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Me lo credeva ma non me lo pensava (op. cit.)

 

 

 
  

Via, che qualcosa da dire ce l’ho eccome a voi altri. Tutto sommato sto bene, anche se il giorno in cui mi è salita una voglia matta di minestrone ho capito che il suo odore mi ammazza prima il cardias e poi le narici. Il che per me, amante della pietanza anzidetta, è un disastro e una gran tristezza. La notte ormai è deputata a levate e sdraiate in alternanza ogni tre – quattro ore circa. Beninteso, a dormire dormo. Sogno anche, e che sogni. E poi ci facciamo i discorsi intensi, io e il marito. Amore tutto bene? Si, amore, dormi. Ma dove vai? Devo andare in bagno, lo sai. Ok. (Al ritorno) Amore tutto ok? Ti ho detto di si, stai tranquillo dormi. Va bene, ma mi preoccupo. E non ti preoccupà! (Così per notti intere finché) Amore tutto ok? Si amò, tutt’appost’, pensa a dormire. Ma dove vai? Oh mamma mia e dove vado … mo’ mi vado a fare una passeggiata in centro, mi fermo a prendere un gelato e torno, vabbuò? Tu aspettami qui, dormi e statti sereno. Al che, ovviamente, non seguì risposta. Segno che riesco ancora nei miei intenti, quando lo voglio davvero. I miei ritmi a lavoro non sono diminuiti e conservo il mio solito stakanovismo anche se qualche volta mi sento un poco diminuita. In ogni caso tutti si stupiscono e mi dicono che continuo a dimostrare una inesauribile energia. Qualche giorno fa mi ha fatto visita una simpaticissima colica renale, che se faceva parte del pacchetto all inclusive gravidico mica qualcuno me l’aveva detto. Almeno mi preparavo psicologicamente. Dice che s’ingrassa ma io peso sempre uguale, almeno per ora a tre mesi quasi conclusi. Il che non é tanto male. Il marito sbandiera la notizia impunemente a chiunque incontri. Ha avuto delle ispezioni in ufficio e all’Ispettore gli fa oh, ma lo sa che mia moglie è incinta? E da uno riservato come lui non ci si aspetta tanta estroversia eh. Non lo riconosco più. Io invece dal canto mio continuo a ritrovare quel lato nebuloso mio tipico e lo dico solo se viene fuori l’argomento. Sento di vivere in una dimensione più interna che esterna. Gli altri, questa volta come altre volte in passato nelle cose fondamentali, sono una mera eventualità. L’altra sera è andato a cena con dei colleghi e mi chiede se mi sono sentita sola. Non sono più sola, ho buona compagnia adesso, dico sciorinando un sorriso sincero. Però una frignatina me la sono fatta lo stesso sperando che non tornasse tardi. Il mio cucciolo venerdì scorso era di 3 centimetri. All’ultima ecografia l’avevo lasciato di 5 millimetri. Quindi sta diventando un gigante, grande e forte che nessuno potrà mai sconfiggere. Il suo cuore batte velocissimo ed io mi sono rassicurata nel sentirlo. A me è venuta una risata incredibile quando la ginecologa mi ha detto se stai ferma ferma ti faccio vedere che si muove anche. Quando ho visto il movimento impercettibile quasi ho pensato dentro di me .. no, non ci credo. E sono scoppiata in una risata lunghissima, proprio una risata di cuore. La dottoressa mi dice che a questo punto del film tutte piangerebbero per l’emozione. Io le ho detto che le lacrime le uso per il dolore e che per l’emozione della felicità tengo una forma diversa di espressione, la risata pazza. Si muoveva e io ho pensato … ma dove vuoi andare, devi stare con mamma tua! Il marito commosso, io che non riuscivo a smettere di ridere, la dottoressa che provava ad essere seria e il cucciolo che si muoveva. Un bel quadretto davvero. Comunque alla ginecologa ci sto simpatica. Certi giorni penso chissà se sarò in grado, se sarò capace. Se sarò. E io spero che sarò. E comunque pensandoci io sono già. Mi sembra un ottimo punto di partenza, in fondo. Quando vado a lavoro a piedi con la musica nelle orecchie mi chiedo se gli piace. E sto leggendo, quando la sera non crollo, l’ultimo libro di Grisham e chissà se gli piace il genere. Le cose di giustizia gli piacciono, lo so per certo. Così come so che gli piace sentire la mia voce e quella del papà quando ci facciamo le coccole. Gli piace anche quando passeggio, e gli piacerà ancor di più il fatto che, a breve, io riprenda le lezioni di danza del ventre perché ‘sto fatto di dover aspettare ancora almeno quindici giorni mi debilita un po’ psicologicamente. La scorsa settimana sono stata alla scuola a salutare l’insegnante e le mie compagne e, che dire, salti di gioia e allegria nel vedermi. Gli piacete anche voi, in qualche modo. Davvero. Il papà è convinto che sia maschio, o forse semplicemente gli piacerebbe un maschio. Io non sono convinta di niente e penso che mi piacerà sia se è un maschio sia se è una femmina. Sarà quel che sarà e comunque sarà un grandissimo successo. E poi penso che mi vorrà bene e questo è il pensiero che mi scioglie. Io lo amo già. E vi giuro non pensavo, non pensavo davvero mi sarei rimbecillita a questa maniera. Ecco qua. 
 
 

Futuri anteriori

 

 

 

 

La casa del matto si trascina sulle spalle pareti bianche e ammuffite. Come una lenta lumaca, costante nel suo andare. Immutabile nel lasciare una scia che non si asciuga mai. Neri nèi sulla pelle ingiallita, come il violaceo del colpo quando prende la via della guarigione. Briciole di pane sotto le scarpe vengono disseminate lungo il corridoio. Un gatto solitario s’accompagna improvvisamente ad altri cento, e li conti e non riesci a smettere. La fantasia si spinge oltre le cancellate e i gatti diventano diecimila, e milioni ancora. Ha un giardino sbilenco e spazi vuoti, inutili. Ed è tutto un costeggiare le strade dal principio alla fine che ci si perde. Ma solo fuori. Perché dentro la via la ritrovi sempre, anche se ci vai per la prima volta. C’è qualcosa di invisibile che ti prende la mano e ti conduce in un viaggio. E poi mattonelle rotte e tavoli di plastica sporchi. Credevo qualcosa, io credevo qualcosa.  E continuo a crederci. Il tempo è immobile come la torva scalinata e le fisse inferriate che portano da un reparto all’altro, un marmoreo tributo alla incolumità che ti proietta in cose che hai visto in qualche film o magari un documentario. E non ricordi esattamente, però continui a chiedertelo mentre cammini e osservi tutto. La casa del matto piega le teste degli umili, le piega in una lotta d’orgoglio che non è riconoscibile, percepibile nell’immediato. Lo capisci solo dopo. E ti angosci all’ingresso grigio e quasi incantato, e quando te ne vai hai un senso di incompiuto che non ti molla. Perché chiedersi dove inizia la sicurezza e dove finisce l’abbandono è qualcosa che non può passarti addosso e andar via una volta superato un casello di autostrada. Te lo porti dentro. Ed una volta tornata a casa ti senti sulla pelle gli odori. Un po’ di cucina, un po’ di detersivo, un po’ di urina, un po’ di letto, un po’ di occhi umidi, un po’ di piedi. E dopo, nonostante tutto, continui a sentirli anche se non li vivi più. Anche se non ci sono più. Ti sembra che sia stato inutile esserci se poi non puoi rimanere. Ti sembra di aver giocato ad un gioco che non conosce regole e ti viene voglia di imporle, di scriverle, di fissarle ma non sapresti da dove cominciare. È che la follia risiede in un posto speciale, in un mondo che è solo suo e vive in prestito a quello ordinario per non dimenticare che, da qualche parte, esiste. Da qualche parte, in qualche modo, per qualcuno. È che la follia ci sta stretta lì, ci sta costretta. Si nutre nascondendosi in uno angolo gestibile solo nel buio profondo e smisurato, senza confine. Dove il muro non delimita nulla perché ogni cosa nel pensiero va al di là dell’immaginazione. Le facce sono fisse e a tratti assenti. Raffaele si sforza di raccontare. Reticente a più riprese svuota le tasche solo delle parole meccaniche, quelle che quotidianamente usa di più. E per questo in qualche modo abitudinarie e quindi meno dolorose. E nel suo parlare lento la schizofrenia smette di essere una malattia e in qualche modo diventa lo stesso disagio di un bambino che, per quanto si sforzi, non riesce a capire le lezioni a scuola. Ora sto meglio, quelle cose sono passate e io vorrei uscire. I due anni sono finiti, solo che ne devo fare altri due e non mi fanno andare perché non c’è nessuno a casa che mi vuole. Antonio passeggia nervosamente lungo il corridoio del reparto. Chissà cosa avrà pensato. Si sarà sentito protagonista o gli avrà dato fastidio. Qualcuno ha improvvisamente invaso il suo spazio. Finché non decide di portarsi dentro. Si siede, e noto che con una mano si gratta insistentemente una gamba. Lo guardo in viso, e mi sembra arrabbiato. O almeno questo è ciò che percepisco io. Lo vedo accigliato, forse stanco. Avrà discusso con il compagno di stanza perché quando scende dal letto gli pesta le pantofole. Svela un nordico accento, mi accorgo che parla l’italiano benissimo e nel suo linguaggio qualcosa mi dice che, anni fa, aveva studiato. Forse si era laureato anche. Da dottore ad ammalato. Da uno che cura ad uno che è curato. Cade così tutto quel modo di pensare che vuole che la follia appartenga a chi crede di avere il privilegio della genialità. O che appartenga agli esseri deboli, sfortunati. La verità è che l’uomo parla sempre di ciò che non conosce. Mentre ciò che conosce già lo annoia, e così ha bisogno di reinventarsi continuamente e trovare il giusto posto dove stare, le giuste parole da dire, il giusto modo per stupire. Io so quello che ho fatto, non avrei dovuto ma ormai l’ho fatto. Mi piacerebbe ritornare a lavorare in ospedale ma sono passati solo tre anni, e ne devo fare ancora sette. Per un istante lunghissimo mentre parla non lo sento più. Mi perdo a guardare il rubinetto che gocciola con costanza. E mi sembra che quell’acqua faccia un tale rumore da coprire il suono della voce. Mi perdo ad osservare la faccia composta e allo stesso tempo visibilmente esasperata di un infermiere. E più in là, in piedi lungo la porta un secondino indossa una divisa. E penso che quel blu così pulito, quella tenuta così formale cozza in maniera ridicola con la situazione. È che in certi posti non puoi non perderti. Non puoi non distrarti per pensare, riflettere. In certi posti gli esseri umani ci stanno perché devono, e lì ci muoiono se un altro posto non ce l’hanno. E ridiscuti tutto, le classificazioni ed il peso dei comportamenti. Ridiscuti le esigenze, che per natura sono transeunti mentre lì diventano cemento che lega i pavimenti ai letti. Ci sono posti al mondo in cui si respira l’aria della stasi totale. Un presente immanente e saldo, come gli obelischi nelle piazze. Un presente continuo, fermo. Che non si evolve mai in alcuna cosa anche solo pensabile, immaginabile. ll futuro, quando se ne parla, è solo anteriore. Perché la certezza, sulla bocca sdentata e larga dei matti, quella sì che ai loro stessi occhi risulta essere follia.

 

 

Bavaglio Al Fa(u)no

 

 

 

Certe volte non ho parole. No dico, guardiamo le cose nella loro totalità per un attimo. Guardiamo la totalità. Cito per citare, a chi gli pagano la casa senza dirglielo, lo scienziatone del pdl che prima si striscia trenta piste di cocaina e poi si mette a fare i comizi dalle finestre, un inqualificabile ed inetichettabile presidente del consiglio delle capre di Roccapipirozzi (chiedo scusa a Roccapipirozzi), un ministro in carica per qualche giorno e poi a casa, un ministro dei conti con la evve moscia che, poverino, quello pure ci pvova a spiegave che l’ottimismo non sevve a un cazzo pevchè soldi in vevità non ce ne stanno, la carfagna che fa incazzare i preti per il gay pride, i preti che non si sono incazzati quando la carfagna è diventata ministro (avete mai provato a scrivere carfagna su google?), un ministro della semplificazione che ci complica le tasche perché gli dobbiamo pagare lo stipendio, i padani che padano, i terroni che terrano, gli aquilani legittimamente stremati e presi con i manganelli (dove sono quelli che berlusconi sta a ricostruì tutte le case ahò lui sta a fa cose che non sono mai state fatte ahò ma de che ahò a burino ma va a morì ammazzato tu e li mortacci tua – op. cit.), maroni che gioca a fare il soldatino senza divisa, larussa che gioca a fare il soldatino con la divisa, bossi che, seppure tu lo volessi ascoltare quantomeno per le cazzate che dice, quando parla non si capisce niente, il figlio di bossi che fa il consigliere regionale (primo eletto, pluripetente a scuola e fa il consigliere regionale), la zanicchi (europarlamentare, la zanicchi) che dice a fini (prendi questa mano zingara) vai fuori dalle palle (dimmi pure che destino avrò), e tante altre nuove avventure dei nostri supereroi preferiti. Ora, io non ho voglia di scrivere post sul senso di profonda nausea che mi provocano le quotidiane notizie politiche. Perché ormai la nausea è arrivata a livelli sovrannaturali. Eppure ce n’è ancora. C’ho da dire due parole al ministro della giustizia. Alfano … Alfano, dicevo, apprendo che hai proposto, come prosieguo della riforma del processo civile, di consentire ai magistrati in affanno lavorativo di farsi dare un aiutino da certi giudicini scelti tra, per esempio, avvocati, notai, magistrati in pensione, professori di diritto o ricercatori. Ma secondo me partirà un emendamento, e si finirà a dirigenti della pubblica amministrazione, commissari ad acta di enti locali, direttori di banca, imprenditori, compagnie assicurative. Se finisce l’assortimento puoi anche ordinarli su ebay, i giudicini? FIGO! Se vai su google e clicchi giudicini tra venti giorni ci sarà anche la signora che ha il negozio di scarpe sotto casa? FIGA! Sempre si troverà qualche offerta conveniente … Insomma, Alfano, dimmi la verità. Quella che non ti fa male. Tu vuoi partire con magistrati in pensione, avvocati e notati, per poi finire al resto, giusto? Dai, io ti capisco. Questi giudici togati che fanno carriera in magistratura politicizzata (ogni volta che sento queste frasi del cazzo con le quali il Governo bombarda la testa della gente mi sovvengono le parole del mitico Gaetano in Nuntereggaepiù), non si sopportano. Questi giudici che si mettono la toga e che con la scusa che tengono la toga non li puoi toccare. E lo capisco. Alfano, credimi, io ti capisco. Perché la toga me la metto pure io. E anche a me dà fastidio se mi toccano. Eppure pensa … Alfano … pensa, pensa a quando ti mettevi la toga pure tu (te la sei mai messa la toga?). Ti capisco, credimi. Poi con quel berlusconi sul collo … Hai voglia se ti capisco … Però Alfano, scusami se te lo dico, capisco che i giudici certe volte non ci arrivano alle cose, capisco che sono indisponenti ed alcuni hanno davvero manie di onnipotenza e sono pure ignoranti, capisco pure che non sempre giudicano giudicando rettamente, però Alf scusa eh, ma come si fa a mettere nelle mani dei giudicini la giustizia? E dai, Alf, parliamoci francamente. Non t’è bastato allargare la competenza dei giudici di pace che, poveri noi, combinano certe cose … Per carità, hai ragione, essere un giudice togato non è garanzia di capacità e professionalità ci mancherebbe. Non t’è bastato rendere obbligatoria la conciliazione per processi come quelli sul risarcimento dei danni da responsabilità medica? Rifletti … Capisco anche che non ci sono soldi per bandire concorsi … Alf, qua il fatto è serio, non ridere.  Ma che ti ridi Alf, dai. Come possiamo mettere la giustizia in mano ad un surrogato? Tu hai fatto pure l’avvocato, dovresti capire di cosa sto parlando, hai contribuito ad allargare (ehm, volevo dire ad affossare unitamente all’Avv. Mavalà Ghedini) la fama della nostra nobile ed eletta professione balzando come un giovin vitello agli onori delle poltrone di palazzo, tu che mandi gli ispettori dappertutto, alla Totò e Peppino, tranne che dove devono andare, tu quoque Alfano fili mi … Io mi domando e dico: possibile che non ti renda conto di che cazzo stai a fa? Infine c’ho una ultima domanda. Volevo capire come stiamo messi con la questione delle intercettazioni investigative e della libertà di stampa, e le registrazioni, e i blog che vengono equiparati ai giornali. Mi dicono … dalla Camera tutto bene? Ci fa piacere va. Ogni tanto una buona notizia.
Ho finito.
 

 

 

 

Fa uno strano effetto vedere tutte le stanze semivuote, i mobili smontati, le carte in aria. Le finestre spalancate. Fa l’effetto delle cose in transizione che non puoi evitare. È quasi divertente mettere tutto ordinatamente nei grossi scatoloni. Un momento per dimenticare di essere colleghi e ritrovarsi più spigliatamente amici. È così strano riflettere sulle abitudini. Su quanto meccanicamente fai delle cose, vai in certi posti, attraversi determinati marciapiedi. Su quanto si può imparare a percorrere anche ad occhi chiusi strade precise. A quanto siano scontate le vetrine di certi negozi, i caffè di certi bar all’angolo. E all’improvviso tutto cambia. Devi imparare tutto di nuovo, tutto daccapo. Devi sperimentare, cercare. Ricordare dove trovi cosa, e chi. Traslocare uno studio legale di quaranta persone non è cosa semplice. Siamo nel caos totale e in questo momento esatto riesco a prendermi tre minuti per buttare giù due righe. I camion caricano pacchi e pacchi e pacchi e i fascicoli che ti servirebbero sono già stati mandati dall’altra parte, e hai gli atti da scrivere, e ti servirebbe l’archivio che praticamente non esiste più e nonostante tutto i telefoni continuano a squillare. E qualcuno dalla segreteria ormai inesistente ti passa la chiamata dicendoti che ti cerca tizio o caio. E tu ti chiedi come fai a parlare con tizio o con caio in queste condizioni. Per andare in bagno sono scesa al primo piano perché al mio la porta è bloccata da un numero indecifrabile di scatole sigillate. È divertente scattare fotografie di questi momenti. Non ci ha pensato nessuno a farlo, tranne me. Tutti in posa. E ci scappa un sorriso. Mai visto così tanto disordine, e così tanta confusione. Tutto per aria. Immortalare il momento è importante. Una delle segretarie si è concessa di sdraiarsi sul bancone all’ingresso. La risata è stata collettiva. La sua foto, vi assicuro, è di uno spasso incredibile. E per ovvie ragioni di privacy non posso concedervi di testarlo. Fidatevi, una volta tanto. L’atmosfera è gioviale e goliardica. Io, in qualche modo, mi sento euforica anche se molto stanca. E vagamente malinconica. Come tutti i cambiamenti che vivo non posso fare a meno di sentire il coinvolgimento totale. Non si tratta mai solo di un posto. Non è mai una questione solo geografica o logistica. E non è mai un luogo in sé per sé. Il nuovo studio è davvero enorme. Enorme. Credevo che questo fosse il più enorme degli studi enormi. L’ho pensato la prima volta che, sette anni fa e più, sono entrata qui. Poi con il passare del tempo ho solo consolidato l’idea che fosse grande. Semplicemente grande e della giusta misura per tutti quelli che ci stanno. Lì invece ti ci perdi. O magari tra un po’ tutto avrà il sapore della dimensione quotidiana ed ordinaria. A portata di mano. A causa di alcune cose urgenti da finire, stampare, preparare, sono seduta su una scatola di risme di carta, ed ho sistemato il computer ancora collegato al server, che a breve verrà staccato del tutto, su uno scatolone. Mi sento scomoda. Il telefono è sul pavimento, così come un paio di fascicoli su cui devo ancora lavorare a stretto giro. Sembra di stare per partire per un viaggio senza ritorno. Insieme alle librerie e tutto il resto, hanno appena portato via la scrivania. La ritroverò di là. La mia, sempre la stessa. Non potrei fare a meno delle sue venature rosse.

 

 

 

 

Poi sì, qualche novità c’è. A maggio finalmente inizio il Master di specialistica in Psicologia Giuridica e Criminologia Forense. Ah, una bella botta della durata di un anno per tutto ciò che ha a che fare con la interazione tra la psicologia ed il diritto. Dalla violenza sessuale al bullismo, dal mobbing all’affidamento dei minori, dalle parafilìe alla valutazione della imputabilità e della pericolosità sociale, dallo stalking all’attendibilità delle testimonianze tra vere e false memorie. Mbè, sto emozionata. Come tutte le volte in cui sono davanti a novità che non possono fare altro che insegnarmi e soprattutto stupirmi. Attendo impaziente come una bimba, tralasciando l’importanza del costo economico ed il fatto di impegnarmi il sabato e la domenica. Poi, un’altra novità è che abbiamo uno specchio bellissimo all’ingresso ed un mobile che abbiamo atteso per molto. Voi direte, chi se ne frega. A me, ancora di meno frega che a voi non freghi niente. Poi, la mia maestra di danza orientale è scappata in Turchia perché la mamma non sta bene. Mò, a me dispiace per carità. Il bello è che non si sa quando torna. L’altra novità è che la bassezza e la ignoranza della gente continua davvero a divertirmi e farmi ridere. Ed io che pensavo di non esserne più capace.

 

Per la cronaca

 

 


Ogni tanto un contatto corpo a corpo con gli amici del web ci vuole. E le occasioni, che sono sempre gentilmente concesse e mutuate da impegni professionali devastanti sia fisicamente che psicologicamente on the road, spesso non mi mancano. Ultimamente giro in giro come una trottola impazzita. Ma questa mattina mi ha fermata la Duché. Conclusi gli impegni lavorativi proprio nella sua città, scese le scale e affacciatami sulla strada, percorsa una decina di metri ho finalmente potuto vedere lo studio che ha messo su e riabbracciarla, che non ci si incontrava dalla visita alla mostra degli Fratelli Scuotto della scorsa estate. S’è chiacchierato di varie ed eventuali. S’è discusso delle diverse attitudini ed anche dei diversi modi di essere e di affrontare le cose e le persone. S’è parlato di mariti, di sogni che son desideri, di lavoro e di tante altre piccole realtà della vita quotidiana. Ma soprattutto si è tentato di tenere a bada Blake, un labrador che è tanto simpatico quanto cacacazzo che ti si butta addosso come una catastrofe naturale. Perché dovete sapere che Blake somiglia alla sua padrona. Mica per dire, le somiglia proprio. Anche in viso. Praticamente Duché c’ha la faccia da labrador. E dopo tanto che la conosco anche queste sono scoperte sensazionali da condividere. E comunque è un cane spiritato perché secondo me non è normale. Proprio come la padrona è spiritata e non è normale mica. Però a me la gente spiritata piace, in fondo. Perché ha quel quid di pazzia che mi rassicura. È incapace di indossare maschere perché si mostra in tutta la sua ossessività e naturalezza. O sarà solo perché in fin dei conti lei è e resta sempre la prima persona alla quale, attraverso questi schermi virtuali, mi sono affezionata ormai un bel po’ di anni fa. La prima che ho incontrato vis à vis. La prima cui ho voluto bene da subito. Di certo l’unica con cui non c’è bisogno di spiegare per sapere con certezza reciproca di cosa è fatto tutto ciò che ci lega.

 

 

Piccolo Spazio Pubblicità

 

Mentre per Bertolaso si affretta il processo di beatificazione, il Premier organizza i suoi contro-complotti, la Parietti è improvvisamente divenuta soggetto pensante, la Clerici irrompe sul palco dell’Ariston incespicando sui tacchi, la Svizzera si incazza e punisce il libico dittatore e compagni tra cui pietosamente pare esservi anche l’italica penisola, la Corte dei Conti ne ha fatti un po’ dei suoi e non sembrano tornare per niente, accade questo fatto. Voi direte, e chi se ne frega. Infatti. Non se ne frega nessuno.

 

A difendere il Presidente sono le donne, per la maggiore.

Che assurdità.

Soprattutto le vittime sante e pie devote difendono un uomo che si serve di puttane.

Non sarà l’unico ad aver scopato con una puttana, due, tre, quattro.

Cento.

Ma viene stranamente tollerato più che altri individui.

Evidentemente questo paese ancora soffre così tanto della impersonificazione di un certo tipo di puritanesimo, di stampo squisitamente casalingo.

Una cosa, come dire, fatta in casa ecco.

Unito, ovviamente, alla stupidità del singolo.

A quella non c’è rimedio.

Né giustificazione.

 

 

E’ simpatico vedere come le persone ormai non sappiano più a che santo votarsi nei tentativi di ridare una certa aura di dignità al Presidente. Soprattutto è simpatico vedere come, alle strette proprio come lui, non sappiano a che santo votarsi per dare dignità a sé stesse. Nemmeno pagando potrebbero ottenerla. Certe cose non hanno prezzo. O ce l’hai. O non ce l’hai.

 

E tanto per proseguire, ALL’AZIONE GIUDIZIARIA NEI CONFRONTI DI REPUBBLICA SI AGGIUNGE QUELLA NEI CONFRONTI DE L’UNITA.

 

No comment.

E così accadde che andammo al cinema, trovammo le sale chiuse – e ci fu detto che fare domande era vietato –

 

 

Questo spot non s’ha da fare. Così tuonò Mamma Rai, cercando malamente di assumere il tono tipico del genitore che riprende il bimbetto sorpreso con le mani nel barattolo della marmellata. Il divieto di rendere visibile in tv lo spot pubblicitario del film Videocracy, in visione al cinema dal 4 settembre, si incastra alla perfezione nel disegno totalitario di potere nelle mani di Re Silvio, imprenditore anche, ma non solo, nel mercato della telecomunicazione (pubblica e privata, rectius di Stato) oltre che Presidente del Consiglio dei Ministri del Governo della Repubblica d’Italia.  

 

E così si continua a vivere in un regime di vera e propria censura. Nel frattempo Bossi bisticcia con il Vaticano che improvvisamente viene etichettato di sinistra (il che è davvero il colmo della storia del cristianesimo nel mondo da quando nacque a chissà quando sarà), il figlio di Bossi rimbalza il clandestino su Facebook senza provare un minimo di vergogna per il suo curriculum vitae et studiorum, e Fini tenta, diviso tra il ruolo di Presidente della Camera e di rappresentante di un partito nelle file della coalizione di maggioranza, di riappacificare gli animi mettendo però altra carne a cuocere. Re Silvio, scomparso per qualche giorno, torna alla ribalta e va a farsi una penitenza alla sua maniera in quel della Perdonanza, mentre ancora attende di essere ricevuto dal Papissimo Ratzinger, che a quanto pare non ne vuol sapere. Nel frattempo siamo lieti di fregiarci del titolo di italiani. Non detto come lo diciamo noi, italiani. No. Detto come lo pronunciò un cameriere in Messico, che accanto alla parola italiani proferì magicamente Bereluscone, e mi rise in faccia come un piccolo, simpatico, dispettoso monello.

 

Ed infine salta la cena tra Bertone e Re Silvio perché Feltri ha stampato in prima pagina un articolo indicibile sul direttore di Avvenire, il Premier fa causa a Repubblica perchè le domande che gli vengono poste da non si sa più quanto tempo, a cui non c’è risposta alcuna, sono retoriche mentre Zagrebelsky, Rodotà e Cordero lanciano un appello sulla libertà di informazione. Insomma, la retorica è un reato di talché comporterebbe il risarcimento di inqualificati ed inqualificabili danni. Cicerone, sappi che per quanto grande avvocato fosti, retore ed oratore, non ci hai insegnato un’arte buona e fruttuosa, arte in cui io stessa ho investito anni, tempo, denari e bla bla onorando i tuoi antichi scritti. Ci hai insegnato una condanna ! Ti facevi i cazzi tuoi era meglio. Come sempre, del resto

 

o.t. Non credevo di scrivere così tanto sulla politica. Non mi è mai piaciuto, e forse continua a non piacermi. Questo blog è da sempre stato creato e scritto per altro. Ma è proprio vero che la rete è l’unico mezzo di libertà per i cittadini di questa nazione. E certi bisogni sono forse più di natura sociale e culturale che squisitamente politica. Ormai lo stato delle cose è in totale decadenza ed il tutto è talmente tanto indegno che non si può tacere. God bless Italy. Please, aggiungerei. Se necessario, God, piango pure.

 

 

 

Meno male che Silvio c'è ( avremo da raccontare )

 

 

Devo essere sincera. L’ho acquistato perché ho immaginato di farlo leggere ai miei figli, qualcosa che sia documentario come Gomorra, per mostrar loro l’assurdità dell’Italia di oggi e degli italiani di oggi. Come i libri di storia su Mussolini, che ti fai un’idea del personaggio. Ma anche della gente di quel tempo. Una schiera di gente del popolo cui si accompagnano politicanti locali votati al dio fiction & imprenditoria di non qualificato genere. Qualcosa come le tipiche casalinghe di Voghera, per esempio. Di quelle che se una donna viene stuprata è colpa della gonna corta. E non si scandalizzano se le donne stesse vengono ingaggiate gioiosamente a fronte di lauti guadagni. Va beh ma se una è puttana è puttana, direbbero. E’ quando un uomo così importante a livello istituzionale viene praticamente ricattato da una puttana che la cosa si fa seria. Per non dire che ha disertato appuntamenti istituzionali per trastullarsi con la suddetta. E va beh, non c’avrà la prostata ma avrà provveduto in qualche altro modo, chissà. Certo, una festa è un fatto privato. Pagare delle donne per allietarla un po’ meno, se si considerano i personaggi in questione. Perché nessun quotidiano parla più delle intercettazioni D’Addario-Berlusconi ? Ops, scusate. Avevo dimenticato la legge in proposito … Quelli che difendono la famiglia legittima fatta da un uomo e di una donna ( con annesso/a amante, ma non lo diranno mai ) e votano per un essere che non ha esitato ad ospitare nella propria residenza, tra gli altri personaggi del mondo politico internazionale, procaci ragazze fotografate in evidente atteggiamento saffico. Per carità, ciascuno del suo corpo fa quel che vuole. Ma la coerenza vorrebbe che si aprissero gli occhi e si considerasse chi è davvero la persona che sfila nel Family Day a difesa dei valori dall’antico sapor di Dio Patria Famiglia. Che a pensarci bene quello statista del Duce non fu poi tanto diverso come sciupafemmine. Sarà il fascino del dittatore. Solo che qui la faccenda è grave. Siamo dinanzi all’utilizzatore finale ( così parlò Ghedini ) di una puttana facente parte di un più ampio giro di contatti. Ah beh, se è l’utilizzatore finale ne pagasse le conseguenze. Come l’IVA. Solo che sul più bello l’imperatore, tristemente sconsolato per essere stato scoperto, afferma di non conoscere la tizia in questione e che le feste non sono state altro che simpatiche cene. Solo dei cretini abboccherebbero negando, come lui, la realtà. Quelli che lui ha difeso la vita cercando di salvare Eluana Englaro, per esempio. Giudici assassini. Padre assassino. Perché nessuno si è mai scandalizzato della scelta del Premier, con la moglie, di abortire al settimo mese di gravidanza un bambino che non sarebbe nato sano ? Sette mesi. Sette mesi non è più la vexata quaestio del si / no vita al concepimento. Va là, direbbe il suo avvocato – parlamentare. Che vuoi che sia. Assassino … è una parola grossa. Nel suo caso era una tragedia familiare. Nel caso Englaro era un modo per ingraziarsi vescovi e cardinali. Ma stavolta, sospiro di sollievo, Napolitano c’ha visto giusto. Quelli che via gli stranieri che ci tolgono il lavoro, ci tolgono i mariti/le mogli, ci tolgono l’aria, ci tolgono la casa, ci tolgono la delinquenza, ci tolgono le celle in carcere, per esempio. Dalle dichiarazioni spassionate di molti partecipanti che oggi possono prendersi il lusso di ricattare l’esimio, pare che durante i festini presidenziali tutti barzellette, cantate napoletane melodrammatiche-amorose con il fido menestrello, gioielli e buste con contanti, vi fossero moltissime donne dell’Est. Va beh, ma questi sono particolari di poco rilievo. Le straniere vanno bene se ci rendono il servigio per l’ospitalità concessa. E poi come lo rendono loro il servigio … eh. Quelli che io i giornali non li leggo vedo il tg, per esempio. Ditemi, davvero, se guardate un telegiornale e riuscite a sapere dei fatti del nostro Presidente del Consiglio o almeno, dico io, di quello che succede in Parlamento. Che ne so, il Parlamento sforna leggi di continuo e non si sa nulla dell’attività quotidiana. Del Governo, ancora meno. Nemmeno se acquistate i quotidiani lo saprete, salvo eccezioni coraggiose per amore della notizia, e non già del gossip. Per il gossip c’è Alfonso Signorini, ma lui girerà il complimento alla D’Addario, la D’Addario alla Montereale, la Montereale a Repubblica, Repubblica agli italiani e Tarantini ai magistrati. Nel frattempo che la palla gira, si parlerà dell’ondata di caldo, del superenalotto, di Bossi e del Va Pensiero verdiano. Dimenticavo. Si parlerà anche delle donne in Veneto che protestano perché delle ragazze mussulmane vanno in piscina con il burkini. Cazzo se ne fregano loro io non ho davvero capito. Le mussulmane mica protestano che noi andiamo in piscina praticamente nude e non ce ne vergognamo ? Il delirio moderno italiano è anche questo. Un Sindaco in Piemonte che emana un’ordinanza, in cui è prevista tanto di sanzione pecuniaria, con divieto di indossare una copertura per il corpo in piscina. L’azione di annettere le menti degli italiani al potere mediatico è perfettamente riuscita. Tanto è vero che ciò che in tv non viene detto quando poi verrà reso noto non sarà creduto. Guarda che è vero, l’ho sentito alla tv. Guarda che è proprio così, l’hanno detto al tg. Chiedetelo agli aquilani che vivono in tenda, la cui dimostrazione di protesta a Roma è passata in totale sordina. Chissà se ancora un minimo di buonsenso ci accompagna. Il traguardo era che gli italiani abdicassero lentamente ed in maniera del tutto indolore all’esercizio della critica e della ragione. Ed è stato conseguito, ahimé. Tanto indolore questo processo, almeno io che a volte so anche farmi venire dei dubbi ( grazie a Dio ), oggi non lo sento mica. Ma tant’è. Peccato per un popolo che si è sempre vantato di avere un intelletto superiore al resto del mondo ( ce ne ricordiamo solo quando due medici italiani fanno, negli Usa, delle importanti scoperte scientifiche, salvo non considerare come importanti e vergognose le figure di merda che il novello ducetto di Arcore ci fa fare con il suo dubbio sense of humour ). Quelli che lui è un imprenditore e sa cosa significa il sacrificio e ha dato lavoro a molti. Questo è vero, al di là delle utili corsie preferenziali percorse in tanti anni grazie all’appoggio di molti politici. Parliamo di cose note. Perché non scandalizza il fatto che fosse stato parte della P2 ? Perché gli italiani, così avvezzi a generose sentenze moralistiche, così giudici di tutto e di tutti, così allenatori ad ogni campionato di calcio, così presidenti della repubblica su ciascuno dei politici italiani, non si scandalizzano di certe lontane (oggi probabilmente attualissime) affiliazioni ? Perché chi se ne frega. Ecco perché. Quelli che in Italia la giustizia non esiste, per esempio. Ciò è vero. Non esiste perché se in un processo viene provato, e dunque è vero, che qualcuno paga qualcun altro per rendere false dichiarazioni e questo qualcuno non può essere processato perché s’è fatto, profeticamente, una leggina ad hoc che lo tuteli allora la giustizia non esiste. Rettifico. Non è che la giustizia non esiste. Io ci lavoro con la giustizia. E’ che la giustizia non serve a niente quando è imbavagliata da altri poteri della Repubblica ledendo l’equilibrio costituzionale. Quelli che in tv non ci sono solo veline e che per fare la meteorina è necessaria una prima laurea in architettura ed una seconda in scienze diplomatiche o giù di lì, per esempio. Non di rado tra questi vi sono genitori che spingono fortemente, vantandosene pure, le figlie verso le stellette dello schermo. Io vorrei sapere com’è possibile che Siria del Grande Fratello 9 (la ragazza nata uomo, per inciso e se vi sfuggisse) già prima del GF prendesse parte alle feste private del Premier. La ciliegina sulla torta è sempre sua, ogni volta che grida le parole magiche complotto-eversione-gossip-privacy. Lui sta nella casa delle sue libertà, che, a quanto pare, sono intangibili. La televisione ha smesso di parlare di lui e dei suoi intrallazzi. Manca poco. Pare che ad ottobre la Consulta tratterà la questione di legittimità sollevata in ordine al Lodo Alfano. Non sono molto fiduciosa. Forse i miei figli leggeranno come me Papi uno scandalo politico e rideranno e si chiederanno se è tutto vero, se sul serio è accaduto tutto questo e a me e al loro papà toccherà dire sì, è stato tutto vero. Io probabilmente sarò triste. Ma dai, anche il cucù setté alla Merkel, il rimprovero e lo sdegno della Regina Elisabetta ? Si cari miei. Tutto vero. Ma come mamma, la Ministra Carfagna (?) fa una legge sulla prostituzione (arrestiamo tutti) e lui se le portava in casa ? Si tesori. Proprio così. Mamma, ma Gasparri era davvero così scemo ? Eh .. anche peggio miei adorati. Oggi, che ci vuole ancora un po’ di tempo per vedere la immaginata scena familiare, non resta che attendere. Il fatto è serio. Per non dire grave. Si salvi chi può. Sono stata prolissa. Potevate anche evitare di leggere.

 

 
 
 
* Per par condicio devo dire di aver letto in questo periodo anche Uomini che odiano le donne di Larsson, acquistato da molto ma sul quale tentennavo. Ed infatti a lettura conclusa … vuoi mettere il poliziesco della Svezia con il carrozzone dell’Italia in un regime di censura quale quello odierno. Non v’è paragone alcuno.