando non c’è scritto ?

Si ma non è molto chiaro …

(lettura del bando in web)

Novanta giorni.

(grazie ‘o cazz’ signò)

No guardi, il fatto è che il bando non ha la data alla fine … a meno che io non mi sia sbagliata e non l’ho vista eh …

(rilettura del bando in web fino all’ultima pagina)

Eh … in effetti … pare che non ci sta … mi sembra strano però …chi è il dirigente che l’ha fatto … vediamo … ah … un attimo…

(telefonata ad altra collega, dell’ufficio dirigenziale di competenza)

Ecco sì, dice che scade il 3 febbraio 2009.

Il 3 febbraio ? Scusate, e come si fa a capire che scade il 3 febbraio se non c’è la data del bando, e nemmeno di pubblicazione ? Io come faccio a fidarmi che scade il 3 febbraio ? A me chi lo dice che scade il 3 febbraio ?

Senti a me mi hanno detto che scade il 3 febbraio

(ma complimenti, signora, per il linguaggio, e dalle co’ ‘sto tu per tu. Mo la mand’affancul’ proprio)

Quindi scade il 3 febbraio va bene ?

Singora, scusi, mi dice chi le ha riferito la scadenza ? Magari parlo con questa persona, forse mi sa dare informazioni dettagliate anche su altre cose del bando che non ho capito …

(perché sono scema io, ovvio no ? Con questi devi fare così)

Signorì

(signora, prego)

ma che cosa ancora volete sapere ?

(in sostanza questa non voleva che andassi a chiedere ad altri, a quanto pare)

Senta signora, io capisco che le sto dando fastidio in questo momento, ma per favore riferisca a chi le pare che alla fine del bando manca la data, e che non c’è nemmeno la data di pubblicazione, nè sul bando stesso né sul sito internet. Riferisca anche che c’è un punto, all’art. 10, dove è scritto che " il requisito del bla bla bla deve essere quello precisato all’art. 5 punto 4 ". Bene, gli dica a chi le pare, signora, che l’art. 5 ha solo 3 punti e non 4. Quindi, riferisca sempre a chi le pare, che questo fantomatico e inesistente punto 4 dell’art. 5 confonde chi vuole presentare la domanda perché non si capisce quale sarebbe la documentazione precisa da presentare per questo requisito che non si sa qual’è. Va bene signora ? La ringrazio, lei è stata davvero molto gentile. Buon lavoro signora.

Ora io non voglio parlare delle social card che vai a fa’ la spesa e non ci stanno i soldi, non voglio parlare della tassa sulla concessione e/o rinnovo dei permessi di soggiorno in Italia, non voglio parlare della nuova Alitalia, né voglio parlare di altre cose che riguardano l’intero Paese riducendo poi comunque tutto a chiacchiere. Io voglio parlare di come sia possibile fare un bando di concorso pubblico, senza data, prevedere una scadenza per la presentazione delle domande senza poter capire nel modo più assoluto il termine, partecipare ad un concorso in cui viene richiesta una documentazione inerente un punto 4 dell’art. 5 quando il punto 4 dell’art. 5 non esiste, perché i punti si fermano a 3, e soprattutto io adesso vorrei parlare di come cazzo si può pensare di andare avanti in questo modo. E’ d’obbligo un richiamo a questo post di qualche tempo fa. Per fare un quadro generale delle cose. Con la massima sincerità, non trattasi di un bando di concorso di lavoro. In passato, pur avendo partecipato, sono arrivata a rifiutare la vittoria non presentandomi alla nomina per l’incarico. Ma al di là del suo contenuto, io mi domando e dico. Potrebbe sì, esser stata una disattenzione la mancanza della data. Come la mancanza della data di pubblicazione, oltre che del bando proprio, come articoli e numeri che volano senza essere poi di fatto indicati. Ma è vero anche che non è escluso che si consentirebbe, in questo modo, di accogliere le domande opinatamente ritenute nei termini, e di escludere quelle presentate opinatamente fuori termine. Ed è vero anche che un bando non chiaro, nella richiesta di certi documenti, consentirebbe di escludere o di accogliere le domande sempre opinatamente, a seconda che i documenti siano corretti o mancanti. Chi lo decide questo non è dato sapere. Va bene, ho capito. Sono io che sono troppo puntigliosa. Si si, è questo il fatto. Sono io che sono troppo precisa. Sono una scassacazzi. Perdonatemi. Non vi merito.

Del viaggio

Non c’era un posto. E così ho fatto tutto il viaggio in piedi. Ho passato in rassegna tutti i vagoni, finché non ho trovato un angolo, tra due bagagli e la cuccia di un gatto. C’erano due uomini e una donna seduti a terra, con le gambe ritirate, ed una mano ciascuno sui bagagli. Lì mi sono fermata, di fronte alla porta del cesso. Ho appoggiato una spalla al finestrino. E ho fissato lo sguardo verso fuori, facendo penzolare un piede nel vuoto del primo gradino. Di notte non si vede niente se non le luci delle stazioni, quando ci arrivi. Ad ogni rallentamento schiacciavo la fronte sul vetro, parandomi gli occhi con le mani, sui lati, per evitare che il riflesso mi impedisse di leggere il cartello. Di capire dove eravamo. Ogni fermata del treno pareva togliermi sempre più un peso. Immaginavo che l’avrei trovata pronta ad aspettarmi, che si sarebbe sbracciata e di certo avrebbe urlato il mio nome. La immaginavo con il cappotto aperto sul davanti, e i guanti. Forse più lenta che un tempo. Mi scansai faticosamente quando una signora minuta mi disse di dover usare il bagno. Urtai con i piedi una delle valigie a terra, e cedetti d’equilibrio sul davanti. Non caddi, salvandomi dai sicuri insulti dei miei compagni di viaggio. Li guardai. Stavano stretti in uno spazio così angusto da soffocare. Erano silenziosi. Dondolavano la testa all’unisono, tutti e tre, seguendo il ritmo dei binari. La donna, dondolando, sfiorava costantemente uno dei bagagli messo in piedi di fianco. Mi parve ipnotizzata. O lo ero io nell’osservarla. Di tanto in tanto il miagolìo del gatto. E poi di nuovo a guardare fuori. Ho sospirato molto, durante il viaggio. Ad ogni sospiro esalava una parte della mia tristezza. Veniva fuori inconsapevolmente. Come se la strada fosse stata l’unica, fino a quel momento, ad avere modi indolori, quasi dolci, per strapparmela da dentro. Quando le chiesi perché fosse andata così lontano mi rispose che la strada conosce cose che noi non conosciamo. La strada porta a luoghi attraverso altri luoghi. Tu puoi scegliere la destinazione. La strada ti mette a disposizione dei percorsi. Fu tutto. E me la immaginai proferire queste parole accompagnate da un sorriso, mentre stringeva una tazza di thè fumante tra le mani. Ma questo non l’ho mai detto a nessuno. Avevo portato tante cose con me, in valigia. Ero convinta, non sapevo perché, ma ero convinta che sarei rimasta lì molto, molto tempo. Ed avevo tanto da raccontarle. Avevo tutto quello che nelle lettere non si può contenere. Perché hai bisogno di due occhi che ti guardano, e due orecchie che ti ascoltano. Hai bisogno di stringere due mani se la voce inizia a tremare. Uno dei due uomini seduti a terra si alzò dicendo qualcosa all’altro, parlando in una lingua che non comprendevo. Aveva il sopracciglio destro intagliato. Ferito, e rimarginato. Era grosso di spalle, e tozzo. Ricordo che pensai fosse greco. Dei greci mi ha colpito sempre la generalizzata corporatura tutt’altro che statuaria. Diversamente dai protagonisti di certa antica arte scultorea. L’uomo si fermò su di me. Colsi un senso di stizza nel suo sguardo. Mi scansai alla meglio per farlo entrare in bagno. Lo sentii dire ancora qualcosa sottovoce, chiudendosi la porticina dietro le spalle e facendo scattare la levetta dell’occupato sulla mia faccia interdetta. Avrei voluto dormire. Ma qualcosa continuava a tenermi desta come di primo mattino. Il desiderio di arrivare. O il puzzo inarrestabile di piscio che mi era ormai entrato nella testa, passando per le narici. Ero sveglia e pensavo che le avrei raccontato di quel viaggio. Ascoltare dei dettagli, delle puntualità di alcune osservazioni. Delle cose che ai più appaiono inutili, o fuorvianti. Superflue. Ci saremmo riconosciute, ne ero certa. Ma allo stesso tempo mi chiedevo, mentre il treno si fermava alla prossima stazione, se ce l’avremmo fatta a reggere tutto il tempo trascorso. La donna s’era addormentata, cullata dal dondolio del treno. Con una guancia appoggiata alla valigia in piedi, ed una mano tra le gambe. Indossava uno scialle marrone, mi parve di lana. Pensai che doveva stare calda. E che forse quello scialle marrone era appartenuto a qualcun altro prima di lei. Mostrava una quarantina di anni. Magari ne aveva di meno, ma il suo viso era stanco. E la stanchezza, pensai, invecchia anche da giovani. Quando mancò poco all’arrivo cercai nelle tasche l’indirizzo. L’avevo segnato. Anche se lo conoscevo a memoria scriverlo mi fu necessario. Mi dava sicurezza. Mentre il treno rallentava passai sotto lo sguardo tutte le persone che lo avevano affollato, quella notte. Una volta fermo, all’arrivo, vidi scendere uno per uno tutti quelli che avevano viaggiato con me. La donna si risvegliò bruscamente, strofinandosi gli occhi e stirando come possibile le braccia verso l’alto. Uno dei due uomini, alzatosi, la aiutò a mettersi in piedi. L’altro era pronto già da un pezzo per scendere, con in mano la cuccia del gatto. Pensai che per lui non doveva essere la prima volta che arrivava in quel posto. Dal mio angolo di treno, guadagnato di fronte alla porta del cesso, vedevo gente trascinare i propri bagagli, spintonarsi ed imprecare. Andar di fretta proprio nel momento in cui ormai altro non si può fare che scendere. Quella fiumana di gente mi fece pensare alle chiacchiere che si fanno nei bar. Di sera. Prima di tornare a casa. Quando il vino t’aiuta a parlare. Ho impugnato la mia valigia. Sono scesa quasi per ultima. Mi sono guardata intorno, ho avvertito un senso di dispersione. Finché non ho sentito qualcuno chiamarmi. Ho visto due braccia agitarsi in aria. Ho camminato verso la voce che continuava ad urlare il mio nome. Aveva un cappellino rosso, scendeva leggero sulla chioma scura. In quel momento ho avuto la certezza che fosse lei. Il colore dei suoi capelli era uguale al mio.

Inter nos ( palla al centro )

Dlin dlon : visto che oggi è la giornata del dlin dlon, avviso la gentile clientela che questo post sarà presto surclassato da altro di minor spessore com’è uso e costume di questo blog. Perché, dice la sabs, mi devo dividere tra il serio ed il faceto, inquantamente che questo spazio sarebbe troppo serioso e poco facetoso. Ora io dico, sì che la gente s’è abituata alle mie cazzate. Però richiederle proprio direttamente mi sembra insano. Ma comunque. A caval donato non si guarda in bocca. C’entra un cazzo ma mi pareva simpaticissimo mettercelo. Il caval donato, non il cazzo. Ops, chiedo scusa a chi viene a leggere questo blog quotidianamente nascosto dietro la tendina della finestra e però c’ha l’avversione per il turpiloquio. Infatti mi chiedo, ma che cazz’ ci viene a fa’ allor’ ? Scusate signore. Scélgasi penitenza. Io, mestamente, eseguiròlla.
 
Parte seria :
 
Innanzitutto se volete capì ‘sta gente chi è affidatevi ai link di lato, che mi scoccio di mettere per ciascun nome che citerò l’indirizzo del blog. Eh. Adesso, tornando a noi, con la suddetta sabs s’è pensato di fare un appuntamento blog tipo che uno appena si sveglia passa da quello di duchy e ci si prende il caffè, poi da quello di nya per l’oro-scopo quotidiano e volendo per un cornetto alla marmellata, a seguire si va in quello di duestelle per farsi fare il trucco prima di uscire di casa, ascoltando in sottofondo la musica del blog di cieli. Poi, andando avanti, tutti a scuola a prendere lezioni dalla maestrina zoe, buoni buoni in silenzio se no ci mette in castigo. A proposito, buon compleanno Zoe ! Che lo vogliamo dire che per non dimenticarlo, come mi è successo con quello di nya, alla zoe ci ho fatto gli auguri tre giorni fa ? Conclusivamente si passa prima dal blog della sabs, per imparare le lingue. E per finire si viene qui. Decidete voi a far cosa. Grazie. Se volete aggiungetene di nuovi ed ulteriori. Ecco. Sabs, va bene così ? O più seria ? Più seria ancor’ ??? Più di questo non ci so’ capace.
 
Parte faceta :
 
A far freddo fa freddo. Molto. Ma ho un pezzo di stoffa ritagliata, chiusa nel pungo di una mano. Quella mi riscalda giorno per giorno. La porta è sempre la stessa. Le stanze sono, ancora una volta, solo per me. Meravigliosamente segrete. E nessun rumore.

Giù di lì

Da parte per un momento la scrittura impersonale. Vai con il post della serie vita quotidiana – non è una panzana. Tornare a lavoro è davvero piacevole. Sono contenta. Soprattutto nel vedere quanto scalpitamento c’è dietro di me da parte di chi non ha capito che l’invidia rode chi la prova, non chi la subisce. Ieri ho fatto dei biscotti, quelli che sono proprio eccellenti di solito. Uno sull’altro e nel mezzo zac, passatona a palla di Nutella. Mi sono venuti una chiavica. Mai successo prima. Troppo burro secondo me, perché ad un certo punto ho perso di vista la bilancia e continuavo a tagliuzzare e riempire, tagliuzzare e riempire. Insomma, ad occhio. Per cui è venuta fuori una pasta frolla che non frollava molto. Ma io, imperterrita come sempre, sono arrivata fino in fondo. Raccogliendo la mia sconfitta eppur propinando con voce vittoriosa il vassoio all’uomo mio. E va beh, a volte l’importante è anche partecipare. Anche se è un detto che odio da sempre. Auguri alla mia cuginetta-sorellina d’infanzia, ed al suo maritozzo, che il giorno 6 gennaio 2009 ha fatto nascere la Befanina più bella, e più grossa, del mondo. Al più presto andremo a trovarla. Ci ho ‘sta cosa di non voler togliere l’albero di natale. Tipo che ieri mio marito amore, allora lo vogliamo togliere ? E io no no no, dai ancora un po’ dai attaccata al suo pantalone. È ancora lì, forse lo togliamo domenica. Piangerò disperata. Ieri mattina la befana m’ha portato una calza piena piena di cose buone. Neanche un pizzico di carbone. Dice che nel duemilaotto sono stata bravissima. Eccerto, pure troppo. Io la calza per mio marito me la sono completamente dimenticata. Per cui appena mi sono alzata dal letto lui ha messo la calza per me. Io ho fatto finta di niente e appena s’è alzato lui ho preso una calza dal comodino suo e c’ho messo dentro un sacco di cioccolata. Niente carbone anche per lui. Uno perché è stato buono davvero. Due perché ovvio che non l’avevo, il carbone. In Svizzera siamo stati benissimo. Mi sono appesa al cancello dell’asilo e una signora s’è affacciata alla finestra chiedendo chi ero, e cosa volevo, con fare brusco. Signora mia, c’ho detto, io sono stata qui prima di te. Sta buonina eh. Ho giocato dieci franchi al Kursaal, e ne ho vinti quaranta. Accanto a noi una signora ha giocato circa tremila franchi e ne ha vinti tremilacinquecento. Che sono andata meglio io o lei ? Ad uno dei tavoli della roulette ho preso una gomitata nella panza da un cinese isterico. Cioè io stavo lì, semplicemente a guardare. Stavo in piedi dietro a ‘sto cinese che per altezza m’arrivava al petto. Meno male che non s’è mai girato di faccia. Rien ne va plus, il cinese perde tutto. Pà. Gomitata all’indietro nella panza mia. E mio marito a ridere e questo è perché ti ficchi sempre dove non devi. Non mi ero ficcata dove non dovevo. Gli stavo semplicemente dietro, e guardavo il gioco. Si vede che l’anno vecchio si doveva proprio chiudere con ulteriori mazzate. E va beh. È sconvolgente, ogni volta che sono lì, accorgermi che la gente non fa rumore. Parlano, viaggiano in auto, in tram, stanno in giro a piedi, vanno per negozi, lavorano. Entrano ed escono dai supermercati. Insomma, vivono. E non si sente niente, e non si sente nessuno. Infatti, per strada, di parlare ci sentivamo solo noi. Italianità sanguigna, a cui non si può rinunciare neanche con annoso training autogeno. E poi tantissime altre cose. Troppissime cose, che se me le metto a scrivere tutte non ci si ritira più. Due giorni fa, due o tre ? Tre, si. Tre giorni fa c’è stata la prima grande nevicata. Non è che sia una novità quì, ma vuoi mettere la prima nevicata vista dal balcone e dalle finestre di casa nostra ? Non è la stessa neve di sempre. Eh. In questi giorni non mi è mancato nessuno. Non ho sentito la mancanza di niente. Ho chiuso la porta in faccia a tutti e a tutto, e me ne sono andata. Ora, che sono tornata, posso ricominciare a parlare col mondo. Ma solo con quello che ho deciso io. Dice che questo nuovo anno sarà duro, e che si deve tirare fuori tutta la forza a disposizione. Io lo immaginavo. E perciò mi sono preparata fin da ora. C’ho una armatura addosso che a quella di Lancillotto fa un baffo. Anzi, due baffi. Sto già in sella al mio fido destriero. Pronta. Appena parte il colpo, impugno la lancia e dove coglio coglio. Alla cecata. Chi ci capita ci capita. Ho finito di leggere L’amore ai tempi del colera. Stamattina ho chiacchierato, in attesa di eseguire degli esami, con una signora di novantatré anni che si è seduta accanto a me. Sono venuta con il bus. Dice che ha il colesterolo sempre troppo alto. E quindi lo tiene sotto controllo costantemente. Poi ha litigato con una infermiera perché a me non mi chiamate mai, signorì ? Spiegarle che il numero che aveva in mano ancora non veniva chiamato sul display in alto, nella stanza, non è stato facile. Ma se io tengo la ricetta del dottore, tengo l’impegnativa, a chi devo aspettare ? Non le aggradava il fatto di dover aspettare il turno, le persone prima di lei, e così via. Che bizzarrìa, gli anziani che vanno di fretta quando hanno tutto il giorno davanti. Poi mi fa mettendomi una mano sulla gamba eh … mo se ci stava mio marito Nicola, sa’ come correvano tutti veloci qua ? A scattare ! Ho pensato che è davvero una donna divertente. Con la voce cavernosa, gli occhietti nascosti dietro gli occhiali, e uno scialle sul cappotto nero. E tu che devi fare ? Le spiego cosa. Mi guarda un po’ dubbiosa. Ah ? Si voltano tutti gli astanti. Cerco di spiegarle nel modo piu semplice possibile una cosa un po’ complessa. Lei proferisce un ah … come aver capito bene adesso, ma non credo abbia capito davvero. Ha fatto seguire un mah … con sospiro. Com’è iniziato l’anno nuovo ? Direi bene. Bacio a schiocco dell’uomo che amo, abbracci dei miei affetti, buona compagnia, risate autentiche, propositi come sempre, progetti, i sogni son desideri. Per il resto, sciolti si balla. Olé.