Archivio mensile:giugno 2009

 

 

 

È un processo all’incontrario che ti tiene in equilibrio perfetto. Qualcosa che non involve, nè si dissolve solo perché è passato del tempo. Semplicemente, muta di posizione pur restando nello stesso posto. È più o meno la stessa cosa che ti accade quando sei abituata a degli oggetti, per anni. Potresti lasciarli lì senza spostarli di un solo millimetro. Non attirerebbero più la tua attenzione comunque. Qualcosa ha un sapore aspro. Come l’impulso di addentare quella fettina di limone che ti sarebbe servita, in realtà, solo per rendere più gradevole il tuo thé. Qualcos’altro invece ha il tono della disillusione misto a stupore. Come quando non vedi per anni qualcuno cui sei legato e ti sorprendi di non sentirne la minima mancanza. È chiaro come quando alcuni pezzi della storia si sono persi per la strada, e solo dopo molto riesci a vedere nitidamente che nessuno ha sentito il minimo bisogno di tornare indietro e raccoglierli. Ti viene da sospirare. Aria nei polmoni che gonfia la tua gabbia, ed esplode. Prepari una lista. Scrittura svelta. Depenni quello che non ti è più utile e lo sai da molto, certa che qualcun altro da qualche altra parte l’ha già fatto a suo tempo. E tutto ciò per qualche verso ti rinfranca, e t’affranca da obblighi di sorta nei confronti di chicchessia. Accorgersi di esser capace di tenere fuori tutto, di porre il muro invalicabile tra sé ed il resto, ti conferisce una certa leggerezza. Tra una sferzata dello sguardo e la solidità del passo. Come accorgersi che la sufficienza altrui sta nell’interscambio momentaneo per direzione univoca. E non soffrirne, quanto piuttosto provare come un senso di compassione per quel modo fagocitante che hanno di rubarti. Cammino senza remore sul filo doppio di una perfetta autarchia sentimentale. Sempre qualche passo più in là degli altri. Ho perso quell’istinto tutto mio di volgere lo sguardo a ieri. E l’obiettivo è tornato ad essere lì, proprio lì. Da sé in poi. Chi è rimasto indietro sa bene dov’è, il punto esatto in cui si è perso, il momento preciso in cui si è fermato. Non c’è bisogno nemmeno di chiedere. La risposta chi è rimasto indietro la sa già. Quella vera, inevitabile, è sempre nella domanda.

 

 

Di stanze

 

Io non ho capito bene questo fatto che il Premier sia amico di Gheddafi e Gheddafi amico del Premier. Siamo diventati amici tutti. Mentre io soffro sempre di più della ritrosia a certe manifestazioni d’affetto, a lungo e breve termine, a corto ed ampio raggio, a destra sinistra centro sopra e sotto. E non ho capito un’altra cosa ancora. Per quale motivo le persone si meravigliano quando dico che desidero fortemente che i politici stiano al loro posto, nei loro palazzi, che non si trasfigurino in improvvisi buoni samaritani tra la gente, ma che piuttosto abbiano vera coscienza del potere che hanno e per questo lo usino come si deve. Non ho capito cosa c’è da meravigliarsi se avverto una particolare insofferenza verso questo passeggiare per le strade delle città, baci abbracci ricchi premi e cotillons. Questo modo così soggettivistico di politicheggiare. Questa carta vincente del conosce i problemi delle persone. I problemi miei sono quelli di tutti. Sono quelli della cittadinanza. Non è necessario che ci si conosca tutti uno per uno. Questa fastidiosa presenza spalla a spalla. Un vociare continuo, scambio di gagliardetti e strette di mano come se si fosse appena scesi da una papamobile. Questo chiamarsi continuamente per nome. E la gente, la gente che si concede il lusso del soggettivismo e tutta a piegarsi a novanta gradi, senza vedere che dietro c’è qualcuno già pronto. Tutti compari, senza banchetto.

 

Stazioni

 

 

Non trovi anche tu divertente osservare la gente e quel suo modo inconsapevolmente composto di sedersi ? Voglio dire, oggi ho visto una signora. Faceva caldo, e si è seduta su una panchina. Il suo primo gesto è stato portarsi le mani alle gambe e tirarsi giù il lembo della gonna. L’avessi vista, com’era intenta a sistemarsi quei tronchetti d’ossa. Ora, ci sono persone che quando si siedono sono tutte in tiro no ? Queste persone hanno da conformarsi ad uno status, ad un certo livello. È una questione di educazione. Tipo quelle che si sistemano il petto prima di entrare in un locale. Una mia amica lo faceva sempre. Era una persona che si sistemava il petto prima di entrare in un locale. Si tirava fuori mezze delle minuscole tette che aveva. E’ così ridicolo se ci pensi sedersi, riposarsi, e allo stesso tempo dover stare accorti a tenere un certo contegno. Ti costringe a stare sempre nervosa. Sempre tirata. Durante un viaggio in treno notai un tizio seduto di fronte a me, sulle poltrone accanto. Avrebbe potuto avere quarant’anni. Voglio dire, un uomo convinto. Sai che quelli di quarant’anni sono convinti ? Ma si, dai. Di avere esperienza, hanno il filo di barba d’ordinanza per risultare accattivanti, ti guardano come se tu fossi la unica donna esistente al mondo ma allo stesso tempo non perdono occasione, avvicindandoti, per sussurrarti all’orecchio bimbetta, ne ho altre sei che mi aspettano. Insomma questo tizio aveva tra le mani un giornale, e lo apriva svogliatamente. Io pensavo che non stesse leggendo un bel nulla. Girava con gli occhi sulle pagine ma in realtà non si soffermava su niente di particolare. Io me ne accorsi. Quando uno è intento a leggere qualcosa ha lo sguardo che scorre con lentezza da sinistra a destra e poi fa un impercettibile capolino alla riga successiva, senza alcun movimento del viso. Però se guardi gli occhi, mentre legge, te ne accorgi. Beh questo qui non leggeva. Questo qui aspettava. Presi a fissarlo con maggior insistenza, che poi divento curiosa come una scimmia. Il tizio, sicuro di avere il mio sguardo addosso, fece come per chiudere il giornale, lo poggiò sul sedile accanto al suo senza passeggero alcuno, e poi si girò verso il finestrino. Io lo guardai ancora, e lui guardava me dal vetro, in controluce. Che stupido. E a quel punto mi venne da ridere e pensai che se fossi un uomo mi sentirei un cretino. Forse anch’io, se avessi quarant’anni, sarei un uomo convinto con un filo di barba e l’occhio esperto. Poi aprì appena le gambe, e lasciò cadere una mano sulla patta dei pantaloni. E la tenne lì. Gli uomini non hanno bisogno di chiudersi le gambe ad incrocio quando si siedono. Si concedono perfino di carezzarsi certe protuberanze, quando sporgono. E noi ? Oh, noi no. Noi si deve stare compìte, accorte, rinchiuse, sigillate. Che c’abbiamo i segreti. Noi si deve stare in equilibrio quando si va nei bagni degli autogrill. Una mano sulla porta che non si chiude quando sei sola e non puoi chiedere a nessuno di far la guardia, ed un’altra mano a far leva su una parete per non sbattere a terra. Oppure una mano sulla porta che non si chiude e una a reggerci gli indumenti calati affinché non lambiscano nemmeno per un istante una qualche forma di materia circostante, evitando così il rischio di contaminazioni. Oppure una mano su una parete, una a reggerci gli indumenti calati, e la porta che si apre perché noi siamo così gentili ed educate ma occupato non lo chiediamo mai nei cessi degli autogrill. Sta di fatto che il tizio scese alla stazione prima di quella in cui sarei scesa io. Si alzò per prendere il suo bagaglio in alto, io lo studiai ancora un pò da dietro. Nemmeno molto alto, in fondo. Si girò, io mi rivoltai verso la mia parte di finestrino. S’avviò per scendere. Il treno ci strattonò appena un poco. Scese, e scendendo cercò il mio sguardo. Si era fermato appena sceso. Era poco più di qua che lo sportello. Lo vidi perché mi girai dalla sua parte di binario. S’era fermato per ridere con me. Io non trattenni. E ricambiai. Mi fece un cenno di saluto, ricambiai ancora. Continuammo a guardarci finché il treno non lo lasciò indietro. Mi alzai appena dal sedile, poi ricaddi seduta. Era convinto davvero quello lì, ed aveva un sorriso fantastico. Guardai fuori. Allargai le gambe. Un po’. Non molto. Un po’, come mi pare.

 

 

 

 

E poi niente, alcune cose sono diventate lentissime, come placide, mentre altre viaggiano ad una velocità prima d’ora mai pensata. Tanti progetti, molte idee. Impegni permettendo, anche andare qui insieme alla Duche, e chiunque altro vorrà accompagnarsi. Ed infine ho da fare un pubblico in bocca al lupo al mio preferito tra i candidati alla carica di Sindaco della mia città. Se tutto va bene, ne vedremo delle belle.