Archivio mensile:settembre 2014

Maria

Mi chiamo Maria, ho cinquanta e tre anni e ieri ho preso uno schiaffo. Ma la storia non è questa. La storia è che si nasce senza speranze, ci pensi poi e ci cresci. Ti si insinuano nell’animo strada facendo e ad ogni passo accendi una piccola luce. Quando va proprio male hai da metterci dei soldi. Una candela, dieci speranze. Tre soldi, cento speranze per mille candele. Dopo però il buio è buio comunque, e nell’abisso ti ci ritrovi da sola e le luci non ci sono più e le parole che senti fanno un ronzìo di mosca che ti passa sotto al naso e tu non la puoi uccidere ma lo faresti. Eccome se lo faresti. Se potessi, io se potessi. E ti ci svegli al mattino che quello che non potevi ieri lo potrai forse domani. Ma non oggi. Perché l’oggi ha il sapore di un piatto riscaldato senza sale. E allora ascoltami, meglio uscire e spendere tutti i risparmi di una vita. Che in cinquanta e tre anni ne hai fatti di soldi e stanno lì che devono aumentare, duplicare, moltiplicarsi come tumori. Ed invece meglio sarebbe prenderli e gettarli al vento. Io di tumore non ci voglio morire. Una pioggia, una pioggia di denaro che nemmeno ti bagna perché i soldi, ecco, fanno da pioggia. Ma se non bagna non è acqua santa. E allora te la dico tutta.

Mi chiamo Maria, ho cinquanta e tre anni e ieri ho preso uno schiaffo. L’ho preso che ho cucito male un bottone e ho detto che non me n’ero accorta. C’è poco da fare. Se avessi risposto che me ne ero accorta sarebbe stato peggio? No, direbbero gli amici coi buoni consigli. Sarebbe stato meglio. Gli amici saggi, dico. Basta un nulla per accendere questo fuoco e divampare. E brucia, brucia. Brucia le porte, gli arredi, le foto. Brucia la carne che non era sui fornelli. Era la mia. La mia nella sua mano. La mia fuori di me, quando non mi appartiene più e diventa di qualcun altro. E la vuoi sapere una cosa? L’odore, quell’odore. Come il pollo quando lo passi sul gas. L’odore, quell’odore. Fin dentro le mie narici, fin dentro gli stipiti degli armadi. Fin dentro le trame dei materassi. Fin dentro al sangue. Mi chiamo Maria, e mi chiamo così perché mia madre pensava di scamparmi dando a sua figlia un nome santo. Aveva detto preghiere e recitato litanie sino a consumarsi. Ma quando le cose non dipendono da te hai poco da fare. Poco da dire. Mi chiamo Maria e quando prendo schiaffi poi non parlo più. Mastico molliche di pane in silenzio e rumino come fanno le vacche gravide. Incessantemente. Domani non era un altro giorno, domani non era il sole. Maria vieni qui. Maria ti voglio bene. Maria dove sei. Maria … sussurrami una canzone. Maria ti amo. Maria prendi le tue cose e vattene. Maria abbiamo perso tutto, e allora me ne vado io. Maria … non ti trovo. Ti prego torna da me. Maria, il suono che fa piace. E io, per qualche istante, ci avevo creduto davvero.

Ho lasciato la campagna in balia delle cicale e dei chicchi di grano riposti nei grossi sacchi. Ho lasciato la campagna, ed è stato come aver perso una vita. Cento vite. Però il cemento ti consola, freddo e sterile com’è. Ti dice che non sei l’unica, e che quando si è in tanti ci si può sentire meno soli. Ho attraversato la strada principale e mi sono fermata davanti ad una scuola. Troppi bambini, troppo chiasso. Ho riattraversato la strada e mi sono fermata sotto la pensilina degli autobus. Troppa gente assorta. Ho preso un vicolo. Scale ripide, strette. Disconnesse. Ci sono profumi di cucina, ingorghi di panni stesi, traffici di biciclette e un uomo sudato e stanco. Adesso mi devo fermare, e mi appoggio al muro. Chiudo gli occhi ed ho il ricordo della mia infanzia con i piedi sporchi di fango nelle scarpe bucate. Trattengo le lacrime, perché non è il momento di lasciarsi andare. Guardo avanti e ricomincio. Fatico nel respiro, mi affanno correndo. Ce la metto tutta e chiamo, chiamo più forte il mio nome. Mi chiamo così, come solo io posso fare. Lassù c’è il cielo. Tutto per me. Ed io ci devo arrivare.