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Tempo

Si torna sempre dove si è nati. Prima o poi, per quanto la strada possa dividere vite o immagini o parole, si torna sempre lì. So che questa neve non fa paura, che non ci sarà ghiaccio stanotte e che il sole ricomincerà presto a splendere in questo assurdo inverno tropicale. Soffieranno monsoni del Pacifico. Tutto si asciugherà e di nuovo si bagnerà di pioggia per giornate intere che sembrerà di affogare. Ed io non mi farò cogliere alla sprovvista, saprò dove ripararmi. Ed avrò carta che conserverò gelosamente, lontano dall’acqua. Lontano, con me. Si torna sempre dove si è nati. Ed io amo questo posto per quello che mi ha dato, per quello che mi ha mostrato di me. Degli altri. Perché mi ha insegnato che guardarsi allo specchio può essere l’abisso, si. Ma può anche farti vedere ciò che non sapevi di essere. Non credevi di avere. Non immaginavi potesse accadere. Ho bisogno di tornare qui, ogni volta che potrò. E’ per questo che non manderò mai all’aria questa mia casa di parole, non consentirò ad alcun terremoto di abbatterla e non lascerò che le tempeste se la portino via. Avrò sempre il mio specchio, una sedia, un bicchiere vuoto da riempire. Una sigaretta da fumare, un quadro da osservare, un libro da leggere, un vestito da indossare. Un cappello per coprirmi la testa. E togliermi le scarpe quando entro.

 

Che alla fine starmene così, senza poter dire una sola parola, non è granché soddisfacente. Perché in realtà il mio desiderio più profondo sarebbe quello di sferrare calci come un mulo. C’è che mi ritrovo con un vestito che non è mio, e farci i conti non è facile mentre sto seduta in un posto qualsiasi di questo assurdo luogo dove mai avrei pensato di trovarmi. E, perché no, anche questo può avere il suo insito insegnamento. Ed io credo di averlo già egregiamente scovato. Perché si, so stare. Non un passo indietro, né uno soltanto in avanti. E questo non mi consola. Ma devo a me stessa, mai come questa volta, il coraggio di affrontare il gigante con i colpi a mia disposizione. E sono contati, lo so. Devo a me stessa la forza di ripartire dal punto in cui sono stata costretta a fermarmi. Devo a me stessa la determinazione, la perseveranza. Perché io non mollerò. E non mollo. Succede, è proprio così, che arriva un momento in cui dal baratro profondo non puoi far altro che risalire. Perché grattare consuma le unghie ed una tigre con gli artigli spuntati non s’è mai vista. È vero, non riesco a scrivere niente di ciò che avrei voluto. Perché le parole possono anche andarsene, ed io oggi non ho intenzione di rincorrerle. Il fiato è ancora troppo corto. Ma il passo è sicuro. Quando mia figlia cammina e quasi cade le dico sempre: il segreto, amore, è guardare avanti e non dove metti i piedi. Se guardi dove metti i piedi cadi. Se guardi il tuo obiettivo lo raggiungerai. Io il mio obiettivo non lo perdo di vista. Non lo farò mai. Perché prima che ciò accada avrò smesso di vivere. E se qualcuno pensa anche solo per caso, anche solo per noia, anche solo lontanamente di potermi fare del male forse questa persona non sa che è proprio grazie a lei che ho imparato a cacciare e procurarmi il cibo. Pazienza dietro al cespuglio. Risolutezza nell’agguato. Tornando a casa con il mio bottino.

 

 

Un grazie per il suo insostituibile sostegno a mio marito che è l’amore della mia vita, l’unico uomo che ha saputo conquistarmi sempre e per sempre.

In grana

 

Mi chiamo Sabbia ed ho i pensieri sudati. Attenzione, afa. Attenzione, bollino rosso. Io lo vorrei giallo un bollino. Per mettere in allerta la gente distratta come solo i semafori in piena notte sanno fare. Brutta storia aver a che fare con i dettagli. Entro in un bar e mi ritrovo sotto un ventilatore che recita il suo requiem preferito, rimestare l’aria rarefatta spingendola da destra a sinistra, dall’alto al basso. Mai un vortice. Due pesi, due misure. Due pesi, una misura a volte. Tre pesi, nessuna misura. Reggo il confronto. Rifuggo inutili ostentazioni. Mi nascondo sotto al mare. Calpestare, forse. Poi uno schizzo d’acqua e tutti si divertono come se non fosse mai accaduto niente. C’è un posto in cui mi sono stancata di stare, ha le mura annerite dal carbone e angoli troppo pieni di vecchie scatole. E nell’aria delle stanze ridonda sempre la stessa musica, scritta da mani rugose mascherate con perfetti guanti bianchi. E tutto un tintinnio di stranezze che come bicchieri di cristallo si scontrano e si frantumano. C’è un posto in cui mi sono stancata di stare, c’è appeso un lampadario d’altri tempi che non fa luce da anni e un vecchio tavolo con i piedi rotti. Scalinate impolverate, finestre chiuse, porte con infinite mandate. Mi chiamo Sabbia, vivo nel deserto. Ma per certo so che non ci morirò.

 

 

Riflessi di specchi

Spalancare gli occhi sul mondo e prenderlo tutto nelle tue mani, questo è quello che vedo. Non avrai paura del buio quando capirai che proprio quello è il giusto tempo per dar vita ai tuoi sogni, e non dimenticherai di alzare il tuo sguardo al cielo anche quando lo vedrai carico di nuvole. Perché qualcuno vorrà insegnarti che la pioggia è noiosa e triste, ed è perché non sa che in quei giorni soltanto quell’acqua può benedire la terra e far nascere una vita nuova. Tutto s’impara, tutto può essere appreso se lo vorrai. Come scrivere e sapere che la parola è quanto di più potente esista, che con essa puoi costruire e distruggere in un attimo infinite realtà, tirar fuori infinite emozioni, e allo stesso modo rinchiuderle tutte in un solo rigo, concluderle con un drastico punto quando sentirai dentro di te che sarà necessario aspettare per il resto. Come cantare una canzone e ricantarla dopo anni, ti fermerai quando sembrerà che qualche parte del testo non era proprio come la ricordi e ricomincerai daccapo finché, testardamente, non chiuderai gli occhi per richiamare alla tua memoria ogni istante. Come fermarti a contare i detriti nel fiume, sedendoti su di una larga pietra. Tutto s’impara, tutto può essere appreso se avrai la pazienza di non chiudere il libro prima di arrivare all’epilogo, di asciugare le lacrime e ricominciare, di alzarti da terra dopo una caduta, di stringere i denti quando ti sembra di non farcela. Come indossare tutti gli abiti che ti viene richiesto di indossare e di poi spogliartene repentinamente, presentandoti solo ed esclusivamente con quello tuo preferito. Come non piacere a tutti e non farti piacere tutti. Ogni cosa può essere appresa e di ogni cosa potrai ridere. Come della gente che ha risposte anche quando non hai fatto domanda alcuna, che impara una nenia a menadito ma ignora il suono delle voci di un tempo, che avrà l’ardire di giudicare il tuo mondo senza aver prima affondato la testa nel proprio. Di ogni cosa potrai fare tesoro, qualunque evenienza ti sarà di aiuto se capirai l’importanza dei presupposti. Come non commettere mai due volte lo stesso errore, come non dimenticare che è l’amore l’unico, vero motore dell’universo, come non consentire a nessuno di toglierti dignità, come non poter amare il distante se prima non ami il vicino. Perché per certe cose ci sarà sempre tempo ma per altre i secondi saranno vitali, e ti guarderai indietro qualche volta non necessariamente per rimpiangere chi non c’è più quanto per non dimenticare mai con te stessa il bene che n’è derivato. E ti ritroverai, si, a camminare sulla sabbia a fatica ma resisterai per quella intensa voglia di correre verso il mare. Imparerai a perdonare le esasperazioni, i saccenti dell’ultima ora, le chiacchiere da bar e l’incongruenza di certi comportamenti. Saprai tacere al giusto momento, e al tempo debito parlare. Ti difenderai, colpirai. E non dimenticherai mai di conservare una foto che, sbiadita o ancora vivace nei colori, potrai guardare. Toccarla, senza specchio. Osservarne i particolari, di tempi diversi o di diverse luoghi. Ma sempre, in ogni caso, riconoscerti.

NoveDieciUndici

 

 

 

Sono nata nel silenzio della notte. Lungo il corridoio buio del reparto c’erano le stanze semichiuse e luci soffuse. Porte a nascondere, coprire. Tutto un raccontare sotterraneo di vite appena giunte, una fiaba raccolta nel sonno. Le urla di mia madre sono diventate incessanti con il calare del sole, ed io le sentivo. Ma ogni cosa ha il suo tempo, e non ho potuto far altro che aspettare il mio turno. Ricordo mio padre ed il suo viso sfinito, sgomento. Dibattuto a tratti. Impotente. Ricordo mio padre ed il suo amore immenso, così silenzioso, racchiuso tutto in una mano tesa. A volte in poche parole. Altre in qualche lacrima trattenuta. Poi è stato tutto un attimo velocissimo. Il freddo della sala operatoria, il verde dei teli ed i tagli sulla pelle si sono confusi per qualche istante creando una sorta di realtà parallela. Io ho urlato, con tutte le mie forze. Con tutta la mia volontà. Ho urlato per dirle che c’ero finalmente, che non aveva più nulla da temere. Che non era più solo un sogno. Un’attesa. Ho urlato perché lei mi rispondesse subito, non appena mi hanno strappata via dal suo corpo. E lei, stremata, mi ha sentita. Mi ha guardata negli occhi, in questi occhi che ho profondi e grandi come due perle nere, e tra le lacrime improvvise mi ha chiamata per nome. Amore mio, sono qui. Amore mio, sono qui. La tenera commozione di mio padre ed il suo grazie a mia madre è stato il primo esempio di amore che ho ricevuto. E mentre nel cuore della notte tutti brindavano io respiravo il respiro di mia madre. E quel profumo della sua pelle che ho sentito da dentro per tanto tempo. Novedieciundici. Certo, avrebbe potuto essere anche un altro giorno. Ma evidentemente, come ha detto qualcuno di me, sono nata con un gran senso delle proporzioni.  
 

 

 

Questa lunga, calda estate dovrà pur finire prima o poi. Non può durare ancora molto. C'è bisogno d'acqua e di quiete, e di quel generoso silenzio che sta nel lavorio della terra mentre prende ciò di cui ha bisogno.

 

Istanti temporali

 

 

 

La verità, quella più intima, è che ci sono storie e storie. E non tutte sono fatte per essere raccontate. E poi piove, e io questa volta non l’avevo chiesto. Ma scroscia dal cielo un’acqua così violenta, di quelle che d’autunno ti fanno fermare sotto un balcone senza ombrello che tu all’improvviso ti ritrovi ad osservare la gente nel traffico, chiusa nelle sue auto, nervosa. Impazzita. Allora capisci che ci sono giorni e giorni di stagioni diverse e alternate, e che se non sai riconoscerli finisci per rimanere nel recinto di un pensiero senza mai riuscire a scavalcarlo. Ci sono nuvole accaldate e serrate di lucchetto, e ce ne sono delle altre piene di benedizione per una terra rimasta arida troppo a lungo. Guardarsi indietro è un attimo, e non sempre un male. Guardarsi indietro e riconoscersi in ogni parola detta, o scritta, in ogni gesto cattivo o buono che sia stato ti fa riaprire la botola. E ti accorgi che il vecchio specchio sepolto sotto la polvere sa riflettere ancora quello sguardo a tratti smarrito, spesso deciso, troppe volte accigliato. Io me lo ricordo. Io me la ricordo ancora. Quella inquietudine che non ti lascia mai, o almeno così sembra. È un istante e qualcosa improvvisamente si sdoppia. Come un’anima che si separa sé, una parte di te affonda e mani nella sabbia bagnata e ride per il solo gusto di aver fatto un gesto da bambina. Ed ogni volta che questo succede si avverte un’urgenza, un bisogno che, lo sai, devi tirar fuori nel momento stesso in cui lo riconosci. Ci sono pagine di libri come questo posto che non ingialliscono mai, il cui inchiostro non sbiadisce nel tempo e le cui parole sono sempre le stesse. Ma così diversamente animate, così profondamente nuove. Se avessi un altro vocabolario, giuro, lo userei. E se esistesse una lingua con segni grafici ed idiomi a me sconosciuti io la scriverei, la parlerei. Ma ognuno ha la sua, ed io la mia me la ritrovo sulla pelle. E potrei continuare, è vero, a vestirmi, e a coprirmi dal freddo che taglia la faccia, dal sole che scotta le spalle. Mentre in realtà c’è un giorno come questo in cui hai da svestirti per forza. E ti sorprende quanto sia piacevole, dopo tanto tempo, sentire la brezza dell’aria addosso. E il vento forte del temporale, e la pioggia sui piedi e quasi scivolare per strada ed invece poi rialzarsi e accorgesi di avere le braccia tutte bagnate. Ed in quel momento aprire le mani. Prendersi tutto quello che arriva. Ed infine restare. Silenziosamente stare in quell’angolo di sé ritrovato. Non muoversi di un solo passo. Finché non smette. 
 La verità, quella più intima, è che ci sono storie e storie. E non tutte sono fatte per essere raccontate. E poi piove, e io questa volta non l’avevo chiesto. Ma scroscia dal cielo un’acqua così violenta, di quelle che d’autunno ti fanno fermare sotto un balcone senza ombrello che tu all’improvviso ti ritrovi ad osservare la gente nel traffico, chiusa nelle sue auto, nervosa. Impazzita. Allora capisci che ci sono giorni e giorni di stagioni diverse e alternate, e che se non sai riconoscerli finisci per rimanere nel recinto di un pensiero senza mai riuscire a scavalcarlo. Ci sono nuvole accaldate e serrate di lucchetto, e ce ne sono delle altre piene di benedizione per una terra rimasta arida troppo a lungo. Guardarsi indietro è un attimo, e non sempre un male. Guardarsi indietro e riconoscersi in ogni parola detta, o scritta, in ogni gesto cattivo o buono che sia stato ti fa riaprire la botola. E ti accorgi che il vecchio specchio sepolto sotto la polvere sa riflettere ancora quello sguardo a tratti smarrito, spesso deciso, troppe volte accigliato. Io me lo ricordo. Io me la ricordo ancora. Quella inquietudine che non ti lascia mai, o almeno così sembra. È un istante e qualcosa improvvisamente si sdoppia. Come un’anima che si separa sé, una parte di te affonda e mani nella sabbia bagnata e ride per il solo gusto di aver fatto un gesto da bambina. Ed ogni volta che questo succede si avverte un’urgenza, un bisogno che, lo sai, devi tirar fuori nel momento stesso in cui lo riconosci. Ci sono pagine di libri come questo posto che non ingialliscono mai, il cui inchiostro non sbiadisce nel tempo e le cui parole sono sempre le stesse. Ma così diversamente animate, così profondamente nuove. Se avessi un altro vocabolario, giuro, lo userei. E se esistesse una lingua con segni grafici ed idiomi a me sconosciuti io la scriverei, la parlerei. Ma ognuno ha la sua, ed io la mia me la ritrovo sulla pelle. E potrei continuare, è vero, a vestirmi, e a coprirmi dal freddo che taglia la faccia, dal sole che scotta le spalle. Mentre in realtà c’è un giorno come questo in cui hai da svestirti per forza. E ti sorprende quanto sia piacevole, dopo tanto tempo, sentire la brezza dell’aria addosso. E il vento forte del temporale, e la pioggia sui piedi e quasi scivolare per strada ed invece poi rialzarsi e accorgesi di avere le braccia tutte bagnate. Ed in quel momento aprire le mani. Prendersi tutto quello che arriva. Ed infine restare. Silenziosamente stare in quell’angolo di sé ritrovato. Non muoversi di un solo passo. Finché non s

La verità, quella più intima, è che ci sono storie e storie. E non tutte sono fatte per essere raccontate. E poi piove, e io questa volta non l’avevo chiesto. Ma scroscia dal cielo un’acqua così violenta, di quelle che d’autunno ti fanno fermare sotto un balcone senza ombrello che tu all’improvviso ti ritrovi ad osservare la gente nel traffico, chiusa nelle sue auto, nervosa. Impazzita. Allora capisci che ci sono giorni e giorni di stagioni diverse e alternate, e che se non sai riconoscerli finisci per rimanere nel recinto di un pensiero senza mai riuscire a scavalcarlo. Ci sono nuvole accaldate e serrate di lucchetto, e ce ne sono delle altre piene di benedizione per una terra rimasta arida troppo a lungo. Guardarsi indietro è un attimo, e non sempre un male. Guardarsi indietro e riconoscersi in ogni parola detta, o scritta, in ogni gesto cattivo o buono che sia stato ti fa riaprire la botola. E ti accorgi che il vecchio specchio sepolto sotto la polvere sa riflettere ancora quello sguardo a tratti smarrito, spesso deciso, troppe volte accigliato. Io me lo ricordo. Io me la ricordo ancora. Quella inquietudine che non ti lascia mai, o almeno così sembra. È un istante e qualcosa improvvisamente si sdoppia. Come un’anima che si separa sé, una parte di te affonda le mani nella sabbia bagnata e ride per il solo gusto di aver fatto un gesto da bambina. Ed ogni volta che questo succede si avverte un’urgenza, un bisogno che, lo sai, devi tirar fuori nel momento stesso in cui lo riconosci. Ci sono pagine di libri come questo posto che non ingialliscono mai, il cui inchiostro non sbiadisce nel tempo e le cui parole sono sempre le stesse. Ma così diversamente animate, così profondamente nuove. Se avessi un altro vocabolario, giuro, lo userei. E se esistesse una lingua con segni grafici ed idiomi a me sconosciuti io la scriverei, la parlerei. Ma ognuno ha la sua, ed io la mia me la ritrovo sulla pelle. E potrei continuare, è vero, a vestirmi, e a coprirmi dal freddo che taglia la faccia, dal sole che scotta le spalle. Mentre in realtà c’è un giorno come questo in cui hai da svestirti per forza. E ti sorprende quanto sia piacevole, dopo tanto tempo, sentire la brezza dell’aria addosso. E il vento forte del temporale, e la pioggia sui piedi e quasi scivolare per strada ed invece poi rialzarsi e accorgersi di avere le braccia tutte bagnate. Ed in quel momento aprire le mani. Prendersi tutto quello che arriva. Ed infine restare. Silenziosamente stare in quell’angolo di sé ritrovato. Non muoversi di un solo passo. Finché non smette. 
 

 

 

Uno a zero palla al centro

 

 

 

Dice che da qualche parte si deve pur ricominciare. Eh, da quale? Vediamo. Partiamo dal recente. Oh si, ho avuto modo di soggiornare tre giorni e tre notti nel reparto di otorinolaringoiatria dell’ospedale della mia città. Mbè, mica pizzi e fichi. Qua le cose quando si fanno si fanno sempre particolari rispetto alla massa. Sinteticamente l’orecchio destro decise di abbandonarmi pian piano con un dolorino dapprima fastidioso e poi pungente da morire, e di non rispondere testardamente alla terapia data dal medico di base presso il quale mi recai giorni prima. Dopo notti insonni il marito, invero assurdamente paziente ed amorevole con me, decise di portarmi al pronto soccorso. E veramente tutti e due avevamo anche un po’ paura per il frutto del nostro ammmore. Mo una cosa la devo dire: non sono femmina lamentosa, ma per urlare io per tre giorni a quella maniera non era proprio più situazione. Con l’antibiotico del medico poteva stare pure dieci giorni. Non c’avrei cavato un ragno dal buco. Al p.s., stranamente vuoto nel cuore della notte, un cellòne di medico giovane mi fa essignòra, lei c’ha la pancia di cinque mesi e una terapia già prescritta, che lo chiamo a fa’ il collega specialista? (Che ne pensi, prima di chiamarlo, di visitarmi almeno la recchia? Niente da fare. Manco mi vede). Vada a farsi un controllo al primo piano. L’ostetrica, che ovviamente data la situazione mi profila la necessità di un otorino (ma non mi dire dai!) fa comunque un’ecografia, per sicurezza. La mia stella, stremata anch’essa dalle urla e dai pianti incessanti, s’era ficcata sotto sotto l’utero, stava tutta rannicchiata. Con il cuoricino che batteva forte. Scendiamo di nuovo in p.s. con un referto di ginecologia in cui era scritto si consiglia consulto otorinolaringoiatrico ma il cellòne, evidentemente fiero della sua incompetenza o forse infastidito dall’unica richiesta ricevuta quella notte, mi rimanda a casa. Arrangiati. Il marito, testardo e ormai stremato dalle mie urla, mi porta alla guardia medica (che è pure assurdo ‘sto fatto che uno esce dal p.s. per andare alla guardia medica, vé? Eppure è andata così) che appena mi vede l’orecchio (senza otoscopio perché era tutto completamente chiuso da fuori) mi fa essignòra, e lei deve andare in p.s., e qui ci vuole il cortisone, e qui ci vogliono le punture, e qui, e lì. Non so se piangevo più per il dolore o per la rabbia. Si incazza il marito (no dico, giuro: si incazza!), torniamo in p.s., il medico cellòne si passa una mano sulla coscienza e forse spaventato dal certificato della guardia medica che richiedeva visita immediata specialistica chiama l’otorino di turno il quale, lemme lemme, arriva dopo due ore circa, mi visita tra i pianti e la disperazione totale e chiede al marito ma a parte l’orecchio, la signora come sta, la gravidanza come va? Il marito con tutta la forza rimastagli risponde con tono rapido ma deciso dottore, mia moglie è un toro. A me un poco mi veniva da ridere però continuavo a piangere per il dolore, pure per non passare per scema che piangevo e ridevo insieme. Al che l’otorino proferisce le salomoniche parole è una infiammazione diffusa, una infezione dei tessuti esterni … RICOVERO URGENTE. Eh? Ricovero urgente. Oh ma di che? Ho detto ricovero urgente. Ah … non avevo capito. Mi spara un anestetico immediato che mi procura un vago sollievo, per poi sistemarmi a letto e iniziare la massiccia cura che ho dovuto proseguire anche a casa una volta uscita. Insomma un soggiorno tra una flebo di antibiotico e una puntura di cortisone, purtroppo necessari ed indispensabili ma che, a quanto pare, non hanno fatto danno. Però, come sempre, ci sono uscite anche delle cose positive. Per esempio, ho fatto amicizia con una ragazza, una signora e sua mamma, un signore e due infermieri. E pure con la tipa che portava il pranzo e la cena in reparto, che una sera le ho chiesto sorridendo se si poteva sostituire il prosciutto cotto con la coscia di pollo. La sua disponibilità, strizzandomi l’occhio in segno di complicità, è stata mitica. Quest’è il dunque. Ma che l’ho detto che mia figlia è femmina? Mi sa di no. Mia figlia è femmina. E io lo sapevo dal primo momento. E c’ha pure lo stacco di coscia. All’ecografia morfologica, i cui valori riscontrati sono tutti nella norma, è risultato che mia figlia è magra e lunga. Come il papà, dico io. Perché se era lunga ma un poco rotondina era più come la mamma. E poi mia figlia nella pancia si prende i piedi con le mani, fa la contorsionista. Si contorsiona da morire e non sta ferma un attimo. La ginecologa fa sempre un po’ fatica alle ecografie perché quella fa la dispettosa. Si mette di culo e non si schioda più. Dopo l’esperienza orecchio violento a mia figlia ho detto che noi femmine siamo nate per soffrire dolori fisici ma anche per vivere grandi vittorie morali. Un modo come un altro per prepararla fin da ora a certe cose. Poi ho pensato che è davvero troppo presto per fare questi discorsi, e allora l'altra sera, mentre mi accarezzavo la pancia e lei si muoveva mi sono tornati in mente tutti i racconti che finora ho sentito sul parto. Dio ci scampi e liberi almeno dalle emorroidi.

 

Istinti

 

 

 

E mi viene naturale. Portare le mani alla pancia. E pensare istintivamente che così ti proteggo dalla falsità, dall’invidia, dal buonismo, dalle frasi di circostanza. Che così ti sto proteggendo dalle menzogne della gente, dalla sua grettezza manifesta, dalle sue convinzioni d’occasione sempre fini a loro stesse e senza traguardo, senza arrivo. Ed invece non ti posso proteggere da niente di tutto questo, domani. Probabilmente anche tu vivrai l’intrattenersi a parlare con qualcuno solo per non risultare scortese, e dire grazie fingendo di credere ad un pensiero che, in realtà, gentile non è e non ci vuole molto ad accorgersene. Probabilmente anche tu imparerai a perdonare non perché qualcuno lo meriti ma solo perché a tua volta sei stato perdonato, e solo per vivere libero da ogni laccio, da ogni catena che rischieresti di trascinarti al piede. E sicuramente anche tu ti scontrerai con i visi flaccidi di chi abbozza felicità inesistenti, di chi finge vite straordinarie che terminano un attimo dopo aver girato l’angolo della strada, di chi crede di riscattarsi indossando vestiti nuovi su di un vecchiume evidente e mai davvero dismesso. Ecco, se potessi ti proteggerei da questo, anche da questo. Ma è una illusione di adesso, del potere che ho su di te perché ti porto dentro e ti sento crescere, vivere. È un’illusione del potere che ho su di te pensando che sei mio e basta. Domani sarai del mondo. Non camminerò davanti a te, né dietro. Silenziosamente, in mezzo a questa gente confusa e ridicola come confusi e ridicoli sono i tentativi di mostrarsi affettuosa, ti camminerò accanto. E proverò, ci proverò a non darti indicazioni. Le cose a richiesta sono molto tristi e da gente media. Tu non ne fai parte neanche lontanamente, è quello che ha detto qualcuno di me, e forse inconsapevolmente anche di te. Saprai allora dove andare e cosa dire. Starò zitta e ti osserverò. Imparerai a distinguere e riconoscere. A pelle, lo so già. Proprio come tua madre.

 


 

Un grazie a mio figlio e al mondo che porta con sé così nuovo e così intenso da non riuscire ad esprimerlo, al papà perché è l’unico uomo che sa riempire il nostro cuore, a zia Milly, Duchy e Cielo per essere davvero felici, a Viv per la visita, a quell’istinto reale e solido che non fa smettere di scavare dentro.