Archivio mensile:maggio 2013

Di scritture e cieli chiusi

Si torna qui sempre come animali feriti. Non esiste altro luogo in cui medicarsi, prendere l’anima e darla al cielo. Si torna qui sempre come bambini caduti dalla bicicletta, a grattarsi le ginocchia sbucciate e rimirarsi le ferite. Non è possibile allontanarsi ed illudersi che alla prossima sarà per una buona ragione. Oh si, lo so. Lo so. Erano giorni diversi. Ma le mie unghie sono cresciute, e se provo a passarle sulla pelle quasi si conficcano senza che io lo voglia per davvero. Le ho dipinte di viola, come i drappi sacerdotali dei tempi di quaresima. Tempi di silenzio. Prima che, prima di. Prima da lì, poi per altrove. Perché le cose arrivano come fulmini. Rompono la pioggia, spaccano le nuvole. Illuminano a giorno le notti. Cadono a terra, fino a noi come se fossimo pronti, come se avessimo le mani ben aperte per ricevere. Ed invece ci prendono a schiaffi. Questo è un inganno, è una melma. È sabbia che fa affondare i piedi. È mare in burrasca, è tempesta levata. Ed uragani, e terremoti che non puoi sconfiggere. E così prendo la mia borsa, la innalzo sulla spalla come fosse l’unico, reale vessillo che possiedo. L’unico, reale mio segno di riconoscimento. Una perfetta sintesi della totalità. Mi stringo in un maglione come se fosse dicembre ed in questo pomeriggio nuvoloso, dall’aria schiacciata, corro in giro a verificare che il mondo vada avanti lo stesso. E a chiedermi come si fa ad imparare a camminare comunque. E dovunque. In ogni tempo. Anche se i piedi fanno male. Anche se è diluviato fino ad ora e si scivola. Anche se tutto, improvvisamente, dentro di me si è fermato. Tutto, tranne lo scorrere del sangue nelle vene.