Archivio mensile:ottobre 2013

Mentre tu

Siamo fatti di soffi, e memorie antiche. Come un bambino che non riesce a star fermo seduto al suo banco di scuola. Come un uomo che scalpita dinanzi alla porta di un amico e che ha qualcosa di troppo grosso da farsi perdonare. Il punto è il grido, il grido. Il punto è il grido. Il punto è guardarsi intorno e chiedersi come mai di tutto ciò che si è dato torna indietro sempre meno, sempre meno. Quasi niente. Meno del  niente. Il punto è la sconfitta, la sconfitta alla partita più importante e tu non te l’aspettavi. Perché, diciamoci la verità, siamo arroganti. Siamo arroganti e per questo ci vestiamo sempre della certezza di farcela, di riuscire, di andare. Ed invece ci scopriamo allo stesso posto. Giro girotondo, casca il mondo. E questo mondo non casca mai perché sta sempre in piedi mentre tu, mentre tu invece dal basso lo guardi e non ti capaciti. Che questi riescono sempre a fare la loro parte. E la sanno fare bene, e l’hanno imparata davvero mentre tu, che ti trascini dietro quella che sei, tu non hai imparato per niente che i copioni dovrebbero essere tutti uguali. Vuoi sapere una cosa? Qualche volta ho deciso, e ci ho messo tempo perché decidere in fondo non mi piace. Ma qualche volta io l’ho fatto. Ho deciso. E quando ho deciso è successo che la gente è diventata come polvere. Poi è venuto il vento, leggero non forte. Leggerissimo anzi. Nemmeno te ne accorgi. E l’ha soffiata via. Ed è stato come non aver mai conosciuto. Come non aver mai visto, né sentito. Mai amato. E così finalmente ci si è liberati di un peso, di un peso grande di quelli che fanno ingrassare l’anima. Come del colesterolo cattivo. Come arterie ostruite. L’immunità, voglio l’immunità. E mentre ringrazio il cielo per questa buona salute, come le preghierine dei bambini imparate a scuola senza porsi troppe domande, così mi  chiedo perché ho un corpo capace di riconoscere e arginare un virus. A cosa mi serve. Se il mio cuore è vittima ancora. Ed ancora si lascia ferire.

 

Inspired by.

Senza Con Sistenza

È tutto qui, il resto è troppo. Mi hanno detto che c’è un gruppo di sbarbatelli che marina la scuola al mattino e che si va a sedere proprio lì, su quella larga e comoda pietra in riva al fiume. Giocano a carte, imprecano sotto i raggi del sole e si ubriacano con vino scadente acquistato di colletta. Come se il paesaggio non avesse altro da offrire. Ma io, su quella pietra, mi ci allungavo con i miei quaderni e le mie matite e il mio umore e tutto un dolore da gridare. Mi ci sdraiavo e chiudevo gli occhi nei giorni in cui non avevo voglia di guardare il mondo. E sentivo lo scorrere dell’acqua e tanto mi bastava per non piangere e per ricominciare a respirare aria nuova. Questo tempo si dilata, si allunga, si allarga come una prateria. Sembra non dover finire mai e rammenti ehi, piano. Calma. Ci sei già passata no? Tu lo sai che ci sono rive placide ed onde immense. E che il vento soffia a volte di bora ed altre di scirocco. Dipende solo da dove tu sei, dipende da quale luogo hai deciso di occupare. Dipende solo da te. Ed è una immensa bugia, e te l’hanno detta perché tu possa rasserenarti e non porti domande, ma in quello stesso istante in cui l’hanno proferita hai sentito delle catene legarsi ai tuoi polsi, alle caviglie. Perché la verità è che dipende anche dalle stagioni, e a quelle non puoi sfuggire. Perché dimmi se puoi evitare alla pioggia di cadere, o alla terra di inaridirsi sotto il sole. Ecco perché un giorno io sono stata in una città che aveva una piazza enorme. Palazzi altissimi con dei pinnacoli che sembravano quelli appuntiti delle chiese, e ai balconi ho visto affacciarsi ragazze che fotografavano il panorama da lassù. E poi fotografavano la loro faccia ridente. E ancora fotografavano i cieli e le proprie punte dei capelli. Ed io dal basso mi sono chiesta perché la gente se ne va così in alto per far finta di godersi qualcosa, per far finta di guardare. Per fingere di vivere. Quello è stato il momento in cui ho capito che preferisco di più restare nella terra, inginocchiata a pentirmi o seduta con le gambe rannicchiate. Accovacciata. E la faccia nel fango per non dimenticare mai chi sono, da dove vengo, dove andrò. Sono uscita per negozi ed ho comprato un vestito rosso. Quando sono tornata a casa l’ho indossato con i capelli sfatti e disordinati. Mi sono guardata allo specchio ed ho brindato alle incognite del futuro. Un bicchiere di vino e tutti giorni che saranno. Sai perché non si riesce a camminare sul filo? Perché i pensieri sono troppi e le direzioni confuse. Ma se tu sapessi qual è la strada giusta, l’unica strada giusta, chiuderesti gli occhi e andresti dritti sino alla meta, dall’altra parte del nodo. E poi c’è questo freddo improvviso, che corro a rintanarmi dove meglio posso. Sotto la mia pietra, nel solito deserto di ghiaccio. Quello che non scioglierà prima di aver completamente gridato tutto ciò che devo gridare. Le mie mutazioni sono così, partono sempre da un dolore e finiscono per arrivare ad un altro dolore. Solo più sottile, solo più tenero. Solo più fine. Dove lo spazio a disposizione degli altri si riduce ogni volta di un centimetro. Sino a che non resta altro che me. E stasera, che piove a dirotto e c’è un gran vento, è ciò di cui ho davvero bisogno. Smetterla con gli altri. E consolarmi da sola di un pianto in silenzio.