Il mostro

 

L’ho visto. Si è nascosto tra le pieghe delle mani chiuse a pugno. L’ho visto, era lì. Proprio lì sotto la pelle, in quei fiumi viola che sono le vene. Pompano, e pompano ancora il sangue fino alle estremità. Perché la vita è così pressante, attenta come un atleta pronto alla partenza. Boom. Colpo in aria. Si parte. E corri, e corri. Ti sta alle calcagna. Io ti vinco! Oh si vedrai. Io ti vinco.
L’ho visto. Era proprio là sotto. Piccolo piccolo, chiuso come un neonato nella sua copertina. Piccolo, appena nato. Che presto cresce e presto si mette in piedi e si espande. E presto scopre. E scopre ogni punto possibile. E lì si attacca, come fanno i bambini che non lasciano i pantaloni del papà durante le prove di cammino. Come fanno i bambini. Che piagnucolano. E capricci a non finire. Che vogliono sicurezza. E per questo non mollano il tuo seno finché non decidi che basta. Vai da solo. Ce la puoi fare.
L’ho visto, e questa volta l’ho anche sentito. Strillava, o almeno ci provava. La voce era flebile ma io sono riuscita a capire ogni sillaba. Preghiera, che niente vada perduto. Richiesta, che tutto abbia un suo spazio. Certezza, che il momento sarebbe stato quello giusto. Per te. Ma non per me, che manchi da morire.

Change

Il foglio bianco sa aspettare. Ad ogni traccia di inchiostro si lascia incidere nelle trame senza esitare. Non si ribella, non si scompone. Si accartoccia su sé stesso e si ridistende come una gatta al sole. E le gocce, sono tante. Virgole e punti e sospensioni e arresti. E lui sa, il foglio sa che è specchio di fango e di sangue da cui le immagini escono fuori autentiche. Mai distorte. Semplicemente uniche. C’è vento e non è male, l’aria primaverile s’impone sulle nuvole. Rimanderemo a poi ogni cosa. Rimanderemo a poi, qualsiasi cosa. Come gli amanti non si perdono neanche un momento, come gli amanti si amano frettolosamente e con intensità. Come le discese sulla neve, da bambini. Come un tuffo nel mare, dall’alto degli scogli. Rimanderemo a poi. E così sia. Ho saputo aspettare con la pazienza che si confà a chi attende il responso di un esame medico. E con quella stessa ansia ho nervosamente spiluccato dalle buste stipate nella dispensa. Ho provato a sistemare intorno a me, a riordinare il disordine. A togliere la polvere. E quando ho saputo, io quando ho saputo che saresti arrivato ho sentito il respiro fermarsi in gola. Il viso paonazzo, un’occhiata nella vetrina. Musica troppo bassa, musica troppo alta. Tutto troppo, tutto sempre troppo poco. E allora vieni qui, entra che il tempo non esiste più. Vieni che ti aspettavo trafelata e adesso non so cosa dire. Ho una calza smagliata, il rossetto tirato fuori dalle labbra. La maglia delle grandi occasioni che non ho stirato. E mi viene da ridere, e mi viene da piangere. Come delle cose belle della vita. E della meraviglia che ti leggo in viso, che cerco di interpretare finché nell’abbraccio tuo mi sciolgo. Mi racchiudo ogni cosa, e le catene non fanno più male. E i racconti diventano naturali. Una volta io avevo una giacca. Me l’appuntavo in petto come fanno i soldati in trincea. La indossavo quando dovevo sentirmi forte. Quando il nemico lo vedevo avanzare nella mia testa. Quella giacca l’ho consumata, me la trascinavo pressoché ovunque. Anche a letto. Una volta io avevo questa giacca che adoravo, che mi proteggeva. E tutti me la invidiavano. E giù di domande. Dove l’hai comprata, che taglio particolare. Quanto costa. Quanto costa non me lo ricordo. Ma il ricordo che ho è di una stanza dalle pareti bianca al secondo piano. Lato sinistro. Una felce enorme nell’angolo, accanto alla libreria rossa. Carte ovunque, carte sempre sparse in giro. A terra, sulla scrivania, dietro i termosifoni. E soldi. Tanti. Soldi contanti che avevano la puzza delle notti estive sudate. E poi certe corse lungo le scale, certi ritardi. Certe sorprese. E sotto questo ricordo c’è un vecchio tappeto persiano, logorato dalle scarpe dei clienti. Dalla mondezza che si portano dietro ovunque vanno, quella che ti scaricano addosso quasi facendoti affogare. E di lato, sul lato destro di questo ricordo c’è tutto ciò che non esiste più. Se mi sforzo non riesco a ricomporlo. Non lo vedo. Non lo sento. Perché certe volte le porte che chiudi le chiudi per davvero. E ci lasci dietro fantasmi e cose e storie che muoiono lì. E che fanno spazio a tutto il resto.

Tempo

Si torna sempre dove si è nati. Prima o poi, per quanto la strada possa dividere vite o immagini o parole, si torna sempre lì. So che questa neve non fa paura, che non ci sarà ghiaccio stanotte e che il sole ricomincerà presto a splendere in questo assurdo inverno tropicale. Soffieranno monsoni del Pacifico. Tutto si asciugherà e di nuovo si bagnerà di pioggia per giornate intere che sembrerà di affogare. Ed io non mi farò cogliere alla sprovvista, saprò dove ripararmi. Ed avrò carta che conserverò gelosamente, lontano dall’acqua. Lontano, con me. Si torna sempre dove si è nati. Ed io amo questo posto per quello che mi ha dato, per quello che mi ha mostrato di me. Degli altri. Perché mi ha insegnato che guardarsi allo specchio può essere l’abisso, si. Ma può anche farti vedere ciò che non sapevi di essere. Non credevi di avere. Non immaginavi potesse accadere. Ho bisogno di tornare qui, ogni volta che potrò. E’ per questo che non manderò mai all’aria questa mia casa di parole, non consentirò ad alcun terremoto di abbatterla e non lascerò che le tempeste se la portino via. Avrò sempre il mio specchio, una sedia, un bicchiere vuoto da riempire. Una sigaretta da fumare, un quadro da osservare, un libro da leggere, un vestito da indossare. Un cappello per coprirmi la testa. E togliermi le scarpe quando entro.

Una storia senza fine

Le strade sono rimaste polverose. Larghe ed assolate. C’è stato un momento in giovinezza in cui si pensava che una valesse l’altra, ciò che contava era riuscire a scuotersi sempre la polvere dai piedi. Rialzarsi dal letto e vestirsi, anche con la faccia assonnata. Ed invece no. Ed invece. Ci fu un giorno qualcosa che deviò per sempre il corso delle cose, e il sole non fu poi così caldo come sembrava. E si sudava di meno che un tempo, che i vestiti divennero necessari. Di lana anche. E giù neve e neve e neve. E’ ancora estate. Il vento di sera sa soffiare leggero, i capelli non te li scompiglia ma ti asciuga ogni disagio. Le finestre sono sempre aperte, e il profumo del pomodoro si spande per le vie. E’ ancora estate. Al resto ci penseremo poi.

Nel bar si poteva entrare da due porte, una laterale rispetto alla piazza e l’altra con accesso diretto in mezzo a tutta la gente che, una volta fuori dal lavoro, si gettava nell’aia in un esasperante rincorrersi di schiamazzi e telefonate ed appuntamenti per l’aperitivo. Manco si fosse a Piazza Navona. Gianni bofonchiava e sbuffava a tratti. Aveva perle di sudore ai lati della fronte e quando le ordinazioni si accavallavano e lui si perdeva non riuscendo a riconoscere i visi vecchi e quelli nuovi al bancone allora l’acqua gli grondava giù dalla testa come un fiume. Che il conto delle birre e dei caffè lo teneva ben in mente, ma nonostante tanti anni di lavoro ancora non riusciva a non impallarsi quando la gente era troppa. Gli era rimasto attaccato addosso un senso di inadeguatezza da che era bambino. Da che suo padre lo sovrastava, immenso, mentre serviva i clienti a voce alta e piena. Quelle smorfie affacciate al suo banco con i gomiti fermi, intirizziti, sembravano volerselo mangiare apposta. Tutti sapevano che si imbarcava nella totale confusione e per questo i suoi più assidui clienti, quelli storici, e qualche sbarbatello del locale ce la mettevano tutta per imbambolarlo. Ma lui non demordeva. Ce la poteva fare. Ce la doveva fare. Allora prendeva il coraggio a piene mani e senza curarsi delle risate e dei chiacchiericci gridava con fermezza Caterina, Caterina! Veloce qui! Veloce ho detto! E Caterina spuntava dal retro in men che non si dica con i capelli scombinati e le mani che le erano diventate rugose e grosse. Arrivava cinguettando come suo solito ed incespicando un poco nel tentativo di legarsi il grembiule sui larghi e cadenti fianchi. Una volta era l’invidia di tante, ma adesso stava tutto in un trascinarsi dietro il peso degli anni, e delle gravidanze di figli ingrati, e di infinite giornate di lavoro. Ed un marito che l’ha amata a modo suo. Cioè quello più sbagliato che esista. Caterina era l’ancora di salvataggio, quella che si getta anche in mare aperto sperando s’incastri di sotto una roccia. E la roccia c’è. E si grida urrà alla fortuna, una tantum. Caterina aveva gli occhi neri e grandi, era stata una ragazza semplice e sempre allegra. O meglio, ci credeva all’allegria. Credeva che fosse la vera motivazione della vita. Magari proprio della sua, chissà. Nel dubbio, continuava a cantare al ritorno da scuola. Che poi una volta giunta a casa dovesse smettere questa è un’altra storia. Conobbe Gianni, il figlio del barista, tra i banchi. Vestivano con un grembiulino nero ed un enorme fiocco bianco. Il fiocco era talmente enorme che lo si poteva appoggiare sulle spalle. Gianni aveva le scarpe rotte in punta, mentre Caterina divideva con lui il pane e il latte. Non c’era molto da fare, crescendo tutti pensarono che fossero destinati l’uno all’altra. Tutti ne erano convinti e così se ne convinsero anche i ragazzi che alla tenera età di diciassette anni convolarono a nozze previa emancipazione e fuori dalla chiesa fecero una lunga processione, manco fosse stata la festa patronale, lungo le strade con i balconi in festa dalle cui ante aperte riecheggiava il refrain da una radio Spogliati dai su, sbattiamoci tanto per conoscerci di più. Renato Zero era insomma una musica di accompagnamento pari ad un pugno nell’occhio data la bucolica situazione. Caterina radiosa nel suo abito bianco che sembrava di prima comunione, Gianni impacciato ma felice in un doppiopetto nero con le maniche troppo lunghe. E certi piangevano, altri gridavano, e i bambini correvano, e quelli in fondo all’allegra compagnia borbottavano per lo stomaco ancora vuoto. Gli anni appresso furono di tutto. Scoprirsi così diversi fu per Caterina un po’ uno shock, ma fece affidamento sul suo carattere spietatamente solare per farsi forza. E in parte vi riuscì. Gianni tutto sommato se ne era innamorato. E davvero ne era innamorato. Quando nacque la loro prima figlia gli sembrò che Caterina fosse stata la progenitrice della terra tutta. Vide ed intuì in lei una forza ancestrale tale da inglobare ogni nascita nell’universo. E per questo la venerò come si fa con la Dea Madre. E così Caterina cresceva, con le sue pance ed i suoi figli. E ad ogni nascita Gianni diminuiva, ogni giorno sempre più rannicchiato nella camicia bianca con le maniche arrotolate dietro al bancone che gli lasciò suo padre in eredità. Sudato, arrovellato tra gente che ordinava troppe cose insieme. Con la voce che gli usciva fuori dalla gola solo per chiamare la moglie in soccorso. Ed un moto di rabbia interiore che nessuno mai avrebbe detto.

Tornare nei luoghi delle origini significa sempre due cose. O ci vai perché non li conosci, o ci vai perché li conosci troppo bene per poterne fare a meno. Chiara aveva deciso che prima di mettere giù inchiostro avrebbe dovuto andarci in quel paese sperduto di duemila anime in pena, perché i racconti sono una cosa ma vedere tutto con i propri occhi lì allora, allora si, siamo su un altro livello. E lei aveva bisogno di elevarsi ancora un poco. I colori della campagna la scortarono fino alla stazione, e lungo il viaggio in treno si sentì coccolata. Come se l’erba le accarezzasse il viso, come se stesse aspettando proprio il suo arrivo. Messi i piedi in terra si accorse di che posto assurdo era quello che la accoglieva. Un vecchio seduto sull’unica panchina per i viaggiatori presente in stazione, sbilenca e malandata. Chi aspettasse quel vecchio, o dove mai fosse diretto, nessuno può dirlo. Un unico bar chiuso. Biglietteria chiusa. Nemmeno il capostazione. Chiuso il suo ufficio. Chiusi i bagni. Il mondo era fuori di lì, questo è certo. Ma Chiara si ritrovava nel nulla assoluto e constatarlo la fece sentire già annoiata. Mentre il piccolo treno che l’aveva condotta si era ormai appollaiato sulle rotaie in stasi totale, Chiara si avviò verso l’uscita. Da qualche parte si doveva pure cominciare. La via era poco trafficata, in pieno orario di pranzo poi … chi vuoi che ci sia. Oh sveglia, questo è un posto dimenticato da Dio. Qui la gente sarà di quella che a mezzogiorno si pranza, alle sette si cena e alle otto si dorme. Tutto quello che c’è di mezzo resterà sempre e solo in mistero. Un ultimo sguardo indietro, ai binari morti. Si gonfiò il piccolo petto d’aria, e cominciò le ricerche.

Sarà per sempre. Sono sicura questa volta. Sarà per sempre e avremo una casa meravigliosa in periferia, lui tornerà la sera da lavoro ed io lo aspetterò in lingerie sexy sul divano per alleviargli le fatiche. La cena sarà già pronta. Mangeremo dopo una doccia insieme rigenerante e trascorreremo il resto della serata avvinghiati in una immensa e stretta catena d’amore mangiucchiando schifezze con il nostro film preferito alla tv. E quando sarà il momento di andare a dormire non avremo sonno, e ci ameremo ancora per poi piombare in un profondo oblio con le mani che si stringono. Non ci gireremo mai dall’altra parte. Saremo sempre così, uno indefettibilmente dell’altra. E in estate faremo viaggi in giro per il mondo, e a Natale usciremo sotto la neve a cantare le canzoncine dei bambini. E quando pioverà metteremo una musica di sottofondo, e se sarà troppo freddo ci stringeremo di più. Ma ai sogni non corrisponde quasi mai la realtà. Perché l’amore è come la scarica elettrica di un temporale in piena estate. Ti incendia il cuore e ciò che rimane, una volta passato, non è altro che il fumo acre che esala dal legno bruciato mentre il sole torna a scaldare la terra. Laura non lo sapeva, le altre storie erano state tutte una pioggerellina nebulosa. Ma questa volta nella nebbia ci si era infognata per davvero, solo che le sembrava il sole assoluto. Riusciva a muovere i passi senza difficoltà per quella assurda legge della natura che si chiama aumento dell’adrenalina in caso di pericolo di morte. E così ci credette ai suoi sogni. Ci credette talmente tanto da dimenticare che era sposato, aveva due figli ed un cane. Un lavoro sicuro che esigevano giacca, cravatta e maschera di carnevale. E due occhi di granito in cui perdersi quando sorrideva appena. Ci credette così tanto che si sentì davvero l’unica perché se stringeva lei così forte no, non poteva stringere la moglie allo stesso modo. Se viene da me è perché la moglie non lo fa sentire importante. Non lo ama. Ah … se fosse mio marito … cosa non farei per lui! I figli, si. Ma sono già grandi, capiranno. E poi c’è l’avvocato che non si sbriga a recidere questi fili perché è uno stronzo e ci guadagna. E c’è la questione dei soldi da dividere sul conto corrente e quella sicuramente vorrà tutto millantando che si tratta dei regali dei suoi genitori perché lui, invece, oh lui era un pezzente e lo aveva sposato pezzente e pezzente era rimasto nell’animo. E i figli non avrebbero mai odiato il padre una volta compreso che la loro mamma ormai si occupava solo della casa, della spesa e di portare il cane dal veterinario. La verità è che quando sei offuscato perdi di vista la prospettiva altrui, e vivi meglio la tua tragedia credendo che fosse invece la commedia più simpatica ed avvincente del mondo. Gli attori sono tutti sul palco ma Laura, Laura era l’étoile dello spettacolo. Aprite il sipario. Applausi scroscianti per un pubblico estasiato. Buona la prima. Poco importa se quelle dopo segnarono lo sfacelo totale.

Maria

Mi chiamo Maria, ho cinquanta e tre anni e ieri ho preso uno schiaffo. Ma la storia non è questa. La storia è che si nasce senza speranze, ci pensi poi e ci cresci. Ti si insinuano nell’animo strada facendo e ad ogni passo accendi una piccola luce. Quando va proprio male hai da metterci dei soldi. Una candela, dieci speranze. Tre soldi, cento speranze per mille candele. Dopo però il buio è buio comunque, e nell’abisso ti ci ritrovi da sola e le luci non ci sono più e le parole che senti fanno un ronzìo di mosca che ti passa sotto al naso e tu non la puoi uccidere ma lo faresti. Eccome se lo faresti. Se potessi, io se potessi. E ti ci svegli al mattino che quello che non potevi ieri lo potrai forse domani. Ma non oggi. Perché l’oggi ha il sapore di un piatto riscaldato senza sale. E allora ascoltami, meglio uscire e spendere tutti i risparmi di una vita. Che in cinquanta e tre anni ne hai fatti di soldi e stanno lì che devono aumentare, duplicare, moltiplicarsi come tumori. Ed invece meglio sarebbe prenderli e gettarli al vento. Io di tumore non ci voglio morire. Una pioggia, una pioggia di denaro che nemmeno ti bagna perché i soldi, ecco, fanno da pioggia. Ma se non bagna non è acqua santa. E allora te la dico tutta.

Mi chiamo Maria, ho cinquanta e tre anni e ieri ho preso uno schiaffo. L’ho preso che ho cucito male un bottone e ho detto che non me n’ero accorta. C’è poco da fare. Se avessi risposto che me ne ero accorta sarebbe stato peggio? No, direbbero gli amici coi buoni consigli. Sarebbe stato meglio. Gli amici saggi, dico. Basta un nulla per accendere questo fuoco e divampare. E brucia, brucia. Brucia le porte, gli arredi, le foto. Brucia la carne che non era sui fornelli. Era la mia. La mia nella sua mano. La mia fuori di me, quando non mi appartiene più e diventa di qualcun altro. E la vuoi sapere una cosa? L’odore, quell’odore. Come il pollo quando lo passi sul gas. L’odore, quell’odore. Fin dentro le mie narici, fin dentro gli stipiti degli armadi. Fin dentro le trame dei materassi. Fin dentro al sangue. Mi chiamo Maria, e mi chiamo così perché mia madre pensava di scamparmi dando a sua figlia un nome santo. Aveva detto preghiere e recitato litanie sino a consumarsi. Ma quando le cose non dipendono da te hai poco da fare. Poco da dire. Mi chiamo Maria e quando prendo schiaffi poi non parlo più. Mastico molliche di pane in silenzio e rumino come fanno le vacche gravide. Incessantemente. Domani non era un altro giorno, domani non era il sole. Maria vieni qui. Maria ti voglio bene. Maria dove sei. Maria … sussurrami una canzone. Maria ti amo. Maria prendi le tue cose e vattene. Maria abbiamo perso tutto, e allora me ne vado io. Maria … non ti trovo. Ti prego torna da me. Maria, il suono che fa piace. E io, per qualche istante, ci avevo creduto davvero.

Ho lasciato la campagna in balia delle cicale e dei chicchi di grano riposti nei grossi sacchi. Ho lasciato la campagna, ed è stato come aver perso una vita. Cento vite. Però il cemento ti consola, freddo e sterile com’è. Ti dice che non sei l’unica, e che quando si è in tanti ci si può sentire meno soli. Ho attraversato la strada principale e mi sono fermata davanti ad una scuola. Troppi bambini, troppo chiasso. Ho riattraversato la strada e mi sono fermata sotto la pensilina degli autobus. Troppa gente assorta. Ho preso un vicolo. Scale ripide, strette. Disconnesse. Ci sono profumi di cucina, ingorghi di panni stesi, traffici di biciclette e un uomo sudato e stanco. Adesso mi devo fermare, e mi appoggio al muro. Chiudo gli occhi ed ho il ricordo della mia infanzia con i piedi sporchi di fango nelle scarpe bucate. Trattengo le lacrime, perché non è il momento di lasciarsi andare. Guardo avanti e ricomincio. Fatico nel respiro, mi affanno correndo. Ce la metto tutta e chiamo, chiamo più forte il mio nome. Mi chiamo così, come solo io posso fare. Lassù c’è il cielo. Tutto per me. Ed io ci devo arrivare.

Futuri

C’ho messo del tempo. In un sacco grande di iuta. Io ci ho messo dentro del tempo. Di giorni e neve, e di pioggia incessante a guardare lo scorrere dell’acqua dietro i vetri. E ci ho messo dentro del tempo che le porte non si aprivano e le parole si aggrappavano a tralci secchi. Come le viti quando non c’è sole abbastanza. In un sacco, grande di iuta, ci ho messo dentro il tempo di comprare poche cose, poche cose necessarie e così velocemente. E ho pianto, abbracciata ad un cuscino ho pianto lacrime di silenzio e di tanti, tanti perché. Poi ho deciso di chiudere tutto e gettarlo nell’immondizia, sotto casa. Ho chiuso tutto e l’ho gettato. Con la facilità di chi è capace di prendersi tutta una vita e lanciarla dalla finestra, ricominciando ogni volta dall’inizio. Un inizio di ovatta, che era piccolo e poi si è fatto il suo cammino insieme a me che mi guardo le mani e oggi me le trovo rugose, come le vecchie che hanno combattuto per ammassare una manciata di farina e uno sputo di acqua in tempo di guerra. E mi guardo le mani che ce le ho attaccate a braccia forti, nonostante tutto. Ancora capaci, ancora pronte. Non sono invecchiata, o forse certi dolori nascosti ti prendono gli anni e ne fanno un intreccio inestricabile come le sedie di vimini. Prova a sbrigliare la matassa, se ci riesci. Io sto qui, io sto ancora qui. E ci sto con i miei amori, quelli di ieri e quelli di oggi. E di domani che saranno enormi, complessi, affaccendati ed occupati con dolcetti di Natali da preparare e bibite da ghiacciare nei giorni afosi dell’estate. Io lo vedo il futuro. Io lo vedo, il mio futuro. Il mio, il vostro. Quello delle anime mie da curare, da salvare. Io lo vedo, il mio futuro. E ha il sapore di tante parole ancora di dire e da scrivere, perché ci si ferma per poco ma chi è abituato a correre la forza nelle gambe ce l’ha anche da seduto, e prima o poi sentirà quello scatto dentro. Uno sparo, boom. Uno sparo, un colpo al cuore. E si deve ricominciare a dire, perché il silenzio uccide chi lo vive e chi lo subisce. E si deve ricominciare a dire, perché io non ci credo nella gente che si parla senza parole, che si ama senza abbracciarsi, che si vive attaccata ad un telefono ore ed ore. Ho sangue aperto in queste mie vene, sangue che sa urlare dal basso. Che balla e canta e soffre sì, soffre e si dispera e per questo vive e s’inquieta a volte e sembra mai trovar pace. Ma la verità è che mi piace sapere, conoscere, andare. Trovare, scovare, scoprire. E cadere e rialzarmi. E imparare una lingua nuova, e pochi pensieri. E leggere nelle righe, e leggere in mezzo e di traverso. Ovunque sia scritto io ci sono. Io, e questi miei amori grandi. Io, e questa vita che mi costruisco e mi vivo. Così, per me. Per loro. Per tornare ad essere. Per ricominciare sempre.

A metà

Ho visto due cose. Un cane bianco che si scalmanava su di un balcone abbaiando come un dannato. Cercava di spingersi verso gli infissi chiusi. E lui fuori sotto la neve. Ed io ho pensato che padroni da nulla deve avere, questo cane. Per lasciarlo al gelo a quel modo. Si, ammetto. Ho provato pena. Per un cane. Poi ho visto uno stormo di piccoli passeri che dall’alto si è lanciato verso un marciapiede. E tutti si sono adagiati dolcemente a terra. E hanno iniziato a saltellare sulla neve così bianca. Ed io ho immaginato le loro piccole impronte. E, ammetto, avrei voluto fermarmi e andare a vedere con i miei occhi, se non fosse che certamente li avrei spaventati e loro sarebbero volati di nuovo via. E così ho desistito. Guardandomi uno spettacolo da lontano, come fa chi ha sempre, irrimediabilmente, paura di ferire qualcuno.

Sono caduta in una trappola come un topo alla ricerca del formaggio. Mentre io cercavo la felicità per saziarmi, come chiunque se ne vorrebbe saziare nella sua vita, sono rimasta intrappolata in un diabolico marchingegno che qualcuno, ad arte perfetta, ha piazzato dietro la dispensa. Lungo il muro. Il punto è che le mani sono più di due. Il tocco lo senti con una certa precisione. E non ci metti molto a distinguere ciò che fa parte di un universo da ciò che fa parte di un altro. E così ho pensato che avrei dovuto soffrire, come giusta punizione per il mio desiderio. Ben mi stava, adesso, di ritrovarmi con le tenagliette conficcate nelle zampine. Avrei dovuto consumarmi di pianto e di dolore per non arrecare troppo pianto e troppo dolore agli altri. Ho pensato che se io avessi avuto meno avrei consentito agli altri di compensare così i loro vuoti. Ho pensato che se io avessi gioito di meno avrei consentito agli altri di compensare la loro sofferenza. Ho pensato alla morte. Ma chi può solo immaginare? In un momento in cui chiunque, chiunque davvero al mondo, qualsiasi essere umano avrebbe dovuto pensare alla vita. Ho detto parole nere, così nere che l’abisso più profondo ha iniziato a colorare, ogni giorno di più, tutte le ore e gli istanti fin qui vissuti. Ho pensato pensieri bui, così bui che la luce ha smesso di brillare negli occhi miei ed in quelli di chi amo. E così in un letto di ospedale, che ci sono finita in un pomeriggio assolato di settembre mentre il sangue mi usciva dalle vene come acqua da un rubinetto rotto, ho pianto. E chi mai potrebbe capire? Ho pianto per me, per la vita che secondo qualcuno forse non avrei diritto di vivere, per le colpe che ho e tutte quelle che non ho, per l’assurdo amore verso chi non può darmi niente. E niente vuole concedermi. Io in un letto di ospedale, sola come si sta soli nella bara con la morte, ho pianto di tutte le lacrime che ho messo in riserva fin dalla mia nascita, di tutte le lacrime che ho sempre finto di non avere. E di più di quelle ancora. E vorrei oggi poter dire che non mi ha fatto male dover guardare i muri anziché parlare con qualcuno, e sola ancora stare nei giorni successivi mentre ho combattuto come una tigre. Come altri non sono capaci di fare, né mai capaci saranno nella loro vita. Vorrei oggi poter dire che non fa male, che l’indifferenza non uccide, che le mancate spiegazioni non ti feriscono e che tutto sta in un divertente gioco al pensiero positivo. Ma non è così. Vorrei oggi poter dire che meritavo ciò che ho visto e che mi è stato scaraventato addosso. Ma non è così. Che lo meritavano anche altri, insieme a me. Ma non è così. E vorrei gridare, urlare dalla vetta più alta della mia città, che tutto questo è un dolore che nessuno potrà mai capire. Nessuno potrà mai lenire. Nessuno potrà mai restituire. E questo si. È proprio così.

Oggi siamo a metà strada. Io e te. Ti penso e mi sento quasi mancare. Perché tu sei la consolazione, la dolcezza, l’amore che mi riempie in questi lunghi giorni di una solitudine assurda. Guardo gli occhi di tuo padre e mi stringo nelle sue braccia forti, ogni sera al rientro da lavoro, e concludo che tu sei amore perfetto. Pieno. Totale. Osservo tua sorella giocare, ascolto il suo parlare veloce, e mi dico che altro mai avrei potuto volere e desiderare. Non sarò perfetta, vedrai come e quante volte l’oscura tristezza si impossessa del mio volto all’improvviso, e certamente ti chiederai cosa succede a questa mamma. Ma tu, tu che sei dentro di me, tu, vita mia, già sai cosa succede perché con me l’hai vissuto. È che devo imparare a proteggerti, da me anche. Dai miei stati d’animo, dal mio incredibile senso di smarrimento quando mi circondo, costantemente, di persone che non sanno dare, non vogliono fare. Non sarò perfetta, riconoscerai subito quel lampo di rabbia che nei miei occhi cade giù come un fulmine e forse non saprai cosa dire. Starai, chissà, in silenzio aspettando che passi. Però ho tante canzoni da farti ascoltare, e libri da leggere con te, e stupirci di certi fatti che si sentono in giro e chiacchierare tanto, come tra amici. E ho da darti, da farti, da sentirti. Da viverti. Oh, quanto vorrei a volte non essere come sono. Per te. Quanto vorrei saper indossare la maschera ad ogni carnevale. Anche ora, anche adesso che ti parlo, quanto vorrei non farmi prendere subito da certe ansie … da certi pensieri … Potrai perdonarmi quando sarò come sono? E mi insegnerai, ti prego, a perdonarmi io stessa? Si, lo farai. Perché tu, proprio tu, tu vieni al mondo per insegnarmi che la vita è vita. Che non ho colpe di ciò che accade intorno o non accade. E che la mia carne, insieme a tutto il mio amore sparso intorno a me, merita ogni bene.