Archivio mensile:settembre 2012

Nostalgie

Una volta l’odiavo il social network, quando Splinder ancora non ci cacciava di casa, esplodendo silenziosamente nell’oblio del web. Portandosi via con sé tutto, dai. Poi ci sono finita dentro come un vortice e non ne sono uscita. Almeno non ancora. Perché le persone le trovi lì, e non sai se sei tu che ci vai perché trovi lì loro o loro stanno lì perché trovano te. Chi ha vissuto come me sa cosa voglio dire. E chi ha vissuto come me sa che si è in pochi a poter capire. Troppo pochi. Un blog non è una piazza pubblica con la gente che quotidianamente ti spia da ogni dove e nella quale se piove non hai dove ripararti. Un blog non è una vetrina di foto, un continuo mormorare, un incredibile brulichio fatto per lo più di presenze fastidiose e di inutili sciocchezze. Un blog è un bar, e mentre percorri la strada per andarci sai esattamente dove ti trovi. Conosci a menadito le mura, gli sgabelli, i camerieri. Riconosci la musica quando entri, guardi in modo diverso sempre gli stessi poster attaccati alle pareti. E sai che ci ritrovi gli amici, perché sono pochi. E loro parlano a bassa voce ma io ti giuro che riesci a sentirli. E quando ti vedono allargano le braccia e ti dicono siediti, ti aspettavamo. Ehi, quattro birre per favore. Un blog è una stanza di casa, quella che si tiene chiusa a chiave quando ci sono ospiti perché c’è troppo disordine, troppa roba ammucchiata alla rinfusa, troppa polvere in alcuni punti e troppi rumori sospetti. È un letto, in cui la sera ti adagi stanca ma carica di emozioni della giornata. È una palestra, dove vai a scaricare tensione e rabbia. È un pallone, che prendi a calci quando l’amore ti ferisce e che comunque sei pronto a parare ogni volta. È una mail lunghissima, che puoi scrivere solo quando avrai tempo per fermarti dalle tue attività. E alla quale il destinatario darà seguito il giorno dopo, o forse tre giorni dopo. Non è sintetizzabile. Non è veloce. Non è fugace. Si fa attendere. Su un blog scrivi pensieri che non lasci intendere. Sei chiaro, come la luce. Non puoi concentrare tutto nella risposta alla domanda a cosa stai pensando? Ehi, ho bisogno di troppo spazio. Ho bisogno di parole. Ho bisogno di dire. E tu con queste domande mi blocchi. A dire il vero mi demotivi, ecco. Ho bisogno di pensare senza temere. Giudizi, pregiudizi, incomprensioni. Che piccolezze, a volte. Si è ciò che si sceglie di essere, in parte si è ciò che si sceglie di essere. Ed io da troppi anni ho scelto di essere qui, tra le pagine imbiancate ad ogni settembre. Pronte, rinfrescate, per affrontare l’inverno. Il freddo. Ho scelto di essere parole tra le parole, e di scambiarne con chi è come me. Con chi respira la mia stessa aria, cerca il mio stesso equilibrio. Mi manca, tantissimo, scrivere e dialogare con persone di cui non sai niente se non ciò che scrivono. Che a volte è tutto. Tutto davvero di loro. C’è gente fatta per tempi brevi e concentrati, per stillicidi di frasi di tre parole, o due righe. E c’è gente fatta di tempi lunghi. Io sono una donna di tempi lunghi, di presenti costanti, di futuri da decifrare e sgominare, di attese. Una donna di attese. Mi manca sfogarmi, mi manca chiudermi, mi manca stancarmi. Chissà se manca anche a … com’è che si chiamavano? Ah, si. Duchessa, Nya, Cieli, Zoe … Fenila, Diamanta, Gas … Largen. Ed altri. Come Blueroad. Insomma … gente. Gente varia. Perfettamente sconosciuta. Almeno così sembrava.