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Di scritture e cieli chiusi

Si torna qui sempre come animali feriti. Non esiste altro luogo in cui medicarsi, prendere l’anima e darla al cielo. Si torna qui sempre come bambini caduti dalla bicicletta, a grattarsi le ginocchia sbucciate e rimirarsi le ferite. Non è possibile allontanarsi ed illudersi che alla prossima sarà per una buona ragione. Oh si, lo so. Lo so. Erano giorni diversi. Ma le mie unghie sono cresciute, e se provo a passarle sulla pelle quasi si conficcano senza che io lo voglia per davvero. Le ho dipinte di viola, come i drappi sacerdotali dei tempi di quaresima. Tempi di silenzio. Prima che, prima di. Prima da lì, poi per altrove. Perché le cose arrivano come fulmini. Rompono la pioggia, spaccano le nuvole. Illuminano a giorno le notti. Cadono a terra, fino a noi come se fossimo pronti, come se avessimo le mani ben aperte per ricevere. Ed invece ci prendono a schiaffi. Questo è un inganno, è una melma. È sabbia che fa affondare i piedi. È mare in burrasca, è tempesta levata. Ed uragani, e terremoti che non puoi sconfiggere. E così prendo la mia borsa, la innalzo sulla spalla come fosse l’unico, reale vessillo che possiedo. L’unico, reale mio segno di riconoscimento. Una perfetta sintesi della totalità. Mi stringo in un maglione come se fosse dicembre ed in questo pomeriggio nuvoloso, dall’aria schiacciata, corro in giro a verificare che il mondo vada avanti lo stesso. E a chiedermi come si fa ad imparare a camminare comunque. E dovunque. In ogni tempo. Anche se i piedi fanno male. Anche se è diluviato fino ad ora e si scivola. Anche se tutto, improvvisamente, dentro di me si è fermato. Tutto, tranne lo scorrere del sangue nelle vene.

 

 

Il segno vale per il ricordo, una recisione genera il cambiamento, le poche parole sono di un contorno, ed è solo il dettaglio che acquisisce importanza. Mentre ogni pensiero rallenta, non c’è cosa che appaia più luminosa di come in realtà è quando si sta al buio.

 

 

 

T’abbraccio forte, amica mia.

Siamo tutte con te. 


  

Certe storie ti vengono a cercare. Ti pedinano, ti implorano, piangono ai tuoi piedi disperate, si straziano, si struggono. Tu fuggi, fuggi, e loro corrono più veloci di te. Ti lasciano qualche metro in più a metà strada per la sola illusione di vederti sicura di farcela. Finché non ti superano. E non t’attendono lì, al traguardo. Con quell’aria di chi lo sapeva già. Ed impercettibile un te l’avevo detto da mandare giù. Certe storie ti vengono a cercare come un amante tormentato. Vivono delle attenzioni che dai, muovono la terra con le scosse che procuri. Certe storie ti vengono a cercare proprio quando credevi di non aver altro da dire, che non ci fosse altro da fare. T’accumulano i pensieri come il gorgoglio delle auto nel traffico in centro. Ne respiri gli scarichi e di quell’aria greve ti riempi i polmoni tanto da non poterne, poi, fare a meno. Certe storie ti vengono a cercare quando hai voltato le spalle e non vi è più alcuna ragione minima per restare. Ti sbarrano la strada. Non puoi calpestarle, né aggirarle, né scavalcarle. Nemmeno puoi attraversarle. Finché non le hai vissute. Fino a che non le hai uccise. Certe storie non hanno protagonisti, solo delle splendide, autentiche comparse. Senza un palco né una platea. Niente luci e battiti di mani. Perfette, eccellenti dissimulazioni. Certe storie ti vengono a cercare nei giorni in cui avresti mille cose da fare, e continui a startene con le mani in mano a pensare che in fondo ti frega nulla delle cose, della gente. Certe storie ti vengono a cercare e si siedono sull’unica sedia disponibile. Tu, a terra imbarazzata ed indecisa. Loro, maleducate, sfogliano i tuoi libri. Senza chiederti alcun permesso. Di certe storie credi di conservare per il domani un perfetto ricordo, la lezione da apprendere, il sogno da custodire. Come l’acqua, quando piove e ti sembra che camminare per la strada sia più bello, o più divertente, o più lento perché s’incontra meno gente. Mentre le parole s’inerpicano, per poi scendere a valle e smuovere le montagne, questa pioggia continua a venire giù e tu, tu ancora continui a pensare che sia bello e per nulla triste, o per nulla malinconico, o per nulla fastidioso. Perché le parole t’ingarbugliano, t’affidano compiti ardui, ti confondono. Ed invece l’unica cosa che sarebbe più giusto dire è che, semplicemente, l’acqua è fatta per bagnare. Così come questo silenzio è fatto per non parlare.
 
Dedicato

 

 

Pillole di giustizia

 

 

C’è una cosa che è davvero, forse più di tante altre, castrante in questa professione. E’ castrante per chi subisce, ma non solo. Certamente è meno castrante quando ti trovi dall’altra parte delle barricate. Ma quando sei una donna che difende sul campo altre donne cambia tutto. 

Indulto.

Sia lode a chiunque abbia approvato e legiferato a suo tempo per questo provvedimento i cui strascichi sono ancora attuali. Sia lode al defunto Papa Giovanni XXIII che spinse, politicamente, più di tutti ad un gesto di misericordia. Sia lode a tutti coloro che proclamavano lo scoppio delle carceri, la impossibilità di costruirne di nuove, la necessità di concedere per questo un regalo, pur condizionandolo a limiti temporali e non solo. E sia lode a tutti quelli che, tra molti altri sconfinati tipi di reati, possono uscire dalle aule di giustizia con una faccia soddisfatta e trionfante, mentre tu hai da incassare il colpo, e tornare nelle proprie case liberi, ancorché puniti soltanto formalmente, di continuare a padroneggiare violentemente tra le mura domestiche. A volte i giudici sono perfino umani. Li vedi guardare in faccia l’imputato esprimendo palesemente il segno di una disapprovazione etica. Da uomo a uomo. Intanto ciascuno deve recitare la parte che gli è stata affidata ed alla quale nessuno dei presenti può sottrarsi. Impugni la tua borsa e te ne vai salutando i colleghi presenti. Cammini un passo più avanti rispetto ad una donna che non ha compreso molto, a cui avrai modo di spiegare per bene tutto ciò che è accaduto. Cammini un passo più in avanti di lei, che anche guardarla negli occhi in quel momento è faticoso. E lei ti segue. Il rumore dei tuoi tacchi si confonde con quello dei suoi. Per un istante i due suoni si uniscono. Poi tornano dissonanti. La reclusione ? Quella è carta straccia. Non mancherà occasione in cui la moglie sarà costretta ad usarla per pulire il culo al marito, una volta tornati a casa. Questa, questa soltanto è l’unica cosa di cui sono certa.

Quotidiana Mente

Un Giudice di primo grado assolve tutti, e poi se ne va chiedendo al C.S.M. un trasferimento per altro Tribunale. Dopo la sentenza del 2007 la situazione è scottante. E alla gentil giudice viene concesso di andare altrove. San Giuliano non si ferma e grida vendetta, il Collegio di Appello questa volta non si lascia intimorire e risponde per le rime a tutta la comunità. A volte, la giustizia esiste. Pubblico plauso ai magistrati coscienziosi. A volte, in Italia, è ancora possibile essere puniti per violazione di regole. Non male, di questi tempi. Nel frattempo un insegnante di religione muore per overdose. I giornali titolano inspiegabile morte di una brava persona, proveniente da buona famiglia, un uomo educato e gioioso, la moglie ignorava l’uso di stupefacenti. Evidentemente si drogava per sport. E lo faceva in una palestra nascosta agli occhi del mondo. Lì, forse, s’allenava solo lui. E poi, vuoi mettere. Insegnare religione non è da tutti. I giornali avranno dimenticato di scrivere anche che andava ogni domenica a messa, non commetteva atti impuri, non rubava, non diceva falsa testimonianza. Magari non desiderava neanche la donna d’altri. Chissà se desiderava di essere felice. Sarebbe stato sufficiente per morire. Nei dintorni vogliono piazzare una bella centrale nucleare. S’agitano gli animi. Chissà cosa succederà. Intanto si vocifera di un commissariamento per una delle più grandi aziende esistenti, appartenente ad una holding internazionale. Lo stilista Cavalli ha intenzione di staccarsi dal gruppo. Giustamente. Ciascuno fa i propri interessi. Ferré invece no, ci crede ancora. Ha acquistato il marchio. E chissà chi dei due è il più coraggioso. Per il resto si assiste ad un fantastico ed entusiasmante turn over di gente in giacca e cravatta che si siede al tavolo dei consigli comunale e provinciale, a volte anche regionale. Chi credevi si candidasse a sindaco non si candida più, chi dichiarò di mai candidarsi si candida. Non so se è la rabbia a montarmi dentro, o una sorta di tristezza. Giorni fa ho conversato con un collega. Diceva che gli piacerebbe starci dentro. La politica è un gioco sporco, come la religione. E noi lo sappiamo molto bene. Non mi sono meravigliata del suo candore, della sua sicurezza nel rispondermi lo so, se non ti sporchi non cammini. La sanità ha i conti che non quadrano. La sanità è insana come molte menti di questa terra. Qui è pieno di pazzi. Li vedi per strada. Molti di loro sono persone che hanno un trascorso felice, di lavoro e di famiglia. Poi per qualche ragione impazziscono, e li vedi blaterare sui marciapiedi contro la gente. Qui i pazzi non li vede nessuno, anche se loro ti si mettono di fronte e non ti lasciano passare. La gente del posto i pazzi non li vede. Io li vedo perché mi fermo. Con alcuni ci parlo. Tre giorni fa uno di loro è morto, si è tagliato le vene. Io forse gli volevo anche bene. Intanto c’è il sole oggi. La neve si è sciolta. Gli autobus sono in perfetto orario. Tutto funziona a misura di un uomo che in realtà non esiste. La spazzatura, quella è sotto il tappeto. E finché non la smuovi neanche puzza.

Under skin

Che poi sono momenti, piccoli. Istanti, impercettibili forse. Che ne sai tu. L’attimo dello sblocco. Che ne sai, tu. Tipo quando pensi ad una cosa e l’unico gesto che può accompagnarti nel pensare a quella cosa è allungare le gambe sulla scrivania. Che scosti la sedia un po’ e ti fai spazio. E ti dici che in fondo non te ne frega niente di chi ti può guardare, entrando. Che importa adesso. Meno di poco. Quasi niente direi. Svelti, momenti tanto svelti che tu neanche immagini quanto, sono quelli in cui perfino ti viene da ridere ripensando a certe parole. Tipo, ma tu chi sei. Eh. Ed il bilancio con il peso fuori misura, quello del cosa sei. La risposta sarebbe stata molto, molto più semplice. Strofinarsi la fronte, e rispondere alle domande degli altri quando sei sola. Come la nebbia. Che così nessuno ti può sentire, gli occhi non te li possono guardare. E le cose sono più leggere e se si disperdono poi conta poco, molto poco. Quante cose che ci stanno tutte insieme e i conti che ancora non hai imparato a fare come si deve. Foglio alla mano, matita sull’orecchio, e quadrature che non quadrano, e metri con cui non sai misurare, e cose da mettere e cose da togliere. E poi niente, questo. Tipo che all’improvviso ti guardi le mani appoggiate sulle gambe allungate. Ti guardi le mani, e sono un po’ screpolate.

Il tempo buono

Per tendere le mani. Riempirle. E chiuderle. Di nuovo. 

Ed è il tempo buono per non perdere tempo. Per non aspettare di fare, di dire, di pensare, di andare. Per cogliere tutto come se fosse quello, e quello soltanto, il momento in cui farlo. Anche se sai bene che non è altro che l’inizio di una prosecuzione che fine non può avere. E così è un istante, quello che devi aver voglia di cogliere davvero, fino in fondo. E’ un istante che si decide, si prende la macchina in piena mattinata così, senza pensare. Senza chiedersi e domandarsi oltre. Perché il momento è quello, e non puoi lasciartelo sfuggire. E andare. Perché se dispiace non esserci, dispiace anche a chi ti vorrebbe presente. E così tra il sei una testona di questa quì, il ti adoro, pazza di quest’altra, il sei una grande di quest’altra ancora beh, non ci vuole poi molto a farsi quattro ore di strada, con gli annessi e connessi, per stare con loro il tempo di mangiare una pizza insieme. Di parlarci come se ci vedessimo ogni giorno, senza discutere del superfluo ma sempre, ancora, comunque del nostro quotidiano. Un grazie all’uomo migliore che avessi mai potuto desiderare nella mia vita, che mi lascia libera di essere la donna che sono e che mi ha fatto il regalo oggi di niente treni ? ok dai, vai ma sta attenta. Un grazie al marito di Nya, che l’ha portata così vicina a noi abitanti di Terronia da poterle sorridere guardandola negli occhi. E un grazie a Duchy, Nya e ad Angel, perché stare con loro è stato esattamente come tra queste pagine. Simpatia, affinità anche se tutte e tre molto diverse, risate e parole sussurrate da intendere soltanto noi, ed il resto dell’affetto che ci lega fortemente è tutto quello che noi sappiamo. Difficile da scrivere. Più facile da vivere.

30.07.2008

A style

Succede che senti il bisogno delle distanze, delle distanze grosse. Quel bisogno di conservazione, di chiusura e protezione, quel bisogno di autarchìa dei sentimenti e della propria vita. Come di quando ci si sente fuori da alcuni meccanismi, fuori da alcune logiche che sai essere stravolte, fuori da alcune stronzate. Fuori da cazzate. Succede che ti servi di una manciata d’inchiostro virtuale, pressapoco in dieci minuti, per tirar fuori storie, storielle. Storielle, personaggi. Personaggi, bozze di manoscritti. Manoscritti, e copioni. Copioni e attori, attori e battute, battute e risposte, risposte e altre stronzate ancora. Cazzate più grosse. Ma ci sono cose, ci sono cose che copioni non ne seguono. Ci sono cose che vanno esattamente come non si sa cosa, non si sa chi ha stabilito. Ci sono cose che non puoi relegare, non puoi confinare, non puoi rimpicciolire. Ci sono cose che non nascono perché ti viene spedito un regalo per un’occasione, perché ti fanno compagnia da tempo, perché stabilisci stupidi feeling fini a sé stessi. Ci sono cose che non puoi zittire. Ci sono persone che sono fantasmi perchè scegli che tali siano, e tali sono effettivamente nelle loro vite. E ci sono persone di cui senti le mani tremare, gli occhi inumidirsi, i pensieri scontrarsi la sera, la paura sorprenderle d’improvviso, il cuore battere controtempo. Lo senti, e non le vedi. Ci sono persone che si prendono un pezzo del tuo cuore, quasi senza sapere di farlo. Se lo prendono, proprio un pezzo del tuo cuore. Quel cuore che cuore non ha, agli occhi dei più. Se lo prendono e se lo conservano. La spina l’attacca qualcosa d’invisibile. Qualcosa di incomprensibile ancora oggi. Eppure senti le scosse. Non ho molto da scrivere. Non ho molto perché anche il molto sarebbe poco. Non ho molto perchè non sono capace di mostrare sempre nel giusto modo quel che credo, quel che spero, quel che penso, quel che voglio. Sono una testa dura. Una testa dura, che non guarda in faccia a nessuno, poco abituata all’affettività e diffidente. Ma in faccia a te c’ho guardato. In faccia a te c’ho guardato e m’è rimasta addosso la tua canzone. E con lo stesso sguardo ti posso dire soltanto, amica mia, di non mollare la presa. Di riuscire a vivere questo infinito, lunghissimo giorno nefasto senza sera, sapendo che quelli migliori sono dietro l’angolo. Di tenere duro. E se mi fermo quì scusami. Dicono che le lettere abbiano sempre da finire con una conclusione. Io la conclusione non la conosco, e ti voglio bene lo so, lo so che forse può non bastare. E’ che le mani mi tremano. Mentre vorrei solo essere capace di tenerle ferme e salde, per stringere la tua, e dirti che non sei sola.