Archivio mensile:aprile 2009

(Non) sono una signora – Atto I

 

 

E noi due, dimentichi del mondo intorno per un attimo, quatti quatti, zitti zitti, anche se io starnutisco continuamente come un’anatra e faccio un sacco di chiasso a causa di un malefico ed improvviso raffreddore, per festeggiare il primo anno dall’evento che fu, scappiamo per qualche giorno a Firenze. In caso di eventuali comunicazioni urgenti e/o di sorta, si prega di inviare un piccione viaggiatore. Lo coglierò al volo direttamente dal Ponte Vecchio e poi lo butterò nel fiume dopo avergli tirato il collo con le mie leggiadre manine di fata. Saluti e baci. Statevi bene.

 

 

 

 

Inizio della riflessione

 

Volevo raccontare un sogno che ho fatto e che mi pareva significativo per la umanità intera. Mia, altrui e di tanti altrui ancora.

Ho fatto un sogno che io stavo dentro a una stanza con la porta aperta e che ci stava tanta gente a fare la fila di dietro la porta e che io ci dicevo a questa gente trasìte trasìte e quella gente invece non trasìva. Poi successe che io all’improvviso mi sono seduta su una sedia che però prima non c’era. Dopo invece si, ci stava. Visto quei sogni che le sedie prima non ci stavano e poi ci stanno ? Eh. Così. E quindi io mi sono seduta sopra a questa sedia e ho messo le braccia conserte e dicevo alla gente fuori vedete che potete entrare che non è che sono una che vi mangia. Ma la gente si pensava forse che io me la mangiavo. Poi sempre all’improvviso è uscito fuori uno che c’aveva un pantalone proprio con il risvolto sotto alle gambe. Io dentro al sogno ce li guardavo proprio questi risvolti del pantalone. Visto quei risvolti sotto alle gambe che ti facevano da piccola e che quando te li facevano tutti capivano che portavi i pantaloni imbottiti con le cuciture a rombi grandi e ti sfottevano pure ? Eh. Così. Questo qua con questo pantalone con i risvolti praticamente è uscito all’improvviso da dietro a me. E io mi misi un poco paura e dissi ohè, e tu da dove sei uscito ? E questo qui mi diceva che era passato da quell’altra porta che stava dietro a me che stavo seduta sulla sedia a aspettare che trasìva la gente di davanti. Perché quindi io no lo sapevo nel sogno che non ci stava solo la porta davanti a me, ma ce ne stava pure una dietro. Io dissi e ma che sono modi, a uscire così all’improvviso dalla porta di dietro a me ? E quello mi diceva che lui non si era fatto vedere dalla gente che stava a fare la fila sulla porta davanti e che io dicevo trasìte trasìte e quelli non trasìvano mai. Quindi dentro a quel sogno quello con i pantaloni con il risvoltone era nella stanza all’improvviso perché era entrato dalla porta dietro e nessuno ce l’aveva visto di entrare. Io manco. Che se ce lo vedevo di entrare mi ci mettevo sicuro di traverso nella porta.

Ora, quando mi sono svegliata di questo sogno, io ce l’ho raccontato a qualcuno. E qualcuno mi ha detto che due sono le cose. O questo tipo con i pantaloni a risvolto rappresentava una persona che c’aveva avuto capacità di entrare dove stavo io dalla porta giusta senza di farsi vedere manco da me perché se io lo vedeva lui certo non trasiva. Oppure la gente che stava fuori e che non trasiva mai era la gente che non ci fregava tanto di trasire proprio. Mi chiedevo di questo sogno che ho fatto se qualcuno pensa che ci può essere un messaggio subliminale a livello di psicologia proprio.

Nella vita bisogna sempre ascoltare due campane che suonano pure quando suonano uguali. Finite le suonerìe, e solo allora, si può alzare il naso e vedere i fuochi d’artificio.

 

 

 

Fine della riflessione

 

 

Di una parte

 

 

Io posso star sveglia fino alle cinque del mattino alla finestra, a contare i riflessi delle luci del lampione sotto casa sul marciapiede e non stancarmi mai. Prendere un foglio di carta e disegnare quel che vedo. E farlo venire fuori uguale. Io posso vestirmi per farmi spogliare, e spogliarmi per farmi guardare, e farmi guardare per vederti disorientato, e vederti disorientato per serrare la mia mano e dire eccoti, ora ti ho quì. Prova a divincolarti dalla stretta. Io posso immaginarti di parole e suoni, e vederci giusto proprio là dove nessuno è stato capace prima. Perché di parole e suoni ti circondi, ma io di parole e suoni mi cibo. Io posso ridere di te, di come ti esprimi e delle tue affannose ricerche di felicità. Posso riderne e dirti che non hai bisogno di correre. Posso riderne, ogni giorno. Io posso diventare quel che tu vuoi, cucimi un abito nuovo e avrai il tuo spettacolo. Ti è stato riservato un posto in prima fila, goditelo finché gli attori saranno sul palco e le luci non si spegneranno. Io posso guardare indietro e non aver paura di tutto ciò cui ho voltato le spalle un giorno. Io posso guardare avanti e non temere di arrivare dove sei tu. Io posso tenderti una trappola. E buttarti da mangiare dall’alto del fosso. Io posso infilarmi nei tuoi pensieri e non mi cacceresti. Io posso inventarmi il giorno e le notti. Chiedi come, dimmi quando, indicami dove. Io posso parlare all’infinito e ammansirti. Io posso sedermi sulle ginocchia di fronte a te. Accarezzarti le gambe, scoprirti un po’, sentire il tuo odore e farti l’amore appena. Io posso andare al mare ed emozionarmi, posso guardare un bambino e fare le facce buffe per strada. Io posso togliere. Io posso piangere e non nascondermi. Posso arrabbiarmi e non pentirmi. Io posso essere insolente e dolce. Io posso offrire. Dirti quel che vuoi e tacerti quel che voglio. Io posso escludere e coltivare. Tu, in fondo, hai un solo prezzo da pagare. Almeno fino a che non sentirai lo scroscio del batter di mani di questo pubblico gaudente e generoso. Allora succederà che mi cercherai dietro le quinte. E mentre starò andando via ti assicuro, ti sarà concesso guardarmi ondeggiare il culo.

 

 

Standing

 

 

C’è una cosa che ho imparato, in questi ultimi tempi che fatti due conti potrebbero essere anche sì e no pochi mesi, eppure sono stati talmente tanto lunghi, e talmente tanto pieni, e talmente tanto affaccendati che a me sono apparsi come un’eternità. C’è una cosa che ho imparato, ed è che le persone quando credono di essere deboli sono forti, e quando credono invece di essere forti sono molto, molto deboli. Perché in realtà forza e debolezza non sono altro che stupidi paraventi di comodo. È accaduto, nei pochi momenti in cui mi sono trovata a parlare di me, ad esporre magari una preoccupazione, oppure semplicemente a comunicare uno stato d’animo, che io mi sentissi rispondere tu sei forte. Tu sei forte, ma non così forte, avrei voluto ribattere, non così forte da prendermi queste parole come uno schiaffo all’anima, girare il culo ed andarmene. Ed invece tu sei forte, e via. Defilàti. Io incasso il colpo, e l’unica cosa che accadrà è che il tutto sarà relegato allo sporadico episodio. Tornerò ad essere quella di sempre. Che non è una persona che fa finta di stare sempre bene. Ma, più correttamente, tornerò ad essere la persona che se la rivede da sola. C’è qualcosa di strano in tutto questo. La prima cosa che ho pensato è che, evidentemente, la gente ha di me la immagine di una roccia. La seconda cosa che ho pensato è che, se la gente ha di me la immagine di una roccia, probabilmente è perché non lascio trapelare mai, o quasi mai, un problema che potrei vivere, o una situazione emozionale difficile, o semplicemente non lascio trapelare timori. E’ raro ch’io dica a qualcuno oggi sono triste. È raro che io confonda i miei stati d’animo con il lavoro. E così via. Il fatto stesso che questo spazio non riservi praticamente a nessuno un accesso alla mia vita di tutti i giorni, soprattutto dal punto di vista dell’anima, ne è la prova. Ed è stata una scelta, quella di rendere il tutto il più impersonale possibile. Ho cose da dare a chi posso guardare negli occhi, le cui mani posso toccare, la cui voce posso ascoltare, i cui gesti posso ricambiare. Tutto il resto che c’è qui appartiene semplicemente a due minuti di svago e di tempo libero, attraverso qualche arrogante pensiero buttato giù per iscritto quando ne ho voglia e perché mi diverte, mi rilassa, mi piace. Forse, anzi io credo soprattutto, per tali ragioni questo spazio regge, e regge contro qualsiasi mio stato d’animo. Oggi, però, è un giorno diverso. Domani si tornerà alle solite. Un’altra cosa che ho pensato è che se non lascio trapelare tutto questo, e la gente pensa che io sia forte, allora di sicuro ciò è colpa di un mio modo, purtroppo appreso col tempo, di gestirmi da sola le cose. Anche, soprattutto, un dolore. O una preoccupazione. Non sono mai stata alle dipendenze dagli altri, non lo sono stata mentalmente e nelle mie scelte finanche dai miei genitori. La verità è che io non dipendo, da sempre, da nessuno se non da me. Questo ha fatto sì che, al di là di discorsi tra amici in cui ci si scambia confidenze, o di discorsi con la persona che amo, o con chicchessia, io contenessi in qualche modo, accanto ad un forte bisogno innato di comunicazione, un altrettanto forte bisogno di fare da sola. In tutto. Ciò spiegherebbe, dunque, perché alcune persone che mi conoscono bene dicono spesso che ai loro occhi appaio come la persona più estroversa eppure silenziosa che esista. Perché i silenzi non sono assenza di parole. I silenzi sono assenza di contenuti da dare. O da ricevere. Tuttavia, se la gente pensa che io sia forte significa che evidentemente la parte di me comunicativa, che ha imparato con il tempo e a carissimo prezzo a metter da parte qualcosa, gestendolo da sé anche per non gravare altri inutilmente, è preponderante rispetto alla parte di me silenziosa. Alcuni dei miei amici più cari vengono a casa mia, si siedono sulle mie sedie, e raccontano. Raccontano così tanto che dopo un po’ mi sento imbambolata dalle loro parole. Che non sono solo parole, ma un vero e proprio rimorchio che si abbassa sul terreno preparato ad accogliere lo scarico. Mi succede, quando parlano, di stare zitta. Quando hanno finito dico sempre, quasi sempre, la stessa cosa. Non ho consigli, perché non amo che consigli siano dati a me. Oppure, non ho giudizio, perché non amo che giudizi vengano scagliati su di me. Oppure, ancor più semplicemente, tu sai dentro di te cosa fare. E frasi così non sono frasi fatte, sono solo le frasi che io dico a me stessa, in ogni situazione. E peggio, a volte, riesco ad essere fredda e non emozionale. A volte parlo di necessità di dover decidere, che non ha sempre a che fare con i sentimenti. A volte dico che tu ti senta così, ok, ci sta, ma che tu ti senta così o meno non cambia quello che invece sei. Dunque pensa a quello che sei, non a quello che senti. Un figlio cessa di essere figlio perché diseredato ? No. Un figlio sarà figlio sempre, anche se non ammesso ad una eredità genitoriale. Cosa appare agli occhi altrui quando parlo in questo modo ? Che sono forte. E lo sarei, lo sarei perché ? Perché parlo così ? Perché non chiedersi cosa, quanto, come qualcuno è stato condotto a ragionare così ? Niente. Tutto ciò alla gente non interessa. Perché la gente, la gente è concentrata su sé stessa. Un Io infinito in un universo satellitare che ruota intorno continuamente. Questo è quello che la gente vuole essere. Lo ammetto, vorrei tanto, ma tanto esserlo anch’io. Vorrei a volte essere un Io infinito in un universo satellitare che mi ruota intorno continuamente. Quanto mi piacerebbe. Peccato essere ormai parte di un processo irreversibile di cambiamento, o forse più semplicemente di crescita come dico spesso, che mi conduce ogni giorno verso la opposta direzione. Un processo sancito, per non dimenticarlo mai negli anni prossimi, con una incisione a pelle qualche mese fa. Semplicemente un modo per non dimenticare, un modo visibile a me stessa. E forse anche un monito, perché no, agli altri. Il prezzo che si paga è alto, molto. Ma crescere è anche questo. Non avere più il privilegio di poter fare capricci. Anche quando vorresti farli.
Ora, c’è una cosa che ho imparato. Non esiste davvero la forza, e non esiste davvero debolezza alcuna. Esistono solo persone che hanno sviluppato negli anni una capacità di prendere calci in culo a iosa e resistere nel portarsi le mani dietro e frignare per il dolore. E magari hanno sviluppato questa capacità solo perché hanno compreso che frignare per il dolore non giova granché. A sé stessi, soprattutto. Esistono solo persone che riescono a far sì che un qualcosa di doloroso, di fortemente doloroso, accaduto in passato o vissuto nel presente non le schiacci per il futuro. Non le macini come una dose di caffè, polverizzandole. Esistono solo persone che hanno compreso che accarezzare il proprio dolore tra le mani, coccolarlo ogni giorno, portarselo a letto la sera, dargli da mangiare continuamente facendolo così crescere a dismisura, farlo aumentare, non serve a nessuno. Piuttosto logora. Sé stessi, e chi sta intorno. E allora ? E allora capisci perché la gente pensa di te che sei forte. E capisci anche perché quella gente lo pensa. Io non sono forte, non finché avrò ancora parole da scrivere qui, o da dire fuori di qui. Non finché avrò prezzi da pagare per le scelte che faccio ogni giorno per crescere. Soprattutto in termini di solitudine. I forti, sapete chi sono ? I veri forti sono i deboli. Io, finché continuerò ad essere quella che sono, non sarò né debole né forte. Sono e sarò sempre e solo una persona profondamente stupida e profondamente convinta, in fondo, di tante cose stupide, e circondata da una marea di persone che vanno e vengono, che all’occorrenza balla i suoi balli alla stessa festa in cui hanno invitato anche te, e questa marea di persone che vanno e vengono quando ha finito di ballare i suoi balli e si è stancata prende il cappotto e se ne va. Senza salutare. E tu, come una stupida forte, ma forte davvero, corri, e corri verso l’uscio e rimani sulla porta con la mano alzata. A dire arrivederci a qualcuno che l’angolo l’ha svoltato già da tempo.

 

 

Post, ante et cotidie

 

 

Ricostruiremo in ventiquattro mesi, anzi no. Ricostruiremo in dieci mesi, e attenzione attenzione tutto in muratura. Come le cucine rustiche nelle casette di campagna. Anzi no, ricostruiremo tutto in cinque mesi, con il legno. Che regge bene agli urti. Ed invece meglio ancora, ricostruiremo tutto per settembre. Così indossate il grembiulino e tornate tra i banchi di cartone nella scuola di plastica. Via con l’appello. Chi manca ? Assenti giustificati, Professore. Qui manca un casino di gente. Non vi piace l’idea della new town ? E allora vada per la old town. Non facciamone una questione di lingua. La old town sarà sempre new, perché la old puff, inghiottita dalla terra. Celebreremo tutti il venticinque aprile. Perché ? Ovvio. Non si lavora. Ci frega assai, a noi, di chi è la festa, no ? Sinistre, destre, Casini di Centro e Valori di una Italia che non c’è più. Che vuoi che c’importi. Giornata di riposo, senza trattenuta stipendiale. E ci starei anch’io, cazzo se ci starei a celebrare le feste così. Il Presidente del Consiglio però ci tiene a precisarlo, perché fino ad oggi evidentemente del venticinque aprile se n’è fregato tanto quanto me o te o molti di noi. Pare di sentire le note leggiadre d’un tempo, quelle dell’Italietta buona, santa e giuliva perché senza denari nelle tasche. Er barcarolo va contro corente … e quanno canta l’eco s’arisente … Supereremo la crisi, siate ottimisti. I divorzi diminuiscono. Visto mai che la crisi faccia bene alle coppie ? E allora perché superarla, la crisi ? Io la manterrei. Magari facciamo pure più figli. Che uno non c’ha da lavorare, non c’ha un cazzo da fare e ci dà dentro e risolviamo anche il problema della demografia e di tutti ‘sti vecchi che popolano il territorio e che non muoiono mai e non vanno in pensione mai e noi giovani hai voglia ad aspettare. Berlusconi, con ‘sto sisma abruzzese, è sempre più fiducioso. Ci tiene a ribadirlo ogni volta che viene intervistato o rilascia dichiarazioni pubbliche. E’ fiducioso più che le vecchie di paese con il prete. Io vorrei sapere in cosa è fiducioso, e giuro che divento fiduciosa anch’io. Intanto qui i fiumi esondano, straripano. Si rischiano le alluvioni come qualche anno fa. Piove che Dio la manda a secchi, e le strade sono interrotte. Il referendum, dai. Facciamolo questo referendum vi prego, che solo a sentirne parlare ancora uno si scoccia. E facciamolo così ci togliamo il pensiero. Solo che l’Italia non è abitata da un popolo atto ai referendum. Mica come gli svizzeri, noi, che si vota ad ogni pié sospinto in consulta popolare. Noi no, noi si ha il Parlamento, che ci piace così tanto il Parlamento che lasciamo fare tutto a lui. Del resto, se così non fosse, per cosa lo terremmo ? Votate voi nelle aule, che noi non c’abbiamo alcuna voglia. La regina d’Inghilterra ha compiuto gli anni, diventa sempre più vecchia e non ha nessuna intenzione di abdicare in favore di quel coccolone del Principe Carlo. So’ cose, pure queste. Se ci saranno sanzioni per le regioni che non hanno predisposto un piano di risanamento della finanza sanitaria, hai detto niente. Di piani di risanamento noi ne abbiamo a iosa. Saranno secoli che si fanno ‘sti piani di risanamento. Valli ad attuare, che il problema è sempre quello. Un rom vince il Grande Fratello, un bamboccione dalla voce nostrana simil Baglioni vince X Factor. Vuoi vedere che siamo alla resa dei conti ? Santoro si, Santoro no. Vauro di mezzo. Santoro si, a condizione che impari una volta per tutte la educazione. Se mi interrompesse mentre parlo, o peggio mentre rispondo ad una domanda rivoltami credo che mi alzerei, gli tirerei un calcio in culo e me ne andrei. Soccorsi tardivi. Soccorsi disorganizzati. Soccorsi inesistenti. Ah beh, vallo a dire a chi i soccorsi li ha prestati. Apriti cielo, e fulminaci tutti. Uno a uno, palla al centro. Vorrei sapere chi ha notato che non si parla più di stupri in tv da parte di stranieri. Forse avranno smesso. Ah, finalmente una buona notizia. Gli stranieri non stanno più stuprando. Continuano a farlo i nostrani, nel completo silenzio delle mura domestiche. Sono traguardi positivi, non credete ? Italia si, Italia no, la terra dei cachi. La Gelmini, che da buona ninnanannara quando parla ti fa addormentare, ha cambiato look. Adesso sì, che è una Ministra come si deve. Hair fashon. Che ogni tanto si lasci scappare un condizionale in luogo di un debito congiuntivo uff, stai a vedere il capello. Al Durban II tutti si alzano e se ne vanno. Alcuni manco hanno partecipato ab origine. Chi dichiara cose ben fatte ? La Chiesa. Qualcosa non quadra. Intanto noi si litiga con Malta per chi deve prendersi i poveri cristi della fame. Prenditeli tu che io ne tengo già troppi. No, prenditeli tu che qua la terra è poca e stiamo stretti. Voi siete uno stivale, noi siamo una pezza al culo. Vuoi mettere la differenza di estensione ? Va bene scegliamo un compromesso. Buttiamoli in mare. Oggi, che vi ho a che fare personalmente, posso confermarlo. Chi ha fatto il Pubblico Ministero per anni non sempre sa fare il Giudice. Sa fare solo il Pubblico Ministero. E finisce per condurre un esame testimoniale come se stesse interrogando un imputato. I testi si intimoriscono, sentendosi sotto accusa come condannati. A nulla valgono i tentativi di correggere il tiro, e di raddrizzare la strada ormai distorta. E vai con l’omertà. Le regole della giustizia minima, non dico quella sostanziale ma quantomeno quella procedurale, quella almeno formale, non esistono più. Tutto nel cesso. Glu glu glu, scarico. Per restare in tema, il C.S.M. sentitamente ringrazia, e sentitamente ringraziamo anche noi tutti con cuore commosso, e commossi anche un po’ nel cerebro, il neoeletto Presidente del Tribunale per i Minorenni di Bari, che dopo aver lasciato uscire non si sa quanti delinquentoni a causa dei mancati depositi delle sentenze di condanna ora è promosso ed elevato di rango. Dieci e lode. Questa mattina uno stuolo di studenti ed insegnanti sfila per le strade della città. In questo istante esatto sono sotto il nostro stabile. Urlano basta bugie. Il sisma del 2002 non ha prodotto alcunché, in termini di messa in sicurezza delle scuole. Oggi si chiude un Liceo Scientifico perché assolutamente pericoloso e lesionato. Un Liceo che ha un migliaio di iscritti da sempre. Lesionato questa notte ? Lesionato con il sisma di L’Aquila ? Ma no. Lesionato dalla notte dei tempi, ragazzi. A colpi di slogan, sono incazzati neri. Berlusconi porta sfiga. Ogni volta che c’è lui si scatenano i terremoti. Dio mio, non è possibile. E per concludere un post che non ha niente di post e nemmeno di ante, ma solo il sapore amaro del cotidie, gli sciacalli dei telegiornali non si sono accontentati di chiedere ai terremotati signora, come si sente ? Come tua sorella. Ci può dire come ha vissuto il sisma ? Sempre come tua sorella. L’Italiota godereccio e magnaccione non perde il vizio di infiltrarsi alle feste altrui. Tutti a L’Aquila, che si celebrano le prime nozze dopo la tragedia. Vai, vai, che fa notizia. Dai, dai. Ecco, gli sposi. Non dovremmo offenderci, noi che ci teniamo così tanto al bon ton, se ci sentiamo dire ma che cazzo ci fate al mio matrimonio, questo è il mio giorno o il vostro ? Chi vi ha invitato ? Chi ci ha invitato, nessuno. Volevamo farvi fare gli auguri per solidarietà da parte di tutta la Nazione. Fanculo tu, la tua telecamera, e gli auguri degli italiani. Chi cazzo li conosce, gli italiani.

 

 

 

 

L’autore che ci creò vivi non volle poi, o non potè materialmente, metterci al mondo dell’arte. E fu un vero delitto, signore, perché chi ha la ventura di nascere personaggio vivo può ridersi anche della morte. Non muore più ! Morrà l’uomo, lo scrittore, strumento della creazione; la creatura non muore più ! E per vivere eterna non ha neanche bisogno di straordinarie doti o di compiere prodigi.

 

[ Sei Personaggi In Cerca D’Autore, L. Pirandello ]

 

 

Backstage

 

 

 

 

Non smarrirti proprio oggi che è un giorno speciale. Nessuno di noi due è più estraneo per l’altro che tutta questa gente che ci sta guardando. A chi interessiamo, io e te ? A nessuno, nemmeno a chi è fuori ad aspettare il momento esatto per portarci l’abito che ci sta meglio. Io, lo sai, sono una bugiarda e mi adori per questo. Ti ho mentito nello stesso istante in cui ti ho guardato e ti sono venuta incontro e tu, stupido, non te ne sei accorto. Te l’avevo detto di non abbassare la guardia. Ora, rispondimi, chi dei due è più intransigente dell’altro nel proprio desiderio ? Chi di noi due è più esigente nelle proprie richieste, chi di noi due è più impenitente per i propri peccati ? Adesso cambiami la faccia. Scioglimi. E trasformami dai. Mutami la pelle, toglimela. Adesso cambiami ogni cosa di tutto quel che hai pensato. E girati, che voglio vedere il sussultare delle tue spalle mentre ridi. Girati, che voglio braccarti dietro la schiena. Stringi, stringi, stringi un po’ di più. Apri di più. Gira la chiave. A chi importiamo io e te ? A nessuno. Faccia a faccia soltanto, questo era quello che volevamo fin dal primo giorno. Un faccia a faccia spietato. La tua falsa sicurezza e la mia falsa ingenuità. Due perfetti mentitori che finora si sono studiati, osservati, sbranati senza azzannarsi, senza ferirsi. A te il campo, ora. Mossa. Scacco. Vieni qui, ti ho toccato prima io. No, prima io. Ricominciamo allora, dai. Allargami. E parlami. È l’eco che voglio sentire salirmi in gola come se fosse la ridondanza di un senso nascosto, la tua risata a bassa voce. Non ci serve nulla ora. Non ho risposta ad alcuna tua domanda, e tu non hai alcuna domanda che possa avere posto qui. Non ci serve niente che sia superfluo. Dammelo tutto questo tuo clamore silenzioso. Ti vedo, lo sento. Non puoi nascondermelo. Dammelo tutto. Fallo scivolare via goccia a goccia. Domani, si dice così no ? Domani avremo tempo per cambiare musica. Avremo tempo per ballare qualcos’altro. Faremo vento ancora muovendoci, ed asciugheremo così tutto questo sudore.

 

 

(S)Comparse

 

 

 

 

 

E le pagine si consumano con il tempo, l’inchiostro sbiadisce ad ogni tocco di mano. Osservazioni attonite, un miscuglio di brusii. Triste girotondo di scheletri, fantoccio immaginario al rogo. Questa diffusa ignoranza che miete vittime ad ogni falciata, questi visi rattrappiti dalla stessa immagine che riflettono agli specchi, queste indecenti commistioni di merce contraffatta che s’aggiustano alla meglio sui banchi dei mercati. Attese di acquirenti e venditori urlanti, cartamoneta sventolata in aria e spiccioli che risuonano nelle tasche come richiamo per uccelli rapaci. Queste deformate espressioni, questi nebulosi fantasmi senza ossa, queste insofferenti bisce nere dai ventri ricolmi della medesima terra sulla quale strisciano, e veleni di lingue che stillano sputi, e sputi di tosse e rogna dei cani, e zecche saltellanti di branchi di cani randagi. L’abuso indistinto nelle mani di inoperosi accomodanti, di guerriglieri da retroguardia, di soldati senza addestramento. Un potere che, per non avere regola alcuna, distorce ogni senso.

 

 

 

[ Foto di Blueroad ] 

 

 

 

La bocca piena

 

 

Che pena … che pena tutta quella gente. Sapessi come mi sento, guarda. Guarda lì, in diretta adesso guarda. Quelle immagini, quei bambini. Tutte quelle donne, poverine. Quelle donne, perché le donne sono più deboli degli uomini … Gli uomini anche sì, va beh un po’ di meno … Però … Oh, che tragedia ! Mi si spezza il cuore pensandoci. Sai, sono giorni interi che piango, piango, piango come una disperata per tutto questo. Com’è possibile che sia accaduto … com’è possibile … tutte quelle case, quelle cose. Ma ci pensi ? Non hanno più niente ed io, oh quanto vorrei far qualcosa io ! Quanto, credimi davvero. Se potessi darei la mia casa, io li ospiterei tutti eh. Solo che staremmo stretti. E come si fa poi. Non è possibile. Se potessi, Dio solo sa cosa farei … Dio solo lo sa. Infatti aspetto che me lo comunichi. Così lo faccio. Che brutta fine che hanno fatto … che tragici giorni questi … Io poi, io partecipo sempre al dolore degli altri. Ma che ci vuoi fare, sono fatta così. Sono una sensibile. Una che ci pensa a chi soffre, una che non ci dorme la notte. Tu ci dormi la notte ? Io non ci dormo la notte. Quando proprio non mantengo più e gli occhi mi si chiudono ci dormo di giorno, ma la notte no. Proprio ora doveva succedere, dico io ? In questi giorni di festa poi, che dramma … A proposito, fatte le spese per Pasqua ? No ? Davvero, non ancora ? Guarda che devi sbrigarti perché non sai che file che ci sono nei centri commerciali. Ieri infatti per poco non sbattevo a terra. Un cretino mi ha dato uno spintone dietro con il suo carrello. A momenti cascavo. Mi sono girata e gliel’ho proprio detto, oh cretino di merda che non sei altro ma che cazzo, non vedi che qui ci sono io ? Che ti spingi, coglione ? Poi l’ho lasciato perdere guarda, perché ‘sta gente puoi solo lasciarla stare. Che ti metti a fare casino nel centro commerciale ? Io poi, non mi abbasso a certi livelli. Io sono superiore. Comunque alla fine, ti volevo dire questo. Ho comprato l’agnello a undici euro al chilo. Undici euro ! Scherzi, da non farselo scappare. Che noi poi siamo anche in tanti eh, perché pensa, tra figli, fratelli, sorelle, nipoti e quant’altro, hai voglia a cucinare. Se invece vai al centro commerciale che sta appena entri in città, sì quello ecco, lì ci trovi le colombe a due euro, e le uova di Pasqua a quattro euro. Conviene eh. Io ne ho comprate sette, di colombe. Una la devo portare al Sindaco, una al Prefetto, una al Capo di mio marito, una la voglio regalare alla signora che lava le scale nel mio palazzo, poverina, la vedessi … si spacca la schiena per quattro soldi che le diamo in condominio. Certe volte nemmeno pulisce bene. Poi è rumena, quindi mi fa pure un po’ compassione … Però lei si è integrata bene. Comunque, un’altra colomba la devo assolutamente portare a Don Vincenzo, che la settimana scorsa ha fatto una omelia alla messa proprio bella e mi sono davvero commossa. Che vuoi, è un piccolo segno d’affetto. Io poi ci tengo a queste cose. Il rispetto, prima di tutto. Solo che lui è un prete, mica capisce che significa avere una figlia per la strada a passeggio con la sua amichetta e pensare che potrebbe essere stuprata da qualche bifolco straniero. Se fosse padre, allora sì che capirebbe. Lui, finita la preghiera della sera, se ne va a dormire, e chi s’è visto s’è visto. Infine una la porterò alla mia dirimpettaia che siamo amiche da tanti anni, e l’ultima ce la teniamo a casa per noi. Che tanto si sa no, alla fine tutti quanti i parenti porteranno una colomba ciascuno. Sai come volano, nella pancia dopo l’agnello ! Comunque adesso speriamo solo che ci sia il sole, perché un’altra Pasquetta con la pioggia proprio no eh. Sono tre anni che abbiamo in programma di andare a fare una bella scampagnata e niente, obbligati a restare in casa o ad andare in qualche agriturismo … Già penso a tutte le ore che dovrò sudare sul tapis roulant. Queste feste sono una rovina. Io l’ho sempre detto.
 
 
 
 
Questa terra trema ancora, macina i suoi morti mentre la disperazione è tale e tanta da togliere il fiato, mentre l’orrore della tragedia continua a consumarsi ad un palmo dal nostro naso eppure non riesce a scuotere davvero la coscienza, non riesce ad obbligare ad una riflessione, non riesce a zittire le inutilità. La nausea provoca vomito. I miei più sentiti auguri, e buon compleanno al mio amore.