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Sto fatto dell’istinto materno mi fa riflettere. Voglio dire, mi fa riflettere questo fatto che secondo me l’istinto materno non esiste. Eh? Sto confusa, lo so. Ve l’ho detto…ho bisogno di riorganizzare tutto!!!

NoveDieciUndici

 

 

 

Sono nata nel silenzio della notte. Lungo il corridoio buio del reparto c’erano le stanze semichiuse e luci soffuse. Porte a nascondere, coprire. Tutto un raccontare sotterraneo di vite appena giunte, una fiaba raccolta nel sonno. Le urla di mia madre sono diventate incessanti con il calare del sole, ed io le sentivo. Ma ogni cosa ha il suo tempo, e non ho potuto far altro che aspettare il mio turno. Ricordo mio padre ed il suo viso sfinito, sgomento. Dibattuto a tratti. Impotente. Ricordo mio padre ed il suo amore immenso, così silenzioso, racchiuso tutto in una mano tesa. A volte in poche parole. Altre in qualche lacrima trattenuta. Poi è stato tutto un attimo velocissimo. Il freddo della sala operatoria, il verde dei teli ed i tagli sulla pelle si sono confusi per qualche istante creando una sorta di realtà parallela. Io ho urlato, con tutte le mie forze. Con tutta la mia volontà. Ho urlato per dirle che c’ero finalmente, che non aveva più nulla da temere. Che non era più solo un sogno. Un’attesa. Ho urlato perché lei mi rispondesse subito, non appena mi hanno strappata via dal suo corpo. E lei, stremata, mi ha sentita. Mi ha guardata negli occhi, in questi occhi che ho profondi e grandi come due perle nere, e tra le lacrime improvvise mi ha chiamata per nome. Amore mio, sono qui. Amore mio, sono qui. La tenera commozione di mio padre ed il suo grazie a mia madre è stato il primo esempio di amore che ho ricevuto. E mentre nel cuore della notte tutti brindavano io respiravo il respiro di mia madre. E quel profumo della sua pelle che ho sentito da dentro per tanto tempo. Novedieciundici. Certo, avrebbe potuto essere anche un altro giorno. Ma evidentemente, come ha detto qualcuno di me, sono nata con un gran senso delle proporzioni.  
 

Uno a zero palla al centro

 

 

 

Dice che da qualche parte si deve pur ricominciare. Eh, da quale? Vediamo. Partiamo dal recente. Oh si, ho avuto modo di soggiornare tre giorni e tre notti nel reparto di otorinolaringoiatria dell’ospedale della mia città. Mbè, mica pizzi e fichi. Qua le cose quando si fanno si fanno sempre particolari rispetto alla massa. Sinteticamente l’orecchio destro decise di abbandonarmi pian piano con un dolorino dapprima fastidioso e poi pungente da morire, e di non rispondere testardamente alla terapia data dal medico di base presso il quale mi recai giorni prima. Dopo notti insonni il marito, invero assurdamente paziente ed amorevole con me, decise di portarmi al pronto soccorso. E veramente tutti e due avevamo anche un po’ paura per il frutto del nostro ammmore. Mo una cosa la devo dire: non sono femmina lamentosa, ma per urlare io per tre giorni a quella maniera non era proprio più situazione. Con l’antibiotico del medico poteva stare pure dieci giorni. Non c’avrei cavato un ragno dal buco. Al p.s., stranamente vuoto nel cuore della notte, un cellòne di medico giovane mi fa essignòra, lei c’ha la pancia di cinque mesi e una terapia già prescritta, che lo chiamo a fa’ il collega specialista? (Che ne pensi, prima di chiamarlo, di visitarmi almeno la recchia? Niente da fare. Manco mi vede). Vada a farsi un controllo al primo piano. L’ostetrica, che ovviamente data la situazione mi profila la necessità di un otorino (ma non mi dire dai!) fa comunque un’ecografia, per sicurezza. La mia stella, stremata anch’essa dalle urla e dai pianti incessanti, s’era ficcata sotto sotto l’utero, stava tutta rannicchiata. Con il cuoricino che batteva forte. Scendiamo di nuovo in p.s. con un referto di ginecologia in cui era scritto si consiglia consulto otorinolaringoiatrico ma il cellòne, evidentemente fiero della sua incompetenza o forse infastidito dall’unica richiesta ricevuta quella notte, mi rimanda a casa. Arrangiati. Il marito, testardo e ormai stremato dalle mie urla, mi porta alla guardia medica (che è pure assurdo ‘sto fatto che uno esce dal p.s. per andare alla guardia medica, vé? Eppure è andata così) che appena mi vede l’orecchio (senza otoscopio perché era tutto completamente chiuso da fuori) mi fa essignòra, e lei deve andare in p.s., e qui ci vuole il cortisone, e qui ci vogliono le punture, e qui, e lì. Non so se piangevo più per il dolore o per la rabbia. Si incazza il marito (no dico, giuro: si incazza!), torniamo in p.s., il medico cellòne si passa una mano sulla coscienza e forse spaventato dal certificato della guardia medica che richiedeva visita immediata specialistica chiama l’otorino di turno il quale, lemme lemme, arriva dopo due ore circa, mi visita tra i pianti e la disperazione totale e chiede al marito ma a parte l’orecchio, la signora come sta, la gravidanza come va? Il marito con tutta la forza rimastagli risponde con tono rapido ma deciso dottore, mia moglie è un toro. A me un poco mi veniva da ridere però continuavo a piangere per il dolore, pure per non passare per scema che piangevo e ridevo insieme. Al che l’otorino proferisce le salomoniche parole è una infiammazione diffusa, una infezione dei tessuti esterni … RICOVERO URGENTE. Eh? Ricovero urgente. Oh ma di che? Ho detto ricovero urgente. Ah … non avevo capito. Mi spara un anestetico immediato che mi procura un vago sollievo, per poi sistemarmi a letto e iniziare la massiccia cura che ho dovuto proseguire anche a casa una volta uscita. Insomma un soggiorno tra una flebo di antibiotico e una puntura di cortisone, purtroppo necessari ed indispensabili ma che, a quanto pare, non hanno fatto danno. Però, come sempre, ci sono uscite anche delle cose positive. Per esempio, ho fatto amicizia con una ragazza, una signora e sua mamma, un signore e due infermieri. E pure con la tipa che portava il pranzo e la cena in reparto, che una sera le ho chiesto sorridendo se si poteva sostituire il prosciutto cotto con la coscia di pollo. La sua disponibilità, strizzandomi l’occhio in segno di complicità, è stata mitica. Quest’è il dunque. Ma che l’ho detto che mia figlia è femmina? Mi sa di no. Mia figlia è femmina. E io lo sapevo dal primo momento. E c’ha pure lo stacco di coscia. All’ecografia morfologica, i cui valori riscontrati sono tutti nella norma, è risultato che mia figlia è magra e lunga. Come il papà, dico io. Perché se era lunga ma un poco rotondina era più come la mamma. E poi mia figlia nella pancia si prende i piedi con le mani, fa la contorsionista. Si contorsiona da morire e non sta ferma un attimo. La ginecologa fa sempre un po’ fatica alle ecografie perché quella fa la dispettosa. Si mette di culo e non si schioda più. Dopo l’esperienza orecchio violento a mia figlia ho detto che noi femmine siamo nate per soffrire dolori fisici ma anche per vivere grandi vittorie morali. Un modo come un altro per prepararla fin da ora a certe cose. Poi ho pensato che è davvero troppo presto per fare questi discorsi, e allora l'altra sera, mentre mi accarezzavo la pancia e lei si muoveva mi sono tornati in mente tutti i racconti che finora ho sentito sul parto. Dio ci scampi e liberi almeno dalle emorroidi.

 

Evoluzioni

 

 

  

 

Dieci centimetri di vita e tutto lo stupore che, oltre, non credevo di possedere. Invece ci sta. Si agita, quanto si agita. Ogni volta che abbiamo il nostro appuntamento per guardarci un po’ meglio. Si agita, si stira, ieri ha chiuso i pugni e se li è portati alle tempie. Piega le ginocchia e poi allunga le gambe. Non posso fare a meno di ridere ogni volta. Fuori di questo non sento niente, non vedo nessuno, non vado in alcun posto, non chiedo altro. Non rispondo se non ho voglia, non cerco se non ho bisogno. Proseguo nel vivere come sempre ma con l’inevitabile pensiero costante di questa vita che mi porto dentro. Un sacco di gente mi chiede, mi fa un pozzo di domande. Ed io non so sempre cosa rispondere. Molti si aspettano valanghe di chiacchierate, excursus logorroici ed iperemozionanti, conditi di particolari ma io sto attenta. Misuro il mio tempo sul più bello, chiedendomi se non sia proprio quello il momento per farlo riposare. E così anche la bocca si chiude, e tutto il resto diventa inutile, inesistente. Inconsistente.  Un paio di frasi e liquido l’improvvisa curiosità del mondo per me. Continuo a non amare le cose a richiesta. Mi sembra di parlare di qualcosa che non si può capire, anche con chi l'ha vissuta. E poi i si anch'io, ti capisco, visto che bello, a me invece, vedrai quando, mi sembrano togliere magia a ciò che sto vivendo. E non ho voglia di lezioni prima del termine, di insegnamenti già da ora, o di scendere dal mio pianeta per avere confronti con altri. Dice che forse è maschio, c’ha qualcosa, ma poi ha allungato le gambine e le ha aperte. Pare femmina. Siamo ancora in bilico, ma io so cos’è. Sono diventata lenta come una lumaca, anche se vado sempre veloce. Sono lenta in testa. Non esiste spazio che sia occupato da altri se non da questo figlio. A volte penso che non è possibile, che non è vero per davvero. Come se certe attese differite non riuscissero sempre a farti gustare appieno le cose conquistate. Poi lo guardo e si muove così tanto, scalpita e come ieri sento dire interessante, è irrequieto e testardo già da adesso. E allora io rido di più. Rido, e piango per l’emozione. Ma soprattutto perché è mio, e del mio amore.

Me lo credeva ma non me lo pensava (op. cit.)

 

 

 
  

Via, che qualcosa da dire ce l’ho eccome a voi altri. Tutto sommato sto bene, anche se il giorno in cui mi è salita una voglia matta di minestrone ho capito che il suo odore mi ammazza prima il cardias e poi le narici. Il che per me, amante della pietanza anzidetta, è un disastro e una gran tristezza. La notte ormai è deputata a levate e sdraiate in alternanza ogni tre – quattro ore circa. Beninteso, a dormire dormo. Sogno anche, e che sogni. E poi ci facciamo i discorsi intensi, io e il marito. Amore tutto bene? Si, amore, dormi. Ma dove vai? Devo andare in bagno, lo sai. Ok. (Al ritorno) Amore tutto ok? Ti ho detto di si, stai tranquillo dormi. Va bene, ma mi preoccupo. E non ti preoccupà! (Così per notti intere finché) Amore tutto ok? Si amò, tutt’appost’, pensa a dormire. Ma dove vai? Oh mamma mia e dove vado … mo’ mi vado a fare una passeggiata in centro, mi fermo a prendere un gelato e torno, vabbuò? Tu aspettami qui, dormi e statti sereno. Al che, ovviamente, non seguì risposta. Segno che riesco ancora nei miei intenti, quando lo voglio davvero. I miei ritmi a lavoro non sono diminuiti e conservo il mio solito stakanovismo anche se qualche volta mi sento un poco diminuita. In ogni caso tutti si stupiscono e mi dicono che continuo a dimostrare una inesauribile energia. Qualche giorno fa mi ha fatto visita una simpaticissima colica renale, che se faceva parte del pacchetto all inclusive gravidico mica qualcuno me l’aveva detto. Almeno mi preparavo psicologicamente. Dice che s’ingrassa ma io peso sempre uguale, almeno per ora a tre mesi quasi conclusi. Il che non é tanto male. Il marito sbandiera la notizia impunemente a chiunque incontri. Ha avuto delle ispezioni in ufficio e all’Ispettore gli fa oh, ma lo sa che mia moglie è incinta? E da uno riservato come lui non ci si aspetta tanta estroversia eh. Non lo riconosco più. Io invece dal canto mio continuo a ritrovare quel lato nebuloso mio tipico e lo dico solo se viene fuori l’argomento. Sento di vivere in una dimensione più interna che esterna. Gli altri, questa volta come altre volte in passato nelle cose fondamentali, sono una mera eventualità. L’altra sera è andato a cena con dei colleghi e mi chiede se mi sono sentita sola. Non sono più sola, ho buona compagnia adesso, dico sciorinando un sorriso sincero. Però una frignatina me la sono fatta lo stesso sperando che non tornasse tardi. Il mio cucciolo venerdì scorso era di 3 centimetri. All’ultima ecografia l’avevo lasciato di 5 millimetri. Quindi sta diventando un gigante, grande e forte che nessuno potrà mai sconfiggere. Il suo cuore batte velocissimo ed io mi sono rassicurata nel sentirlo. A me è venuta una risata incredibile quando la ginecologa mi ha detto se stai ferma ferma ti faccio vedere che si muove anche. Quando ho visto il movimento impercettibile quasi ho pensato dentro di me .. no, non ci credo. E sono scoppiata in una risata lunghissima, proprio una risata di cuore. La dottoressa mi dice che a questo punto del film tutte piangerebbero per l’emozione. Io le ho detto che le lacrime le uso per il dolore e che per l’emozione della felicità tengo una forma diversa di espressione, la risata pazza. Si muoveva e io ho pensato … ma dove vuoi andare, devi stare con mamma tua! Il marito commosso, io che non riuscivo a smettere di ridere, la dottoressa che provava ad essere seria e il cucciolo che si muoveva. Un bel quadretto davvero. Comunque alla ginecologa ci sto simpatica. Certi giorni penso chissà se sarò in grado, se sarò capace. Se sarò. E io spero che sarò. E comunque pensandoci io sono già. Mi sembra un ottimo punto di partenza, in fondo. Quando vado a lavoro a piedi con la musica nelle orecchie mi chiedo se gli piace. E sto leggendo, quando la sera non crollo, l’ultimo libro di Grisham e chissà se gli piace il genere. Le cose di giustizia gli piacciono, lo so per certo. Così come so che gli piace sentire la mia voce e quella del papà quando ci facciamo le coccole. Gli piace anche quando passeggio, e gli piacerà ancor di più il fatto che, a breve, io riprenda le lezioni di danza del ventre perché ‘sto fatto di dover aspettare ancora almeno quindici giorni mi debilita un po’ psicologicamente. La scorsa settimana sono stata alla scuola a salutare l’insegnante e le mie compagne e, che dire, salti di gioia e allegria nel vedermi. Gli piacete anche voi, in qualche modo. Davvero. Il papà è convinto che sia maschio, o forse semplicemente gli piacerebbe un maschio. Io non sono convinta di niente e penso che mi piacerà sia se è un maschio sia se è una femmina. Sarà quel che sarà e comunque sarà un grandissimo successo. E poi penso che mi vorrà bene e questo è il pensiero che mi scioglie. Io lo amo già. E vi giuro non pensavo, non pensavo davvero mi sarei rimbecillita a questa maniera. Ecco qua. 
 
 

 

 

 

  
Non ci vuole molto ad accorgersi come il troppo ed improvviso amore rischia di soffocare gli altri intorno. È un attimo, così intenso, per cui ogni altra cosa si annulla e si perde. Una sostanza che si volatilizza nell’etere, si dissolve. Non ci vuole molto ad accorgersi come il troppo desiderare rischia di offuscare tutti i meccanismi delle tue regole. Io? Io non voglio essere qualcosa di diverso da ciò che sono. E so con certezza che non lo sarò. Voglio presentarmi così, esattamente così. Con qualcosa in più rispetto ad ora. Rispetto a ieri. Una ragione in più che si unisce a tutte le altre ragioni. Una meraviglia in più che si aggiunge a tutti gli stupori, alle lotte, ai pensieri confusi e ai silenzi già trascorsi. E quel senso di protezione che immediatamente senti dentro di te, quanto poco ci vuole ad accorgersene, non è altro che subitanea ed inconsapevole esposizione. Più proteggi e più, in realtà, esponi. E si è sempre stupidamente convinti di essere pronti, preparati alla parte, alle emozioni. Alle sensazioni. Si è sempre così stupidamente sicuri di avere la risposta a tutto ed invece no. Però mi piace. Mi piace immaginare. Immaginare di cantare una canzone con un filo di voce, di parlare delle cose per cui vale la pena esserci e volere. Mi piace immaginare di raccontare e di far ascoltare musica. Di sfogliare libri e pagine e fogli e tutte le parole scritte del mondo. Rivedere tutte le fotografie. Mi piace immaginare di alzare la mia meraviglia su di una vetta e mostrarla a quest’universo dicendo che una parte di te, anche dopo di te, lo abiterà ancora per lungo tempo. Mi piace sentirmi così. Confusa. Spaventata. Inquieta. E non saprei davvero in quale altro posto potrei scrivere di tutto ciò se non in questo. E non troverei davvero un motivo per dare un luogo nuovo e diverso a tutto questo, avulso dal resto. Tutto invero nasce da qui. Le paure, la volontà, le ribellioni, la determinazione, l’amore, la tristezza. Tutto viene generato dalla stessa materia. C’era da aspettarselo, in fondo. È solo un modo al contrario. Ed è per questo che in una giornata di timido sole mi siedo ad ascoltare il rumore del vento. Suono divino, e di viaggi incompiuti. Siamo in due, io e questo piccolo scricciolo che porto dentro. E a me ancora non sembra vero.
 

 

Titoli di coda

 

 

Ci sono delle cose che capisci davvero solo dopo. Elaborarle mentalmente, soffrirne per molto tempo o studiarle analiticamente, anche lucidamente e da qualsiasi punto di vista a disposizione non è mai davvero sufficiente. Nonostante tu sia a conoscenza delle conclusioni da trarre, nonostante questo, rincorri ancora un quid che sfugge. Perché c’è ancora un altro passo da fare. Guardandomi indietro riesco, oggi, a vedere tutto. Senza nebbia alcuna, senza velature. Neanche minime. Ogni tessera del puzzle si incastra, oggi, alla perfezione formando un disegno unitario e preciso. Non v’è nemmeno un centimetro di contorno sfumato. Neanche una punta di colore andata via. Niente. Tutto semplicemente perfetto. E guardando indietro mi rivedo china, curva con la schiena su un tavolo. Le mani esagitate, tra le tessere e la testa. Le tempie. Un momento di attività. Uno di stasi. Il blocco. Poi riprendere. Cercare, cercare infinitamente. Continuamente. Cercare il perché, sapere come, comprendere quando. Mi rivedo spingere le mani contro il tavolo ed allontanarmi, alzarmi e poi risedermi ancora. Non mollare. Non adesso. Rivedo gli attimi in cui ho pianto. Così lunghi, frenetici, assurdamente silenziosi fino a diventare urla. Certe cose ti mostrano spietatamente il loro volto, togliendoti il fiato, stringendoti un invisibile laccio intorno al collo, strozzandoti nella mente qualunque pensiero. Riesco, oggi, guardando indietro a riascoltare il mio stesso grido. Quello che soffocavo. Quello inaspettato. Chi vive la vita e le cose della vita in maniera totalitaria corre continuamente, senza tregua alcuna, il rischio di essere usato ed abusato. Ed io riconosco solo oggi quanto e quando questo è accaduto. Quanto è quando l’ho concesso. A chi. Ed il perché, soprattutto. Non credere a chi dice di non avere mai tempo, se invece lo ha costantemente per altro. Non credere a chi dice di non saper fare le cose, se non ha la volontà di provarci almeno. Non credere a chi facilmente esprime solidarietà, se poi ti lascia solo. Non credere al sorriso, quando qualcosa dentro di te intimamente ti dice che non è sincero. Non sono diventata più forte. Ma, semmai fosse stato possibile, oggi mi meraviglio. Allenata come un atleta che continuamente fa esercizi ma che, per qualche assurda ragione, viene costretto a stare in panchina finché non è venuto il momento di entrare in campo. E quel quadro, così tendenziosamente sfuggente, per giorni e giorni e giorni ancora, è andato componendosi nel momento esatto in cui non ho più avuto alcuna chance interpretativa dei modi, né delle parole, né dei gesti. Ed ecco, finalmente, il mio disegno perfetto. Quello che ero stata chiamata a comporre e che, fin dall’inizio, avvertivo come qualcosa di estremamente difficile. Lo sapevo, nei tempi scorsi. Lo immaginavo. Lo temevo. Ma l’ho affrontato. Sola e per prima, come vanno affrontate le cose più importanti. Perché chi ritiene che una cosa sia importante la affronta per prima. Chi soprassiede non ha interesse. Se faccio due conti approssimativi sì, ho messo insieme all’incirca 2009 tessere. Il punto è non solo quanto tempo. Ma anche il tempo giusto. In questo anno ho scritto come in uno stato di gestazione che mi è sembrata infinita. E poi un travaglio continuo, sfiancante. Quotidiano. Che mi ha, in alcuni duri momenti, stremata. Oggi ? Ogni cosa ha il suo tempo. Ogni persona il suo momento. Ogni affetto una collocazione. Ogni illusione ha la sua strada da imboccare. Ogni gestazione porta ad un parto o ad un aborto. Non sono diventata più forte. Ma sono fiera di essere rimasta sempre, esclusivamente, soltanto me stessa fino alla fine. Chiudo la porta in faccia a questo anno accompagnando all’uscita, con cortesia e determinazione da buona padrona della mia vita, tutte le persone che ormai sono comparse di un passato troppo passato per avere ancora una parte nel mio spettacolo. Ho preparato per loro una poltrona, su cui potranno sedersi. Solo osservare. Sono sorda a qualsiasi voce. Non avrà importanza neanche se batteranno le mani oppure no. Quando sei spettatore sei spettatore. Tali sono. Tali dovranno restare. Accompagno all’uscita tutte le cose e gli avvenimenti, le situazioni, le parole che conservo per me solo come monito per il futuro e come insegnamento. Di tutto ciò salvo le lezioni apprese sulla mia pelle. Mettendomi in gioco fino all’ultimo in un modo che è dato a pochi di essere. Mentre faccio un profondo respiro, per non cedere alla tentazione di un intimo ed improvviso batticuore, continuo ad aspettarmi ancora altri abbracci da parte di chi mi è sempre stato accanto, mi ama ogni giorno e condivide con me ogni istante, a desiderare ancora parole che abbiano il senso che hanno, e nessun altro. Da scrivere, da leggere, da dire, da ascoltare. Da tarare. Da custodire. Continuo a volere ancora e nuove forze motrici per fare con passione le cose che adoro e che non vorrò mai smettere. Pretendo, perché pretendo, buone sorprese. Certa che, quando arriveranno, saranno così belle che nonostante tutto mi scoprirò impreparata. Ma riderò. Non ho alcun dubbio.

 

 

 
 
* Ci sarebbero da fare i classici auguri di Buon Natale (tanti auguri a tutti, giacchè ci siamo) ma trovare il tempo ultimamente sia per scrivere qui che anche solo per salutare voi altri nei vostri blog è diventata un’impresa. Se ne sono accorti in molti. Io per prima, guarda un po’. Ed il punto è che non so se e quando avrò ancora tempo. Sono in anticipo rispetto alla fine dell’anno, lo so. Ma anche stabilire la fine o l’inizio di qualcosa è semplicemente convenzionale. Io l’inizio e la fine delle cose li intuisco. Come accade ai serpenti, in base al mutare della pelle. E poi le convenzioni non mi sono mai piaciute. Che il duemiladieci sia propizio per ciascuno di voi. Nessuno escluso.