Change

Il foglio bianco sa aspettare. Ad ogni traccia di inchiostro si lascia incidere nelle trame senza esitare. Non si ribella, non si scompone. Si accartoccia su sé stesso e si ridistende come una gatta al sole. E le gocce, sono tante. Virgole e punti e sospensioni e arresti. E lui sa, il foglio sa che è specchio di fango e di sangue da cui le immagini escono fuori autentiche. Mai distorte. Semplicemente uniche. C’è vento e non è male, l’aria primaverile s’impone sulle nuvole. Rimanderemo a poi ogni cosa. Rimanderemo a poi, qualsiasi cosa. Come gli amanti non si perdono neanche un momento, come gli amanti si amano frettolosamente e con intensità. Come le discese sulla neve, da bambini. Come un tuffo nel mare, dall’alto degli scogli. Rimanderemo a poi. E così sia. Ho saputo aspettare con la pazienza che si confà a chi attende il responso di un esame medico. E con quella stessa ansia ho nervosamente spiluccato dalle buste stipate nella dispensa. Ho provato a sistemare intorno a me, a riordinare il disordine. A togliere la polvere. E quando ho saputo, io quando ho saputo che saresti arrivato ho sentito il respiro fermarsi in gola. Il viso paonazzo, un’occhiata nella vetrina. Musica troppo bassa, musica troppo alta. Tutto troppo, tutto sempre troppo poco. E allora vieni qui, entra che il tempo non esiste più. Vieni che ti aspettavo trafelata e adesso non so cosa dire. Ho una calza smagliata, il rossetto tirato fuori dalle labbra. La maglia delle grandi occasioni che non ho stirato. E mi viene da ridere, e mi viene da piangere. Come delle cose belle della vita. E della meraviglia che ti leggo in viso, che cerco di interpretare finché nell’abbraccio tuo mi sciolgo. Mi racchiudo ogni cosa, e le catene non fanno più male. E i racconti diventano naturali. Una volta io avevo una giacca. Me l’appuntavo in petto come fanno i soldati in trincea. La indossavo quando dovevo sentirmi forte. Quando il nemico lo vedevo avanzare nella mia testa. Quella giacca l’ho consumata, me la trascinavo pressoché ovunque. Anche a letto. Una volta io avevo questa giacca che adoravo, che mi proteggeva. E tutti me la invidiavano. E giù di domande. Dove l’hai comprata, che taglio particolare. Quanto costa. Quanto costa non me lo ricordo. Ma il ricordo che ho è di una stanza dalle pareti bianca al secondo piano. Lato sinistro. Una felce enorme nell’angolo, accanto alla libreria rossa. Carte ovunque, carte sempre sparse in giro. A terra, sulla scrivania, dietro i termosifoni. E soldi. Tanti. Soldi contanti che avevano la puzza delle notti estive sudate. E poi certe corse lungo le scale, certi ritardi. Certe sorprese. E sotto questo ricordo c’è un vecchio tappeto persiano, logorato dalle scarpe dei clienti. Dalla mondezza che si portano dietro ovunque vanno, quella che ti scaricano addosso quasi facendoti affogare. E di lato, sul lato destro di questo ricordo c’è tutto ciò che non esiste più. Se mi sforzo non riesco a ricomporlo. Non lo vedo. Non lo sento. Perché certe volte le porte che chiudi le chiudi per davvero. E ci lasci dietro fantasmi e cose e storie che muoiono lì. E che fanno spazio a tutto il resto.

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