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Una storia senza fine

Le strade sono rimaste polverose. Larghe ed assolate. C’è stato un momento in giovinezza in cui si pensava che una valesse l’altra, ciò che contava era riuscire a scuotersi sempre la polvere dai piedi. Rialzarsi dal letto e vestirsi, anche con la faccia assonnata. Ed invece no. Ed invece. Ci fu un giorno qualcosa che deviò per sempre il corso delle cose, e il sole non fu poi così caldo come sembrava. E si sudava di meno che un tempo, che i vestiti divennero necessari. Di lana anche. E giù neve e neve e neve. E’ ancora estate. Il vento di sera sa soffiare leggero, i capelli non te li scompiglia ma ti asciuga ogni disagio. Le finestre sono sempre aperte, e il profumo del pomodoro si spande per le vie. E’ ancora estate. Al resto ci penseremo poi.

Nel bar si poteva entrare da due porte, una laterale rispetto alla piazza e l’altra con accesso diretto in mezzo a tutta la gente che, una volta fuori dal lavoro, si gettava nell’aia in un esasperante rincorrersi di schiamazzi e telefonate ed appuntamenti per l’aperitivo. Manco si fosse a Piazza Navona. Gianni bofonchiava e sbuffava a tratti. Aveva perle di sudore ai lati della fronte e quando le ordinazioni si accavallavano e lui si perdeva non riuscendo a riconoscere i visi vecchi e quelli nuovi al bancone allora l’acqua gli grondava giù dalla testa come un fiume. Che il conto delle birre e dei caffè lo teneva ben in mente, ma nonostante tanti anni di lavoro ancora non riusciva a non impallarsi quando la gente era troppa. Gli era rimasto attaccato addosso un senso di inadeguatezza da che era bambino. Da che suo padre lo sovrastava, immenso, mentre serviva i clienti a voce alta e piena. Quelle smorfie affacciate al suo banco con i gomiti fermi, intirizziti, sembravano volerselo mangiare apposta. Tutti sapevano che si imbarcava nella totale confusione e per questo i suoi più assidui clienti, quelli storici, e qualche sbarbatello del locale ce la mettevano tutta per imbambolarlo. Ma lui non demordeva. Ce la poteva fare. Ce la doveva fare. Allora prendeva il coraggio a piene mani e senza curarsi delle risate e dei chiacchiericci gridava con fermezza Caterina, Caterina! Veloce qui! Veloce ho detto! E Caterina spuntava dal retro in men che non si dica con i capelli scombinati e le mani che le erano diventate rugose e grosse. Arrivava cinguettando come suo solito ed incespicando un poco nel tentativo di legarsi il grembiule sui larghi e cadenti fianchi. Una volta era l’invidia di tante, ma adesso stava tutto in un trascinarsi dietro il peso degli anni, e delle gravidanze di figli ingrati, e di infinite giornate di lavoro. Ed un marito che l’ha amata a modo suo. Cioè quello più sbagliato che esista. Caterina era l’ancora di salvataggio, quella che si getta anche in mare aperto sperando s’incastri di sotto una roccia. E la roccia c’è. E si grida urrà alla fortuna, una tantum. Caterina aveva gli occhi neri e grandi, era stata una ragazza semplice e sempre allegra. O meglio, ci credeva all’allegria. Credeva che fosse la vera motivazione della vita. Magari proprio della sua, chissà. Nel dubbio, continuava a cantare al ritorno da scuola. Che poi una volta giunta a casa dovesse smettere questa è un’altra storia. Conobbe Gianni, il figlio del barista, tra i banchi. Vestivano con un grembiulino nero ed un enorme fiocco bianco. Il fiocco era talmente enorme che lo si poteva appoggiare sulle spalle. Gianni aveva le scarpe rotte in punta, mentre Caterina divideva con lui il pane e il latte. Non c’era molto da fare, crescendo tutti pensarono che fossero destinati l’uno all’altra. Tutti ne erano convinti e così se ne convinsero anche i ragazzi che alla tenera età di diciassette anni convolarono a nozze previa emancipazione e fuori dalla chiesa fecero una lunga processione, manco fosse stata la festa patronale, lungo le strade con i balconi in festa dalle cui ante aperte riecheggiava il refrain da una radio Spogliati dai su, sbattiamoci tanto per conoscerci di più. Renato Zero era insomma una musica di accompagnamento pari ad un pugno nell’occhio data la bucolica situazione. Caterina radiosa nel suo abito bianco che sembrava di prima comunione, Gianni impacciato ma felice in un doppiopetto nero con le maniche troppo lunghe. E certi piangevano, altri gridavano, e i bambini correvano, e quelli in fondo all’allegra compagnia borbottavano per lo stomaco ancora vuoto. Gli anni appresso furono di tutto. Scoprirsi così diversi fu per Caterina un po’ uno shock, ma fece affidamento sul suo carattere spietatamente solare per farsi forza. E in parte vi riuscì. Gianni tutto sommato se ne era innamorato. E davvero ne era innamorato. Quando nacque la loro prima figlia gli sembrò che Caterina fosse stata la progenitrice della terra tutta. Vide ed intuì in lei una forza ancestrale tale da inglobare ogni nascita nell’universo. E per questo la venerò come si fa con la Dea Madre. E così Caterina cresceva, con le sue pance ed i suoi figli. E ad ogni nascita Gianni diminuiva, ogni giorno sempre più rannicchiato nella camicia bianca con le maniche arrotolate dietro al bancone che gli lasciò suo padre in eredità. Sudato, arrovellato tra gente che ordinava troppe cose insieme. Con la voce che gli usciva fuori dalla gola solo per chiamare la moglie in soccorso. Ed un moto di rabbia interiore che nessuno mai avrebbe detto.

Tornare nei luoghi delle origini significa sempre due cose. O ci vai perché non li conosci, o ci vai perché li conosci troppo bene per poterne fare a meno. Chiara aveva deciso che prima di mettere giù inchiostro avrebbe dovuto andarci in quel paese sperduto di duemila anime in pena, perché i racconti sono una cosa ma vedere tutto con i propri occhi lì allora, allora si, siamo su un altro livello. E lei aveva bisogno di elevarsi ancora un poco. I colori della campagna la scortarono fino alla stazione, e lungo il viaggio in treno si sentì coccolata. Come se l’erba le accarezzasse il viso, come se stesse aspettando proprio il suo arrivo. Messi i piedi in terra si accorse di che posto assurdo era quello che la accoglieva. Un vecchio seduto sull’unica panchina per i viaggiatori presente in stazione, sbilenca e malandata. Chi aspettasse quel vecchio, o dove mai fosse diretto, nessuno può dirlo. Un unico bar chiuso. Biglietteria chiusa. Nemmeno il capostazione. Chiuso il suo ufficio. Chiusi i bagni. Il mondo era fuori di lì, questo è certo. Ma Chiara si ritrovava nel nulla assoluto e constatarlo la fece sentire già annoiata. Mentre il piccolo treno che l’aveva condotta si era ormai appollaiato sulle rotaie in stasi totale, Chiara si avviò verso l’uscita. Da qualche parte si doveva pure cominciare. La via era poco trafficata, in pieno orario di pranzo poi … chi vuoi che ci sia. Oh sveglia, questo è un posto dimenticato da Dio. Qui la gente sarà di quella che a mezzogiorno si pranza, alle sette si cena e alle otto si dorme. Tutto quello che c’è di mezzo resterà sempre e solo in mistero. Un ultimo sguardo indietro, ai binari morti. Si gonfiò il piccolo petto d’aria, e cominciò le ricerche.

Sarà per sempre. Sono sicura questa volta. Sarà per sempre e avremo una casa meravigliosa in periferia, lui tornerà la sera da lavoro ed io lo aspetterò in lingerie sexy sul divano per alleviargli le fatiche. La cena sarà già pronta. Mangeremo dopo una doccia insieme rigenerante e trascorreremo il resto della serata avvinghiati in una immensa e stretta catena d’amore mangiucchiando schifezze con il nostro film preferito alla tv. E quando sarà il momento di andare a dormire non avremo sonno, e ci ameremo ancora per poi piombare in un profondo oblio con le mani che si stringono. Non ci gireremo mai dall’altra parte. Saremo sempre così, uno indefettibilmente dell’altra. E in estate faremo viaggi in giro per il mondo, e a Natale usciremo sotto la neve a cantare le canzoncine dei bambini. E quando pioverà metteremo una musica di sottofondo, e se sarà troppo freddo ci stringeremo di più. Ma ai sogni non corrisponde quasi mai la realtà. Perché l’amore è come la scarica elettrica di un temporale in piena estate. Ti incendia il cuore e ciò che rimane, una volta passato, non è altro che il fumo acre che esala dal legno bruciato mentre il sole torna a scaldare la terra. Laura non lo sapeva, le altre storie erano state tutte una pioggerellina nebulosa. Ma questa volta nella nebbia ci si era infognata per davvero, solo che le sembrava il sole assoluto. Riusciva a muovere i passi senza difficoltà per quella assurda legge della natura che si chiama aumento dell’adrenalina in caso di pericolo di morte. E così ci credette ai suoi sogni. Ci credette talmente tanto da dimenticare che era sposato, aveva due figli ed un cane. Un lavoro sicuro che esigevano giacca, cravatta e maschera di carnevale. E due occhi di granito in cui perdersi quando sorrideva appena. Ci credette così tanto che si sentì davvero l’unica perché se stringeva lei così forte no, non poteva stringere la moglie allo stesso modo. Se viene da me è perché la moglie non lo fa sentire importante. Non lo ama. Ah … se fosse mio marito … cosa non farei per lui! I figli, si. Ma sono già grandi, capiranno. E poi c’è l’avvocato che non si sbriga a recidere questi fili perché è uno stronzo e ci guadagna. E c’è la questione dei soldi da dividere sul conto corrente e quella sicuramente vorrà tutto millantando che si tratta dei regali dei suoi genitori perché lui, invece, oh lui era un pezzente e lo aveva sposato pezzente e pezzente era rimasto nell’animo. E i figli non avrebbero mai odiato il padre una volta compreso che la loro mamma ormai si occupava solo della casa, della spesa e di portare il cane dal veterinario. La verità è che quando sei offuscato perdi di vista la prospettiva altrui, e vivi meglio la tua tragedia credendo che fosse invece la commedia più simpatica ed avvincente del mondo. Gli attori sono tutti sul palco ma Laura, Laura era l’étoile dello spettacolo. Aprite il sipario. Applausi scroscianti per un pubblico estasiato. Buona la prima. Poco importa se quelle dopo segnarono lo sfacelo totale.

E-lezioni

Grillo…un nome un destino, se rimesso figurativamente al pari della favola di Pinocchio. Bersani ha dimostrato che non è capace di primeggiare nemmeno se lo votasse matematicamente il 70% della popolazione, Berlusconi trotta come un cavallino senza morso e bypassa gli ostacoli impunemente continuando a promettere sogni di gloria, Casini è finito (forse era quasi ora), Fini non esiste più (forse … era quasi ora), Di Pietro … (che c’azzecca?), Meloni & C. (si salvi chi può), Monti è in udienza papale per ravvedersi degli errori commessi e per non essere riuscito a portare a casa i risultati sperati (Deo agimus gratias), Ingroia non ha capito che fare il magistrato è una vocazione di vita che non ammette alternative. Camera si, Senato no, Quirinale so, C.S.M. ni. Larghe intese ma anche no, strette intese che più strette non si può. Parola d’ordine: dopo spread, bund tedesco e vattelapesca, INGOVERNABILITA. Credo di avere mal di testa.

Topolino topoletto …

Mo, ci sta da dire un fatto. Vorrei capire una serie di cose che non capisco. E voi mi direte chissenefrega. E io vi rispondo che non ve ne deve fregare tanto…ma se state qua a leggere vuol dire che di me ve ne frega almeno un poco. Pure se sono cosette sceme. Il titolo del post è fuorviante appositamente. E non c’ho voglia di applicarmi a trovare un titolo decente. Che di decenza qui ce n’è poca. Ora, una cosa che vorrei capire è come diamine fare per mettere, quando mi gira la zurla, una canzone ai post. Voglio dire, mettiamo ilcaso che ti sentissi stanco di me…ecco, una qualunque. Mina, per esempio. Ma se anche fossero ACDC, non male. Il punto è che non ne vengo a capo. E, come un tempo, se blog deve essere sia. Ma quando c’ho voglia di una canzone qualcuno mi faccia capire come fare. Poi, un’altra cosa che vorrei capire è perché i clienti ottengono un risultato e non capiscono grazie a chi? Insomma, questo fatto è sconvolgente, ancora. Si. Dopo otto anni circa di professione. E infine, vorrei capire perché tutta la gente che scriveva sui blog ha smesso di farlo. Ma davvero feisbuc è tale e quale ad un blog? Va là, ma chi ci crede a queste panzane. Vorrei tanto ritrovare alcuni, ma dove li ripesco? Impossibile. Prendi per esempio Donato. Donato ha allietato le nostre giornate come pochi, ci faceva ridere da morire. Si ficcava impunemente nei nostri discorsi. Chissà che fa Donato. Starà su feisbuc anche lui a chattare come un matto? Uff. Fa freddo, il lavoro è da massacro ed in questo momento mi faccio cullare dalle note nostalgiche di A Salty Dog dei Procol Harum, che mi fanno tanto pensare a quel bravo blogger, nonché fisico e matematico mi pare, Weller60. Che era di una tenerezza infinita. E pure simpatico assai. A lui, me lo ricordo benissimo, Procol Harum piacevano tanto.  Il che mi rimanda ai tempi di myblog. Anzi di Alice. Anzi, di Virgilio. Che erano tempi belli tanto, si era fidanzati e ci si appassionava a tutto. Perfino a chi stava dall’altra parte dello schermo. Alle sue parole. Alla faccia che sapevi guardare anche se non vedevi. Conclusivamente vorrei anche dire all’etere che mi legge che una tantum c’è bisogno di scrittura sciolta. Dove l’io non è l’io di qualcun altro ma proprio l’io mio che, a volte, tiene troppo bisogno di uscirsene a fare una passeggiata. (Si capisce bene il tutto o necessita spiegazioni?)

 

Che alla fine starmene così, senza poter dire una sola parola, non è granché soddisfacente. Perché in realtà il mio desiderio più profondo sarebbe quello di sferrare calci come un mulo. C’è che mi ritrovo con un vestito che non è mio, e farci i conti non è facile mentre sto seduta in un posto qualsiasi di questo assurdo luogo dove mai avrei pensato di trovarmi. E, perché no, anche questo può avere il suo insito insegnamento. Ed io credo di averlo già egregiamente scovato. Perché si, so stare. Non un passo indietro, né uno soltanto in avanti. E questo non mi consola. Ma devo a me stessa, mai come questa volta, il coraggio di affrontare il gigante con i colpi a mia disposizione. E sono contati, lo so. Devo a me stessa la forza di ripartire dal punto in cui sono stata costretta a fermarmi. Devo a me stessa la determinazione, la perseveranza. Perché io non mollerò. E non mollo. Succede, è proprio così, che arriva un momento in cui dal baratro profondo non puoi far altro che risalire. Perché grattare consuma le unghie ed una tigre con gli artigli spuntati non s’è mai vista. È vero, non riesco a scrivere niente di ciò che avrei voluto. Perché le parole possono anche andarsene, ed io oggi non ho intenzione di rincorrerle. Il fiato è ancora troppo corto. Ma il passo è sicuro. Quando mia figlia cammina e quasi cade le dico sempre: il segreto, amore, è guardare avanti e non dove metti i piedi. Se guardi dove metti i piedi cadi. Se guardi il tuo obiettivo lo raggiungerai. Io il mio obiettivo non lo perdo di vista. Non lo farò mai. Perché prima che ciò accada avrò smesso di vivere. E se qualcuno pensa anche solo per caso, anche solo per noia, anche solo lontanamente di potermi fare del male forse questa persona non sa che è proprio grazie a lei che ho imparato a cacciare e procurarmi il cibo. Pazienza dietro al cespuglio. Risolutezza nell’agguato. Tornando a casa con il mio bottino.

 

 

Un grazie per il suo insostituibile sostegno a mio marito che è l’amore della mia vita, l’unico uomo che ha saputo conquistarmi sempre e per sempre.

In grana

 

Mi chiamo Sabbia ed ho i pensieri sudati. Attenzione, afa. Attenzione, bollino rosso. Io lo vorrei giallo un bollino. Per mettere in allerta la gente distratta come solo i semafori in piena notte sanno fare. Brutta storia aver a che fare con i dettagli. Entro in un bar e mi ritrovo sotto un ventilatore che recita il suo requiem preferito, rimestare l’aria rarefatta spingendola da destra a sinistra, dall’alto al basso. Mai un vortice. Due pesi, due misure. Due pesi, una misura a volte. Tre pesi, nessuna misura. Reggo il confronto. Rifuggo inutili ostentazioni. Mi nascondo sotto al mare. Calpestare, forse. Poi uno schizzo d’acqua e tutti si divertono come se non fosse mai accaduto niente. C’è un posto in cui mi sono stancata di stare, ha le mura annerite dal carbone e angoli troppo pieni di vecchie scatole. E nell’aria delle stanze ridonda sempre la stessa musica, scritta da mani rugose mascherate con perfetti guanti bianchi. E tutto un tintinnio di stranezze che come bicchieri di cristallo si scontrano e si frantumano. C’è un posto in cui mi sono stancata di stare, c’è appeso un lampadario d’altri tempi che non fa luce da anni e un vecchio tavolo con i piedi rotti. Scalinate impolverate, finestre chiuse, porte con infinite mandate. Mi chiamo Sabbia, vivo nel deserto. Ma per certo so che non ci morirò.

 

 

Futuri anteriori

 

 

 

 

La casa del matto si trascina sulle spalle pareti bianche e ammuffite. Come una lenta lumaca, costante nel suo andare. Immutabile nel lasciare una scia che non si asciuga mai. Neri nèi sulla pelle ingiallita, come il violaceo del colpo quando prende la via della guarigione. Briciole di pane sotto le scarpe vengono disseminate lungo il corridoio. Un gatto solitario s’accompagna improvvisamente ad altri cento, e li conti e non riesci a smettere. La fantasia si spinge oltre le cancellate e i gatti diventano diecimila, e milioni ancora. Ha un giardino sbilenco e spazi vuoti, inutili. Ed è tutto un costeggiare le strade dal principio alla fine che ci si perde. Ma solo fuori. Perché dentro la via la ritrovi sempre, anche se ci vai per la prima volta. C’è qualcosa di invisibile che ti prende la mano e ti conduce in un viaggio. E poi mattonelle rotte e tavoli di plastica sporchi. Credevo qualcosa, io credevo qualcosa.  E continuo a crederci. Il tempo è immobile come la torva scalinata e le fisse inferriate che portano da un reparto all’altro, un marmoreo tributo alla incolumità che ti proietta in cose che hai visto in qualche film o magari un documentario. E non ricordi esattamente, però continui a chiedertelo mentre cammini e osservi tutto. La casa del matto piega le teste degli umili, le piega in una lotta d’orgoglio che non è riconoscibile, percepibile nell’immediato. Lo capisci solo dopo. E ti angosci all’ingresso grigio e quasi incantato, e quando te ne vai hai un senso di incompiuto che non ti molla. Perché chiedersi dove inizia la sicurezza e dove finisce l’abbandono è qualcosa che non può passarti addosso e andar via una volta superato un casello di autostrada. Te lo porti dentro. Ed una volta tornata a casa ti senti sulla pelle gli odori. Un po’ di cucina, un po’ di detersivo, un po’ di urina, un po’ di letto, un po’ di occhi umidi, un po’ di piedi. E dopo, nonostante tutto, continui a sentirli anche se non li vivi più. Anche se non ci sono più. Ti sembra che sia stato inutile esserci se poi non puoi rimanere. Ti sembra di aver giocato ad un gioco che non conosce regole e ti viene voglia di imporle, di scriverle, di fissarle ma non sapresti da dove cominciare. È che la follia risiede in un posto speciale, in un mondo che è solo suo e vive in prestito a quello ordinario per non dimenticare che, da qualche parte, esiste. Da qualche parte, in qualche modo, per qualcuno. È che la follia ci sta stretta lì, ci sta costretta. Si nutre nascondendosi in uno angolo gestibile solo nel buio profondo e smisurato, senza confine. Dove il muro non delimita nulla perché ogni cosa nel pensiero va al di là dell’immaginazione. Le facce sono fisse e a tratti assenti. Raffaele si sforza di raccontare. Reticente a più riprese svuota le tasche solo delle parole meccaniche, quelle che quotidianamente usa di più. E per questo in qualche modo abitudinarie e quindi meno dolorose. E nel suo parlare lento la schizofrenia smette di essere una malattia e in qualche modo diventa lo stesso disagio di un bambino che, per quanto si sforzi, non riesce a capire le lezioni a scuola. Ora sto meglio, quelle cose sono passate e io vorrei uscire. I due anni sono finiti, solo che ne devo fare altri due e non mi fanno andare perché non c’è nessuno a casa che mi vuole. Antonio passeggia nervosamente lungo il corridoio del reparto. Chissà cosa avrà pensato. Si sarà sentito protagonista o gli avrà dato fastidio. Qualcuno ha improvvisamente invaso il suo spazio. Finché non decide di portarsi dentro. Si siede, e noto che con una mano si gratta insistentemente una gamba. Lo guardo in viso, e mi sembra arrabbiato. O almeno questo è ciò che percepisco io. Lo vedo accigliato, forse stanco. Avrà discusso con il compagno di stanza perché quando scende dal letto gli pesta le pantofole. Svela un nordico accento, mi accorgo che parla l’italiano benissimo e nel suo linguaggio qualcosa mi dice che, anni fa, aveva studiato. Forse si era laureato anche. Da dottore ad ammalato. Da uno che cura ad uno che è curato. Cade così tutto quel modo di pensare che vuole che la follia appartenga a chi crede di avere il privilegio della genialità. O che appartenga agli esseri deboli, sfortunati. La verità è che l’uomo parla sempre di ciò che non conosce. Mentre ciò che conosce già lo annoia, e così ha bisogno di reinventarsi continuamente e trovare il giusto posto dove stare, le giuste parole da dire, il giusto modo per stupire. Io so quello che ho fatto, non avrei dovuto ma ormai l’ho fatto. Mi piacerebbe ritornare a lavorare in ospedale ma sono passati solo tre anni, e ne devo fare ancora sette. Per un istante lunghissimo mentre parla non lo sento più. Mi perdo a guardare il rubinetto che gocciola con costanza. E mi sembra che quell’acqua faccia un tale rumore da coprire il suono della voce. Mi perdo ad osservare la faccia composta e allo stesso tempo visibilmente esasperata di un infermiere. E più in là, in piedi lungo la porta un secondino indossa una divisa. E penso che quel blu così pulito, quella tenuta così formale cozza in maniera ridicola con la situazione. È che in certi posti non puoi non perderti. Non puoi non distrarti per pensare, riflettere. In certi posti gli esseri umani ci stanno perché devono, e lì ci muoiono se un altro posto non ce l’hanno. E ridiscuti tutto, le classificazioni ed il peso dei comportamenti. Ridiscuti le esigenze, che per natura sono transeunti mentre lì diventano cemento che lega i pavimenti ai letti. Ci sono posti al mondo in cui si respira l’aria della stasi totale. Un presente immanente e saldo, come gli obelischi nelle piazze. Un presente continuo, fermo. Che non si evolve mai in alcuna cosa anche solo pensabile, immaginabile. ll futuro, quando se ne parla, è solo anteriore. Perché la certezza, sulla bocca sdentata e larga dei matti, quella sì che ai loro stessi occhi risulta essere follia.

 

 

Bavaglio Al Fa(u)no

 

 

 

Certe volte non ho parole. No dico, guardiamo le cose nella loro totalità per un attimo. Guardiamo la totalità. Cito per citare, a chi gli pagano la casa senza dirglielo, lo scienziatone del pdl che prima si striscia trenta piste di cocaina e poi si mette a fare i comizi dalle finestre, un inqualificabile ed inetichettabile presidente del consiglio delle capre di Roccapipirozzi (chiedo scusa a Roccapipirozzi), un ministro in carica per qualche giorno e poi a casa, un ministro dei conti con la evve moscia che, poverino, quello pure ci pvova a spiegave che l’ottimismo non sevve a un cazzo pevchè soldi in vevità non ce ne stanno, la carfagna che fa incazzare i preti per il gay pride, i preti che non si sono incazzati quando la carfagna è diventata ministro (avete mai provato a scrivere carfagna su google?), un ministro della semplificazione che ci complica le tasche perché gli dobbiamo pagare lo stipendio, i padani che padano, i terroni che terrano, gli aquilani legittimamente stremati e presi con i manganelli (dove sono quelli che berlusconi sta a ricostruì tutte le case ahò lui sta a fa cose che non sono mai state fatte ahò ma de che ahò a burino ma va a morì ammazzato tu e li mortacci tua – op. cit.), maroni che gioca a fare il soldatino senza divisa, larussa che gioca a fare il soldatino con la divisa, bossi che, seppure tu lo volessi ascoltare quantomeno per le cazzate che dice, quando parla non si capisce niente, il figlio di bossi che fa il consigliere regionale (primo eletto, pluripetente a scuola e fa il consigliere regionale), la zanicchi (europarlamentare, la zanicchi) che dice a fini (prendi questa mano zingara) vai fuori dalle palle (dimmi pure che destino avrò), e tante altre nuove avventure dei nostri supereroi preferiti. Ora, io non ho voglia di scrivere post sul senso di profonda nausea che mi provocano le quotidiane notizie politiche. Perché ormai la nausea è arrivata a livelli sovrannaturali. Eppure ce n’è ancora. C’ho da dire due parole al ministro della giustizia. Alfano … Alfano, dicevo, apprendo che hai proposto, come prosieguo della riforma del processo civile, di consentire ai magistrati in affanno lavorativo di farsi dare un aiutino da certi giudicini scelti tra, per esempio, avvocati, notai, magistrati in pensione, professori di diritto o ricercatori. Ma secondo me partirà un emendamento, e si finirà a dirigenti della pubblica amministrazione, commissari ad acta di enti locali, direttori di banca, imprenditori, compagnie assicurative. Se finisce l’assortimento puoi anche ordinarli su ebay, i giudicini? FIGO! Se vai su google e clicchi giudicini tra venti giorni ci sarà anche la signora che ha il negozio di scarpe sotto casa? FIGA! Sempre si troverà qualche offerta conveniente … Insomma, Alfano, dimmi la verità. Quella che non ti fa male. Tu vuoi partire con magistrati in pensione, avvocati e notati, per poi finire al resto, giusto? Dai, io ti capisco. Questi giudici togati che fanno carriera in magistratura politicizzata (ogni volta che sento queste frasi del cazzo con le quali il Governo bombarda la testa della gente mi sovvengono le parole del mitico Gaetano in Nuntereggaepiù), non si sopportano. Questi giudici che si mettono la toga e che con la scusa che tengono la toga non li puoi toccare. E lo capisco. Alfano, credimi, io ti capisco. Perché la toga me la metto pure io. E anche a me dà fastidio se mi toccano. Eppure pensa … Alfano … pensa, pensa a quando ti mettevi la toga pure tu (te la sei mai messa la toga?). Ti capisco, credimi. Poi con quel berlusconi sul collo … Hai voglia se ti capisco … Però Alfano, scusami se te lo dico, capisco che i giudici certe volte non ci arrivano alle cose, capisco che sono indisponenti ed alcuni hanno davvero manie di onnipotenza e sono pure ignoranti, capisco pure che non sempre giudicano giudicando rettamente, però Alf scusa eh, ma come si fa a mettere nelle mani dei giudicini la giustizia? E dai, Alf, parliamoci francamente. Non t’è bastato allargare la competenza dei giudici di pace che, poveri noi, combinano certe cose … Per carità, hai ragione, essere un giudice togato non è garanzia di capacità e professionalità ci mancherebbe. Non t’è bastato rendere obbligatoria la conciliazione per processi come quelli sul risarcimento dei danni da responsabilità medica? Rifletti … Capisco anche che non ci sono soldi per bandire concorsi … Alf, qua il fatto è serio, non ridere.  Ma che ti ridi Alf, dai. Come possiamo mettere la giustizia in mano ad un surrogato? Tu hai fatto pure l’avvocato, dovresti capire di cosa sto parlando, hai contribuito ad allargare (ehm, volevo dire ad affossare unitamente all’Avv. Mavalà Ghedini) la fama della nostra nobile ed eletta professione balzando come un giovin vitello agli onori delle poltrone di palazzo, tu che mandi gli ispettori dappertutto, alla Totò e Peppino, tranne che dove devono andare, tu quoque Alfano fili mi … Io mi domando e dico: possibile che non ti renda conto di che cazzo stai a fa? Infine c’ho una ultima domanda. Volevo capire come stiamo messi con la questione delle intercettazioni investigative e della libertà di stampa, e le registrazioni, e i blog che vengono equiparati ai giornali. Mi dicono … dalla Camera tutto bene? Ci fa piacere va. Ogni tanto una buona notizia.
Ho finito.
 

 

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Mentre per Bertolaso si affretta il processo di beatificazione, il Premier organizza i suoi contro-complotti, la Parietti è improvvisamente divenuta soggetto pensante, la Clerici irrompe sul palco dell’Ariston incespicando sui tacchi, la Svizzera si incazza e punisce il libico dittatore e compagni tra cui pietosamente pare esservi anche l’italica penisola, la Corte dei Conti ne ha fatti un po’ dei suoi e non sembrano tornare per niente, accade questo fatto. Voi direte, e chi se ne frega. Infatti. Non se ne frega nessuno.