Archivio mensile:novembre 2012

Treni

 

Sono nata la prima di sei. E di un inverno pieno, che per i temporali e la neve ogni giorno era notte. Le luci non si accendevano mai perché non c’erano soldi. E si sa, quando i soldi non ci sono la vita è nera come il buio. Io però i miei primi passi li ho fatti proprio così, imparando il posto degli oggetti presenti nelle stanze. Tre sedie impagliate nella cucina e un tavolo con due piedi di legno e due di plastica. Il letto cigolante dei miei genitori ed il grande baule appoggiato alla parete. il catino dell’acqua, le pentole e i coperchi. Quando andavo a scuola mi chiamavano camina-cammina. L’odore acre del legname bruciato ce l’avevo intessuto dai capelli ai piedi, e me lo portavo addosso lasciando olezzi al mio passare. Io mi arrabbiavo. In realtà, cosa vuoi farci, se puzzi di povero non è colpa degli altri. Che poveri erano come me, ma un poco di meno e con una certa dignità. Un giorno la mia nonna più vecchia mi regalò dieci lire, e io ci comprai un piccolo uovo di cioccolato con la carta rossa e dorata. Era un uovo grosso quanto quello delle galline di mia nonna. C’era un biglietto con un numero e dicevano che se usciva il tuo numero all’estrazione di Pasqua potevi vincere un agnello sano, ucciso e già depezzato. Chi l’avrebbe mai detto. Mio padre mi picchiò per aver speso le mie dieci lire così e mi vietò di scartare l’uovo fino al giorno di Pasqua perché avrei dovuto dividerlo con le mie cinque sorelle. Quel giorno di buonora le briccone lo mangiarono di nascosto. Mia madre a sua volta mi picchiò perché io mi misi a strillare e mi scapigliai con loro. Conclusione: l’agnello lo prese il figlio del farmacista e io ho dovuto aspettare qualche anno ancora per assaggiare altrove il sapore del cioccolato. Però un giorno mi misi su un treno e me ne andai, con il solo rammarico di non aver finito la scuola. All’inizio mandavo cinquecento lire al mese a mio padre, mentre le altre settecento le tenevo per me. Non ci siamo mai scritti una sola lettera. Se l’avessi fatto non avrebbe saputo leggerla. Non seppi che le mie sorelle si sposarono. E così risparmiai i regali. In una fabbrica dove si confezionavano biscotti al burro a forma di stelle io guadagnavo tanto quanto bastava per avere una casa gelida come le montagne a gennaio, senza riscaldamento ma con il bagno. Fuori e funzionante. C’era di buono che avevo in catena di montaggio stretto amicizia con una spagnola, una ragazza minuta e tondeggiante tanto simpatica quanto loquace. I soldi alla spicciolata e due soli pezzi di cartamoneta mi venivano dati dal padrone, un austriaco, contati uno per uno sul suo largo tavolo nero. Potevo parlare di qualsiasi cosa tanto loro mi avrebbero capita solo in parte. Come in parte io capivo quello che dicevano. E a volte fa in gran bene parlare senza capirsi. Trascorsi molti giorni prendendo un tram alle sei del mattino che a me sembrava sempre più veloce, andavo alle cinque di pomeriggio nei grandi market a fare scorta di cioccolato e panini al sesamo. Cenavo il più delle volte così. E poi sprofondavo nel sonno per ricominciare tutto uguale a sé stesso il giorno seguente. Per molti giorni. Per molti mesi. Quando mi arrivò il telegramma riguardo a mio padre rifeci di nuovo la valigia, e me ne ritornai giù in paese. Respirai il profumo della moquette sul treno. E mi domandai perché a volte le cose non vanno come vorresti. Pioveva e tutti mi guardavano come se fosse morto a causa mia. Andassero in malora, non me ne importa niente di quello che pensano gli altri. Però dentro di me piangevo. E non so se era perché non riuscii a salutarlo, o per la rabbia che montava nel vedere le vicine di casa lamentarsi e asciugarsi gli occhi con fazzoletti di stoffa. Passai la notte a casa di mia madre, la sera trascorse cucinando brodo di gallina per lei, le mie sorelle, i miei cognati, i figli delle mie sorelle. Per i gatti appostati e pazienti davanti la porta, che davano davvero l’impressione di essermi familiari. Addentai una mela. Le lenzuola sapevano di saponi e infanzia. Per un istante io risentii addosso l’odore del fuoco. Rividi la strada di campagna verso la scuola e il figlio del farmacista accompagnato a suo padre, che si dividevano la grossa busta con dentro l’agnello. Chiusi gli occhi cercando di pensare a quando sarei ritornata a casa, lontano. Nonostante il ciarlare del resto della famiglia mi addormentai subito. E dormii tanto. Per tutta la notte. A luce accesa.