Una storia senza fine

Le strade sono rimaste polverose. Larghe ed assolate. C’è stato un momento in giovinezza in cui si pensava che una valesse l’altra, ciò che contava era riuscire a scuotersi sempre la polvere dai piedi. Rialzarsi dal letto e vestirsi, anche con la faccia assonnata. Ed invece no. Ed invece. Ci fu un giorno qualcosa che deviò per sempre il corso delle cose, e il sole non fu poi così caldo come sembrava. E si sudava di meno che un tempo, che i vestiti divennero necessari. Di lana anche. E giù neve e neve e neve. E’ ancora estate. Il vento di sera sa soffiare leggero, i capelli non te li scompiglia ma ti asciuga ogni disagio. Le finestre sono sempre aperte, e il profumo del pomodoro si spande per le vie. E’ ancora estate. Al resto ci penseremo poi.

Nel bar si poteva entrare da due porte, una laterale rispetto alla piazza e l’altra con accesso diretto in mezzo a tutta la gente che, una volta fuori dal lavoro, si gettava nell’aia in un esasperante rincorrersi di schiamazzi e telefonate ed appuntamenti per l’aperitivo. Manco si fosse a Piazza Navona. Gianni bofonchiava e sbuffava a tratti. Aveva perle di sudore ai lati della fronte e quando le ordinazioni si accavallavano e lui si perdeva non riuscendo a riconoscere i visi vecchi e quelli nuovi al bancone allora l’acqua gli grondava giù dalla testa come un fiume. Che il conto delle birre e dei caffè lo teneva ben in mente, ma nonostante tanti anni di lavoro ancora non riusciva a non impallarsi quando la gente era troppa. Gli era rimasto attaccato addosso un senso di inadeguatezza da che era bambino. Da che suo padre lo sovrastava, immenso, mentre serviva i clienti a voce alta e piena. Quelle smorfie affacciate al suo banco con i gomiti fermi, intirizziti, sembravano volerselo mangiare apposta. Tutti sapevano che si imbarcava nella totale confusione e per questo i suoi più assidui clienti, quelli storici, e qualche sbarbatello del locale ce la mettevano tutta per imbambolarlo. Ma lui non demordeva. Ce la poteva fare. Ce la doveva fare. Allora prendeva il coraggio a piene mani e senza curarsi delle risate e dei chiacchiericci gridava con fermezza Caterina, Caterina! Veloce qui! Veloce ho detto! E Caterina spuntava dal retro in men che non si dica con i capelli scombinati e le mani che le erano diventate rugose e grosse. Arrivava cinguettando come suo solito ed incespicando un poco nel tentativo di legarsi il grembiule sui larghi e cadenti fianchi. Una volta era l’invidia di tante, ma adesso stava tutto in un trascinarsi dietro il peso degli anni, e delle gravidanze di figli ingrati, e di infinite giornate di lavoro. Ed un marito che l’ha amata a modo suo. Cioè quello più sbagliato che esista. Caterina era l’ancora di salvataggio, quella che si getta anche in mare aperto sperando s’incastri di sotto una roccia. E la roccia c’è. E si grida urrà alla fortuna, una tantum. Caterina aveva gli occhi neri e grandi, era stata una ragazza semplice e sempre allegra. O meglio, ci credeva all’allegria. Credeva che fosse la vera motivazione della vita. Magari proprio della sua, chissà. Nel dubbio, continuava a cantare al ritorno da scuola. Che poi una volta giunta a casa dovesse smettere questa è un’altra storia. Conobbe Gianni, il figlio del barista, tra i banchi. Vestivano con un grembiulino nero ed un enorme fiocco bianco. Il fiocco era talmente enorme che lo si poteva appoggiare sulle spalle. Gianni aveva le scarpe rotte in punta, mentre Caterina divideva con lui il pane e il latte. Non c’era molto da fare, crescendo tutti pensarono che fossero destinati l’uno all’altra. Tutti ne erano convinti e così se ne convinsero anche i ragazzi che alla tenera età di diciassette anni convolarono a nozze previa emancipazione e fuori dalla chiesa fecero una lunga processione, manco fosse stata la festa patronale, lungo le strade con i balconi in festa dalle cui ante aperte riecheggiava il refrain da una radio Spogliati dai su, sbattiamoci tanto per conoscerci di più. Renato Zero era insomma una musica di accompagnamento pari ad un pugno nell’occhio data la bucolica situazione. Caterina radiosa nel suo abito bianco che sembrava di prima comunione, Gianni impacciato ma felice in un doppiopetto nero con le maniche troppo lunghe. E certi piangevano, altri gridavano, e i bambini correvano, e quelli in fondo all’allegra compagnia borbottavano per lo stomaco ancora vuoto. Gli anni appresso furono di tutto. Scoprirsi così diversi fu per Caterina un po’ uno shock, ma fece affidamento sul suo carattere spietatamente solare per farsi forza. E in parte vi riuscì. Gianni tutto sommato se ne era innamorato. E davvero ne era innamorato. Quando nacque la loro prima figlia gli sembrò che Caterina fosse stata la progenitrice della terra tutta. Vide ed intuì in lei una forza ancestrale tale da inglobare ogni nascita nell’universo. E per questo la venerò come si fa con la Dea Madre. E così Caterina cresceva, con le sue pance ed i suoi figli. E ad ogni nascita Gianni diminuiva, ogni giorno sempre più rannicchiato nella camicia bianca con le maniche arrotolate dietro al bancone che gli lasciò suo padre in eredità. Sudato, arrovellato tra gente che ordinava troppe cose insieme. Con la voce che gli usciva fuori dalla gola solo per chiamare la moglie in soccorso. Ed un moto di rabbia interiore che nessuno mai avrebbe detto.

Tornare nei luoghi delle origini significa sempre due cose. O ci vai perché non li conosci, o ci vai perché li conosci troppo bene per poterne fare a meno. Chiara aveva deciso che prima di mettere giù inchiostro avrebbe dovuto andarci in quel paese sperduto di duemila anime in pena, perché i racconti sono una cosa ma vedere tutto con i propri occhi lì allora, allora si, siamo su un altro livello. E lei aveva bisogno di elevarsi ancora un poco. I colori della campagna la scortarono fino alla stazione, e lungo il viaggio in treno si sentì coccolata. Come se l’erba le accarezzasse il viso, come se stesse aspettando proprio il suo arrivo. Messi i piedi in terra si accorse di che posto assurdo era quello che la accoglieva. Un vecchio seduto sull’unica panchina per i viaggiatori presente in stazione, sbilenca e malandata. Chi aspettasse quel vecchio, o dove mai fosse diretto, nessuno può dirlo. Un unico bar chiuso. Biglietteria chiusa. Nemmeno il capostazione. Chiuso il suo ufficio. Chiusi i bagni. Il mondo era fuori di lì, questo è certo. Ma Chiara si ritrovava nel nulla assoluto e constatarlo la fece sentire già annoiata. Mentre il piccolo treno che l’aveva condotta si era ormai appollaiato sulle rotaie in stasi totale, Chiara si avviò verso l’uscita. Da qualche parte si doveva pure cominciare. La via era poco trafficata, in pieno orario di pranzo poi … chi vuoi che ci sia. Oh sveglia, questo è un posto dimenticato da Dio. Qui la gente sarà di quella che a mezzogiorno si pranza, alle sette si cena e alle otto si dorme. Tutto quello che c’è di mezzo resterà sempre e solo in mistero. Un ultimo sguardo indietro, ai binari morti. Si gonfiò il piccolo petto d’aria, e cominciò le ricerche.

Sarà per sempre. Sono sicura questa volta. Sarà per sempre e avremo una casa meravigliosa in periferia, lui tornerà la sera da lavoro ed io lo aspetterò in lingerie sexy sul divano per alleviargli le fatiche. La cena sarà già pronta. Mangeremo dopo una doccia insieme rigenerante e trascorreremo il resto della serata avvinghiati in una immensa e stretta catena d’amore mangiucchiando schifezze con il nostro film preferito alla tv. E quando sarà il momento di andare a dormire non avremo sonno, e ci ameremo ancora per poi piombare in un profondo oblio con le mani che si stringono. Non ci gireremo mai dall’altra parte. Saremo sempre così, uno indefettibilmente dell’altra. E in estate faremo viaggi in giro per il mondo, e a Natale usciremo sotto la neve a cantare le canzoncine dei bambini. E quando pioverà metteremo una musica di sottofondo, e se sarà troppo freddo ci stringeremo di più. Ma ai sogni non corrisponde quasi mai la realtà. Perché l’amore è come la scarica elettrica di un temporale in piena estate. Ti incendia il cuore e ciò che rimane, una volta passato, non è altro che il fumo acre che esala dal legno bruciato mentre il sole torna a scaldare la terra. Laura non lo sapeva, le altre storie erano state tutte una pioggerellina nebulosa. Ma questa volta nella nebbia ci si era infognata per davvero, solo che le sembrava il sole assoluto. Riusciva a muovere i passi senza difficoltà per quella assurda legge della natura che si chiama aumento dell’adrenalina in caso di pericolo di morte. E così ci credette ai suoi sogni. Ci credette talmente tanto da dimenticare che era sposato, aveva due figli ed un cane. Un lavoro sicuro che esigevano giacca, cravatta e maschera di carnevale. E due occhi di granito in cui perdersi quando sorrideva appena. Ci credette così tanto che si sentì davvero l’unica perché se stringeva lei così forte no, non poteva stringere la moglie allo stesso modo. Se viene da me è perché la moglie non lo fa sentire importante. Non lo ama. Ah … se fosse mio marito … cosa non farei per lui! I figli, si. Ma sono già grandi, capiranno. E poi c’è l’avvocato che non si sbriga a recidere questi fili perché è uno stronzo e ci guadagna. E c’è la questione dei soldi da dividere sul conto corrente e quella sicuramente vorrà tutto millantando che si tratta dei regali dei suoi genitori perché lui, invece, oh lui era un pezzente e lo aveva sposato pezzente e pezzente era rimasto nell’animo. E i figli non avrebbero mai odiato il padre una volta compreso che la loro mamma ormai si occupava solo della casa, della spesa e di portare il cane dal veterinario. La verità è che quando sei offuscato perdi di vista la prospettiva altrui, e vivi meglio la tua tragedia credendo che fosse invece la commedia più simpatica ed avvincente del mondo. Gli attori sono tutti sul palco ma Laura, Laura era l’étoile dello spettacolo. Aprite il sipario. Applausi scroscianti per un pubblico estasiato. Buona la prima. Poco importa se quelle dopo segnarono lo sfacelo totale.