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Tempo

Si torna sempre dove si è nati. Prima o poi, per quanto la strada possa dividere vite o immagini o parole, si torna sempre lì. So che questa neve non fa paura, che non ci sarà ghiaccio stanotte e che il sole ricomincerà presto a splendere in questo assurdo inverno tropicale. Soffieranno monsoni del Pacifico. Tutto si asciugherà e di nuovo si bagnerà di pioggia per giornate intere che sembrerà di affogare. Ed io non mi farò cogliere alla sprovvista, saprò dove ripararmi. Ed avrò carta che conserverò gelosamente, lontano dall’acqua. Lontano, con me. Si torna sempre dove si è nati. Ed io amo questo posto per quello che mi ha dato, per quello che mi ha mostrato di me. Degli altri. Perché mi ha insegnato che guardarsi allo specchio può essere l’abisso, si. Ma può anche farti vedere ciò che non sapevi di essere. Non credevi di avere. Non immaginavi potesse accadere. Ho bisogno di tornare qui, ogni volta che potrò. E’ per questo che non manderò mai all’aria questa mia casa di parole, non consentirò ad alcun terremoto di abbatterla e non lascerò che le tempeste se la portino via. Avrò sempre il mio specchio, una sedia, un bicchiere vuoto da riempire. Una sigaretta da fumare, un quadro da osservare, un libro da leggere, un vestito da indossare. Un cappello per coprirmi la testa. E togliermi le scarpe quando entro.

Senza Con Sistenza

È tutto qui, il resto è troppo. Mi hanno detto che c’è un gruppo di sbarbatelli che marina la scuola al mattino e che si va a sedere proprio lì, su quella larga e comoda pietra in riva al fiume. Giocano a carte, imprecano sotto i raggi del sole e si ubriacano con vino scadente acquistato di colletta. Come se il paesaggio non avesse altro da offrire. Ma io, su quella pietra, mi ci allungavo con i miei quaderni e le mie matite e il mio umore e tutto un dolore da gridare. Mi ci sdraiavo e chiudevo gli occhi nei giorni in cui non avevo voglia di guardare il mondo. E sentivo lo scorrere dell’acqua e tanto mi bastava per non piangere e per ricominciare a respirare aria nuova. Questo tempo si dilata, si allunga, si allarga come una prateria. Sembra non dover finire mai e rammenti ehi, piano. Calma. Ci sei già passata no? Tu lo sai che ci sono rive placide ed onde immense. E che il vento soffia a volte di bora ed altre di scirocco. Dipende solo da dove tu sei, dipende da quale luogo hai deciso di occupare. Dipende solo da te. Ed è una immensa bugia, e te l’hanno detta perché tu possa rasserenarti e non porti domande, ma in quello stesso istante in cui l’hanno proferita hai sentito delle catene legarsi ai tuoi polsi, alle caviglie. Perché la verità è che dipende anche dalle stagioni, e a quelle non puoi sfuggire. Perché dimmi se puoi evitare alla pioggia di cadere, o alla terra di inaridirsi sotto il sole. Ecco perché un giorno io sono stata in una città che aveva una piazza enorme. Palazzi altissimi con dei pinnacoli che sembravano quelli appuntiti delle chiese, e ai balconi ho visto affacciarsi ragazze che fotografavano il panorama da lassù. E poi fotografavano la loro faccia ridente. E ancora fotografavano i cieli e le proprie punte dei capelli. Ed io dal basso mi sono chiesta perché la gente se ne va così in alto per far finta di godersi qualcosa, per far finta di guardare. Per fingere di vivere. Quello è stato il momento in cui ho capito che preferisco di più restare nella terra, inginocchiata a pentirmi o seduta con le gambe rannicchiate. Accovacciata. E la faccia nel fango per non dimenticare mai chi sono, da dove vengo, dove andrò. Sono uscita per negozi ed ho comprato un vestito rosso. Quando sono tornata a casa l’ho indossato con i capelli sfatti e disordinati. Mi sono guardata allo specchio ed ho brindato alle incognite del futuro. Un bicchiere di vino e tutti giorni che saranno. Sai perché non si riesce a camminare sul filo? Perché i pensieri sono troppi e le direzioni confuse. Ma se tu sapessi qual è la strada giusta, l’unica strada giusta, chiuderesti gli occhi e andresti dritti sino alla meta, dall’altra parte del nodo. E poi c’è questo freddo improvviso, che corro a rintanarmi dove meglio posso. Sotto la mia pietra, nel solito deserto di ghiaccio. Quello che non scioglierà prima di aver completamente gridato tutto ciò che devo gridare. Le mie mutazioni sono così, partono sempre da un dolore e finiscono per arrivare ad un altro dolore. Solo più sottile, solo più tenero. Solo più fine. Dove lo spazio a disposizione degli altri si riduce ogni volta di un centimetro. Sino a che non resta altro che me. E stasera, che piove a dirotto e c’è un gran vento, è ciò di cui ho davvero bisogno. Smetterla con gli altri. E consolarmi da sola di un pianto in silenzio.

Si semina in inverno per raccogliere in estate. Mentre ruoto in circolo tra i campi rasi di grano appoggio i piedi sulla terra, respiro a polmoni aperti. Sento il profumo di una pioggia che tarda ad arrivare, eppure è come se già fosse scesa a dissetare, a riempire le crepe aride. Quell’attesa del contadino che sa stare dinanzi al fuoco acceso mentre fuori nevica, quel silente raffermare i pensieri mentre attizza i carboni, quel riscaldarsi solo di un maglione andando a letto, questo è quello che ricerco. Ho smesso di gloriarmi di cose grandi, per quanto esse ancora mi accompagnino quotidianamente. Ho smesso di riempirmi la bocca di vocaboli complicati per spiegare cose semplici. Ho smesso di far comprendere cose semplici a chi è troppo complicato e sicuro di sé per ascoltare. Ho smesso di gettare i miei pensieri nelle pozzanghere lungo la strada alla mercé di chiunque passi, lasciandoli calpestare dalle ruote di un’auto qualsiasi in corsa. Mi siedo scalza adesso, porto le ginocchia al viso e chiudo gli occhi. Ho una penna con inchiostro che mi avanza ed oggi non saprei davvero in quale altro posto riversarlo. Ho ancora troppi quaderni da riempire e conservare. Ho troppa musica ancora da comporre e lasciar suonare ad altri. Ho ancora troppi posti da occupare. E troppi ruoli da svolgere. Lacrime e sorrisi che sembrano non finire mai, come un ragionevole fiume che sa qual è la sua strada, che si adagia indisturbato nel letto e prosegue il suo corso naturale qualunque sia la stagione intorno. Ed una corrente nascosta sotto le acque anche quando alla vista appare placido. Ho ancora obiettivi da raggiungere, e cose per cui disperarmi e gente che non mi stanco di rincorrere. Ho ancora da voltarmi e vedere che chi credevo fosse avanti in realtà mi sta dietro. Ho ancora errori su cui riflettere e da cui trarre lezioni. Come non promettere qualcosa che sai non poter mantenere. O come smettere di credere che ci sia sempre una pena da scontare, anche quando la reclusione ha raggiunto il suo termine. Questo giallo acceca, più del sole. Al tatto punge, come la punta di un grosso spillo da balia. Le cicale non si stancano di cantare, mentre un leggero vento disperde la pula ancora rimasta dopo l’ultima, faticosa trebbiatura. La alza, la mescola in aria in un turbinìo impercettibile. Sembra volerci restare, ed invece poi la soffia via. Anche quest’anno è per sempre.

NoveDieciUndici

 

 

 

Sono nata nel silenzio della notte. Lungo il corridoio buio del reparto c’erano le stanze semichiuse e luci soffuse. Porte a nascondere, coprire. Tutto un raccontare sotterraneo di vite appena giunte, una fiaba raccolta nel sonno. Le urla di mia madre sono diventate incessanti con il calare del sole, ed io le sentivo. Ma ogni cosa ha il suo tempo, e non ho potuto far altro che aspettare il mio turno. Ricordo mio padre ed il suo viso sfinito, sgomento. Dibattuto a tratti. Impotente. Ricordo mio padre ed il suo amore immenso, così silenzioso, racchiuso tutto in una mano tesa. A volte in poche parole. Altre in qualche lacrima trattenuta. Poi è stato tutto un attimo velocissimo. Il freddo della sala operatoria, il verde dei teli ed i tagli sulla pelle si sono confusi per qualche istante creando una sorta di realtà parallela. Io ho urlato, con tutte le mie forze. Con tutta la mia volontà. Ho urlato per dirle che c’ero finalmente, che non aveva più nulla da temere. Che non era più solo un sogno. Un’attesa. Ho urlato perché lei mi rispondesse subito, non appena mi hanno strappata via dal suo corpo. E lei, stremata, mi ha sentita. Mi ha guardata negli occhi, in questi occhi che ho profondi e grandi come due perle nere, e tra le lacrime improvvise mi ha chiamata per nome. Amore mio, sono qui. Amore mio, sono qui. La tenera commozione di mio padre ed il suo grazie a mia madre è stato il primo esempio di amore che ho ricevuto. E mentre nel cuore della notte tutti brindavano io respiravo il respiro di mia madre. E quel profumo della sua pelle che ho sentito da dentro per tanto tempo. Novedieciundici. Certo, avrebbe potuto essere anche un altro giorno. Ma evidentemente, come ha detto qualcuno di me, sono nata con un gran senso delle proporzioni.  
 

 

 

Questa lunga, calda estate dovrà pur finire prima o poi. Non può durare ancora molto. C'è bisogno d'acqua e di quiete, e di quel generoso silenzio che sta nel lavorio della terra mentre prende ciò di cui ha bisogno.

 

 

 

Non esistono parole che non siano già state scritte o anche soltanto pensate. Sono appartenute a troppa gente per conservare ancora un buon sapore. Sono diventate innaturali, fuori luogo. Quasi vuote. Basterebbe non averle mai sentite o mai lette. E tutto diventerebbe una vera sfida. È per questo che a volte è sufficiente tenere le cose per un po’ racchiuse come in un cofanetto d’altri tempi. Uno scrigno che custodisce segreti che non sono nemmeno immaginabili. Un vecchio carillon che non fa sempre la musica che vuoi, o quella che conosci e sei pronta a fischiare. È inevitabile, quasi vitale, lasciarsi un consapevole spazio di ignoto per non perdere il gusto delle cose sorprendenti ed inaspettate. Poiché di tutto ciò che si conosce si subisce un fascino parziale ed a volte perfino inconcludente. Ed invece sono quelle nascoste e che ancora non sono nate, quelle ancora velate e che per questo preferiscono rifuggire la luce, quelle che non sai, sono quelle le cose che posseggono il valore aggiunto che disarma. Anche se ti ritrovi superbamente già certa di ogni loro minimo, indiscutibile dettaglio.

 

 

 

 

Le vite che si intrecciano qui sono assurdamente reali. Anche quando vorresti proteggere tutto di te stesso e sviluppi l’estrema attitudine del distacco e del disincanto. Io Maddy non la conoscevo granché, qualche scambio di commenti. Niente di più. Un paio di mail, non molto tempo fa. Era curiosa di sapere come avrebbe potuto difendere i suoi diritti se le avessero, come immaginava, negato la possibilità di assentarsi dal lavoro per le condizioni di salute in cui era. Un consiglio professionale spassionato, nient’altro. Nulla che comportasse un coinvolgimento affettivo. Quando non ci si conosce non ci si aspetta niente. E così le risposi. E le scrissi quello che avrebbe potuto e non potuto fare e pretendere. E’ questo il ricordo che ho di lei. Questo conservo, adesso che non c’è più. Questo, e la frase di Seneca che ancora primeggia nel suo blog. "La vita è come una commedia, non importa quanto è lunga ma come è recitata". Ovunque tu sia ora, buon viaggio.

 

 

 

Tracciare segni sulla prima pagina di un mucchio di fogli bianchi aveva un senso tutto nascosto. Era come avere la certezza di tutto ciò che sarebbe stato scritto, pur non vivendolo ancora. E così è stato. Le pagine si sono sporcate a profusione, a volte perfino contro la volontà. Perché spesso succede che scrivi cose anche senza essere davvero, pienamente, cosciente della loro potenza creatrice o della loro distruttività. O forse lo sei, e per questo andando all’indietro avverti la stessa sensazione che hai nel guardarti allo specchio. Ti riconosci, e ciò basta per concludere che in ogni caso hai fatto un buon lavoro. Scrivendo qui succede di incontrare dei personaggi ed alcuni per tutto questo tempo sono rimasti tali, mentre altri invece hanno svestito pian piano i panni dell’interlocutore virtuale e sono diventati qualcosa di tangibile. Altri ancora mi hanno fatto alzare gli occhi per vedere uno spettacolo. Sono esplosi come un meteorite al minimo contatto con me, e poi si sono ridotti ad un pulviscolo lucente, presto dissolto. Qualcuno mi ha dato tanto, qualcun altro molto poco. A qualcuno ho dato, ma a molti ho negato. Di qualcuno conservo oggetti e regali, e li custodisco come le cose più preziose che possiedo. Di altri invece non so nulla. Ho conosciuto persone che hanno saputo farsi strada ed occupare un posto dentro di me. A volte sorprendentemente anche accanto a me, al tavolo di un ristorante o altrove. Quel posto non lo glielo toglierà mai nessuno. Nemmeno io stessa. Perché è stato guadagnato senza il mio ausilio. Questo è quello che ho da dire. Il segreto e la bellezza di questo posto è tutto ciò che sta fuori di te, e non dentro. E’ tutta l’interazione anche non voluta, o non consapevole, o non stabilita. Ed è trascorso molto tempo, e si è scritto così tanto che a volte ci si chiede dove stavano tutte quelle cose. E com’è possibile tenerle tutte insieme. E’ piovuto, in momenti in cui il sole aveva inaridito la terra e non ci si sperava più. E’ piovuto inaspettatamente. Quando la pioggia non voleva saperne di cadere ho atteso. E poi all’improvviso ti accorgi che qualcosa non è andato come volevi. Altre cose invece sono andate secondo le tue aspettative. Altre ancora invece sono rimaste sospese, e di esse non sai dire se sia stato un bene o sia stato un male. Ma qualcosa è cambiato, in questo tempo. E tu cambi insieme a lui. E il cambiamento non sta in chissà cosa. Non è che manchi la voglia. E’ una questione solo di tempo. Di tempo e di spazio. Il cambiamento sta solo nelle prospettive e nei punti di vista. In quelle particolari angolazioni dalle quali ci si ferma a guardare sé stessi, le cose e le persone. Una cosa che non si può cambiare è invece tutto quello che riguarda ieri, e tutto quell’inchiostro usato per riempire pagine e pagine forse di niente. O di troppe cose. Come le fotografie. Quelle puoi guardarle un po’ sorridendo, e puoi far sì che in qualche modo diventino il terreno su cui costruire nuove cose e nuove immagini. E’ per questo motivo che guardarsi indietro non è sempre qualcosa che ti faccia dispiacere. Ed è per questo motivo che non si sente il bisogno, come altre volte invece, di cancellare alcuna traccia. Che fosse la propria traccia o fosse di altri. Volgere lo sguardo avanti, e continuare sulla strada. Con tutti i progetti e le convinzioni, con i sogni e le delusioni. Con tutto ciò che ti motiva, ogni giorno. Con tutto quello che ancora c’è da scoprire, da fare, da pensare, da immaginare. Con tutto quello che sta per accadere. Con tutto quello che deve ancora accadere. E magari con tutto quello che c’è ancora da scrivere. In un tempo nuovo e diverso che, ne sono sicura, non faticherà a farsi riconoscere. Anche da una donna distratta ed arrogante come me.