Archivio mensile:agosto 2012

Coscienze

Non c’ho messo molto a ricominciare. Te l’avevo detto che ce l’avrei fatta senza che nemmeno te ne accorgessi. Ho il respiro lungo e i polmoni riabilitati dopo la lunga degenza. Il punto dal quale si riparte è sempre minimo. A differenza di quello che si crede comunemente riprendere un cammino non necessita di grandi appoggi per far leva sui passi. L’importante è guardare dritto, piuttosto che dove si mettono i piedi. Davanti, piuttosto che calare gli occhi a terra. Non ho più paura, non ho più paura. Di guardare in faccia tutta la gente che ho conosciuto, di portarmi sulle spalle un passato guarito, di andarmene in giro con i miei pensieri nelle tasche, nascosti nei pugni chiusi. Conservo oggetti nella mia mente mentre ho stanze vuote e soffitti altissimi senza lampadari. Non posseggo alcun libro ma custodisco gelosamente ogni riga e tutto ciò che è stato scritto al di sopra o al di sotto di essa e non mi stanco, oh si non mi stanco di ritagliare fogli e foto, incollarli e poi spostarli da un angolo all’altro delle pareti. Vedo il tuo viso per un attimo e confondo quella dolcezza con la disapprovazione altrui. Potessi scrollarmi di dosso pregiudizi e timori allora sì, spiccherei completo il mio volo. In alto, così in alto da non temere che la corda possa spezzarsi. Prima o poi ti rincontrerò, avremo una pelle più bianca e gli occhi pieni di tutte quelle lacrime che saggiamente abbiamo saputo trattenere. Prima o poi ti rincontrerò e tu mi dirai che non avresti mai pensato di annergarci in quel mare di vuoti e di silenzi. Prima o poi, sono sicura, tornerò ad affacciarmi da un finestrino per scorgerti in lontananza ad aspettarmi. Scenderò ancora correndo i gradini di un treno, respirerò ancora l’odore acre del ferro sulle rotaie nei giorni di calura e mi stupirò, nell’attesa del ritorno, di quanta gente brulica nelle strade del centro. E quando ti rivedrò non saprò dirti quanto tempo sarà passato, quanta vita si sarà consumata. Non porterò niente con me se non un piccolo quaderno, schizzi d’inchiostro rosso nelle mani e due foto. Tutto questo mare, ed il vento.

[Foto di Cesare Abbate]

Si semina in inverno per raccogliere in estate. Mentre ruoto in circolo tra i campi rasi di grano appoggio i piedi sulla terra, respiro a polmoni aperti. Sento il profumo di una pioggia che tarda ad arrivare, eppure è come se già fosse scesa a dissetare, a riempire le crepe aride. Quell’attesa del contadino che sa stare dinanzi al fuoco acceso mentre fuori nevica, quel silente raffermare i pensieri mentre attizza i carboni, quel riscaldarsi solo di un maglione andando a letto, questo è quello che ricerco. Ho smesso di gloriarmi di cose grandi, per quanto esse ancora mi accompagnino quotidianamente. Ho smesso di riempirmi la bocca di vocaboli complicati per spiegare cose semplici. Ho smesso di far comprendere cose semplici a chi è troppo complicato e sicuro di sé per ascoltare. Ho smesso di gettare i miei pensieri nelle pozzanghere lungo la strada alla mercé di chiunque passi, lasciandoli calpestare dalle ruote di un’auto qualsiasi in corsa. Mi siedo scalza adesso, porto le ginocchia al viso e chiudo gli occhi. Ho una penna con inchiostro che mi avanza ed oggi non saprei davvero in quale altro posto riversarlo. Ho ancora troppi quaderni da riempire e conservare. Ho troppa musica ancora da comporre e lasciar suonare ad altri. Ho ancora troppi posti da occupare. E troppi ruoli da svolgere. Lacrime e sorrisi che sembrano non finire mai, come un ragionevole fiume che sa qual è la sua strada, che si adagia indisturbato nel letto e prosegue il suo corso naturale qualunque sia la stagione intorno. Ed una corrente nascosta sotto le acque anche quando alla vista appare placido. Ho ancora obiettivi da raggiungere, e cose per cui disperarmi e gente che non mi stanco di rincorrere. Ho ancora da voltarmi e vedere che chi credevo fosse avanti in realtà mi sta dietro. Ho ancora errori su cui riflettere e da cui trarre lezioni. Come non promettere qualcosa che sai non poter mantenere. O come smettere di credere che ci sia sempre una pena da scontare, anche quando la reclusione ha raggiunto il suo termine. Questo giallo acceca, più del sole. Al tatto punge, come la punta di un grosso spillo da balia. Le cicale non si stancano di cantare, mentre un leggero vento disperde la pula ancora rimasta dopo l’ultima, faticosa trebbiatura. La alza, la mescola in aria in un turbinìo impercettibile. Sembra volerci restare, ed invece poi la soffia via. Anche quest’anno è per sempre.