Archivio mensile:dicembre 2010

 

 

 

Di tempo ne è passato tanto. Gli anni non sono giorni. Di stralci di vita su queste pagine ne abbiamo impressi a iosa. Sensazioni, emozioni, abitudini. Condivisione, dicono. Che si fa più intensa quando si stabilisce un legame vero che va ben al di là di un blog. E all'improvviso ci siamo ritrovate più grandi. Cresciute. Possiamo dire di non aver mai lasciato l'una la mano dell'altra. In qualche modo, per qualche ragione, ci siamo sempre state. E così il caso che ci ha fatte incontrare ha deciso di regalarci perfino un bambino! Auguri    alla nostra mamma , la prima persona che anni fa ho conosciuto da queste parti e che con il tempo ha preso un posto speciale, effettivo ed unico nella mia vita e nella vita di chi mi ama. E benvenuto al piccolo Alessandro. C'hai fatto stare in ansia ieri sera … ed ora ci commuovi. Come ogni zia che si rispetti!

 

Futuri anteriori

 

 

 

 

La casa del matto si trascina sulle spalle pareti bianche e ammuffite. Come una lenta lumaca, costante nel suo andare. Immutabile nel lasciare una scia che non si asciuga mai. Neri nèi sulla pelle ingiallita, come il violaceo del colpo quando prende la via della guarigione. Briciole di pane sotto le scarpe vengono disseminate lungo il corridoio. Un gatto solitario s’accompagna improvvisamente ad altri cento, e li conti e non riesci a smettere. La fantasia si spinge oltre le cancellate e i gatti diventano diecimila, e milioni ancora. Ha un giardino sbilenco e spazi vuoti, inutili. Ed è tutto un costeggiare le strade dal principio alla fine che ci si perde. Ma solo fuori. Perché dentro la via la ritrovi sempre, anche se ci vai per la prima volta. C’è qualcosa di invisibile che ti prende la mano e ti conduce in un viaggio. E poi mattonelle rotte e tavoli di plastica sporchi. Credevo qualcosa, io credevo qualcosa.  E continuo a crederci. Il tempo è immobile come la torva scalinata e le fisse inferriate che portano da un reparto all’altro, un marmoreo tributo alla incolumità che ti proietta in cose che hai visto in qualche film o magari un documentario. E non ricordi esattamente, però continui a chiedertelo mentre cammini e osservi tutto. La casa del matto piega le teste degli umili, le piega in una lotta d’orgoglio che non è riconoscibile, percepibile nell’immediato. Lo capisci solo dopo. E ti angosci all’ingresso grigio e quasi incantato, e quando te ne vai hai un senso di incompiuto che non ti molla. Perché chiedersi dove inizia la sicurezza e dove finisce l’abbandono è qualcosa che non può passarti addosso e andar via una volta superato un casello di autostrada. Te lo porti dentro. Ed una volta tornata a casa ti senti sulla pelle gli odori. Un po’ di cucina, un po’ di detersivo, un po’ di urina, un po’ di letto, un po’ di occhi umidi, un po’ di piedi. E dopo, nonostante tutto, continui a sentirli anche se non li vivi più. Anche se non ci sono più. Ti sembra che sia stato inutile esserci se poi non puoi rimanere. Ti sembra di aver giocato ad un gioco che non conosce regole e ti viene voglia di imporle, di scriverle, di fissarle ma non sapresti da dove cominciare. È che la follia risiede in un posto speciale, in un mondo che è solo suo e vive in prestito a quello ordinario per non dimenticare che, da qualche parte, esiste. Da qualche parte, in qualche modo, per qualcuno. È che la follia ci sta stretta lì, ci sta costretta. Si nutre nascondendosi in uno angolo gestibile solo nel buio profondo e smisurato, senza confine. Dove il muro non delimita nulla perché ogni cosa nel pensiero va al di là dell’immaginazione. Le facce sono fisse e a tratti assenti. Raffaele si sforza di raccontare. Reticente a più riprese svuota le tasche solo delle parole meccaniche, quelle che quotidianamente usa di più. E per questo in qualche modo abitudinarie e quindi meno dolorose. E nel suo parlare lento la schizofrenia smette di essere una malattia e in qualche modo diventa lo stesso disagio di un bambino che, per quanto si sforzi, non riesce a capire le lezioni a scuola. Ora sto meglio, quelle cose sono passate e io vorrei uscire. I due anni sono finiti, solo che ne devo fare altri due e non mi fanno andare perché non c’è nessuno a casa che mi vuole. Antonio passeggia nervosamente lungo il corridoio del reparto. Chissà cosa avrà pensato. Si sarà sentito protagonista o gli avrà dato fastidio. Qualcuno ha improvvisamente invaso il suo spazio. Finché non decide di portarsi dentro. Si siede, e noto che con una mano si gratta insistentemente una gamba. Lo guardo in viso, e mi sembra arrabbiato. O almeno questo è ciò che percepisco io. Lo vedo accigliato, forse stanco. Avrà discusso con il compagno di stanza perché quando scende dal letto gli pesta le pantofole. Svela un nordico accento, mi accorgo che parla l’italiano benissimo e nel suo linguaggio qualcosa mi dice che, anni fa, aveva studiato. Forse si era laureato anche. Da dottore ad ammalato. Da uno che cura ad uno che è curato. Cade così tutto quel modo di pensare che vuole che la follia appartenga a chi crede di avere il privilegio della genialità. O che appartenga agli esseri deboli, sfortunati. La verità è che l’uomo parla sempre di ciò che non conosce. Mentre ciò che conosce già lo annoia, e così ha bisogno di reinventarsi continuamente e trovare il giusto posto dove stare, le giuste parole da dire, il giusto modo per stupire. Io so quello che ho fatto, non avrei dovuto ma ormai l’ho fatto. Mi piacerebbe ritornare a lavorare in ospedale ma sono passati solo tre anni, e ne devo fare ancora sette. Per un istante lunghissimo mentre parla non lo sento più. Mi perdo a guardare il rubinetto che gocciola con costanza. E mi sembra che quell’acqua faccia un tale rumore da coprire il suono della voce. Mi perdo ad osservare la faccia composta e allo stesso tempo visibilmente esasperata di un infermiere. E più in là, in piedi lungo la porta un secondino indossa una divisa. E penso che quel blu così pulito, quella tenuta così formale cozza in maniera ridicola con la situazione. È che in certi posti non puoi non perderti. Non puoi non distrarti per pensare, riflettere. In certi posti gli esseri umani ci stanno perché devono, e lì ci muoiono se un altro posto non ce l’hanno. E ridiscuti tutto, le classificazioni ed il peso dei comportamenti. Ridiscuti le esigenze, che per natura sono transeunti mentre lì diventano cemento che lega i pavimenti ai letti. Ci sono posti al mondo in cui si respira l’aria della stasi totale. Un presente immanente e saldo, come gli obelischi nelle piazze. Un presente continuo, fermo. Che non si evolve mai in alcuna cosa anche solo pensabile, immaginabile. ll futuro, quando se ne parla, è solo anteriore. Perché la certezza, sulla bocca sdentata e larga dei matti, quella sì che ai loro stessi occhi risulta essere follia.