Archivio mensile:luglio 2009

 

 

 

 

 

Avevo dimenticato di averle ancora. Sette piccole biglie colorate. Ho scovato un angolo della scatola di cartoncino, meticolosamente chiusa a suo tempo con il nastro adesivo. Alla vista ero sicura che fosse una delle tante raccolte di lettere che ancora conservavo con una certa gelosia. Io le lettere le ho sempre conservate raccogliendole in piccoli quaderni, ciascuno con un diverso colore della copertina. Ho fatto questo per molti anni. L’ho fatto per molti anni. In quello giallo tenevo racchiuse le lettere della mia migliore amica, prima che morisse. Avevo un quaderno con la copertina verde in cui segregavo tutte le lettere di mia madre. Le conservavo lì ed era un posto esclusivo, solo per lei. Conservavo anche i piccoli biglietti che mi scriveva la sera, prima di andare a dormire, e che mi faceva trovare sul cuscino quando rientravo tardi. Una volta ne trovai uno in cui aveva scritto esistono giorni malvagi ed esistono giorni buoni, non tutti i giorni sono uguali. Non ho mai saputo se l’avesse scritto dicendolo a sé stessa, piuttosto che a me. In quello blu ho conservato per anni foto di molte persone. E poi c’erano quelle nel quaderno rosso. E quelle nel quaderno rosso sono quelle che non si rileggono mai più, dopo averle ricevute. Sono quelle che insegui con le dita le parole sul foglio. Sono quelle che le frasi le conosci per intero. E nessuno sarebbe disposto a giurare che per davvero le hai lette una volta soltanto. Non era niente di tutto ciò. Era la vecchia scatola, invece, che avevo dimenticato di tenere nascosta lì Dio solo sa per quanti anni. Il nastro adesivo è volato via con un soffio. Con la punta del dito tintinno le biglie, una contro l’altra. Tac, tac, tac. Mi sorprendo a chiedermi quale recondita ragione mi spinse da bambina a chiuderle in questa scatola di cartoncino di un giallo sbiadito. Non trovo una risposta sufficientemente motivata. E non ricordo neppure di esser stata una che da piccola giocasse con le biglie, in verità. Con il tempo ho perso l’abitudine di conservare le cose. Straccio le carte dopo averle lette, oppure le tengo in vista solo per il tempo necessario a ricordarmi un qualche impegno ad esse legato. Me ne disfo appena posso. Raramente conservo foto, soprattutto quelle in cui sono ritratte persone che non vedo da molto. Se ne ho ancora, non le guardo mai. Lascio in questo modo che le distanze fisiche siano seppellite dalle assenze, fino a riempire gli spazi rimasti ancora. Dopo un po’ le assenze hanno riempito così tanto gli spazi che non potrai più parlare di vuoti da colmare. Difficilmente mi fermo ancora a parlare per strada con qualcuno che accenni a voler conversare per qualche minuto, dopo avermi sfoggiato un saluto ed un ampio sorriso. Difficilmente guardo le persone così attentamente come facevo prima. La maggior parte di esse mi passa accanto ed io nemmeno me ne accorgo. Non le distinguo più di tanto. Giorni fa ho comprato un libro. Racconta la storia di un uomo rinchiuso in un manicomio in una condizione di autentica lucidità, e che in tale condizione è riuscito a restare per oltre quaranta anni. Ho ancora forte quell’istinto a tratti perverso di voler e dover comprendere a tutti i costi la genialità e la miseria della mente umana. Di tutti i colori il rosso è sempre il mio preferito. Mi accorgo che tra tutte le biglie non ce n’è neanche una che mi piaccia. Sette biglie, e nemmeno una rossa. Forse non erano mie. Mi sforzo di pensare, di ricordare se le ho prese a qualche altro bambino. Magari gliele ho rubate per fargli un dispetto e le avrò tenute nascoste per non farmi scoprire. Ne prendo un paio nel palmo di una mano, poi le ripongo. Il vetro trasparente racchiude piccole scie colorate, ma sono troppo brevi. A guardarle bene sembra perfino che siano tutte uguali, o si differenzino di poco. Non credo abbia molto senso starci a pensare ancora. Rovescio con un gesto fulmineo la piccola scatola e le lascio cadere sul pavimento. Si sparpagliano dappertutto cinguettando, con un unico salto, un suono sordo. Esco a prendere un po’ d’aria, il caldo è soffocante. Cammino fuori guardando i miei stessi passi. I piedi a tratti sembrano affondare ed invece riescono sempre, immancabilmente, a reggere il mio peso. Poi tiro dritto con lo sguardo. Non ho alcun dubbio. Non erano mie.

 

 

 

 

 

 

 

 

Indietro volti noti e parole nascoste. E tutto un guardarsi dentro come l’unico linguaggio che si conosce per dare. Lo specchio di un fiume ripulito, e ad ogni tocco di mano cambia direzione e l’acqua s’intorpidisce. Quel far saltare in aria i castelli e roccaforti e costruire e ricostruire ancora ponti levatoi ogni volta in numero sempre minore, ogni volta di sempre più breve percorrenza. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Chi era dentro è fuori. Chi è fuori non entrerà mai. S’impara da chi ha saputo farsi scudo. Si apprende come si fa a parlare senza dire. A dosare senza mostrare il peso. Ci si lascia scorrere addosso tutti i pensieri e le immaginazioni. E si può cambiare, in molte cose ed in molti modi. L’unica cosa che non cambia sembra essere quell’istinto di non lasciare nulla in piedi, traccia alcuna, nulla vivo, nulla memorabile. L’unica cosa che non cambia sembra essere quell’assurda necessità di distruggere le cose dalla radice, perfino quelle buone a volte. Distruggerle come se non le si potesse, diversamente, mai più ricostruire o ricordare. Farle vivere sempre per davvero. E ci si perde a contarsi le cose che non esistono più e che nonostante tutto vivono ancora. Ed il denominatore comune è sempre lo stesso. Averle rase prima al suolo, in modo così irreversibile da togliere il fiato. A volte senza nemmeno volerlo. A volte senza neanche averlo per davvero deciso. A volte così, in un attimo di follia. Di pura follia, a pensarci. A pensarci … è come quando vai al mare e ti siedi sulla riva. L’acqua ti tocca, e tu riesci nitidamente a riconoscere un respiro. E non ti meravigli. Lo riconosci perché sai che non lo potrai sentire mai più. Che quello è l’unico modo per farlo rivivere. E quel che hai conservato è l’interezza di un’immagine. Se tu l’avessi potuta guardare solo fino a ieri, ogni giorno pezzo per pezzo, poco a poco, non ti mancherebbe in fondo così tanto. E’ averla perduta in modo così deciso, così improvviso, irrimediabile. E’ questo che ti fa vivere così. E non puoi fare a meno. 

 

 

 

 

 

A volte mi trovo a guardare indietro. E allora so a chi questo libro non è destinato. So che non va a tutte quelle persone con cui sono cresciuto, che si sono accontentate di galleggiare, bestemmiare al tavolo del bar, tirare a campare in giorni tutti uguali. Non va ai rassegnati, ai cinici. Appagati da una sagra o da una serata in pizzeria. Rimasti fermi a scambiarsi le fidanzate, scegliendo tra chi è rimasto spaiato come le scarpe dentro scatole impolverate, dimenticate in fondo a un armadio. A chi crede che per diventare adulti bisogna caricarsi in groppa i fallimenti di un altro, piuttosto che rilanciarsi insieme in una sfida. A questo persone non va. Certamente si sa per chi si scrive, ma si sa anche per chi non si scrive. Io non scrivo per loro. Non scrivo per persone nelle quali non mi riconosco, non scrivo mandando lettere verso un passato che  non voglio né posso più raggiungere. Perché se guardo indietro so che rischio di finire come la moglie di Lot, trasformata in una statua di sale mentre guardava la distruzione di Sodoma e Gomorra. E’ quel che fa il dolore quando non ha nessuno sbocco e nessun senso : ti pietrifica. Come se i tuoi pianti o quelli che non riesci a versare, a contatto col tuo rancore e col tuo odio si rapprendessero in tanti cristalli, divenendo una trappola mortale. Allora, quando mi guardo indietro, l’unica cosa che mi resta, in cui mi riconosco, che riesce a circoscrivere un perimetro e un percorso come il contorno di un corpo che vive e respira, sono le mie parole.

[ L’Inferno e La Bellezza, Roberto Saviano ]

 

 

Nell’ottica di un mondo democraticamente democratico in cui tutti hanno la libertà di fare tutto, è più che evidente quanto la mia libertà di essere me sia intangibile. Mi adeguerei anche, a questi tempi così modernamente vuoti che mal volentieri si conciliano con profondità o contenuti di sorta. Mi adeguerei anche, a questi modi così anarchicamente rivoluzionari che credono di poter sovvertire qualsiasi regola e che non si attanagliano con facilità a caratteri dagli aspetti personalisticamente tirannici. Mi adeguerei, se non fosse per, come dire, una questione di tipo sanguigno. Si, proprio una questione sanguigna. Le regole sono create per essere violate. Condivido. Se sono io a stabilirle. Spesso si è detto che questo luogo è ad alto voltaggio, sotto numerosi punti di vista di cui tralascerò quelli più complessi. Chi lo ha compreso ha imparato come porsi, e per questo si è conquistato un posto che mai nessuno gli toglierà, soprattutto fuori di qui. Chi non lo ha imparato si è prontamente defilato, e sono tranquilla sapendo di non aver subito nessuna perdita. Il problema è chi sta a metà strada, dando un colpo alla botte ed uno al cerchio. Giacché io i colpi se devo darli li do assestati, e se devo riceverli di certo non li lascerò impuniti per più di una volta, invito chiunque, e ribadisco chiunque, ritenga di doversi di ciò dolere, lagnare, lamentare, che dir si voglia, a girare al largo. Dal momento che il mio modo di gestire uno spazio pubblico che di pubblico per me non ha un cazzo, nemmeno il mio viso candido, può disturbare non v’è motivo di recarsi proprio qui.  E’ tutto così semplice. Di questo dover per forza intrecciare rapporti, o di dare per forza volti a delle cose, o di dare per forza una voce a delle frasi, non ne sento la necessità. Se qualcuno sente questo bisogno si chieda prima se lo sento anch’io. E di sicuro non gli sarà rifiutata una risposta, buona o cattiva che sia. Indi per cui chi viene e si ferma, lo faccia sapendo che non si può accomodare in poltrona finché non sono io a rivolgere un tale invito. Quando è accaduto, nessuno può dire di esser mai stato invitato anche a rialzarsi. Ma chi crede di avere una qualsivoglia difficoltà nel rispettare democraticamente la mia libertà intoccabile di non essere per niente democratica, faccia i suoi giri altrove. Ci sono così tanti cortili, con fauna consona al clima e alla vegetazione. S’ode perfino l’eco dello starnazzare da lontano. Ma non v’è posto per un’oca nella giungla. E mi scuserà chi credeva che con il passare del tempo, con il passare di molto tempo, io avessi perso l’abitudine di tirare fuori le unghie. E non fossi più una tigre.

 

 

Incontri fatti ad arte

 

 

 

E’ noto quanto io sia una persona abbastanza selettiva, nonostante una certa estroversia del tutto naturale. E’ noto anche quanto io scelga con cura ed attenzione, spesso senza che i miei interlocutori se ne accorgano, chi e cosa deve far parte di me, tenendo invece lontane altre persone ed altre cose. Questo blog ne è, tra i tanti, un chiaro esempio. Avrebbero dovuto esserci anche la zoe, blue, dust e la simo, ma non è stato per loro possibile e s’è rimandato l’appuntamento in gran stile ad altra data. Incontrare invece la duchy e la sabs e trascorrere del tempo insieme è divertente, ogni volta. Devo ringraziare pubblicamente la seconda per aver messo a disposizione la sua auto nel traffico snervante delle strade di Napoli e per la pazienza nel sopportarmi mentre aspettavo il suo arrivo. Non la ringrazio invece, ma la perdono, per quei suoi Linkin Park che hanno dovuto ascoltare le mie orecchie. Alla prima dico solo che non mi fa mancare mai di ridere. La ragione per cui sto bene con loro è che sono esattamente così come qui. Senza sorprese inaspettate, senza maschere, senza pretese. Questo è il motivo per cui chiudo la porta a molti, mentre acconsento che entrino solo pochi altri. Un tramezzino al Centro Direzionale, una telefonata alla signora nya, una corsa nel traffico fino al mare, un giro infinito per il parcheggio. Ed una passeggiata a piedi che sembrava non finire più a detta delle due tizie, evidentemente poco abituate a camminare rispetto a me. All’ingresso del castello un manifesto, proprio sotto la bocca di un cannone. Come il preannuncio di un colpo sparato nell’aria. Noi ci siamo andate a vedere la mostra Maninarte dei Fratelli Scuotto, ed abbiamo scoperto un mondo meraviglioso ed interessante. Al primo giro di certo abbiamo compreso ben poco, finché scendendo le scale non ci siamo trovate di fronte al nostro Cicerone, che con pazienza ci ha ricondotte di nuovo all’interno del loro mondo fatto di tradizione e modernità, nel quale siamo riuscite ad entrare attraverso la sua compagnia e le sue spiegazioni, passo per passo. Andando via ci ha incontrate la pioggia, quella che a me piace da morire. E stranamente ogni volta che accadono cose belle piove. Arte concettuale ma non troppo, ne so ben poco. Ho obiettive limitazioni in certi campi e non fatico a dirlo. Tuttavia non ho limitazione alcuna nel riconoscere la genialità e la bravura. E soprattutto, più di tutto, i buoni amici.