Archivio mensile:giugno 2010

Dei volti ignoti

 

 

 

 

Gesti convulsi.
L’ultima volta che ci ho parlato è accaduto quattro anni fa, in un bar del centro. Al bancone, senza sedersi, come se stesse per perdere un treno o comunque dovesse scappare via da un istante all’altro. Invece ci stavamo semplicemente salutando per caso, un incontro del tutto fortuito in città. Ascoltavo tutto quello che mi diceva. E mi diceva poco, in realtà. A momenti alterni cercavo di scrutare di più nel suo sguardo che mi appariva volutamente approssimativo. E non vi trovavo granché. Discorreva di quanto fosse stanco dell’essere circondato da persone attanagliate dall’ansia. Diceva che la gente si ferma all’improvviso. Si mette una mano sul petto e comincia a dire di sentirsi male. Così, dal nulla. A malapena riuscivo a rispondergli che ho sempre avuto difficoltà a capire come mai ci sono persone che anziché reagire si lasciano sopraffare, che sono sempre stata troppo rigida su alcuni argomenti e che, se non avevo ragione nel coltivare quei miei dubbi, allora voleva dire che la vita era stata una gran figlia di puttana solo con chi ha moneta per pagare il conto. E questo è molto, molto scorretto. Dapprima si fece silente, poi poggiò il bicchiere e cambiò discorso, modulando l'intonazione della voce. Sussurrò, avvicinandosi al mio viso come se stesse raccontando un gran segreto, che per il prossimo anno sarebbe partito per Londra e che probabilmente non sarebbe più tornato. Io lo sapevo già. Ma non gli feci notare che non trovavo alcuna sorpresa nell'apprendere la notizia. Tuttavia credo di aver assunto una espressione triste, vagamente triste almeno, o comunque qualcosa di incontrollato. In qualche modo mi sarebbe mancato, ne ero sicura, anche se non ho mai saputo spiegarmi cos’era che lo rendeva così inquieto da non riuscire a stare nello stesso posto per più di due o tre mesi. Se ne accorse. All’improvviso mi ha preso per una mano e senza dire niente siamo usciti dal bar. Si è messo a correre ed io ho faticato a stargli dietro. Poi si è fermato, al centro esatto della piazza. Ha allargato le braccia ed ha cominciato a ridere. Rise così tanto che si voltò per non farmi capire quanto, in realtà, dopo un po' stesse piangendo.
Parole allo specchio.
Qualunque cosa accada tu hai tutto quello che ti serve. Se ti dà noia la musica spegni tutto e dormi. Se non hai voglia di continuare a leggere il tuo libro chiudilo ed esci di casa. Se non senti fame vai al mare e tuffati nel momento in cui sono tutti rinchiusi nella sale dei ristoranti. Se hai paura del futuro non far guerra ai fantasmi. Aspetta che il pericolo diventi reale, e troverai di certo il modo per affrontarlo. Ci sono cose che si nutrono solo di volontà, alle che crescono con le dovute attenzioni, altre ancora che mettono radici solo se si è ben disposti. Quando vedi che il cielo si fa più scuro e senti l’odore d’acqua che sale dalla terra, cosparsa delle prime gocce, non fuggire. Non reprimere l’istinto di bagnarti. Lascia che siano altri a cercare riparo negli ombrelli. Concediti tutto il tempo che ti serve per sfogliare album di fotografie, non spaventarti dell’ingiallire della carta. Assapora sempre fino in fondo la malinconia, quel senso delle cose di ieri per cui potrebbe sorgere un rimpianto, o un rimorso. Ma subito dopo aver chiuso tutto, torna ad abbracciare chi ti sta di fronte senza recriminazioni. Lo senti il suono che fanno le onde quando sono costrette a morire per incontrare la terra? Non è un grido, non è un pianto, né un lamento. Ed il loro lento ritirarsi è quanto di più sublime esista in musica. Non esitare rimestando il passato, non intimorirti rivedendo gli oggetti ancora al loro posto nelle vecchie stanze. Rinchiuditi quando sei sola per essere più sola, non permettere a nessuno di travalicare il muro. Quando hai voglia di respirare apri le finestre, e non chiederti chi ti potrebbe osservare. Lascia che ti considerino per quello che sei realmente. Una lucida pazza, una folle ragionante. Esplora, scopri, cerca ancora. Lo so per certo. Fidati di me. Ogni cosa che vogliamo, ogni cosa che vogliamo è nel suo posto già preparato. Non dobbiamo fare altro che andarcelo a prendere.
Nella cassa di risonanza.
Un vecchio seduto su di una panchina mi guardava come raggelato, nel tentativo di affondare la punta del suo bastone sul cemento del marciapiede. Picchiettava insistentemente con le dita rugose che impugnavano il manico. Il suono delle parole, la forza di alcune immagini sembravano essersi perduti in qualche folata di vento o confusi con il tum tum del bastone. È stato come ritornare nel viale, sentire il cuore battere nell’attesa che venissero ad aprirmi e poi il tonfo sordo della grande porta chiusa alle mie spalle. I camici, i fogli da riempire. E mi parve di risentire le voci dei matti venir fuori, nel parco, dalle sbarre. Come morti risuscitati da un oltretomba che ti costringe invece a vivere ogni giorno da vivo anche se vivo non sei più. Le mani tese verso di me, ed io avrei potuto essere indifferentemente chiunque. Mani nervose. Mi avvicinai ancora una volta per guardare davvero in faccia la disperazione di chi non sa chi è, dove va, cosa fa, e non conosce a fondo il suo perché. Ci sono follie che fanno vivere, e ragioni che fanno morire. Io le ho conosciuto tutte e due. E tutte e due le ho viste con i miei occhi. E mi sono sempre chiesta come sia possibile per alcune persone non curarsi delle une né dell’altre. Come sia possibile sopravvivere galleggiando. Non salire e non scendere. Né salvarsi né affondare. Stare in un mezzo perenne che altalena con somma costanza per non più di un centimetro di spazio. Adulti che giocano nel recinto come fossero cuccioli non ancora svezzati. L’improvviso silenzio mi risvegliò dal ricordo e da quei pensieri inconcludenti. Il viale era nuovamente sostituito da una lunga scia di asfalto. Data l’ora le strade ricominciarono ad essere più trafficate. Il vecchio era ancora lì. Il suo bastone taceva. Io guardavo lui e lui guardava me. Fece una smorfia biascicando qualcosa che non mi fu dato di comprendere. Si aggiustò il cappello. Prese a tamburellare con le dita sul manico. Sbuffò. E velocemente si voltò con la faccia dall’altra parte. Proprio come chi decide di non voler assistere ad un impietoso spettacolo.

 

 

 

 

Qui ci passo tutti i giorni. Il più delle volte in silenzio. Succede quando le cose ti rimangono appiccicate addosso e non vedi un valido motivo per cui tu debba scrollarle via. Ci passo soprattutto nei momenti in cui non ho voglia di dire niente a nessuno. Come se solo ora realizzo che ogni volta che sono stata in questo posto io ho, in fondo, parlato solo con me. Solo a me. Sono convinta che tutto o quasi si nutra di costante esercizio. Come l’amore, come l’amicizia. Al di là delle emozioni e della scia sentimentale che ti trasporta nelle cose, non credo esista alcun rapporto, alcun progetto, alcuno scopo che cresca o si custodisca se non vi è relazione, scambio, interazione. E così è anche del comunicare. Fa un effetto strano capire, avere coscienza che ci sono luoghi così piccoli nei quali ci riesce di infilare di tutto. Insacchi caparbiamente, meticolosamente, un intero guardaroba in un paio di cassetti. Fai le prove, apri e chiudi, apri e chiudi. E tutto funziona alla perfezione. È evidente che non c’è bisogno di spazi sconfinati per starci dentro. E probabilmente più sono ristretti, più sono angusti, e maggiore è lo sforzo che si richiede per l’essenzialità. È come fare una corsa e sapere di avere a disposizione trenta secondi per raggiungere il traguardo. Lo sprint ti sfianca, ma in fin dei conti è proprio quello che ti viene richiesto se vuoi vincere. Qui io ci passo tutti i giorni, il più delle volte annoiata e distratta. Poi ci penso, e quella che è una pagina bianca, lo so per esperienza, non è mai solo una pagina bianca. E quello che ci scrivi dentro, lo so per esperienza, non è mai solo quello che hai scritto. C’è tutto un di più, un oltre che non sempre sai o vuoi spiegare forse proprio perché rappresenta il totale. Chiedersi chi avrà capito cosa è una fatica che da tempo immemore non mi accollo più. E questo disinteresse mi ha fatto per molto tempo assaporare la libertà di poter scrivere di tutto, di tutti. C’è un’estate che tarda ad arrivare, e una pioggia troppo intensa per non farsi coinvolgere e lasciarsi cullare per qualche istante. Non c’è un vero motivo per cui oggi sono passata e mi sono fermata. Forse un po’ mi mancava la sensazione di aprire la porta e far uscire le parole, buttarle dall’alto e non chinarmi per vedere chi le raccoglie. O dove vanno a finire. È come osservare i treni in arrivo e quelli in partenza senza alcuna valigia con sé, senza alcun biglietto. Senza dover fare alcun viaggio. Senza una effettiva ragione. Solo ed esclusivamente per sapere chi viene. E chi va.

 

 

 

 

 

No, non temo l’estraneità che c’è tra noi. Al contrario. Dimmi cosa c’è di più bello ed entusiasmante della possibilità di dare qualcosa che ti è molto caro, quello che hai di più caro – un segreto o una debolezza, o una richiesta assurda come la mia – ad una persona totalmente estranea, volutamente estranea. Di metterlo nelle sue mani mentre io mi tormento per la vergogna e l’imbarazzo di essermi lasciato tentare da un’illusione così meschina, e aver sentito dentro di me questo desiderio di elemosinare. Ho provato questo tormento per tre giorni e tre notti, sentendomi in ogni istante come in cella d’isolamento, o in trappola. Poi, quando ero sul punto di rinunciare, con un godimento perverso, torbido e grigio, allora, d’un tratto la tua mano bianca … Forse nemmeno tu capisci cosa sia a emozionarmi tanto, ma la tua lettera piena di calore e di luce mi è sembrata come un passaggio dall’ombra. Come se tu mi avessi teso una mano, facendomi superare il confine. Vorrei che tu capissi. Io parlo solo di lettere, davvero. Non di incontri. Niente corpi, né carne. Non con te. Perché tutto si rovinerebbe a tu per tu. Scivolerebbe subito su strade note, già percorse. Solo le mie parole che incontrano le tue, il ritmo lento dei nostri respiri che si uniscono … Come mi piacerebbe scriverti diversamente. Come mi piacerebbe essere uno che scrive in un altro modo. Le mie parole sono così pesanti. In fondo avrebbe potuto anche essere semplicissimo, no? Come vorrei pensare a noi come a due persone che si sono fatte una iniezione di verità per dirla, finalmente, la verità. Sì, è questo che voglio. Voglio che tu sia per me il coltello, e anch’io lo sarò per te. Prometto. Un coltello affilato e misericordioso – parola tua. Non ricordavo nemmeno che fosse lecita. Un suono così delicato ed ovattato. Una parola senza pelle. Se la si ripete più volte a voce alta ci si può sentire come terra riarsa. E non è facile il momento in cui l’acqua si infila tra le crepe.

 

 

[ Che tu sia per me il coltello, David Grossman ]