Archivio mensile:febbraio 2013

E-lezioni

Grillo…un nome un destino, se rimesso figurativamente al pari della favola di Pinocchio. Bersani ha dimostrato che non è capace di primeggiare nemmeno se lo votasse matematicamente il 70% della popolazione, Berlusconi trotta come un cavallino senza morso e bypassa gli ostacoli impunemente continuando a promettere sogni di gloria, Casini è finito (forse era quasi ora), Fini non esiste più (forse … era quasi ora), Di Pietro … (che c’azzecca?), Meloni & C. (si salvi chi può), Monti è in udienza papale per ravvedersi degli errori commessi e per non essere riuscito a portare a casa i risultati sperati (Deo agimus gratias), Ingroia non ha capito che fare il magistrato è una vocazione di vita che non ammette alternative. Camera si, Senato no, Quirinale so, C.S.M. ni. Larghe intese ma anche no, strette intese che più strette non si può. Parola d’ordine: dopo spread, bund tedesco e vattelapesca, INGOVERNABILITA. Credo di avere mal di testa.

In-Side

Cerco di farmi strada. Come un funambolo che a piedi nudi attraversa il mondo di sotto. Ho nostalgia di una finestra, delle stanze fumose con le luci al neon, delle carte messe in ordine. Delle voci urlanti dalla tromba delle scale. Ho nostalgia di certi volti, di certe chiacchierate, di certi luoghi. C’è un freddo che accarezza l’anima, ed io ci sto dentro tutta. Racchiusa in un cappotto nero, mani in tasca, mi fermo davanti alle vetrine dei negozi. Mi specchio, e ricomincio a camminare. Incrocio sguardi. Lisi come vecchi camici da lavoro. Rubo un pensiero. Torno indietro. Ho perso qualcosa. So come. So quando. Mi chino, e sotto le facce attonite della gente raccolgo un pezzo di asfalto umido. Un’auto mi romba accanto. Mi giro, mi alzo. Risollevo gli occhi verso gli ultimi passanti, e sono così tristemente preconfezionati. Così carcerati nei loro clichés. Così occupati. Così distratti. Strofino una mano contro l’altra, ed infine alito nel pugno. Riprendo la mia strada, mi concedo un sorriso. Mi sento improvvisamente leggera. Rotolo fino all’angolo. Apro le braccia e mangio quel poco di polvere che ho sulla faccia. Mi siedo per un momento a terra. I miei cammini di solitudine sono sempre così, lenti e tragici. Fatti di sonni profondi, di infinite resistenze, di silenzi e molte parole. I miei cammini di solitudine sono sempre così, inopportuni e senza distrazioni. Come uno spillo nella carne che ti costringe ad andare. Come un bastone che ti colpisce e non fa male. Come l’istinto di sapere già ciò che non si conosce ancora. Con l’inquietudine che non ti lascia mai. L’ansia di arrivare alla destinazione e la necessità che tutto debba profondamente consumarsi prima di poter ricostruire. E poi l’ultimo scatto, veloce. E fare le scale di corsa, col fiatone, e bussare quando non trovo le chiavi, e annunciarmi. E urlare il mio nome. E ancora sbattere i piedi, e canticchiare una canzone per farmi riconoscere, e curiosare dietro le mie porte. Scoprire che il mondo fuori non vale niente, se non avessi i miei. Il mondo che mi sta dentro, il mondo che mi vive accanto, il mondo che da dentro è nato. Ed infine, col cuore ripieno e le labbra tremanti, abbracciare di calore tutto quello che c’è.

Sabbie immobili

 

Il primo tassello è quasi andato, altri si consumeranno in un soffio. Morirò ancora come altre volte, morirò nel deserto. Sotto il sole cocente. Col suono di qualche motore in lontananza, davanti alla faccia incuriosita dei visitatori stupefatti. Morirò ancora come altre volte, e questa volta morirò in totale solitudine. Avrò un grido soffocato nella gola, una torsione muscolare alle braccia, le gambe non reggeranno. Penso. Ed intanto digrigno i denti contro tutti i miei fantasmi. Potessi … li agguanterei e serrando i pugni li getterei giù, dalla finestra in strada. Ho bisogno di respirare il vento che ti stravolge, quello gelido. Quello che ghiaccia fin dentro le viscere. Penso. E intanto rabbiosamente circolo in tondo, in lungo e in largo. Come una tigre in cattività. Penso. E intanto dico che sì, non è così che deve andare e questo è già un passo per qualcosa che sta più in là. E nel frattempo urlo da una vetta che sarà come dico io. E sarà perfetto. Ho pianto di pianti stridenti, di lacrime gonfie, di pensieri pesanti. Ho pianto di parole tremende, di sorrisi celati, di risposte mancate. Ho pianto di un silenzio silenzioso, intimo. Nascosto. Coprendomi la faccia con le mani, abbracciandomi le ginocchia, tirandomi i capelli. Ho pianto di me stessa. Ho pianto con me stessa. Ho pianto a gran voce, con tutta la forza che avevo, con tutta la potenza del mio essere. Ho pianto di spreco di forze. E sfinita, stanca, schiacciata mi sono addormentata  al suono di una nenia d’altri tempi. Come ieri, poco prima che cessi la pioggia, mi ritroverò a riaprire gli occhi e a sfidare il presente. Indossando un nuovo abito, creato per me di tutto punto. Ricucito perfettamente. Colori brillanti, sapori nuovi, cantici dolci. Dall’acqua, che sa lentamente farsi strada. Da quell’acqua che spegne i fuochi e disseta. Dall’acqua, di cui non si può fare senza per vivere. Riaprirò gli occhi e saprò tenerli dritti, fissi. Non li distoglierò. Finché non mi sarò sfamata. Finché non avrò preso tutto ciò che voglio. Finché non tornerò.