Archivio mensile:novembre 2013

A metà

Ho visto due cose. Un cane bianco che si scalmanava su di un balcone abbaiando come un dannato. Cercava di spingersi verso gli infissi chiusi. E lui fuori sotto la neve. Ed io ho pensato che padroni da nulla deve avere, questo cane. Per lasciarlo al gelo a quel modo. Si, ammetto. Ho provato pena. Per un cane. Poi ho visto uno stormo di piccoli passeri che dall’alto si è lanciato verso un marciapiede. E tutti si sono adagiati dolcemente a terra. E hanno iniziato a saltellare sulla neve così bianca. Ed io ho immaginato le loro piccole impronte. E, ammetto, avrei voluto fermarmi e andare a vedere con i miei occhi, se non fosse che certamente li avrei spaventati e loro sarebbero volati di nuovo via. E così ho desistito. Guardandomi uno spettacolo da lontano, come fa chi ha sempre, irrimediabilmente, paura di ferire qualcuno.

Sono caduta in una trappola come un topo alla ricerca del formaggio. Mentre io cercavo la felicità per saziarmi, come chiunque se ne vorrebbe saziare nella sua vita, sono rimasta intrappolata in un diabolico marchingegno che qualcuno, ad arte perfetta, ha piazzato dietro la dispensa. Lungo il muro. Il punto è che le mani sono più di due. Il tocco lo senti con una certa precisione. E non ci metti molto a distinguere ciò che fa parte di un universo da ciò che fa parte di un altro. E così ho pensato che avrei dovuto soffrire, come giusta punizione per il mio desiderio. Ben mi stava, adesso, di ritrovarmi con le tenagliette conficcate nelle zampine. Avrei dovuto consumarmi di pianto e di dolore per non arrecare troppo pianto e troppo dolore agli altri. Ho pensato che se io avessi avuto meno avrei consentito agli altri di compensare così i loro vuoti. Ho pensato che se io avessi gioito di meno avrei consentito agli altri di compensare la loro sofferenza. Ho pensato alla morte. Ma chi può solo immaginare? In un momento in cui chiunque, chiunque davvero al mondo, qualsiasi essere umano avrebbe dovuto pensare alla vita. Ho detto parole nere, così nere che l’abisso più profondo ha iniziato a colorare, ogni giorno di più, tutte le ore e gli istanti fin qui vissuti. Ho pensato pensieri bui, così bui che la luce ha smesso di brillare negli occhi miei ed in quelli di chi amo. E così in un letto di ospedale, che ci sono finita in un pomeriggio assolato di settembre mentre il sangue mi usciva dalle vene come acqua da un rubinetto rotto, ho pianto. E chi mai potrebbe capire? Ho pianto per me, per la vita che secondo qualcuno forse non avrei diritto di vivere, per le colpe che ho e tutte quelle che non ho, per l’assurdo amore verso chi non può darmi niente. E niente vuole concedermi. Io in un letto di ospedale, sola come si sta soli nella bara con la morte, ho pianto di tutte le lacrime che ho messo in riserva fin dalla mia nascita, di tutte le lacrime che ho sempre finto di non avere. E di più di quelle ancora. E vorrei oggi poter dire che non mi ha fatto male dover guardare i muri anziché parlare con qualcuno, e sola ancora stare nei giorni successivi mentre ho combattuto come una tigre. Come altri non sono capaci di fare, né mai capaci saranno nella loro vita. Vorrei oggi poter dire che non fa male, che l’indifferenza non uccide, che le mancate spiegazioni non ti feriscono e che tutto sta in un divertente gioco al pensiero positivo. Ma non è così. Vorrei oggi poter dire che meritavo ciò che ho visto e che mi è stato scaraventato addosso. Ma non è così. Che lo meritavano anche altri, insieme a me. Ma non è così. E vorrei gridare, urlare dalla vetta più alta della mia città, che tutto questo è un dolore che nessuno potrà mai capire. Nessuno potrà mai lenire. Nessuno potrà mai restituire. E questo si. È proprio così.

Oggi siamo a metà strada. Io e te. Ti penso e mi sento quasi mancare. Perché tu sei la consolazione, la dolcezza, l’amore che mi riempie in questi lunghi giorni di una solitudine assurda. Guardo gli occhi di tuo padre e mi stringo nelle sue braccia forti, ogni sera al rientro da lavoro, e concludo che tu sei amore perfetto. Pieno. Totale. Osservo tua sorella giocare, ascolto il suo parlare veloce, e mi dico che altro mai avrei potuto volere e desiderare. Non sarò perfetta, vedrai come e quante volte l’oscura tristezza si impossessa del mio volto all’improvviso, e certamente ti chiederai cosa succede a questa mamma. Ma tu, tu che sei dentro di me, tu, vita mia, già sai cosa succede perché con me l’hai vissuto. È che devo imparare a proteggerti, da me anche. Dai miei stati d’animo, dal mio incredibile senso di smarrimento quando mi circondo, costantemente, di persone che non sanno dare, non vogliono fare. Non sarò perfetta, riconoscerai subito quel lampo di rabbia che nei miei occhi cade giù come un fulmine e forse non saprai cosa dire. Starai, chissà, in silenzio aspettando che passi. Però ho tante canzoni da farti ascoltare, e libri da leggere con te, e stupirci di certi fatti che si sentono in giro e chiacchierare tanto, come tra amici. E ho da darti, da farti, da sentirti. Da viverti. Oh, quanto vorrei a volte non essere come sono. Per te. Quanto vorrei saper indossare la maschera ad ogni carnevale. Anche ora, anche adesso che ti parlo, quanto vorrei non farmi prendere subito da certe ansie … da certi pensieri … Potrai perdonarmi quando sarò come sono? E mi insegnerai, ti prego, a perdonarmi io stessa? Si, lo farai. Perché tu, proprio tu, tu vieni al mondo per insegnarmi che la vita è vita. Che non ho colpe di ciò che accade intorno o non accade. E che la mia carne, insieme a tutto il mio amore sparso intorno a me, merita ogni bene.