Archivio mensile:novembre 2010

Di una dritta strada

 

 

 


[ Foto di Cesare Abbate ]

 

Alcune case avevano le stanze grandi, altre troppo strette in certi momenti. Come ora. Ho scelto con cura ogni dettaglio dell’arredamento e poi mi sono accorta che era finito il tempo in cui mi piacevano mobili neri e vetrine oscurate. Allora ho acquistato delle cassapanche bianche, basse, confortevoli. Ogni volta che dovevo aprirne i cassetti dovevo abbassarmi. Quando mi sono stancata di piegarmi ho messo tutto in vendita in un mercatino rionale. E così dagli attici mi sono trasferita in una casa in campagna, in cui si sta bene da soli e si può ammirare il tramonto senza i fumi dei gas di scarico. Poi è accaduto che avevo bisogno di aiuto, e non c’era una sola persona per chilometri e chilometri. Allora ho cambiato posto. Ho trascorso dei periodi in luoghi in cui c’era il mare e avevo tempo per pensare e bagnarmi ogni volta che ne avevo desiderio. Finché non sono andata a vivere in un piccolo monolocale di periferia, di pochi metri quadrati. Ho vestito molti panni. Ho indossato con la stessa nonchalance tailleur fasciati in vita e sui fianchi, scuri e gessati come certi momenti di alcune giornate, ed ampie gonne colorate calzando ai piedi solo una suola di cuoio ed un paio di lacci alle caviglie. Ho indossato costumi di carnevale come fanno i bambini e pezzi cuciti di stoffa nera sulle spalle quando dovevo affrontare un pubblico, ed ho avuto bisogno di sentirmi protetta. Ho incontrato molta gente. Ho cercato di carpirne lo sguardo, e non mi è riuscito. Sfuggevole come i pesci nell’acqua. Un guizzo e scappa via. L’ho inseguita finché non mi sono stancata. Quando non ne avevo più voglia ho lasciato che andasse a marcire dove voleva. Ho amato, tanto ed appassionatamente. Ho trasceso i limiti, ho tradito me stessa a volte, e me stessa ho ripudiato prima che gli altri. Ho sconvolto e mi sono fatta sconvolgere. Ho adorato e sono stata adorata. Ho scritto apponendo il giusto indirizzo, e non mi è pervenuta risposta. Di altri, invece, mi è pervenuta la risposta sbagliata. Ho abusato di parole quando sono stata sola. Ho abusato di me stessa, dei miei pensieri, delle mie capacità, dei miei sentimenti. Ho abusato della mia mente, della fiducia, del mio stesso istinto. Come si fa di un letto. Ci si butta sopra per piangere o per amare, per dormire o per mangiare, per saltare, per fare e disfare, lamentarsi e per gioire. Ho preso calci, e qualcuno l’ho restituito al tempo giusto. Non ho mai dimenticato niente, che sia stata del bene o sia stato del male. Non ho mai dimenticato nessuno. Non ho mai punito a dovere, davvero fino in fondo, chi dovevo. Mai. E’ sempre residuato uno assurdo scampolo di grazia. Ma ho cancellato definitivamente molte tracce, molti volti. Molte esistenze. Dal nulla mi apparvero sulla strada, e dopo il tragitto destinato nel nulla le ho fatte tornare. Ho dato, e non mi è stato restituito. Ho dato e mi è stato restituito. Ho dato, e mi è stato restituito ciò che non meritavo. Ho visto porte sbattute in faccia e spalancate due minuti dopo, sentendomi chiamare mentre avevo già svoltato l’angolo. Ho sbattuto porte in faccia a molti, e non le ho mai più riaperte. Ho tenuto persone legate a me con dei lacci invisibili, inspiegabili. E ho sentito queste persone supplicarmi di lasciarle andare via. Ho spinto impietosamente in un burrone gente di cui dovevo e volevo disfarmi. E per questo ho subìto le stranezze di chi, intorno a me, attonito, incredulo non pensava ch’io fossi capace di farlo. Ho urlato, corso, imprecato e pianto. Ho circuito. Non sono mai stata circuita. Ho imparato molte canzoni, a memoria dopo averle sentite una sola volta. Ho suonato la musica che volevo, quando lo volevo, perché lo volevo. Ho fatto molte cose. Non ho mai preso in giro. Ed ho lasciato credere che si potesse prendere in giro me. Ho sempre mostrato tutte le carte di identità che posseggo. In ciascuna c’è l’indicazione delle mie generalità. Tutte chiare. Tutte trasparenti. Valide, tutte quante. Ma la gente non coglie i dettagli, non mira alle sottigliezze, non si cura dei particolari. Non ama spingersi in là. Puoi darle qualsiasi cosa. Sarà sempre una come un’altra, senza differenza. Questo spiega il disinteresse, il giudizio, le conclusioni affrettate, le inoculatezze scontate, le menzogne. Perché ci vuole una mente che sappia avere cura delle cose piccole, dei minuti che fanno le ore quando il tempo rallenta, del traguardo quando è finalmente raggiunto. E ci vuole un’anima capace di stringere nodi e non scioglierli più. Ci vuole un nome che abbia il suono di un temporale, e che con l’acqua compone i versi di una poesia sotto la superficie del terreno. C’è una sola cosa che non ho mai cambiato. Una sola, una soltanto. Ecco, dunque, questo è quanto