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No, non temo l’estraneità che c’è tra noi. Al contrario. Dimmi cosa c’è di più bello ed entusiasmante della possibilità di dare qualcosa che ti è molto caro, quello che hai di più caro – un segreto o una debolezza, o una richiesta assurda come la mia – ad una persona totalmente estranea, volutamente estranea. Di metterlo nelle sue mani mentre io mi tormento per la vergogna e l’imbarazzo di essermi lasciato tentare da un’illusione così meschina, e aver sentito dentro di me questo desiderio di elemosinare. Ho provato questo tormento per tre giorni e tre notti, sentendomi in ogni istante come in cella d’isolamento, o in trappola. Poi, quando ero sul punto di rinunciare, con un godimento perverso, torbido e grigio, allora, d’un tratto la tua mano bianca … Forse nemmeno tu capisci cosa sia a emozionarmi tanto, ma la tua lettera piena di calore e di luce mi è sembrata come un passaggio dall’ombra. Come se tu mi avessi teso una mano, facendomi superare il confine. Vorrei che tu capissi. Io parlo solo di lettere, davvero. Non di incontri. Niente corpi, né carne. Non con te. Perché tutto si rovinerebbe a tu per tu. Scivolerebbe subito su strade note, già percorse. Solo le mie parole che incontrano le tue, il ritmo lento dei nostri respiri che si uniscono … Come mi piacerebbe scriverti diversamente. Come mi piacerebbe essere uno che scrive in un altro modo. Le mie parole sono così pesanti. In fondo avrebbe potuto anche essere semplicissimo, no? Come vorrei pensare a noi come a due persone che si sono fatte una iniezione di verità per dirla, finalmente, la verità. Sì, è questo che voglio. Voglio che tu sia per me il coltello, e anch’io lo sarò per te. Prometto. Un coltello affilato e misericordioso – parola tua. Non ricordavo nemmeno che fosse lecita. Un suono così delicato ed ovattato. Una parola senza pelle. Se la si ripete più volte a voce alta ci si può sentire come terra riarsa. E non è facile il momento in cui l’acqua si infila tra le crepe.

 

 

[ Che tu sia per me il coltello, David Grossman ]

 

 

Ahi … serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello !

 

[ Dante Alighieri, Purgatorio – Canto VI ]

 

Ringrazio il mio integerrimo e da tutti odiato professore di lettere del liceo classico, se ancora queste parole vengono a galla nella mia mente dalla memoria più sotterranea. Di avventuriera poesia è pieno il mondo, e perfino certi blog. Ma la saggezza che s’accompagnava a quella del Vate non avrà mai eguali. Ciò detto, usurpo delle cosine molto interessanti ad amici blogger: il libro in prossima uscita di Mario Gelardi Liberami dal Male, che raccoglie e racconta la testimonianza di Mario Marchese, vittima di pedofilia clericale, la cui notizia riporto qui furtivamente dal blog di Salvatore. Inoltre, le riflessioni sul risultato elettorale di Carlo, e la incongruenza dei catto-destroidi che rifuggono come la peste l’Islam con annessi e connessi e gioiscono per il loro Presidente del Consiglio che è ormai il servo di un Dittatore come Gheddafi, film dell’orrore gentilmente tratto dal blog di Luca. Infine un viaggio dentro l’essere umano con le foto di Cesare. E poi lo so benissimo che non ci sono molto. Il tempo mi inganna, quando ho un momento libero mi illudo di poter scrivere qualcosa qui ed invece subito dopo gli impegni mi attanagliano e allora, salvo qualche sporadico commento, chiudo tutto. Ma non è così malvagio. Tanti auguri a quel pesciolino di mio fratello per oggi, che è il suo compleanno. E comunque buona Pasqua, giacchè ci siamo.

 

Scatti

 

 

 

Una volta ho scritto una lettera e mi è tornata indietro. Disse il postino che non era stato indicato con chiarezza il destinatario, che l’indirizzo risultava sconosciuto, e che in ogni caso non era stata recapitata perché il numero civico era inesistente. Allora ho fatto delle ricerche, ho appurato che avevo male individuato il tutto, che l’indirizzo era errato, e così ho rispedito in attesa di risposta. Anche la seconda lettera mi è stata restituita nuovamente come la precedente. Il destinatario, da informazioni sommariamente apprese in loco, risultava essersi trasferito. Non ho potuto credere alle mie orecchie. Allora feci nuove ricerche. Quando scoprii che effettivamente si era trasferito mi chiesi perché. Tornata a casa, in un momento in cui la disperazione si mischia alla inerzia e alla nebbia, presi un nuovo foglio di carta. Ed ancora una volta, come molte altre volte, scrissi qualcosa a nessuno. Consumai molto inchiostro. Le trame del foglio sembravano ad ogni rigo voler essere dissetate. Ed io concedevo. Quando apposi la mia firma la sottolineai con un rapido scatto di penna. Rilessi tutto, fin dall’inizio, e mi venne da piangere. Ero certa che non servisse a niente. Che tutto era inutile e che comunque non avrebbe avuto granché senso. E mi spaventai. Poi ne feci una pallina sbilenca. La distanza non rendeva giustizia al tentativo. Eppure, per la prima volta, centrai perfettamente il cestino dell’immondizia.

 

 

Non c’è un metodo scientificamente infallibile per sapere qual è l’attimo giusto ed esatto in cui fare la cosa giusta ed esatta. Spesso ci servono diversi tentativi vani, quelli di cui ha bisogno chi, come noi, prova a salvare, a trovare l’indirizzo giusto ed esatto per far funzionare, per dire, per essere uditi e anche ascoltati. Spesso abbiamo bisogno di farlo e di sapere che il risultato è vano. Prima di trovare l’indirizzo giusto. Nella spazzatura.                          
 

 

 

 

 

E come disse quella saggia donna della moglie di mio fratello dinanzi a codesta situazione che definirei surreale credo che l’unica cosa da fare, cognata mia, sia una bella, grassa e sana risata !

 

 

 

 

L’uomo vive ogni cosa subito, per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza avere mai provato.

 

[ M. Kundera, L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere ]

 

 

 

 

Ho avuto la fortuna di crescere nella Natura. Dai fulmini seppi della subitaneità della morte e dell’evanescenza della vita. Le figliate dei topolini mostravano che la morte era raddolcita da una nuova vita. Quando dissotterrai le perle indiane, trilobiti sepolti nella terra, compresi che la presenza degli esseri umani risaliva a molto, molto tempo prima. Appresi la sacra arte dell’ornamento adornandomi il capo con delle danaidi, usando le lucciole come gioielli notturni e le rane verde smeraldo come braccialetti. Una lupa uccise un suo cucciolo ferito a morte, insegnò la compassione dura e la necessità di permettere alla morte di andare al morente. I bruchi pelosi che cadevano dai rami e faticosamente risalivano strisciando insegnavano la determinazione. Il loro solletico, quando mi passeggiavano sul braccio, m’insegnò come la pelle può risvegliarsi e sentirsi viva. Arrampicandomi sulla cima degli alberi appresi come un giorno avrebbe potuto essere il sesso.

 

[ "Donne che corrono coi lupi", Pinkola Estés Clarissa ]

 

 

A volte mi trovo a guardare indietro. E allora so a chi questo libro non è destinato. So che non va a tutte quelle persone con cui sono cresciuto, che si sono accontentate di galleggiare, bestemmiare al tavolo del bar, tirare a campare in giorni tutti uguali. Non va ai rassegnati, ai cinici. Appagati da una sagra o da una serata in pizzeria. Rimasti fermi a scambiarsi le fidanzate, scegliendo tra chi è rimasto spaiato come le scarpe dentro scatole impolverate, dimenticate in fondo a un armadio. A chi crede che per diventare adulti bisogna caricarsi in groppa i fallimenti di un altro, piuttosto che rilanciarsi insieme in una sfida. A questo persone non va. Certamente si sa per chi si scrive, ma si sa anche per chi non si scrive. Io non scrivo per loro. Non scrivo per persone nelle quali non mi riconosco, non scrivo mandando lettere verso un passato che  non voglio né posso più raggiungere. Perché se guardo indietro so che rischio di finire come la moglie di Lot, trasformata in una statua di sale mentre guardava la distruzione di Sodoma e Gomorra. E’ quel che fa il dolore quando non ha nessuno sbocco e nessun senso : ti pietrifica. Come se i tuoi pianti o quelli che non riesci a versare, a contatto col tuo rancore e col tuo odio si rapprendessero in tanti cristalli, divenendo una trappola mortale. Allora, quando mi guardo indietro, l’unica cosa che mi resta, in cui mi riconosco, che riesce a circoscrivere un perimetro e un percorso come il contorno di un corpo che vive e respira, sono le mie parole.

[ L’Inferno e La Bellezza, Roberto Saviano ]