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Una storia senza fine

Le strade sono rimaste polverose. Larghe ed assolate. C’è stato un momento in giovinezza in cui si pensava che una valesse l’altra, ciò che contava era riuscire a scuotersi sempre la polvere dai piedi. Rialzarsi dal letto e vestirsi, anche con la faccia assonnata. Ed invece no. Ed invece. Ci fu un giorno qualcosa che deviò per sempre il corso delle cose, e il sole non fu poi così caldo come sembrava. E si sudava di meno che un tempo, che i vestiti divennero necessari. Di lana anche. E giù neve e neve e neve. E’ ancora estate. Il vento di sera sa soffiare leggero, i capelli non te li scompiglia ma ti asciuga ogni disagio. Le finestre sono sempre aperte, e il profumo del pomodoro si spande per le vie. E’ ancora estate. Al resto ci penseremo poi.

Nel bar si poteva entrare da due porte, una laterale rispetto alla piazza e l’altra con accesso diretto in mezzo a tutta la gente che, una volta fuori dal lavoro, si gettava nell’aia in un esasperante rincorrersi di schiamazzi e telefonate ed appuntamenti per l’aperitivo. Manco si fosse a Piazza Navona. Gianni bofonchiava e sbuffava a tratti. Aveva perle di sudore ai lati della fronte e quando le ordinazioni si accavallavano e lui si perdeva non riuscendo a riconoscere i visi vecchi e quelli nuovi al bancone allora l’acqua gli grondava giù dalla testa come un fiume. Che il conto delle birre e dei caffè lo teneva ben in mente, ma nonostante tanti anni di lavoro ancora non riusciva a non impallarsi quando la gente era troppa. Gli era rimasto attaccato addosso un senso di inadeguatezza da che era bambino. Da che suo padre lo sovrastava, immenso, mentre serviva i clienti a voce alta e piena. Quelle smorfie affacciate al suo banco con i gomiti fermi, intirizziti, sembravano volerselo mangiare apposta. Tutti sapevano che si imbarcava nella totale confusione e per questo i suoi più assidui clienti, quelli storici, e qualche sbarbatello del locale ce la mettevano tutta per imbambolarlo. Ma lui non demordeva. Ce la poteva fare. Ce la doveva fare. Allora prendeva il coraggio a piene mani e senza curarsi delle risate e dei chiacchiericci gridava con fermezza Caterina, Caterina! Veloce qui! Veloce ho detto! E Caterina spuntava dal retro in men che non si dica con i capelli scombinati e le mani che le erano diventate rugose e grosse. Arrivava cinguettando come suo solito ed incespicando un poco nel tentativo di legarsi il grembiule sui larghi e cadenti fianchi. Una volta era l’invidia di tante, ma adesso stava tutto in un trascinarsi dietro il peso degli anni, e delle gravidanze di figli ingrati, e di infinite giornate di lavoro. Ed un marito che l’ha amata a modo suo. Cioè quello più sbagliato che esista. Caterina era l’ancora di salvataggio, quella che si getta anche in mare aperto sperando s’incastri di sotto una roccia. E la roccia c’è. E si grida urrà alla fortuna, una tantum. Caterina aveva gli occhi neri e grandi, era stata una ragazza semplice e sempre allegra. O meglio, ci credeva all’allegria. Credeva che fosse la vera motivazione della vita. Magari proprio della sua, chissà. Nel dubbio, continuava a cantare al ritorno da scuola. Che poi una volta giunta a casa dovesse smettere questa è un’altra storia. Conobbe Gianni, il figlio del barista, tra i banchi. Vestivano con un grembiulino nero ed un enorme fiocco bianco. Il fiocco era talmente enorme che lo si poteva appoggiare sulle spalle. Gianni aveva le scarpe rotte in punta, mentre Caterina divideva con lui il pane e il latte. Non c’era molto da fare, crescendo tutti pensarono che fossero destinati l’uno all’altra. Tutti ne erano convinti e così se ne convinsero anche i ragazzi che alla tenera età di diciassette anni convolarono a nozze previa emancipazione e fuori dalla chiesa fecero una lunga processione, manco fosse stata la festa patronale, lungo le strade con i balconi in festa dalle cui ante aperte riecheggiava il refrain da una radio Spogliati dai su, sbattiamoci tanto per conoscerci di più. Renato Zero era insomma una musica di accompagnamento pari ad un pugno nell’occhio data la bucolica situazione. Caterina radiosa nel suo abito bianco che sembrava di prima comunione, Gianni impacciato ma felice in un doppiopetto nero con le maniche troppo lunghe. E certi piangevano, altri gridavano, e i bambini correvano, e quelli in fondo all’allegra compagnia borbottavano per lo stomaco ancora vuoto. Gli anni appresso furono di tutto. Scoprirsi così diversi fu per Caterina un po’ uno shock, ma fece affidamento sul suo carattere spietatamente solare per farsi forza. E in parte vi riuscì. Gianni tutto sommato se ne era innamorato. E davvero ne era innamorato. Quando nacque la loro prima figlia gli sembrò che Caterina fosse stata la progenitrice della terra tutta. Vide ed intuì in lei una forza ancestrale tale da inglobare ogni nascita nell’universo. E per questo la venerò come si fa con la Dea Madre. E così Caterina cresceva, con le sue pance ed i suoi figli. E ad ogni nascita Gianni diminuiva, ogni giorno sempre più rannicchiato nella camicia bianca con le maniche arrotolate dietro al bancone che gli lasciò suo padre in eredità. Sudato, arrovellato tra gente che ordinava troppe cose insieme. Con la voce che gli usciva fuori dalla gola solo per chiamare la moglie in soccorso. Ed un moto di rabbia interiore che nessuno mai avrebbe detto.

Tornare nei luoghi delle origini significa sempre due cose. O ci vai perché non li conosci, o ci vai perché li conosci troppo bene per poterne fare a meno. Chiara aveva deciso che prima di mettere giù inchiostro avrebbe dovuto andarci in quel paese sperduto di duemila anime in pena, perché i racconti sono una cosa ma vedere tutto con i propri occhi lì allora, allora si, siamo su un altro livello. E lei aveva bisogno di elevarsi ancora un poco. I colori della campagna la scortarono fino alla stazione, e lungo il viaggio in treno si sentì coccolata. Come se l’erba le accarezzasse il viso, come se stesse aspettando proprio il suo arrivo. Messi i piedi in terra si accorse di che posto assurdo era quello che la accoglieva. Un vecchio seduto sull’unica panchina per i viaggiatori presente in stazione, sbilenca e malandata. Chi aspettasse quel vecchio, o dove mai fosse diretto, nessuno può dirlo. Un unico bar chiuso. Biglietteria chiusa. Nemmeno il capostazione. Chiuso il suo ufficio. Chiusi i bagni. Il mondo era fuori di lì, questo è certo. Ma Chiara si ritrovava nel nulla assoluto e constatarlo la fece sentire già annoiata. Mentre il piccolo treno che l’aveva condotta si era ormai appollaiato sulle rotaie in stasi totale, Chiara si avviò verso l’uscita. Da qualche parte si doveva pure cominciare. La via era poco trafficata, in pieno orario di pranzo poi … chi vuoi che ci sia. Oh sveglia, questo è un posto dimenticato da Dio. Qui la gente sarà di quella che a mezzogiorno si pranza, alle sette si cena e alle otto si dorme. Tutto quello che c’è di mezzo resterà sempre e solo in mistero. Un ultimo sguardo indietro, ai binari morti. Si gonfiò il piccolo petto d’aria, e cominciò le ricerche.

Sarà per sempre. Sono sicura questa volta. Sarà per sempre e avremo una casa meravigliosa in periferia, lui tornerà la sera da lavoro ed io lo aspetterò in lingerie sexy sul divano per alleviargli le fatiche. La cena sarà già pronta. Mangeremo dopo una doccia insieme rigenerante e trascorreremo il resto della serata avvinghiati in una immensa e stretta catena d’amore mangiucchiando schifezze con il nostro film preferito alla tv. E quando sarà il momento di andare a dormire non avremo sonno, e ci ameremo ancora per poi piombare in un profondo oblio con le mani che si stringono. Non ci gireremo mai dall’altra parte. Saremo sempre così, uno indefettibilmente dell’altra. E in estate faremo viaggi in giro per il mondo, e a Natale usciremo sotto la neve a cantare le canzoncine dei bambini. E quando pioverà metteremo una musica di sottofondo, e se sarà troppo freddo ci stringeremo di più. Ma ai sogni non corrisponde quasi mai la realtà. Perché l’amore è come la scarica elettrica di un temporale in piena estate. Ti incendia il cuore e ciò che rimane, una volta passato, non è altro che il fumo acre che esala dal legno bruciato mentre il sole torna a scaldare la terra. Laura non lo sapeva, le altre storie erano state tutte una pioggerellina nebulosa. Ma questa volta nella nebbia ci si era infognata per davvero, solo che le sembrava il sole assoluto. Riusciva a muovere i passi senza difficoltà per quella assurda legge della natura che si chiama aumento dell’adrenalina in caso di pericolo di morte. E così ci credette ai suoi sogni. Ci credette talmente tanto da dimenticare che era sposato, aveva due figli ed un cane. Un lavoro sicuro che esigevano giacca, cravatta e maschera di carnevale. E due occhi di granito in cui perdersi quando sorrideva appena. Ci credette così tanto che si sentì davvero l’unica perché se stringeva lei così forte no, non poteva stringere la moglie allo stesso modo. Se viene da me è perché la moglie non lo fa sentire importante. Non lo ama. Ah … se fosse mio marito … cosa non farei per lui! I figli, si. Ma sono già grandi, capiranno. E poi c’è l’avvocato che non si sbriga a recidere questi fili perché è uno stronzo e ci guadagna. E c’è la questione dei soldi da dividere sul conto corrente e quella sicuramente vorrà tutto millantando che si tratta dei regali dei suoi genitori perché lui, invece, oh lui era un pezzente e lo aveva sposato pezzente e pezzente era rimasto nell’animo. E i figli non avrebbero mai odiato il padre una volta compreso che la loro mamma ormai si occupava solo della casa, della spesa e di portare il cane dal veterinario. La verità è che quando sei offuscato perdi di vista la prospettiva altrui, e vivi meglio la tua tragedia credendo che fosse invece la commedia più simpatica ed avvincente del mondo. Gli attori sono tutti sul palco ma Laura, Laura era l’étoile dello spettacolo. Aprite il sipario. Applausi scroscianti per un pubblico estasiato. Buona la prima. Poco importa se quelle dopo segnarono lo sfacelo totale.

Topolino topoletto …

Mo, ci sta da dire un fatto. Vorrei capire una serie di cose che non capisco. E voi mi direte chissenefrega. E io vi rispondo che non ve ne deve fregare tanto…ma se state qua a leggere vuol dire che di me ve ne frega almeno un poco. Pure se sono cosette sceme. Il titolo del post è fuorviante appositamente. E non c’ho voglia di applicarmi a trovare un titolo decente. Che di decenza qui ce n’è poca. Ora, una cosa che vorrei capire è come diamine fare per mettere, quando mi gira la zurla, una canzone ai post. Voglio dire, mettiamo ilcaso che ti sentissi stanco di me…ecco, una qualunque. Mina, per esempio. Ma se anche fossero ACDC, non male. Il punto è che non ne vengo a capo. E, come un tempo, se blog deve essere sia. Ma quando c’ho voglia di una canzone qualcuno mi faccia capire come fare. Poi, un’altra cosa che vorrei capire è perché i clienti ottengono un risultato e non capiscono grazie a chi? Insomma, questo fatto è sconvolgente, ancora. Si. Dopo otto anni circa di professione. E infine, vorrei capire perché tutta la gente che scriveva sui blog ha smesso di farlo. Ma davvero feisbuc è tale e quale ad un blog? Va là, ma chi ci crede a queste panzane. Vorrei tanto ritrovare alcuni, ma dove li ripesco? Impossibile. Prendi per esempio Donato. Donato ha allietato le nostre giornate come pochi, ci faceva ridere da morire. Si ficcava impunemente nei nostri discorsi. Chissà che fa Donato. Starà su feisbuc anche lui a chattare come un matto? Uff. Fa freddo, il lavoro è da massacro ed in questo momento mi faccio cullare dalle note nostalgiche di A Salty Dog dei Procol Harum, che mi fanno tanto pensare a quel bravo blogger, nonché fisico e matematico mi pare, Weller60. Che era di una tenerezza infinita. E pure simpatico assai. A lui, me lo ricordo benissimo, Procol Harum piacevano tanto.  Il che mi rimanda ai tempi di myblog. Anzi di Alice. Anzi, di Virgilio. Che erano tempi belli tanto, si era fidanzati e ci si appassionava a tutto. Perfino a chi stava dall’altra parte dello schermo. Alle sue parole. Alla faccia che sapevi guardare anche se non vedevi. Conclusivamente vorrei anche dire all’etere che mi legge che una tantum c’è bisogno di scrittura sciolta. Dove l’io non è l’io di qualcun altro ma proprio l’io mio che, a volte, tiene troppo bisogno di uscirsene a fare una passeggiata. (Si capisce bene il tutto o necessita spiegazioni?)

Me lo credeva ma non me lo pensava (op. cit.)

 

 

 
  

Via, che qualcosa da dire ce l’ho eccome a voi altri. Tutto sommato sto bene, anche se il giorno in cui mi è salita una voglia matta di minestrone ho capito che il suo odore mi ammazza prima il cardias e poi le narici. Il che per me, amante della pietanza anzidetta, è un disastro e una gran tristezza. La notte ormai è deputata a levate e sdraiate in alternanza ogni tre – quattro ore circa. Beninteso, a dormire dormo. Sogno anche, e che sogni. E poi ci facciamo i discorsi intensi, io e il marito. Amore tutto bene? Si, amore, dormi. Ma dove vai? Devo andare in bagno, lo sai. Ok. (Al ritorno) Amore tutto ok? Ti ho detto di si, stai tranquillo dormi. Va bene, ma mi preoccupo. E non ti preoccupà! (Così per notti intere finché) Amore tutto ok? Si amò, tutt’appost’, pensa a dormire. Ma dove vai? Oh mamma mia e dove vado … mo’ mi vado a fare una passeggiata in centro, mi fermo a prendere un gelato e torno, vabbuò? Tu aspettami qui, dormi e statti sereno. Al che, ovviamente, non seguì risposta. Segno che riesco ancora nei miei intenti, quando lo voglio davvero. I miei ritmi a lavoro non sono diminuiti e conservo il mio solito stakanovismo anche se qualche volta mi sento un poco diminuita. In ogni caso tutti si stupiscono e mi dicono che continuo a dimostrare una inesauribile energia. Qualche giorno fa mi ha fatto visita una simpaticissima colica renale, che se faceva parte del pacchetto all inclusive gravidico mica qualcuno me l’aveva detto. Almeno mi preparavo psicologicamente. Dice che s’ingrassa ma io peso sempre uguale, almeno per ora a tre mesi quasi conclusi. Il che non é tanto male. Il marito sbandiera la notizia impunemente a chiunque incontri. Ha avuto delle ispezioni in ufficio e all’Ispettore gli fa oh, ma lo sa che mia moglie è incinta? E da uno riservato come lui non ci si aspetta tanta estroversia eh. Non lo riconosco più. Io invece dal canto mio continuo a ritrovare quel lato nebuloso mio tipico e lo dico solo se viene fuori l’argomento. Sento di vivere in una dimensione più interna che esterna. Gli altri, questa volta come altre volte in passato nelle cose fondamentali, sono una mera eventualità. L’altra sera è andato a cena con dei colleghi e mi chiede se mi sono sentita sola. Non sono più sola, ho buona compagnia adesso, dico sciorinando un sorriso sincero. Però una frignatina me la sono fatta lo stesso sperando che non tornasse tardi. Il mio cucciolo venerdì scorso era di 3 centimetri. All’ultima ecografia l’avevo lasciato di 5 millimetri. Quindi sta diventando un gigante, grande e forte che nessuno potrà mai sconfiggere. Il suo cuore batte velocissimo ed io mi sono rassicurata nel sentirlo. A me è venuta una risata incredibile quando la ginecologa mi ha detto se stai ferma ferma ti faccio vedere che si muove anche. Quando ho visto il movimento impercettibile quasi ho pensato dentro di me .. no, non ci credo. E sono scoppiata in una risata lunghissima, proprio una risata di cuore. La dottoressa mi dice che a questo punto del film tutte piangerebbero per l’emozione. Io le ho detto che le lacrime le uso per il dolore e che per l’emozione della felicità tengo una forma diversa di espressione, la risata pazza. Si muoveva e io ho pensato … ma dove vuoi andare, devi stare con mamma tua! Il marito commosso, io che non riuscivo a smettere di ridere, la dottoressa che provava ad essere seria e il cucciolo che si muoveva. Un bel quadretto davvero. Comunque alla ginecologa ci sto simpatica. Certi giorni penso chissà se sarò in grado, se sarò capace. Se sarò. E io spero che sarò. E comunque pensandoci io sono già. Mi sembra un ottimo punto di partenza, in fondo. Quando vado a lavoro a piedi con la musica nelle orecchie mi chiedo se gli piace. E sto leggendo, quando la sera non crollo, l’ultimo libro di Grisham e chissà se gli piace il genere. Le cose di giustizia gli piacciono, lo so per certo. Così come so che gli piace sentire la mia voce e quella del papà quando ci facciamo le coccole. Gli piace anche quando passeggio, e gli piacerà ancor di più il fatto che, a breve, io riprenda le lezioni di danza del ventre perché ‘sto fatto di dover aspettare ancora almeno quindici giorni mi debilita un po’ psicologicamente. La scorsa settimana sono stata alla scuola a salutare l’insegnante e le mie compagne e, che dire, salti di gioia e allegria nel vedermi. Gli piacete anche voi, in qualche modo. Davvero. Il papà è convinto che sia maschio, o forse semplicemente gli piacerebbe un maschio. Io non sono convinta di niente e penso che mi piacerà sia se è un maschio sia se è una femmina. Sarà quel che sarà e comunque sarà un grandissimo successo. E poi penso che mi vorrà bene e questo è il pensiero che mi scioglie. Io lo amo già. E vi giuro non pensavo, non pensavo davvero mi sarei rimbecillita a questa maniera. Ecco qua. 
 
 

 

Qui ci passo tutti i giorni. Il più delle volte in silenzio. Succede quando le cose ti rimangono appiccicate addosso e non vedi un valido motivo per cui tu debba scrollarle via. Ci passo soprattutto nei momenti in cui non ho voglia di dire niente a nessuno. Come se solo ora realizzo che ogni volta che sono stata in questo posto io ho, in fondo, parlato solo con me. Solo a me. Sono convinta che tutto o quasi si nutra di costante esercizio. Come l’amore, come l’amicizia. Al di là delle emozioni e della scia sentimentale che ti trasporta nelle cose, non credo esista alcun rapporto, alcun progetto, alcuno scopo che cresca o si custodisca se non vi è relazione, scambio, interazione. E così è anche del comunicare. Fa un effetto strano capire, avere coscienza che ci sono luoghi così piccoli nei quali ci riesce di infilare di tutto. Insacchi caparbiamente, meticolosamente, un intero guardaroba in un paio di cassetti. Fai le prove, apri e chiudi, apri e chiudi. E tutto funziona alla perfezione. È evidente che non c’è bisogno di spazi sconfinati per starci dentro. E probabilmente più sono ristretti, più sono angusti, e maggiore è lo sforzo che si richiede per l’essenzialità. È come fare una corsa e sapere di avere a disposizione trenta secondi per raggiungere il traguardo. Lo sprint ti sfianca, ma in fin dei conti è proprio quello che ti viene richiesto se vuoi vincere. Qui io ci passo tutti i giorni, il più delle volte annoiata e distratta. Poi ci penso, e quella che è una pagina bianca, lo so per esperienza, non è mai solo una pagina bianca. E quello che ci scrivi dentro, lo so per esperienza, non è mai solo quello che hai scritto. C’è tutto un di più, un oltre che non sempre sai o vuoi spiegare forse proprio perché rappresenta il totale. Chiedersi chi avrà capito cosa è una fatica che da tempo immemore non mi accollo più. E questo disinteresse mi ha fatto per molto tempo assaporare la libertà di poter scrivere di tutto, di tutti. C’è un’estate che tarda ad arrivare, e una pioggia troppo intensa per non farsi coinvolgere e lasciarsi cullare per qualche istante. Non c’è un vero motivo per cui oggi sono passata e mi sono fermata. Forse un po’ mi mancava la sensazione di aprire la porta e far uscire le parole, buttarle dall’alto e non chinarmi per vedere chi le raccoglie. O dove vanno a finire. È come osservare i treni in arrivo e quelli in partenza senza alcuna valigia con sé, senza alcun biglietto. Senza dover fare alcun viaggio. Senza una effettiva ragione. Solo ed esclusivamente per sapere chi viene. E chi va.

 

 

Post post (che detto così pare una pietanza africana)

 

 

A distanza di poco tutto si ricomporrà come in un quadro perfetto. Dovrebbe essere qualcosa come non tornare da un viaggio. Qualcosa come avere in mano il solo biglietto di andata. Metteremo pezzi di legno da ardere per altroi giorni, e non riusciremo ad alzarci dalle poltrone perché non sarà necessario spostarci da dove saremo. Avremo mani grandi, e potremo prendere cumuli di neve senza sentirne il gelo. Quante corse non faremo più e quanto ridere ci sarà quando ricorderemo delle furie di una volta. Ci guarderemo negli occhi ed avremo l’unica certezza. Le cose vivono del tempo che hanno. In esso si immergono, nuotano fino al fondale, lo violentano delle volte, e poi ritornano in superficie. Ripulite, consacrate. Così lentamente nel finire che non servirà misurare le ore. E ci ripeteremo parole e gesti ridendo come si ride delle cose insensate. Le sentiremo tra i denti masticandole pianissimo. Le scioglieremo ancora sotto il palato, come si fa con la cioccolata di sera. E quel dolce, in bocca, ce lo scambieremo quando nessuno ci vedrà. Avremo insistenza, insistenza e tenacia. Avremo insistenza, risoluzione, fermezza. E ci piacerà sfiorarci in quel modo delicato che aspetta il rivelarsi del mistero senza la trepidazione di aggredirlo. E poi pensaci, a tutta la pazienza che non conosciamo. Quella, e di più ancora. Cesserà, ne sono certa, tutto questo imbarazzante chiasso intorno, questo girovagare della gente da un posto ad un altro. Cesserà, pensaci per un attimo, tutto questo sparare fuochi d’artificio in aria per festeggiare convenzionali ricorrenze. E nascosti in un angolo saremo allora quello che abbiamo sempre cercato. Più piccoli di tutto. Più piccoli di tutti. Ci incammineremo sulla nostra strada zigzagando tra i piedi dei giganti. Li fotteremo così, dal basso. Incatturabili, inarrivabili. Nascosti al rissoso scambio di favori che si concedono alle nostre spalle questi infausti, maledetti, impuniti eventi. Ci divertiremo e brinderemo, guardando il loro sconcerto nel vedersi sottratti i personaggi dal copione. Dovranno riscrivere la storia tutta daccapo, procurarsi nuova inventiva, stravolgere la loro stessa fantasia. Pensaci, strisceremo di pancia verso la tana. Ci verranno a cercare convinti di trovarci, mentre noi saremo già partiti.  Sarà divertente sfidare tutto e tutti. Ricordi quando non lo credevamo possibile? Ora dimmelo di nuovo. Chi l’avrebbe detto, proprio noi ce l’abbiamo fatta.


Quello di sopra è il post serio che me lo sentivo proprio dentro all’animo mio. Questo è un post post serio uguale, ma con maggiore licenza poetica perché c’ho bisogno di togliermi i panni letterati e mettermi quelli tutti vrenzoli. Come quando d’estate ti scazzi di portare i sandali alti e giri per casa con le ciavatte del mare. E poi oggi con questo fatto che ho scoperto di avere anch’io l’umore pessimo (ma non depresso, deo gratias) mi devo sfogare e c’ho certe cose da dire. E perciò le dico, esattamente come mi pare e piace. A me mi fa ridere la gente che all’improvviso privatizza il blog. Tipo che è gente su splinder un po’ con le fisse. Cioè uno per tanti anni ha detto e fatto, sfatto e stradetto, e poi all’improvviso si avvicenda in questa cosa di andarsi a nascondere. Mo, chiaro che uno ci può pure tenere l’interesse, a mettersi privato. Ma se così è, il blog che cazzo lo tieni a fa’ ? Ricaricati il cellulare e chiacchiera con i tuoi amici al telefono, fai prima. E’ giusto Cieli ? Comunque la Duché ha un pisellino. Non gli è nato tra le gambe, perché è femminissima e pure cacacazza. C’ha un pisellino nella pancia e ce l’ha da 5+2 settimane, o 6+4, o 6+1 non l’ho ancora capito come si fanno ‘sti conti perché ancora non ci acchiappo sotto a questo fatto dell’ingravidamento. Considerato però che Duché c’ha messo tre anni io c’ho ancora un poco da aspettare va. E comunque sto davveramente emozionatissima che sto per essere zia non solo virtuale ma anche reale. Anche se Duché non è proprio mia sorella sanguigna. Ma un poco anche si. Fatele gli auguri, esattamente qui. Mo, un altro fatto che volevo dire è che è normale secondo voi che non vado al cinema da tre settimane ? No, ma così, giusto per dire. E Fini, questo Fini, questo Fini che mo all’ultimo all’ultimo vuole fa’ vedé che s’è scetato e invece o si scetava prima o era meglio se continuava a dormì ? Quello Berlusconi fesso fesso pure c’ha ragione. Eh. "Che cavolo, ancora non si capisce chi comanda qua ?", e non sa più come dirlo. Quelli glielo fanno ripetere quattrocento volte al giorno. Ci credo che dopo un poco perde la pazienza e sclera. Poi un’altra cosa che volevo dire era questa: me la sono scordata. Ah si. L’altra notte ho fatto un sogno. Stavo sopra a una montagna e qualcuno mi voleva buttare di sotto al dirupo. Al che io, intrepida e coraggiosa, integerrima e petulante, mi sono girata e gli ho detto a questo qualcuno "né, ma tu perché mi vuoi buttare giù a me ?" e questo mi risponde "perché ti devo acchiappare al volo". Non è che ci stanno tante opzioni: o faccio i sogni drogati, oppure è giunto il momento di prenotare qualche giorno in un villaggio a Sharm El Sheik e farmi certi bagni proprio sopra la barriera corallina che sta là. Che sono tre mesi che lo dico e per colpa del lavoro ancora non riesco a mollare un solo momento. Conclusivamente, io capisco che tutti i miei adoranti lettori si strappano le vesti chiedendosi ma che gli è preso a questa qui ? Niente. E’ solo che io sono composta di tante cose. Lo so che vi cade un mito. Scusate lo sfogo (op. cit.).

 

 

Poi sì, qualche novità c’è. A maggio finalmente inizio il Master di specialistica in Psicologia Giuridica e Criminologia Forense. Ah, una bella botta della durata di un anno per tutto ciò che ha a che fare con la interazione tra la psicologia ed il diritto. Dalla violenza sessuale al bullismo, dal mobbing all’affidamento dei minori, dalle parafilìe alla valutazione della imputabilità e della pericolosità sociale, dallo stalking all’attendibilità delle testimonianze tra vere e false memorie. Mbè, sto emozionata. Come tutte le volte in cui sono davanti a novità che non possono fare altro che insegnarmi e soprattutto stupirmi. Attendo impaziente come una bimba, tralasciando l’importanza del costo economico ed il fatto di impegnarmi il sabato e la domenica. Poi, un’altra novità è che abbiamo uno specchio bellissimo all’ingresso ed un mobile che abbiamo atteso per molto. Voi direte, chi se ne frega. A me, ancora di meno frega che a voi non freghi niente. Poi, la mia maestra di danza orientale è scappata in Turchia perché la mamma non sta bene. Mò, a me dispiace per carità. Il bello è che non si sa quando torna. L’altra novità è che la bassezza e la ignoranza della gente continua davvero a divertirmi e farmi ridere. Ed io che pensavo di non esserne più capace.

 

 

 

Ahi … serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello !

 

[ Dante Alighieri, Purgatorio – Canto VI ]

 

Ringrazio il mio integerrimo e da tutti odiato professore di lettere del liceo classico, se ancora queste parole vengono a galla nella mia mente dalla memoria più sotterranea. Di avventuriera poesia è pieno il mondo, e perfino certi blog. Ma la saggezza che s’accompagnava a quella del Vate non avrà mai eguali. Ciò detto, usurpo delle cosine molto interessanti ad amici blogger: il libro in prossima uscita di Mario Gelardi Liberami dal Male, che raccoglie e racconta la testimonianza di Mario Marchese, vittima di pedofilia clericale, la cui notizia riporto qui furtivamente dal blog di Salvatore. Inoltre, le riflessioni sul risultato elettorale di Carlo, e la incongruenza dei catto-destroidi che rifuggono come la peste l’Islam con annessi e connessi e gioiscono per il loro Presidente del Consiglio che è ormai il servo di un Dittatore come Gheddafi, film dell’orrore gentilmente tratto dal blog di Luca. Infine un viaggio dentro l’essere umano con le foto di Cesare. E poi lo so benissimo che non ci sono molto. Il tempo mi inganna, quando ho un momento libero mi illudo di poter scrivere qualcosa qui ed invece subito dopo gli impegni mi attanagliano e allora, salvo qualche sporadico commento, chiudo tutto. Ma non è così malvagio. Tanti auguri a quel pesciolino di mio fratello per oggi, che è il suo compleanno. E comunque buona Pasqua, giacchè ci siamo.

 

Per la cronaca

 

 


Ogni tanto un contatto corpo a corpo con gli amici del web ci vuole. E le occasioni, che sono sempre gentilmente concesse e mutuate da impegni professionali devastanti sia fisicamente che psicologicamente on the road, spesso non mi mancano. Ultimamente giro in giro come una trottola impazzita. Ma questa mattina mi ha fermata la Duché. Conclusi gli impegni lavorativi proprio nella sua città, scese le scale e affacciatami sulla strada, percorsa una decina di metri ho finalmente potuto vedere lo studio che ha messo su e riabbracciarla, che non ci si incontrava dalla visita alla mostra degli Fratelli Scuotto della scorsa estate. S’è chiacchierato di varie ed eventuali. S’è discusso delle diverse attitudini ed anche dei diversi modi di essere e di affrontare le cose e le persone. S’è parlato di mariti, di sogni che son desideri, di lavoro e di tante altre piccole realtà della vita quotidiana. Ma soprattutto si è tentato di tenere a bada Blake, un labrador che è tanto simpatico quanto cacacazzo che ti si butta addosso come una catastrofe naturale. Perché dovete sapere che Blake somiglia alla sua padrona. Mica per dire, le somiglia proprio. Anche in viso. Praticamente Duché c’ha la faccia da labrador. E dopo tanto che la conosco anche queste sono scoperte sensazionali da condividere. E comunque è un cane spiritato perché secondo me non è normale. Proprio come la padrona è spiritata e non è normale mica. Però a me la gente spiritata piace, in fondo. Perché ha quel quid di pazzia che mi rassicura. È incapace di indossare maschere perché si mostra in tutta la sua ossessività e naturalezza. O sarà solo perché in fin dei conti lei è e resta sempre la prima persona alla quale, attraverso questi schermi virtuali, mi sono affezionata ormai un bel po’ di anni fa. La prima che ho incontrato vis à vis. La prima cui ho voluto bene da subito. Di certo l’unica con cui non c’è bisogno di spiegare per sapere con certezza reciproca di cosa è fatto tutto ciò che ci lega.