Archivio mensile:gennaio 2010

Scatti

 

 

 

Una volta ho scritto una lettera e mi è tornata indietro. Disse il postino che non era stato indicato con chiarezza il destinatario, che l’indirizzo risultava sconosciuto, e che in ogni caso non era stata recapitata perché il numero civico era inesistente. Allora ho fatto delle ricerche, ho appurato che avevo male individuato il tutto, che l’indirizzo era errato, e così ho rispedito in attesa di risposta. Anche la seconda lettera mi è stata restituita nuovamente come la precedente. Il destinatario, da informazioni sommariamente apprese in loco, risultava essersi trasferito. Non ho potuto credere alle mie orecchie. Allora feci nuove ricerche. Quando scoprii che effettivamente si era trasferito mi chiesi perché. Tornata a casa, in un momento in cui la disperazione si mischia alla inerzia e alla nebbia, presi un nuovo foglio di carta. Ed ancora una volta, come molte altre volte, scrissi qualcosa a nessuno. Consumai molto inchiostro. Le trame del foglio sembravano ad ogni rigo voler essere dissetate. Ed io concedevo. Quando apposi la mia firma la sottolineai con un rapido scatto di penna. Rilessi tutto, fin dall’inizio, e mi venne da piangere. Ero certa che non servisse a niente. Che tutto era inutile e che comunque non avrebbe avuto granché senso. E mi spaventai. Poi ne feci una pallina sbilenca. La distanza non rendeva giustizia al tentativo. Eppure, per la prima volta, centrai perfettamente il cestino dell’immondizia.

 

 

Non c’è un metodo scientificamente infallibile per sapere qual è l’attimo giusto ed esatto in cui fare la cosa giusta ed esatta. Spesso ci servono diversi tentativi vani, quelli di cui ha bisogno chi, come noi, prova a salvare, a trovare l’indirizzo giusto ed esatto per far funzionare, per dire, per essere uditi e anche ascoltati. Spesso abbiamo bisogno di farlo e di sapere che il risultato è vano. Prima di trovare l’indirizzo giusto. Nella spazzatura.                          
 

 

 

 

 

E come disse quella saggia donna della moglie di mio fratello dinanzi a codesta situazione che definirei surreale credo che l’unica cosa da fare, cognata mia, sia una bella, grassa e sana risata !

 

 

Lente velocità

 

 

Come dei peccati più nascosti. Mai reiterati e perciò maggiormente convulsi. La sensazione che si ha è quella di voler viaggiare su un’autostrada libera a centotrenta chilometri orari e dover poi per forza frenare. Ritrovarsi intasata nel mucchio delle altre auto, concentrata e strizzata in un metro quadrato dalla loro lentezza. Viaggiatori che fumano ai finestrini appena abbassati, musica a tutto volume. Pedali alti, come gli episodi non previsti. E la foga, e la furia, e la smania di doversi divincolare dall’ingorgo. E l’attesa, in coda, per colpa di un casellante che si è addormentato. Così ci si sente dopo il letargo. Che ti risvegli un giorno piena di energia, una lunga lista di cose da comprare e da fare, scendi in strada di buon mattino. E non sai che i fumi del traffico rendono già l’aria pressoché irrespirabile. Così ci si sente dopo aver aspettato. Dopo aver visto dalla finestra di casa la gente correre e strepitare, avere tante cose di cui occuparsi, incrociarsi in un attimo e svoltare. Così tanto chiasso inutile e fuorviante che tu, dall’interno, non puoi far altro che immaginare quello che non puoi sentire. I marciapiedi così gremiti da farti sentire soffocata persino a distanza. E poi, quando tocca a te, tutto si blocca in un infinito pantano temporale e spaziale. E d’improvviso qualcuno avrebbe piacere di raccontarti di sé, dei suoi bisogni, delle sue preoccupazioni. E d’improvviso parliamo un po’. Mentre le lancette del tuo orologio corrono più veloci del pendolo in bella vista sul muro, proprio di fronte a te. E d’improvviso manchi a qualcuno, o sei richiesta da qualcun altro, o altri ancora ti trascinano legandosi ai tuoi fianchi, ed altri infine bussano alla tua porta nel pieno della notte. E d’improvviso mentre tu sogni i tuoi sogni contro ogni sogno possibile altri vivono i loro incubi e te li spiegano con una dovizia di particolari fastidiosa, innaturale tanto da strapparti i pensieri dal cervello. O almeno, così vorrebbero che accadesse. Il tempo dell’ascolto sarebbe stato proficuo, se non si fosse accompagnato a tante altre cose evitabili. Sistemo tutto, prendo il cappotto, spengo la luce, faccio le scale, chiudo il portone, attraverso la strada. Mi stringo un po’ di più al petto tutto ciò che non voglio sia toccato, contaminato. Violato. Avvolgo la sciarpa al collo, racchiudo le mani nelle tasche. Tiro dritto, a passo svelto. Sorda al traffico. Cieca per tutte queste luci. Muta nelle occhiate. Cosa non si fa pur di proteggersi dal freddo.

 

 

 

 

L’uomo vive ogni cosa subito, per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza avere mai provato.

 

[ M. Kundera, L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere ]