Archivio mensile:agosto 2011

Istanti temporali

 

 

 

La verità, quella più intima, è che ci sono storie e storie. E non tutte sono fatte per essere raccontate. E poi piove, e io questa volta non l’avevo chiesto. Ma scroscia dal cielo un’acqua così violenta, di quelle che d’autunno ti fanno fermare sotto un balcone senza ombrello che tu all’improvviso ti ritrovi ad osservare la gente nel traffico, chiusa nelle sue auto, nervosa. Impazzita. Allora capisci che ci sono giorni e giorni di stagioni diverse e alternate, e che se non sai riconoscerli finisci per rimanere nel recinto di un pensiero senza mai riuscire a scavalcarlo. Ci sono nuvole accaldate e serrate di lucchetto, e ce ne sono delle altre piene di benedizione per una terra rimasta arida troppo a lungo. Guardarsi indietro è un attimo, e non sempre un male. Guardarsi indietro e riconoscersi in ogni parola detta, o scritta, in ogni gesto cattivo o buono che sia stato ti fa riaprire la botola. E ti accorgi che il vecchio specchio sepolto sotto la polvere sa riflettere ancora quello sguardo a tratti smarrito, spesso deciso, troppe volte accigliato. Io me lo ricordo. Io me la ricordo ancora. Quella inquietudine che non ti lascia mai, o almeno così sembra. È un istante e qualcosa improvvisamente si sdoppia. Come un’anima che si separa sé, una parte di te affonda e mani nella sabbia bagnata e ride per il solo gusto di aver fatto un gesto da bambina. Ed ogni volta che questo succede si avverte un’urgenza, un bisogno che, lo sai, devi tirar fuori nel momento stesso in cui lo riconosci. Ci sono pagine di libri come questo posto che non ingialliscono mai, il cui inchiostro non sbiadisce nel tempo e le cui parole sono sempre le stesse. Ma così diversamente animate, così profondamente nuove. Se avessi un altro vocabolario, giuro, lo userei. E se esistesse una lingua con segni grafici ed idiomi a me sconosciuti io la scriverei, la parlerei. Ma ognuno ha la sua, ed io la mia me la ritrovo sulla pelle. E potrei continuare, è vero, a vestirmi, e a coprirmi dal freddo che taglia la faccia, dal sole che scotta le spalle. Mentre in realtà c’è un giorno come questo in cui hai da svestirti per forza. E ti sorprende quanto sia piacevole, dopo tanto tempo, sentire la brezza dell’aria addosso. E il vento forte del temporale, e la pioggia sui piedi e quasi scivolare per strada ed invece poi rialzarsi e accorgesi di avere le braccia tutte bagnate. Ed in quel momento aprire le mani. Prendersi tutto quello che arriva. Ed infine restare. Silenziosamente stare in quell’angolo di sé ritrovato. Non muoversi di un solo passo. Finché non smette. 
 La verità, quella più intima, è che ci sono storie e storie. E non tutte sono fatte per essere raccontate. E poi piove, e io questa volta non l’avevo chiesto. Ma scroscia dal cielo un’acqua così violenta, di quelle che d’autunno ti fanno fermare sotto un balcone senza ombrello che tu all’improvviso ti ritrovi ad osservare la gente nel traffico, chiusa nelle sue auto, nervosa. Impazzita. Allora capisci che ci sono giorni e giorni di stagioni diverse e alternate, e che se non sai riconoscerli finisci per rimanere nel recinto di un pensiero senza mai riuscire a scavalcarlo. Ci sono nuvole accaldate e serrate di lucchetto, e ce ne sono delle altre piene di benedizione per una terra rimasta arida troppo a lungo. Guardarsi indietro è un attimo, e non sempre un male. Guardarsi indietro e riconoscersi in ogni parola detta, o scritta, in ogni gesto cattivo o buono che sia stato ti fa riaprire la botola. E ti accorgi che il vecchio specchio sepolto sotto la polvere sa riflettere ancora quello sguardo a tratti smarrito, spesso deciso, troppe volte accigliato. Io me lo ricordo. Io me la ricordo ancora. Quella inquietudine che non ti lascia mai, o almeno così sembra. È un istante e qualcosa improvvisamente si sdoppia. Come un’anima che si separa sé, una parte di te affonda e mani nella sabbia bagnata e ride per il solo gusto di aver fatto un gesto da bambina. Ed ogni volta che questo succede si avverte un’urgenza, un bisogno che, lo sai, devi tirar fuori nel momento stesso in cui lo riconosci. Ci sono pagine di libri come questo posto che non ingialliscono mai, il cui inchiostro non sbiadisce nel tempo e le cui parole sono sempre le stesse. Ma così diversamente animate, così profondamente nuove. Se avessi un altro vocabolario, giuro, lo userei. E se esistesse una lingua con segni grafici ed idiomi a me sconosciuti io la scriverei, la parlerei. Ma ognuno ha la sua, ed io la mia me la ritrovo sulla pelle. E potrei continuare, è vero, a vestirmi, e a coprirmi dal freddo che taglia la faccia, dal sole che scotta le spalle. Mentre in realtà c’è un giorno come questo in cui hai da svestirti per forza. E ti sorprende quanto sia piacevole, dopo tanto tempo, sentire la brezza dell’aria addosso. E il vento forte del temporale, e la pioggia sui piedi e quasi scivolare per strada ed invece poi rialzarsi e accorgesi di avere le braccia tutte bagnate. Ed in quel momento aprire le mani. Prendersi tutto quello che arriva. Ed infine restare. Silenziosamente stare in quell’angolo di sé ritrovato. Non muoversi di un solo passo. Finché non s

La verità, quella più intima, è che ci sono storie e storie. E non tutte sono fatte per essere raccontate. E poi piove, e io questa volta non l’avevo chiesto. Ma scroscia dal cielo un’acqua così violenta, di quelle che d’autunno ti fanno fermare sotto un balcone senza ombrello che tu all’improvviso ti ritrovi ad osservare la gente nel traffico, chiusa nelle sue auto, nervosa. Impazzita. Allora capisci che ci sono giorni e giorni di stagioni diverse e alternate, e che se non sai riconoscerli finisci per rimanere nel recinto di un pensiero senza mai riuscire a scavalcarlo. Ci sono nuvole accaldate e serrate di lucchetto, e ce ne sono delle altre piene di benedizione per una terra rimasta arida troppo a lungo. Guardarsi indietro è un attimo, e non sempre un male. Guardarsi indietro e riconoscersi in ogni parola detta, o scritta, in ogni gesto cattivo o buono che sia stato ti fa riaprire la botola. E ti accorgi che il vecchio specchio sepolto sotto la polvere sa riflettere ancora quello sguardo a tratti smarrito, spesso deciso, troppe volte accigliato. Io me lo ricordo. Io me la ricordo ancora. Quella inquietudine che non ti lascia mai, o almeno così sembra. È un istante e qualcosa improvvisamente si sdoppia. Come un’anima che si separa sé, una parte di te affonda le mani nella sabbia bagnata e ride per il solo gusto di aver fatto un gesto da bambina. Ed ogni volta che questo succede si avverte un’urgenza, un bisogno che, lo sai, devi tirar fuori nel momento stesso in cui lo riconosci. Ci sono pagine di libri come questo posto che non ingialliscono mai, il cui inchiostro non sbiadisce nel tempo e le cui parole sono sempre le stesse. Ma così diversamente animate, così profondamente nuove. Se avessi un altro vocabolario, giuro, lo userei. E se esistesse una lingua con segni grafici ed idiomi a me sconosciuti io la scriverei, la parlerei. Ma ognuno ha la sua, ed io la mia me la ritrovo sulla pelle. E potrei continuare, è vero, a vestirmi, e a coprirmi dal freddo che taglia la faccia, dal sole che scotta le spalle. Mentre in realtà c’è un giorno come questo in cui hai da svestirti per forza. E ti sorprende quanto sia piacevole, dopo tanto tempo, sentire la brezza dell’aria addosso. E il vento forte del temporale, e la pioggia sui piedi e quasi scivolare per strada ed invece poi rialzarsi e accorgersi di avere le braccia tutte bagnate. Ed in quel momento aprire le mani. Prendersi tutto quello che arriva. Ed infine restare. Silenziosamente stare in quell’angolo di sé ritrovato. Non muoversi di un solo passo. Finché non smette.