Archivio mensile:dicembre 2009

Titoli di coda

 

 

Ci sono delle cose che capisci davvero solo dopo. Elaborarle mentalmente, soffrirne per molto tempo o studiarle analiticamente, anche lucidamente e da qualsiasi punto di vista a disposizione non è mai davvero sufficiente. Nonostante tu sia a conoscenza delle conclusioni da trarre, nonostante questo, rincorri ancora un quid che sfugge. Perché c’è ancora un altro passo da fare. Guardandomi indietro riesco, oggi, a vedere tutto. Senza nebbia alcuna, senza velature. Neanche minime. Ogni tessera del puzzle si incastra, oggi, alla perfezione formando un disegno unitario e preciso. Non v’è nemmeno un centimetro di contorno sfumato. Neanche una punta di colore andata via. Niente. Tutto semplicemente perfetto. E guardando indietro mi rivedo china, curva con la schiena su un tavolo. Le mani esagitate, tra le tessere e la testa. Le tempie. Un momento di attività. Uno di stasi. Il blocco. Poi riprendere. Cercare, cercare infinitamente. Continuamente. Cercare il perché, sapere come, comprendere quando. Mi rivedo spingere le mani contro il tavolo ed allontanarmi, alzarmi e poi risedermi ancora. Non mollare. Non adesso. Rivedo gli attimi in cui ho pianto. Così lunghi, frenetici, assurdamente silenziosi fino a diventare urla. Certe cose ti mostrano spietatamente il loro volto, togliendoti il fiato, stringendoti un invisibile laccio intorno al collo, strozzandoti nella mente qualunque pensiero. Riesco, oggi, guardando indietro a riascoltare il mio stesso grido. Quello che soffocavo. Quello inaspettato. Chi vive la vita e le cose della vita in maniera totalitaria corre continuamente, senza tregua alcuna, il rischio di essere usato ed abusato. Ed io riconosco solo oggi quanto e quando questo è accaduto. Quanto è quando l’ho concesso. A chi. Ed il perché, soprattutto. Non credere a chi dice di non avere mai tempo, se invece lo ha costantemente per altro. Non credere a chi dice di non saper fare le cose, se non ha la volontà di provarci almeno. Non credere a chi facilmente esprime solidarietà, se poi ti lascia solo. Non credere al sorriso, quando qualcosa dentro di te intimamente ti dice che non è sincero. Non sono diventata più forte. Ma, semmai fosse stato possibile, oggi mi meraviglio. Allenata come un atleta che continuamente fa esercizi ma che, per qualche assurda ragione, viene costretto a stare in panchina finché non è venuto il momento di entrare in campo. E quel quadro, così tendenziosamente sfuggente, per giorni e giorni e giorni ancora, è andato componendosi nel momento esatto in cui non ho più avuto alcuna chance interpretativa dei modi, né delle parole, né dei gesti. Ed ecco, finalmente, il mio disegno perfetto. Quello che ero stata chiamata a comporre e che, fin dall’inizio, avvertivo come qualcosa di estremamente difficile. Lo sapevo, nei tempi scorsi. Lo immaginavo. Lo temevo. Ma l’ho affrontato. Sola e per prima, come vanno affrontate le cose più importanti. Perché chi ritiene che una cosa sia importante la affronta per prima. Chi soprassiede non ha interesse. Se faccio due conti approssimativi sì, ho messo insieme all’incirca 2009 tessere. Il punto è non solo quanto tempo. Ma anche il tempo giusto. In questo anno ho scritto come in uno stato di gestazione che mi è sembrata infinita. E poi un travaglio continuo, sfiancante. Quotidiano. Che mi ha, in alcuni duri momenti, stremata. Oggi ? Ogni cosa ha il suo tempo. Ogni persona il suo momento. Ogni affetto una collocazione. Ogni illusione ha la sua strada da imboccare. Ogni gestazione porta ad un parto o ad un aborto. Non sono diventata più forte. Ma sono fiera di essere rimasta sempre, esclusivamente, soltanto me stessa fino alla fine. Chiudo la porta in faccia a questo anno accompagnando all’uscita, con cortesia e determinazione da buona padrona della mia vita, tutte le persone che ormai sono comparse di un passato troppo passato per avere ancora una parte nel mio spettacolo. Ho preparato per loro una poltrona, su cui potranno sedersi. Solo osservare. Sono sorda a qualsiasi voce. Non avrà importanza neanche se batteranno le mani oppure no. Quando sei spettatore sei spettatore. Tali sono. Tali dovranno restare. Accompagno all’uscita tutte le cose e gli avvenimenti, le situazioni, le parole che conservo per me solo come monito per il futuro e come insegnamento. Di tutto ciò salvo le lezioni apprese sulla mia pelle. Mettendomi in gioco fino all’ultimo in un modo che è dato a pochi di essere. Mentre faccio un profondo respiro, per non cedere alla tentazione di un intimo ed improvviso batticuore, continuo ad aspettarmi ancora altri abbracci da parte di chi mi è sempre stato accanto, mi ama ogni giorno e condivide con me ogni istante, a desiderare ancora parole che abbiano il senso che hanno, e nessun altro. Da scrivere, da leggere, da dire, da ascoltare. Da tarare. Da custodire. Continuo a volere ancora e nuove forze motrici per fare con passione le cose che adoro e che non vorrò mai smettere. Pretendo, perché pretendo, buone sorprese. Certa che, quando arriveranno, saranno così belle che nonostante tutto mi scoprirò impreparata. Ma riderò. Non ho alcun dubbio.

 

 

 
 
* Ci sarebbero da fare i classici auguri di Buon Natale (tanti auguri a tutti, giacchè ci siamo) ma trovare il tempo ultimamente sia per scrivere qui che anche solo per salutare voi altri nei vostri blog è diventata un’impresa. Se ne sono accorti in molti. Io per prima, guarda un po’. Ed il punto è che non so se e quando avrò ancora tempo. Sono in anticipo rispetto alla fine dell’anno, lo so. Ma anche stabilire la fine o l’inizio di qualcosa è semplicemente convenzionale. Io l’inizio e la fine delle cose li intuisco. Come accade ai serpenti, in base al mutare della pelle. E poi le convenzioni non mi sono mai piaciute. Che il duemiladieci sia propizio per ciascuno di voi. Nessuno escluso.

 

 

 

 

Il segno vale per il ricordo, una recisione genera il cambiamento, le poche parole sono di un contorno, ed è solo il dettaglio che acquisisce importanza. Mentre ogni pensiero rallenta, non c’è cosa che appaia più luminosa di come in realtà è quando si sta al buio.

 

 

Delle funzioni crittografiche

 

 

Un rendiconto può bastare. L’aria pungeva le mani e la faccia. Aprii il balcone ed uscii fuori. Vedevo da lì le finestre dei palazzi di fronte. C’era un televisore acceso, distinguevo nitidamente i colori. E mi chiesi quale fosse il programma che qualcuno stava guardando. Poi vidi un uomo che sedeva ad un tavolo largo, aveva qualcosa tra le mani e mi chiesi di che si trattasse. Indossava un maglione rosso. Più in là osservai una anziana signora. Agitava dei panni fuori dalla finestra, continuamente. Poi rientrò, poi riuscì. E poi rientrò di nuovo abbassando le persiane. Girai lo sguardo verso la mia destra. Decisi di sedermi un attimo. In quel momento pensai a come destare clamore. Proprio come quando ti chiedi chi sarà presente al tuo funerale. Se l’avessi fatto in pieno giorno avrei attirato l’attenzione di tutti. Se l’avessi fatto in piena notte sarebbe stato però più eclatante. Ed immaginai la scena di me spappolata a terra e le urla e lo stridore e la gente che accorreva in pigiama. In quel momento sentii il cuore in mille pezzi. Perché mi accorsi che chi volevo accorresse non sarebbe mai venuto. E chi volevo piangesse per me non avrebbe mai pianto. E chi desideravo si struggesse per tutta la sua esistenza, in realtà, avrebbe provveduto dopo poco tempo a rimettersi in sesto ed eventualmente anche sostituirmi. Fu così che tornai dentro, chiusi il balcone e soffiai un po’ sulle mani giunte per cercare di riscaldarle. Mi appoggiai ad un muro. I soggetti ritratti nei quadri sembravano ghignare di me. Mi disperai malamente per la solitudine in cui non sempre scegli di essere. Gridare a bassa voce. Gente ne ho amata tanta. Per quanto mi sforzassi di conservarmi indifferente e diffidente verso tutti. Ho amato facce, voci, corpi ed anime. Ma più di tutto ho amato chi non ha amato me. E così mi sono accodata. Smettere di parlare crea un vuoto. Smettere di spiegare è buco senza fine. Un burrone che ti vede sempre, costantemente, per lungo tempo in bilico con la faccia all’ingiù. Per cercare di guardarci dentro, di capire. E più il tempo passa più il vuoto diventa voragine, finché quel che vedi è solo ed esclusivamente il nulla. È quello l’istante in cui capisci che non tutto dipende da te. E che se un vuoto è diventato un nulla allora non hai più niente da cercare, da volere, da ristabilire. Da pretendere. Chi ha smesso di parlare è ormai così distante. E non c’è più nessuna corda tesa che possa permetterti di camminare sospesa e raggiungere l’altra estremità. Qualcuno ha sciolto un nodo. Tu non puoi far altro che tacere. E così sia. Guardare altrove. Le scelte fatte a testa alta presuppongono una schiena piegata. Appartengono a quelle situazioni assurde che scaturiscono dall’unico, irripetibile, disumano istante di distrazione. Basta un affetto eccessivo, una convinzione vitale, una passione autentica. E tutto può diventare un susseguirsi di colpi tra i reni e le gambe. Me li ricordo, quei giorni in cui ho visto i miei idoli demolirsi da soli, esplodere davanti ai miei occhi senza che io li abbia mai toccati e soltanto sfiorati. Me li ricordo, i giorni in cui decisi che non avrei fatto altro che quello che sapevo essere giusto fare. E me li ricordo, ancora, i giorni che mi tolsero le parole di bocca e mi chiusero in una stanza incatenandomi. Il silenzio, ancora una volta. Il silenzio, ancora una volta. E con il silenzio della voce tutto diventa gesti. Chiediti allora come mai non li sente nessuno. E quanto a vederli … tu eri, sei e resterai l’unica. Un fiocco rosso attorno al pacco. Questa mattina ho pensato che potrebbe nevicare. L’aria è nitidamente glaciale, in quel modo così comune al mio carattere da farmi guardare in alto e sperare che il candore torni a posarsi sulle sozzure delle strade. Su questi miei pensieri così grevi ed immorali. Un poco, anche illudere. Perché d’illusione si vive, ci si carica il peso sulle spalle e ci si incammina fino ad un traguardo. E se così non fosse, probabilmente oggi non avresti la forza nelle gambe che hai per tirarti appresso tutti i sogni che, in qualche modo e a differenza di molta gente, ancora sanno guardarti faccia a faccia senza scrupolo, senza vergogna. Senza nascondersi. E tanto è sufficiente per farti desiderare ardentemente di correre.
 
 
[ Per V. che sa chiedere e volere ]

 

 

 

 

Le vite che si intrecciano qui sono assurdamente reali. Anche quando vorresti proteggere tutto di te stesso e sviluppi l’estrema attitudine del distacco e del disincanto. Io Maddy non la conoscevo granché, qualche scambio di commenti. Niente di più. Un paio di mail, non molto tempo fa. Era curiosa di sapere come avrebbe potuto difendere i suoi diritti se le avessero, come immaginava, negato la possibilità di assentarsi dal lavoro per le condizioni di salute in cui era. Un consiglio professionale spassionato, nient’altro. Nulla che comportasse un coinvolgimento affettivo. Quando non ci si conosce non ci si aspetta niente. E così le risposi. E le scrissi quello che avrebbe potuto e non potuto fare e pretendere. E’ questo il ricordo che ho di lei. Questo conservo, adesso che non c’è più. Questo, e la frase di Seneca che ancora primeggia nel suo blog. "La vita è come una commedia, non importa quanto è lunga ma come è recitata". Ovunque tu sia ora, buon viaggio.

 

 

 

 

Ho avuto la fortuna di crescere nella Natura. Dai fulmini seppi della subitaneità della morte e dell’evanescenza della vita. Le figliate dei topolini mostravano che la morte era raddolcita da una nuova vita. Quando dissotterrai le perle indiane, trilobiti sepolti nella terra, compresi che la presenza degli esseri umani risaliva a molto, molto tempo prima. Appresi la sacra arte dell’ornamento adornandomi il capo con delle danaidi, usando le lucciole come gioielli notturni e le rane verde smeraldo come braccialetti. Una lupa uccise un suo cucciolo ferito a morte, insegnò la compassione dura e la necessità di permettere alla morte di andare al morente. I bruchi pelosi che cadevano dai rami e faticosamente risalivano strisciando insegnavano la determinazione. Il loro solletico, quando mi passeggiavano sul braccio, m’insegnò come la pelle può risvegliarsi e sentirsi viva. Arrampicandomi sulla cima degli alberi appresi come un giorno avrebbe potuto essere il sesso.

 

[ "Donne che corrono coi lupi", Pinkola Estés Clarissa ]