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Coscienze

Non c’ho messo molto a ricominciare. Te l’avevo detto che ce l’avrei fatta senza che nemmeno te ne accorgessi. Ho il respiro lungo e i polmoni riabilitati dopo la lunga degenza. Il punto dal quale si riparte è sempre minimo. A differenza di quello che si crede comunemente riprendere un cammino non necessita di grandi appoggi per far leva sui passi. L’importante è guardare dritto, piuttosto che dove si mettono i piedi. Davanti, piuttosto che calare gli occhi a terra. Non ho più paura, non ho più paura. Di guardare in faccia tutta la gente che ho conosciuto, di portarmi sulle spalle un passato guarito, di andarmene in giro con i miei pensieri nelle tasche, nascosti nei pugni chiusi. Conservo oggetti nella mia mente mentre ho stanze vuote e soffitti altissimi senza lampadari. Non posseggo alcun libro ma custodisco gelosamente ogni riga e tutto ciò che è stato scritto al di sopra o al di sotto di essa e non mi stanco, oh si non mi stanco di ritagliare fogli e foto, incollarli e poi spostarli da un angolo all’altro delle pareti. Vedo il tuo viso per un attimo e confondo quella dolcezza con la disapprovazione altrui. Potessi scrollarmi di dosso pregiudizi e timori allora sì, spiccherei completo il mio volo. In alto, così in alto da non temere che la corda possa spezzarsi. Prima o poi ti rincontrerò, avremo una pelle più bianca e gli occhi pieni di tutte quelle lacrime che saggiamente abbiamo saputo trattenere. Prima o poi ti rincontrerò e tu mi dirai che non avresti mai pensato di annergarci in quel mare di vuoti e di silenzi. Prima o poi, sono sicura, tornerò ad affacciarmi da un finestrino per scorgerti in lontananza ad aspettarmi. Scenderò ancora correndo i gradini di un treno, respirerò ancora l’odore acre del ferro sulle rotaie nei giorni di calura e mi stupirò, nell’attesa del ritorno, di quanta gente brulica nelle strade del centro. E quando ti rivedrò non saprò dirti quanto tempo sarà passato, quanta vita si sarà consumata. Non porterò niente con me se non un piccolo quaderno, schizzi d’inchiostro rosso nelle mani e due foto. Tutto questo mare, ed il vento.

[Foto di Cesare Abbate]

Storie intessute

Il caldo era ancora asciutto e morbido e si sopportava senza troppe smanie. Sarebbe ben presto diventato fastidioso, ed il paese avrebbe assunto la sua straordinaria e costante funzione di ricettacolo indiscriminato di zanzare e tafani di campagna. La strada stretta e piccola si chiudeva con le mura disfatte di vecchi edifici del centro storico, lo spazio che una volta era protetto dal tetto adesso offerto al cielo. Un profumo di pane si racchiudeva dall’angolo del marciapiede per poi liberare la sua scia fino alla fine della strada principale, lì dove le stoffe a fantasie riflesse dal sole di mezzogiorno davano vita al muto grigiore delle vie. L’ingresso a vetro apriva un piccolo laboratorio e un negozio. Brandelli di stoffe scucite e tagliuzzate facevano da cornice al bianco graffiato del pavimento, insieme ad intrecci infiniti di piccoli fili, e dei rotoli colorati padroneggiavano lungo le pareti giallastre, invecchiate di umidità e muffe. La signora Sara dietro al suo bancone grigio sembrava più minuta ogni giorno che passava. Ricurva nelle spalle, aveva la voce ancora più piccola che una bambina. Conservava di grande solo l’abilità consolidata nel cucire, e quello strano ed indefinibile pallore del viso che la faceva sembrare sempre debilitata. In mezzo a tanti colori il suo vestito blu notte sembrava voler conferire un’obbligata austerità al luogo. Osservava i passanti fermi di fronte la vetrina da dentro la sartoria, seduta sulla sua vecchia sedia di paglia e quasi nascosta dietro al grande tavolo su cui poggiava i pochi lavori che le venivano ancora commissionati. Si portava le mani in grembo, stanca, e riprendeva a sferruzzare pensando alla cena. Tutto del suo mondo sembrava essersi fermato ad un’epoca troppo lontana, troppo lenta. Ma i suoi piccoli occhi nocciola ancora sapevano scrutare ad ampio raggio, per poi tornare a piegare ed imbastire lembi di gonne di tulle e gambe di pantaloni di velluto. Ago e filo prima, macchina da cucire poi. Spilli in bocca, spilli a terra. Spilli nel petto. Le mani ferme e grandi, le nocche esposte e rugose. Ogni tanto era nell’aria solo lo scricchiolio delle vecchie ma laboriose forbici a punta, e poi di colpo la sera appena subito dopo un sospiro nel guardare fuori e vedere il buio scendere di sorpresa. Proprio come quando non si è avuto il tempo di finire la preghiera nel letto, ed il sonno arriva senza preavviso.

Di una dritta strada

 

 

 


[ Foto di Cesare Abbate ]

 

Alcune case avevano le stanze grandi, altre troppo strette in certi momenti. Come ora. Ho scelto con cura ogni dettaglio dell’arredamento e poi mi sono accorta che era finito il tempo in cui mi piacevano mobili neri e vetrine oscurate. Allora ho acquistato delle cassapanche bianche, basse, confortevoli. Ogni volta che dovevo aprirne i cassetti dovevo abbassarmi. Quando mi sono stancata di piegarmi ho messo tutto in vendita in un mercatino rionale. E così dagli attici mi sono trasferita in una casa in campagna, in cui si sta bene da soli e si può ammirare il tramonto senza i fumi dei gas di scarico. Poi è accaduto che avevo bisogno di aiuto, e non c’era una sola persona per chilometri e chilometri. Allora ho cambiato posto. Ho trascorso dei periodi in luoghi in cui c’era il mare e avevo tempo per pensare e bagnarmi ogni volta che ne avevo desiderio. Finché non sono andata a vivere in un piccolo monolocale di periferia, di pochi metri quadrati. Ho vestito molti panni. Ho indossato con la stessa nonchalance tailleur fasciati in vita e sui fianchi, scuri e gessati come certi momenti di alcune giornate, ed ampie gonne colorate calzando ai piedi solo una suola di cuoio ed un paio di lacci alle caviglie. Ho indossato costumi di carnevale come fanno i bambini e pezzi cuciti di stoffa nera sulle spalle quando dovevo affrontare un pubblico, ed ho avuto bisogno di sentirmi protetta. Ho incontrato molta gente. Ho cercato di carpirne lo sguardo, e non mi è riuscito. Sfuggevole come i pesci nell’acqua. Un guizzo e scappa via. L’ho inseguita finché non mi sono stancata. Quando non ne avevo più voglia ho lasciato che andasse a marcire dove voleva. Ho amato, tanto ed appassionatamente. Ho trasceso i limiti, ho tradito me stessa a volte, e me stessa ho ripudiato prima che gli altri. Ho sconvolto e mi sono fatta sconvolgere. Ho adorato e sono stata adorata. Ho scritto apponendo il giusto indirizzo, e non mi è pervenuta risposta. Di altri, invece, mi è pervenuta la risposta sbagliata. Ho abusato di parole quando sono stata sola. Ho abusato di me stessa, dei miei pensieri, delle mie capacità, dei miei sentimenti. Ho abusato della mia mente, della fiducia, del mio stesso istinto. Come si fa di un letto. Ci si butta sopra per piangere o per amare, per dormire o per mangiare, per saltare, per fare e disfare, lamentarsi e per gioire. Ho preso calci, e qualcuno l’ho restituito al tempo giusto. Non ho mai dimenticato niente, che sia stata del bene o sia stato del male. Non ho mai dimenticato nessuno. Non ho mai punito a dovere, davvero fino in fondo, chi dovevo. Mai. E’ sempre residuato uno assurdo scampolo di grazia. Ma ho cancellato definitivamente molte tracce, molti volti. Molte esistenze. Dal nulla mi apparvero sulla strada, e dopo il tragitto destinato nel nulla le ho fatte tornare. Ho dato, e non mi è stato restituito. Ho dato e mi è stato restituito. Ho dato, e mi è stato restituito ciò che non meritavo. Ho visto porte sbattute in faccia e spalancate due minuti dopo, sentendomi chiamare mentre avevo già svoltato l’angolo. Ho sbattuto porte in faccia a molti, e non le ho mai più riaperte. Ho tenuto persone legate a me con dei lacci invisibili, inspiegabili. E ho sentito queste persone supplicarmi di lasciarle andare via. Ho spinto impietosamente in un burrone gente di cui dovevo e volevo disfarmi. E per questo ho subìto le stranezze di chi, intorno a me, attonito, incredulo non pensava ch’io fossi capace di farlo. Ho urlato, corso, imprecato e pianto. Ho circuito. Non sono mai stata circuita. Ho imparato molte canzoni, a memoria dopo averle sentite una sola volta. Ho suonato la musica che volevo, quando lo volevo, perché lo volevo. Ho fatto molte cose. Non ho mai preso in giro. Ed ho lasciato credere che si potesse prendere in giro me. Ho sempre mostrato tutte le carte di identità che posseggo. In ciascuna c’è l’indicazione delle mie generalità. Tutte chiare. Tutte trasparenti. Valide, tutte quante. Ma la gente non coglie i dettagli, non mira alle sottigliezze, non si cura dei particolari. Non ama spingersi in là. Puoi darle qualsiasi cosa. Sarà sempre una come un’altra, senza differenza. Questo spiega il disinteresse, il giudizio, le conclusioni affrettate, le inoculatezze scontate, le menzogne. Perché ci vuole una mente che sappia avere cura delle cose piccole, dei minuti che fanno le ore quando il tempo rallenta, del traguardo quando è finalmente raggiunto. E ci vuole un’anima capace di stringere nodi e non scioglierli più. Ci vuole un nome che abbia il suono di un temporale, e che con l’acqua compone i versi di una poesia sotto la superficie del terreno. C’è una sola cosa che non ho mai cambiato. Una sola, una soltanto. Ecco, dunque, questo è quanto

 

 

Scatti

 

 

 

Una volta ho scritto una lettera e mi è tornata indietro. Disse il postino che non era stato indicato con chiarezza il destinatario, che l’indirizzo risultava sconosciuto, e che in ogni caso non era stata recapitata perché il numero civico era inesistente. Allora ho fatto delle ricerche, ho appurato che avevo male individuato il tutto, che l’indirizzo era errato, e così ho rispedito in attesa di risposta. Anche la seconda lettera mi è stata restituita nuovamente come la precedente. Il destinatario, da informazioni sommariamente apprese in loco, risultava essersi trasferito. Non ho potuto credere alle mie orecchie. Allora feci nuove ricerche. Quando scoprii che effettivamente si era trasferito mi chiesi perché. Tornata a casa, in un momento in cui la disperazione si mischia alla inerzia e alla nebbia, presi un nuovo foglio di carta. Ed ancora una volta, come molte altre volte, scrissi qualcosa a nessuno. Consumai molto inchiostro. Le trame del foglio sembravano ad ogni rigo voler essere dissetate. Ed io concedevo. Quando apposi la mia firma la sottolineai con un rapido scatto di penna. Rilessi tutto, fin dall’inizio, e mi venne da piangere. Ero certa che non servisse a niente. Che tutto era inutile e che comunque non avrebbe avuto granché senso. E mi spaventai. Poi ne feci una pallina sbilenca. La distanza non rendeva giustizia al tentativo. Eppure, per la prima volta, centrai perfettamente il cestino dell’immondizia.

 

 

Non c’è un metodo scientificamente infallibile per sapere qual è l’attimo giusto ed esatto in cui fare la cosa giusta ed esatta. Spesso ci servono diversi tentativi vani, quelli di cui ha bisogno chi, come noi, prova a salvare, a trovare l’indirizzo giusto ed esatto per far funzionare, per dire, per essere uditi e anche ascoltati. Spesso abbiamo bisogno di farlo e di sapere che il risultato è vano. Prima di trovare l’indirizzo giusto. Nella spazzatura.                          
 

 

 

Istantanee di specchi

 

 

 

Ecco, queste sono le storture che ancora ho a disposizione. Mescolo al mio veleno rosso l’acqua della tua strada. I segni nelle mani ancora sporche di terra si saziano al godere di tutto questo scempio. Un ritratto appeso alla parete da tempo ha l’aria sinistra delle cose che non invecchiano. Conservano l’orgoglio di chi resiste. Ho la gola secca. Dammi da bere. Una stanza dopo l’altra, fino a che non si arriva a quella giusta. Siediti. Ed osserva.

 

 

Questo, questo, questo ancora, e questo anche. Via. Non mi servono più. Il resto può rimanere dov’è. 

 

 

Quattro rughe più visibili delle altre. Sette capelli bianchi. E tu, con la testa sotto la mia gonna. 

 

 

Istantanee ( Scatti di Voci )

 

 

Non ci stanno qui tutte le cose che avrei da dire. Non ci stanno perché sono troppo grandi. Se fossero tante, se fossero solo tante e basta saprei trovare il modo di infilarle una ad una, spingendole da dietro finché non si posizionano esattamente dove devono. Coprendo ogni spazio vuoto a disposizione. Ma quando le cose da dire sono grandi no. Spingerle finisce che le strozzi. Costringerle finisce che le rendi ribelli. Rinchiuderle in uno spazio senz’aria come questo finisce che ti muoiono sotto gli occhi. Hai ragione. Queste cose me le avevi già dette, hai ragione. Quante volte me le hai dette neanche più le conto. Tu le conti ? Io no. Ho cercato di conservare frammenti inutili, mentre ho tralasciato di ricordare quelli più importanti di te. Schiocco di frusta di cartone. Non ho paura. Mi fai sentire un blues ? Non ho paura. Uno di quelli stonati dai. Come me e te insieme. Dove devo guardare ? Lì ? Sì, guardo lì. Facciamo tutto in fretta. Sù, facciamo in fretta. Adesso scattami una foto. Sto ferma. Scattami una foto. Quanto conosci tu delle parole ? Usarle come se fossero la consacrazione dell’idea. Predisporle come si fa di una tavola imbandita per gli ospiti d’onore. Nei dettagli. Non ne sai niente tu. Hai il cazzo in tiro. Avvicinalo un po’. Le mie labbra ? Che ti frega se vengono mosse. Mi racconti ancora quella storia sui folletti ? Dimmi, sulla schiena o accasciata su di un fianco ? Scatta. Sì, certo sì. Il seno, lo scopro. L’ultima volta che mi sono ubriacata è stato un mese fa. Il tuo nome ? Dove vuoi. Non chiedermi cose che hai già deciso. Sto zitta. Va bene. Che faccio, mi siedo o vado allo specchio ? Puoi aprirmi la porta del cesso ? Mi viene da vomitare.

 

Dimmi, sei una genuina tu ? Ti tengo, sì. Ti tengo stretta. Ho fatto una magia per te oggi. Sono salito su un castello, in cima alla torre e ho dato comando agli sbandieratori di sotto, nel piazzale, di iniziare lo spettacolo. Last information for your safety : ti cerco perché ne ho bisogno. Allora tu perché non mi cerchi ? Ti aspetto qui, fai subito. Hai visto ? Il cuscino è basso ma il personale mi sembra cordiale. Dai, vieni quì. Questo tatuaggio l’ho disegnato io. Se tu fossi una puttana ti scoperei e me ne andrei senza pagarti, ed invece posso solo guardarti. Miseria maledetta. Stenditi, voglio darti un bacio a testa in giù. Dai, non ridere. La valigia è tutta in disordine. Se lo vuoi anche tu, perché non vieni più vicino a me ? Cristo, il tuo profumo.  Ho caldo. Hai un neo nascosto, lo sai ? Sono belle queste montagne. Ma tu sei proprio una stronza. Non spogliarti, faccio io. Ti prego, faccio io. Guardami, fammi vedere come mi guardi così non lo dimenticherò mai. Domani arrivo, ci sarai ? Vieni quì, sopra di me. Che ore sono ? E’ buio. Laverò la mia faccia col bicarbonato, indosserò una giacca rossa su di un jeans scolorito, metterò le scarpe da tennis. Sarò lì. E tu mi riconoscerai.

 

Ti ho portato un regalo. Davvero ? Si, ti ho portato un regalo. E’ in questo pacco, vedi ? Aprilo.

 

Ma tu lo senti questo caldo assurdo ? Si muove tutto cazzo. Sbrigati a uscire. Rumore di rumori. Oddio quì sprofondiamo. Dio santo, guarda le macchine parcheggiate come ballano. Sbrigati a uscire. Non vanno i telefoni. Guarda i bambini. Hai visto quanto poco ci vuole nella vita ? Stasera dormiamo in macchina. Vieni, che ne abbiamo bisogno. Perché ci hai messo tutto questo tempo ? Amore, non puoi capire. Calmati per favore. Ho visto la gente buttarsi in strada, in mezzo alle auto, dalle impalcature mentre lavoravano. Calmati dai. Compleanno di morte. Quì è un disastro. Servi i piatti. Dispiega le coperte. Tre biscotti. Hai freddo ? Ne hanno salvato uno.

Istantanee ( Scatti di Parole )

– I –

Come un tailleur nero che sembra più largo in qualche punto. Ai fianchi probabilmente. Ti svesti e ti osservi allo specchio. Come una faccia che non risparmia a nessuno contrazioni nervose. Come una finestra da cui guardare il traffico di sotto, o un pavimento sotto cui sentire le vibrazioni anche di minimo rumore. E’ questione di proprietà. Saremo perdonati, te lo dico io. Come le calze nere quando le sfili. E ritrovi al tatto la tua pelle. La proprietà delle cose che t’appartengono e che non ti possono sfuggire. La proprietà dei luoghi, dei terreni che calpesti ogni giorno. Dei volti che s’attaccano al tuo. E’ questione di proprietà dei movimenti. Come giocherellare con i bottoncini di una camicia. O lisciarsi le gambe. Come il tempo che scuote, o quello che ragiona, o ancora il tempo che sfinisce. Rilassi la schiena scivolando. Un po’. Chiudi gli occhi e ti passi una mano sul collo. Sulla nuca. Pieghi indietro la testa e trovi il giusto punto d’appoggio. Se un bacio sulla bocca è per un giorno o l’altro poco importa. Che poi, non ricordare le parole esatte di una canzone non la senti più una mancanza così grave com’era tempo fa.

In fieri

– II –

Avvicinati. Avvicinati. Cosa credi ch’io voglia o possa mai farti ? Niente. Niente più che guardare. Niente più che ascoltare. E poi salutarti nello stesso luogo in cui ti ho lasciato ieri, andando via. Dallo stesso posto, da quella stessa strada. Dimmi di cosa hai paura. Ed io ti dirò qual’è il mio segreto più nascosto. L’ultimo passo. Quello che rende l’evanescenza completa di un giro di giostra. Quello che si racchiude nello strisciare della suola di scarpa. Nella confusione delle strade. L’ultimo passo. Quello distratto, quello inconsulto. E poi catturarti il sorriso senza fartene accorgere. E non restituirtelo mai più. Girare le spalle ancora una volta. Ricambiare un gesto cortese della tua mano. Alzarle al cielo all’unisono. Come l’imprecazione a voce stridula del primo giorno. L’ultimo passo. Quello che chiude il cerchio. Da lì a qui. Adesso, per favore, stai zitto e ascolta. Se non vuoi che t’infili un tacco al centro dello stomaco.

Ab origine

– III –

Fa piano. Più piano che puoi, ok ? Non rompere nulla. Prova nei cassetti, accanto al letto. Io sto qui. Sbrigati. Aspetta, aspetta. Le scale, cazzo. Ho sentito qualcosa. L’ascensore. Spicciati, abbiamo poco tempo. Prendi solo quello che ci serve. Fatto ? Hai messo tutto dentro ? Usciamo di qui subito. Ehi, io prima devo pisciare. La farai nell’androne sotto o vicino la macchina, muoviti. Non posso, non ce la faccio. Devo pisciare ora. Aspettami, faccio subito. Allora ? Fatto. Tutta colpa di quelle mutande nere che ho visto. Dove, quali mutande ? Nella stanza, lì. Nei cassetti. C’erano delle mutandine nere in pizzo. Le ho annusate. Sono state indossate e rimesse nel cassetto. Cristo, non si può sentire l’odore delle cosce aperte di una femmina senza che ti venga gonfio l’uccello. Sei andato a pisciare o a segarti nel bagno ? Tutt’e due le cose. Andiamo. Ecco, ho messo tutto in questa borsa, ok ? Ok, andiamo adesso, è tardi. C’ho messo anche le mutande nere. Dico, ma sei scemo davvero ? No, è che credo di averle già viste. Si, forse le ho già viste. Si, credo proprio di si.

A contrario

– IV –

La sera all’infuori di un tavolo in semioscurità ed un tizio seduto, chinato con la faccia dentro al giornale, c’è solo la barista dietro al bancone. Il soffitto scurito dal fumo e dalla luce spenta messa a risparmio sembra staccarsi e caderti addosso. Che se alzi gli occhi non ti pare vero di esserti salvato per un’altra birra. Uscendo tiri fuori l’agendina dal taschino della giacca. Ics sul nuovo giorno di grazia. E con questo se ne contano sedici. Anche oggi l’ho scampata. Nei sobborgi di Brooklyn nasci proprio così. E ci convivi con i distacchi e non ne soffri. Ci convivi che neanche te ne rendi conto. Parti la mattina e affronti il ponte. E non ti volti per vedere se a casa va tutto bene. Il brulichio costante, nevrotico, incessante degli sguardi ai semafori. E il mare che sta sempre dalla parte del più forte. Mi parli di lei, mi dica. Le sue attitudini ? Le sue esperienze ? Referenze ? Io, beh io, vede … Ci provi lei. Che io quel che ho da raccontare è solo che mi sono fatto quattro anni in quel buco di merda per aver dato soldi ad un negro che teneva sù un bel po’ di giri raffinati. C’andava gente che al mattino si rinchiude negli uffici e tratta pratiche grosse. Perbene. Gente insomma. Come tutta quella che c’è per strada. Per una spicciata di centesimi al bastardo lo fanno fuori un gruppo di portoricani. E a me mi torchiano per quattro giorni ininterrottamente due agenti sudati e nervosi. Ha avuto a che fare con la polizia qualche volta ? Il resto delle mie referenze glielo risparmio. Così come mia sorella, l’unica che poteva fare qualcosa, ha risparmiato i soldi della cauzione. Non versandola. E lasciandomi marcire lì dentro. Sa quanti anni ho ? Ho trentaquattro anni. Ne avevo trenta quando sono entrato. Oggi ne ho trentaquattro. Soltanto per aver dato soldi ad un negro che viveva giocando alla roulette russa. Che cazzo è successo al mondo in quattro anni, io non ci capisco più niente. Le mie attitudini ? Lavorare a maglia, leggere, giocare a baseball, bisessuale. E’ sufficiente per lavorare in questo ristorante ?

Sic

– V –

E’ vero. Sono delusa. Non me l’aspettavo dopo tutto questo tempo. Non me l’aspettavo. Non dopo l’ultima volta. Dove mi porterai ora, a Londra ? Dove andremo a riprenderci il sonno, a Praga ? Perfino vederti così ridotto a un cumulo di lacrime e muco di naso. Ma delusa poi davvero ? Forse non sono stata attenta. Sono stata leggera, sarò stata troppo intransigente. Probabilmente è tutta colpa mia, mentre tu non hai fatto altro che scappare. Ti ho forse rinchiuso in un recinto come si fa con una bestia da cortile ? Dimmelo ti prego. Ti ho forse negato qualcosa o non te l’ho concesso nel modo, nel tempo, per la ragione per cui la volevi ? Alza gli occhi dal pavimento, ti prego. Non fare così. Non c’è bisogno. Guardami, guardami solo un attimo. Dai. Guardami. Ma come faccio a pensare che potresti non esserci più. Morire, così. D’improvviso. Come si può. Come potrei fare senza. Girati, guardami per favore. Io non ti odio, capisci che non ti odio ? Io no ti odio. Almeno non tanto quanto odio me in questo momento, in cui meriteresti di esser messo alla porta tu e la tua ultima puttana. Adesso per favore asciugati la faccia. Va in bagno. Lavati il viso. Come dicevi sempre a me quando la sera volevi fare l’amore ed io piangevo perché dio, dio mio quanto avrei voluto farlo senza sentirti addosso l’odore di altre donne. Dai, adesso andiamo di là. La cena sarà già fredda. Ho cambiato le lenzuola al letto. Aiutami a stendere sulle corde i vestiti lavati. Passata la notte domani ci sarà il sole. Ti amo. Ho visto poco fa le previsioni in tv.

Simpliciter

– VI –

E’ così da mesi. Sta diventando completamente bianco, guardalo. Non sembra anche a te che stia diventando completamente bianco ogni giorno che passa ? Come questo letto. E la mia testa non si può fermare dal vederlo correre dietro ad un pallone sotto casa. Ogni lenzuolo che cambiano sembra essere sempre più bianco del precedente, anche se non era sporco. E lui sembra cambiare allo stesso modo. Tutto bianco, anche le sopracciglia. Vedi. Quando andavamo al mare mi sfuggiva di mano ogni volta che doveva farsi mettere la crema solare. Rideva, scappando. Poi si voltava e diceva non mi serve. Io sono scuro come te. Non so davvero più cosa pensare. Sai perché l’ho chiamato Samuele ? Perché è il nome di un profeta. Il mio preferito. Le uniche parole che sento sono quelle che quotidianamente le infermiere alitano quando entrano e poco prima di andarsene. Ora cambiamo la flebo. Scusi, non è che va troppo veloce ? Non dovrebbe essere più lenta ? Guardi che sta per soffocare. Non potete liberarlo solo qualche minuto ? Signora, lasci fare a ciascuno il proprio lavoro per favore. Sì, non volevo scusi, ma non capisco. Perchè non le staccate mai queste flebo ? Possibile che non le stacchiate mai ? Diamine, toglietegli queste flebo se non gli servono a niente, per carità di Dio. Dicono che non posso neanche avvicinarmi alla sua bocca con una goccia di acqua. Ma questo figlio l’ho fatto io. E’ mio, è mio. Signora, lo dica al medico di turno. Io sono qui solo per fare quello che devo. Dottore, scusi. Scusi dottore, per piacere, le rubo solo un attimo. Senta dottore, volevo sapere, mi può spiegare di nuovo, un po’ più lentamente, perché non c’è niente che si possa fare ?

Quousque Tandem

– VII –

Le mie mani sì, a volte tremano, è vero. Quando sono bagnate. Miele e veleno. Miele o veleno. All’occorrenza ciascuno sia servito. Non c’è bisogno di chiedere. RItagli, intarsi, schegge, incisioni. Lo sappiamo. E’ quel sette perfetto disegnato sulla tua faccia che fa quadrare sempre tutto. Mi riconosceresti anche ora ? No, sono certa di no. Hai perso troppa strada per riconoscermi. Sei indietro, ti vedi ? Io, fidati di me. Non mi smarrisco più come può sembrare. E’ questione di calcoli. Ho imparato a farli. E nessuno lo sa. Neanche tu.

[ Ci sono istantanee che sbiadiscono col tempo, che si dimenticano. Vengono strappate, consumate. .

Ci sono quelle istantanee che non l’avresti mai detto, mai prima.

Il vento, semplicemente il vento le porta via.

E poi c’è sempre tutto il resto che staziona tra il già e il non ancora

E si chiama quello che conta ]

Lapsus Calami

 [ Foto di Blueroad ]