A metà

Ho visto due cose. Un cane bianco che si scalmanava su di un balcone abbaiando come un dannato. Cercava di spingersi verso gli infissi chiusi. E lui fuori sotto la neve. Ed io ho pensato che padroni da nulla deve avere, questo cane. Per lasciarlo al gelo a quel modo. Si, ammetto. Ho provato pena. Per un cane. Poi ho visto uno stormo di piccoli passeri che dall’alto si è lanciato verso un marciapiede. E tutti si sono adagiati dolcemente a terra. E hanno iniziato a saltellare sulla neve così bianca. Ed io ho immaginato le loro piccole impronte. E, ammetto, avrei voluto fermarmi e andare a vedere con i miei occhi, se non fosse che certamente li avrei spaventati e loro sarebbero volati di nuovo via. E così ho desistito. Guardandomi uno spettacolo da lontano, come fa chi ha sempre, irrimediabilmente, paura di ferire qualcuno.

Sono caduta in una trappola come un topo alla ricerca del formaggio. Mentre io cercavo la felicità per saziarmi, come chiunque se ne vorrebbe saziare nella sua vita, sono rimasta intrappolata in un diabolico marchingegno che qualcuno, ad arte perfetta, ha piazzato dietro la dispensa. Lungo il muro. Il punto è che le mani sono più di due. Il tocco lo senti con una certa precisione. E non ci metti molto a distinguere ciò che fa parte di un universo da ciò che fa parte di un altro. E così ho pensato che avrei dovuto soffrire, come giusta punizione per il mio desiderio. Ben mi stava, adesso, di ritrovarmi con le tenagliette conficcate nelle zampine. Avrei dovuto consumarmi di pianto e di dolore per non arrecare troppo pianto e troppo dolore agli altri. Ho pensato che se io avessi avuto meno avrei consentito agli altri di compensare così i loro vuoti. Ho pensato che se io avessi gioito di meno avrei consentito agli altri di compensare la loro sofferenza. Ho pensato alla morte. Ma chi può solo immaginare? In un momento in cui chiunque, chiunque davvero al mondo, qualsiasi essere umano avrebbe dovuto pensare alla vita. Ho detto parole nere, così nere che l’abisso più profondo ha iniziato a colorare, ogni giorno di più, tutte le ore e gli istanti fin qui vissuti. Ho pensato pensieri bui, così bui che la luce ha smesso di brillare negli occhi miei ed in quelli di chi amo. E così in un letto di ospedale, che ci sono finita in un pomeriggio assolato di settembre mentre il sangue mi usciva dalle vene come acqua da un rubinetto rotto, ho pianto. E chi mai potrebbe capire? Ho pianto per me, per la vita che secondo qualcuno forse non avrei diritto di vivere, per le colpe che ho e tutte quelle che non ho, per l’assurdo amore verso chi non può darmi niente. E niente vuole concedermi. Io in un letto di ospedale, sola come si sta soli nella bara con la morte, ho pianto di tutte le lacrime che ho messo in riserva fin dalla mia nascita, di tutte le lacrime che ho sempre finto di non avere. E di più di quelle ancora. E vorrei oggi poter dire che non mi ha fatto male dover guardare i muri anziché parlare con qualcuno, e sola ancora stare nei giorni successivi mentre ho combattuto come una tigre. Come altri non sono capaci di fare, né mai capaci saranno nella loro vita. Vorrei oggi poter dire che non fa male, che l’indifferenza non uccide, che le mancate spiegazioni non ti feriscono e che tutto sta in un divertente gioco al pensiero positivo. Ma non è così. Vorrei oggi poter dire che meritavo ciò che ho visto e che mi è stato scaraventato addosso. Ma non è così. Che lo meritavano anche altri, insieme a me. Ma non è così. E vorrei gridare, urlare dalla vetta più alta della mia città, che tutto questo è un dolore che nessuno potrà mai capire. Nessuno potrà mai lenire. Nessuno potrà mai restituire. E questo si. È proprio così.

Oggi siamo a metà strada. Io e te. Ti penso e mi sento quasi mancare. Perché tu sei la consolazione, la dolcezza, l’amore che mi riempie in questi lunghi giorni di una solitudine assurda. Guardo gli occhi di tuo padre e mi stringo nelle sue braccia forti, ogni sera al rientro da lavoro, e concludo che tu sei amore perfetto. Pieno. Totale. Osservo tua sorella giocare, ascolto il suo parlare veloce, e mi dico che altro mai avrei potuto volere e desiderare. Non sarò perfetta, vedrai come e quante volte l’oscura tristezza si impossessa del mio volto all’improvviso, e certamente ti chiederai cosa succede a questa mamma. Ma tu, tu che sei dentro di me, tu, vita mia, già sai cosa succede perché con me l’hai vissuto. È che devo imparare a proteggerti, da me anche. Dai miei stati d’animo, dal mio incredibile senso di smarrimento quando mi circondo, costantemente, di persone che non sanno dare, non vogliono fare. Non sarò perfetta, riconoscerai subito quel lampo di rabbia che nei miei occhi cade giù come un fulmine e forse non saprai cosa dire. Starai, chissà, in silenzio aspettando che passi. Però ho tante canzoni da farti ascoltare, e libri da leggere con te, e stupirci di certi fatti che si sentono in giro e chiacchierare tanto, come tra amici. E ho da darti, da farti, da sentirti. Da viverti. Oh, quanto vorrei a volte non essere come sono. Per te. Quanto vorrei saper indossare la maschera ad ogni carnevale. Anche ora, anche adesso che ti parlo, quanto vorrei non farmi prendere subito da certe ansie … da certi pensieri … Potrai perdonarmi quando sarò come sono? E mi insegnerai, ti prego, a perdonarmi io stessa? Si, lo farai. Perché tu, proprio tu, tu vieni al mondo per insegnarmi che la vita è vita. Che non ho colpe di ciò che accade intorno o non accade. E che la mia carne, insieme a tutto il mio amore sparso intorno a me, merita ogni bene.

Mentre tu

Siamo fatti di soffi, e memorie antiche. Come un bambino che non riesce a star fermo seduto al suo banco di scuola. Come un uomo che scalpita dinanzi alla porta di un amico e che ha qualcosa di troppo grosso da farsi perdonare. Il punto è il grido, il grido. Il punto è il grido. Il punto è guardarsi intorno e chiedersi come mai di tutto ciò che si è dato torna indietro sempre meno, sempre meno. Quasi niente. Meno del  niente. Il punto è la sconfitta, la sconfitta alla partita più importante e tu non te l’aspettavi. Perché, diciamoci la verità, siamo arroganti. Siamo arroganti e per questo ci vestiamo sempre della certezza di farcela, di riuscire, di andare. Ed invece ci scopriamo allo stesso posto. Giro girotondo, casca il mondo. E questo mondo non casca mai perché sta sempre in piedi mentre tu, mentre tu invece dal basso lo guardi e non ti capaciti. Che questi riescono sempre a fare la loro parte. E la sanno fare bene, e l’hanno imparata davvero mentre tu, che ti trascini dietro quella che sei, tu non hai imparato per niente che i copioni dovrebbero essere tutti uguali. Vuoi sapere una cosa? Qualche volta ho deciso, e ci ho messo tempo perché decidere in fondo non mi piace. Ma qualche volta io l’ho fatto. Ho deciso. E quando ho deciso è successo che la gente è diventata come polvere. Poi è venuto il vento, leggero non forte. Leggerissimo anzi. Nemmeno te ne accorgi. E l’ha soffiata via. Ed è stato come non aver mai conosciuto. Come non aver mai visto, né sentito. Mai amato. E così finalmente ci si è liberati di un peso, di un peso grande di quelli che fanno ingrassare l’anima. Come del colesterolo cattivo. Come arterie ostruite. L’immunità, voglio l’immunità. E mentre ringrazio il cielo per questa buona salute, come le preghierine dei bambini imparate a scuola senza porsi troppe domande, così mi  chiedo perché ho un corpo capace di riconoscere e arginare un virus. A cosa mi serve. Se il mio cuore è vittima ancora. Ed ancora si lascia ferire.

 

Inspired by.

Senza Con Sistenza

È tutto qui, il resto è troppo. Mi hanno detto che c’è un gruppo di sbarbatelli che marina la scuola al mattino e che si va a sedere proprio lì, su quella larga e comoda pietra in riva al fiume. Giocano a carte, imprecano sotto i raggi del sole e si ubriacano con vino scadente acquistato di colletta. Come se il paesaggio non avesse altro da offrire. Ma io, su quella pietra, mi ci allungavo con i miei quaderni e le mie matite e il mio umore e tutto un dolore da gridare. Mi ci sdraiavo e chiudevo gli occhi nei giorni in cui non avevo voglia di guardare il mondo. E sentivo lo scorrere dell’acqua e tanto mi bastava per non piangere e per ricominciare a respirare aria nuova. Questo tempo si dilata, si allunga, si allarga come una prateria. Sembra non dover finire mai e rammenti ehi, piano. Calma. Ci sei già passata no? Tu lo sai che ci sono rive placide ed onde immense. E che il vento soffia a volte di bora ed altre di scirocco. Dipende solo da dove tu sei, dipende da quale luogo hai deciso di occupare. Dipende solo da te. Ed è una immensa bugia, e te l’hanno detta perché tu possa rasserenarti e non porti domande, ma in quello stesso istante in cui l’hanno proferita hai sentito delle catene legarsi ai tuoi polsi, alle caviglie. Perché la verità è che dipende anche dalle stagioni, e a quelle non puoi sfuggire. Perché dimmi se puoi evitare alla pioggia di cadere, o alla terra di inaridirsi sotto il sole. Ecco perché un giorno io sono stata in una città che aveva una piazza enorme. Palazzi altissimi con dei pinnacoli che sembravano quelli appuntiti delle chiese, e ai balconi ho visto affacciarsi ragazze che fotografavano il panorama da lassù. E poi fotografavano la loro faccia ridente. E ancora fotografavano i cieli e le proprie punte dei capelli. Ed io dal basso mi sono chiesta perché la gente se ne va così in alto per far finta di godersi qualcosa, per far finta di guardare. Per fingere di vivere. Quello è stato il momento in cui ho capito che preferisco di più restare nella terra, inginocchiata a pentirmi o seduta con le gambe rannicchiate. Accovacciata. E la faccia nel fango per non dimenticare mai chi sono, da dove vengo, dove andrò. Sono uscita per negozi ed ho comprato un vestito rosso. Quando sono tornata a casa l’ho indossato con i capelli sfatti e disordinati. Mi sono guardata allo specchio ed ho brindato alle incognite del futuro. Un bicchiere di vino e tutti giorni che saranno. Sai perché non si riesce a camminare sul filo? Perché i pensieri sono troppi e le direzioni confuse. Ma se tu sapessi qual è la strada giusta, l’unica strada giusta, chiuderesti gli occhi e andresti dritti sino alla meta, dall’altra parte del nodo. E poi c’è questo freddo improvviso, che corro a rintanarmi dove meglio posso. Sotto la mia pietra, nel solito deserto di ghiaccio. Quello che non scioglierà prima di aver completamente gridato tutto ciò che devo gridare. Le mie mutazioni sono così, partono sempre da un dolore e finiscono per arrivare ad un altro dolore. Solo più sottile, solo più tenero. Solo più fine. Dove lo spazio a disposizione degli altri si riduce ogni volta di un centimetro. Sino a che non resta altro che me. E stasera, che piove a dirotto e c’è un gran vento, è ciò di cui ho davvero bisogno. Smetterla con gli altri. E consolarmi da sola di un pianto in silenzio.

Tra Versi

Io e il mio amore siamo in tre. Questo fresco vento d’estate, i giorni sulle spalle e certe lacrime silenziose. Che ci stanno cieli incomprensibili, ti piovono addosso e non avresti mai il coraggio di sfidarli. Di scongiurare. Di dimenticare. Io e il mio amore siamo in tre. Questa stanza, un quadro colorato ed una corsa al mare che ti sfinisce. Gli inverni sono stati coperte troppo leggere, e non scaldavano mai. Perché si vive a volte come su un muro. Seduti in equilibrio, quasi a cadere eppure pronti a tenersi ancora un po’. Ti hanno mai detto che una mano ha cinque dita? Ed invece no. Ne ha infinite per toccare, per scrivere, per suonare, per spingere, per piangere, per graffiare, per parlare. Per tacere. Tutto insieme, tutto adesso. Tutto rinchiuso in un baule d’altri tempi, colmo di cose vecchie rimestate in una sola sera di malinconia. Posto in un angolo delle scale, illuminato a giorno dal sole che filtra attraverso il vetro della finestra sul corridoio. A catenaccio. Impossibile riaprirlo. Ti hanno mai detto che con gli occhi puoi guardare? Ed invece no. Puoi sussurrare, puoi ruggire, puoi disperarti e perfino non trovare conforto. Puoi mangiare e dormire. Cantare e sopravvivere. Io e il mio amore siamo in tre. Gli abbracci nella notte, uno sgabello in cucina e il viola dell’uva. Zucchero di canna, caffè e cacao. E suoni di grilli in campagna, e neve che cade sulle alte vette e sabbia che acceca sotto il sole. Ti hanno mai detto che puoi correre senza scarpe e non sentire dolore, che puoi viaggiare senza soldi e non sentirti per questo perduto, che puoi gridare senza preoccuparti di chi sente, che puoi tuffarti nei sogni senza annegare e perfino stringere tra le mani un libro e viverci dentro ad ogni pagina? Io e il mio amore siamo in tre. Una notte lunga, albe dissonanti e questi dolori che si alternano ai progetti e alle buone intenzioni. La schiena non regge il peso, ora, delle spinte. Il ritmo del cuore aumenta ed io non lo so controllare. Il respiro mi si accorcia e queste strade iniziano ad essere troppo lunghe da percorrere. Ci siamo quasi, o almeno così sembra. Che lunga gestazione è mai questa, che sembra non aver fine. Che lungo travaglio è mai questo, che sembra non dover terminare. Penso, e mi dico, ci sarà da qualche parte qualcosa per me. E qualcosa per te. Ci sarà, da qualche parte, un suono che saprò riconoscere immediatamente. Ci sarà, in qualche modo, la possibilità di dare. Di fare. Di amare. Io e il mio amore siamo in tre. L’odore della terra del deserto, la calura sulle sponde di fiumi asciutti ed il verde di sconfinate foreste. Torno alle mie radici che sanno di sale e fango. Porto con me il biondo del grano, il grigio del cemento. Una voce nitidamente mi chiama, ed il cuore mi trema dentro. Io e il mio amore siamo in tre. Questa sera, domani ancora e poi il figlio che avrò. 

 

A G. e M.

Di scritture e cieli chiusi

Si torna qui sempre come animali feriti. Non esiste altro luogo in cui medicarsi, prendere l’anima e darla al cielo. Si torna qui sempre come bambini caduti dalla bicicletta, a grattarsi le ginocchia sbucciate e rimirarsi le ferite. Non è possibile allontanarsi ed illudersi che alla prossima sarà per una buona ragione. Oh si, lo so. Lo so. Erano giorni diversi. Ma le mie unghie sono cresciute, e se provo a passarle sulla pelle quasi si conficcano senza che io lo voglia per davvero. Le ho dipinte di viola, come i drappi sacerdotali dei tempi di quaresima. Tempi di silenzio. Prima che, prima di. Prima da lì, poi per altrove. Perché le cose arrivano come fulmini. Rompono la pioggia, spaccano le nuvole. Illuminano a giorno le notti. Cadono a terra, fino a noi come se fossimo pronti, come se avessimo le mani ben aperte per ricevere. Ed invece ci prendono a schiaffi. Questo è un inganno, è una melma. È sabbia che fa affondare i piedi. È mare in burrasca, è tempesta levata. Ed uragani, e terremoti che non puoi sconfiggere. E così prendo la mia borsa, la innalzo sulla spalla come fosse l’unico, reale vessillo che possiedo. L’unico, reale mio segno di riconoscimento. Una perfetta sintesi della totalità. Mi stringo in un maglione come se fosse dicembre ed in questo pomeriggio nuvoloso, dall’aria schiacciata, corro in giro a verificare che il mondo vada avanti lo stesso. E a chiedermi come si fa ad imparare a camminare comunque. E dovunque. In ogni tempo. Anche se i piedi fanno male. Anche se è diluviato fino ad ora e si scivola. Anche se tutto, improvvisamente, dentro di me si è fermato. Tutto, tranne lo scorrere del sangue nelle vene.

Prima Vera

Di qualunque cosa si tratti, io sono viva. E questa, altro che, questa è una primavera fatta per spogliarsi. Non guardatemi, non ascoltatemi. Non cantate alcuna canzone, non suonate nessuna musica. Sedete, riposate. Chiudete gli occhi. Di questo altéro mondo in piedi io voglio prendermi ogni cosa con mani piccole, inginocchiata, pentita. Vieni, trascinami via. Légami nei tuoi pensieri e scivoliamo un po’ più in là, dove le acque scorrono pulite e ci si può sdraiare a terra. E poi fermati, e leggimi un libro. Che abbiamo sporcato i nostri corpi di parole fangose, di pensieri violenti, di lugubri decisioni. Ma oggi, adesso, ci scopriamo ancora piccoli, ancora felici, ancora teneri. Di qualunque cosa si tratti è primavera, ed io sono forte come non mai. Non conosco più l’amaro della solitudine, non ricordo più la tristezza del buio. Non so più cosa sia sentire freddo. Mi affaccio alla finestra e mi accorgo di non aver visto prima d’ora questa strada, questa gente. Di non aver mai sentito parlare di questa storia. Alzo lo sguardo al cielo e benedico le nuvole gravide di pioggia, resto con il naso all’insù nell’attesa che l’acqua torni, che lavi le mondezze, che ripulisca i marciapiedi. Alzo lo sguardo al cielo e per la prima volta so, io so, che la vita può cambiare ancora, che si può amare di più, che si può soffrire di più. Che si può morire di più. E di più si può ancora nascere. Conosco il tuo sguardo, i tuoi pensieri. So tutto ciò che ti stai chiedendo. Sento tutto il tuo vociare silenzioso, il tuo girare intorno alla mia schiena, questo navigarmi la mente. O almeno provarci. Guardati intorno, non vedi anche tu che questo campo è più verde del solito? Non sembra anche a te che ci sia ancora tanto tempo a nostra disposizione prima di alzarci e andare via? Ora fidati. Voglio farti fare un viaggio. Fidati, voglio farti fare un grande viaggio. Apri le mani che ho delle cose da darti. Metti tutto in valigia, e adesso sì che possiamo ripartire di nuovo. Andiamocene, lì oltre il muro dove il sole scotta ed il mare si increspa verso sera come piace a me. Stringiamoci nella sabbia. E scendiamo dalle montagne, facciamo la strada più impervia insieme. E una volta arrivati a valle corri, corri più veloce. E prendimi se ci riesci, e fallo per davvero questa volta. E ascoltami, ti prego. Ascoltami. Che di notte i rumori si fermano. I cieli diventano immensi. Le voci si fanno delicate. E le luci, che sono così piccole da lontano, sanno dove portarci.

[Grazie a G. per la concessione della sua foto]

E-lezioni

Grillo…un nome un destino, se rimesso figurativamente al pari della favola di Pinocchio. Bersani ha dimostrato che non è capace di primeggiare nemmeno se lo votasse matematicamente il 70% della popolazione, Berlusconi trotta come un cavallino senza morso e bypassa gli ostacoli impunemente continuando a promettere sogni di gloria, Casini è finito (forse era quasi ora), Fini non esiste più (forse … era quasi ora), Di Pietro … (che c’azzecca?), Meloni & C. (si salvi chi può), Monti è in udienza papale per ravvedersi degli errori commessi e per non essere riuscito a portare a casa i risultati sperati (Deo agimus gratias), Ingroia non ha capito che fare il magistrato è una vocazione di vita che non ammette alternative. Camera si, Senato no, Quirinale so, C.S.M. ni. Larghe intese ma anche no, strette intese che più strette non si può. Parola d’ordine: dopo spread, bund tedesco e vattelapesca, INGOVERNABILITA. Credo di avere mal di testa.

In-Side

Cerco di farmi strada. Come un funambolo che a piedi nudi attraversa il mondo di sotto. Ho nostalgia di una finestra, delle stanze fumose con le luci al neon, delle carte messe in ordine. Delle voci urlanti dalla tromba delle scale. Ho nostalgia di certi volti, di certe chiacchierate, di certi luoghi. C’è un freddo che accarezza l’anima, ed io ci sto dentro tutta. Racchiusa in un cappotto nero, mani in tasca, mi fermo davanti alle vetrine dei negozi. Mi specchio, e ricomincio a camminare. Incrocio sguardi. Lisi come vecchi camici da lavoro. Rubo un pensiero. Torno indietro. Ho perso qualcosa. So come. So quando. Mi chino, e sotto le facce attonite della gente raccolgo un pezzo di asfalto umido. Un’auto mi romba accanto. Mi giro, mi alzo. Risollevo gli occhi verso gli ultimi passanti, e sono così tristemente preconfezionati. Così carcerati nei loro clichés. Così occupati. Così distratti. Strofino una mano contro l’altra, ed infine alito nel pugno. Riprendo la mia strada, mi concedo un sorriso. Mi sento improvvisamente leggera. Rotolo fino all’angolo. Apro le braccia e mangio quel poco di polvere che ho sulla faccia. Mi siedo per un momento a terra. I miei cammini di solitudine sono sempre così, lenti e tragici. Fatti di sonni profondi, di infinite resistenze, di silenzi e molte parole. I miei cammini di solitudine sono sempre così, inopportuni e senza distrazioni. Come uno spillo nella carne che ti costringe ad andare. Come un bastone che ti colpisce e non fa male. Come l’istinto di sapere già ciò che non si conosce ancora. Con l’inquietudine che non ti lascia mai. L’ansia di arrivare alla destinazione e la necessità che tutto debba profondamente consumarsi prima di poter ricostruire. E poi l’ultimo scatto, veloce. E fare le scale di corsa, col fiatone, e bussare quando non trovo le chiavi, e annunciarmi. E urlare il mio nome. E ancora sbattere i piedi, e canticchiare una canzone per farmi riconoscere, e curiosare dietro le mie porte. Scoprire che il mondo fuori non vale niente, se non avessi i miei. Il mondo che mi sta dentro, il mondo che mi vive accanto, il mondo che da dentro è nato. Ed infine, col cuore ripieno e le labbra tremanti, abbracciare di calore tutto quello che c’è.