Archivio mensile:maggio 2012

Storie intessute

Il caldo era ancora asciutto e morbido e si sopportava senza troppe smanie. Sarebbe ben presto diventato fastidioso, ed il paese avrebbe assunto la sua straordinaria e costante funzione di ricettacolo indiscriminato di zanzare e tafani di campagna. La strada stretta e piccola si chiudeva con le mura disfatte di vecchi edifici del centro storico, lo spazio che una volta era protetto dal tetto adesso offerto al cielo. Un profumo di pane si racchiudeva dall’angolo del marciapiede per poi liberare la sua scia fino alla fine della strada principale, lì dove le stoffe a fantasie riflesse dal sole di mezzogiorno davano vita al muto grigiore delle vie. L’ingresso a vetro apriva un piccolo laboratorio e un negozio. Brandelli di stoffe scucite e tagliuzzate facevano da cornice al bianco graffiato del pavimento, insieme ad intrecci infiniti di piccoli fili, e dei rotoli colorati padroneggiavano lungo le pareti giallastre, invecchiate di umidità e muffe. La signora Sara dietro al suo bancone grigio sembrava più minuta ogni giorno che passava. Ricurva nelle spalle, aveva la voce ancora più piccola che una bambina. Conservava di grande solo l’abilità consolidata nel cucire, e quello strano ed indefinibile pallore del viso che la faceva sembrare sempre debilitata. In mezzo a tanti colori il suo vestito blu notte sembrava voler conferire un’obbligata austerità al luogo. Osservava i passanti fermi di fronte la vetrina da dentro la sartoria, seduta sulla sua vecchia sedia di paglia e quasi nascosta dietro al grande tavolo su cui poggiava i pochi lavori che le venivano ancora commissionati. Si portava le mani in grembo, stanca, e riprendeva a sferruzzare pensando alla cena. Tutto del suo mondo sembrava essersi fermato ad un’epoca troppo lontana, troppo lenta. Ma i suoi piccoli occhi nocciola ancora sapevano scrutare ad ampio raggio, per poi tornare a piegare ed imbastire lembi di gonne di tulle e gambe di pantaloni di velluto. Ago e filo prima, macchina da cucire poi. Spilli in bocca, spilli a terra. Spilli nel petto. Le mani ferme e grandi, le nocche esposte e rugose. Ogni tanto era nell’aria solo lo scricchiolio delle vecchie ma laboriose forbici a punta, e poi di colpo la sera appena subito dopo un sospiro nel guardare fuori e vedere il buio scendere di sorpresa. Proprio come quando non si è avuto il tempo di finire la preghiera nel letto, ed il sonno arriva senza preavviso.

Riflessi di specchi

Spalancare gli occhi sul mondo e prenderlo tutto nelle tue mani, questo è quello che vedo. Non avrai paura del buio quando capirai che proprio quello è il giusto tempo per dar vita ai tuoi sogni, e non dimenticherai di alzare il tuo sguardo al cielo anche quando lo vedrai carico di nuvole. Perché qualcuno vorrà insegnarti che la pioggia è noiosa e triste, ed è perché non sa che in quei giorni soltanto quell’acqua può benedire la terra e far nascere una vita nuova. Tutto s’impara, tutto può essere appreso se lo vorrai. Come scrivere e sapere che la parola è quanto di più potente esista, che con essa puoi costruire e distruggere in un attimo infinite realtà, tirar fuori infinite emozioni, e allo stesso modo rinchiuderle tutte in un solo rigo, concluderle con un drastico punto quando sentirai dentro di te che sarà necessario aspettare per il resto. Come cantare una canzone e ricantarla dopo anni, ti fermerai quando sembrerà che qualche parte del testo non era proprio come la ricordi e ricomincerai daccapo finché, testardamente, non chiuderai gli occhi per richiamare alla tua memoria ogni istante. Come fermarti a contare i detriti nel fiume, sedendoti su di una larga pietra. Tutto s’impara, tutto può essere appreso se avrai la pazienza di non chiudere il libro prima di arrivare all’epilogo, di asciugare le lacrime e ricominciare, di alzarti da terra dopo una caduta, di stringere i denti quando ti sembra di non farcela. Come indossare tutti gli abiti che ti viene richiesto di indossare e di poi spogliartene repentinamente, presentandoti solo ed esclusivamente con quello tuo preferito. Come non piacere a tutti e non farti piacere tutti. Ogni cosa può essere appresa e di ogni cosa potrai ridere. Come della gente che ha risposte anche quando non hai fatto domanda alcuna, che impara una nenia a menadito ma ignora il suono delle voci di un tempo, che avrà l’ardire di giudicare il tuo mondo senza aver prima affondato la testa nel proprio. Di ogni cosa potrai fare tesoro, qualunque evenienza ti sarà di aiuto se capirai l’importanza dei presupposti. Come non commettere mai due volte lo stesso errore, come non dimenticare che è l’amore l’unico, vero motore dell’universo, come non consentire a nessuno di toglierti dignità, come non poter amare il distante se prima non ami il vicino. Perché per certe cose ci sarà sempre tempo ma per altre i secondi saranno vitali, e ti guarderai indietro qualche volta non necessariamente per rimpiangere chi non c’è più quanto per non dimenticare mai con te stessa il bene che n’è derivato. E ti ritroverai, si, a camminare sulla sabbia a fatica ma resisterai per quella intensa voglia di correre verso il mare. Imparerai a perdonare le esasperazioni, i saccenti dell’ultima ora, le chiacchiere da bar e l’incongruenza di certi comportamenti. Saprai tacere al giusto momento, e al tempo debito parlare. Ti difenderai, colpirai. E non dimenticherai mai di conservare una foto che, sbiadita o ancora vivace nei colori, potrai guardare. Toccarla, senza specchio. Osservarne i particolari, di tempi diversi o di diverse luoghi. Ma sempre, in ogni caso, riconoscerti.